_Carissima Signora Ersilia_
Che ardire, e non ardire? Sono io, che devo ringraziare lei, la sorella,
e la Signora Teresa, e il Babbo, dell'amore vero, che mi portate, e
della cortese memoria, che vi compiacete conservare di me. Ella sposa:
così va fatto; e, se niente niente il consorte la fa arrabbiare, procuri
avere il pozzo in casa, e a gambe levate lo scaraventi dentro, e poi se
ne prende un altro. Si fa col Papa? O perchè non si potrebbe fare coi
mariti? Figliuoli meno che sia possibile, io per me sono di avviso del
padre Bendini: meno galline, meno pipite; ed io lo so, e non sono miei.
Orsù, fuori scherzo, io con tutto il cuore le auguro mille felicità, e
la ringrazio della lieta notizia, che mi dà. Abbracci tutti i suoi per
me. Al Babbo dica, che non fu per complimento, ch'io gli dissi: venga 15
giorni qua da me. Ho stanza, che basta, l'aria purissima, e nuova, a
mezza costa d'un colle sul mare, intorno boschi di olivi, clima da
primavera, sole di prima mano; in sei ore si viene da Livorno;
scegliendo un bel giorno di vento di terra è delizia. Insomma, quando
dico: vieni, lo dico col desiderio che l'uomo venga. Addio dunque, e se
la mia benedizione può esserle seme di felicità, io gliela mando con la
pienezza del cuore. Abbracci tutti, e mi ami sposa come mi amò
fanciulla, e questo è tale affetto di cui vado sicuro non ne andrà
geloso il suo egregio sposo.
_Affezionatissimo amico_
D. GUERRAZZI.
_Carissima Signora_
La sua ultima lettera, nell'annunziarmi finalmente che tanto ella che i
suoi, godono perfetta salute, è riuscita oltremodo accetta a me, e a
tutti di casa. Così spero e desidero che continui: al resto poi
provvederanno il tempo e la buona fortuna. Quaggiù abbiamo corso
burrasca. La legione straniera aveva fatto disegno d'impadronirsi della
cittadella, ardere la città, ammazzare e rubare i ricchi, o riputati
tali, perchè sento, che ci avevano messo nella nota anco me; scoperto il
fatto, per denunzia di un complice allo Imperatore, una grossa vaporiera
è arrivata a prenderla tutta per trasportarla in Africa. Io non mi
adonto, anzi vado lieto, che mi abbiano tolto il titolo di Avvocato,
dacchè non l'ebbi in pregio mai, e parrai (superbia o no) stare meglio
solo. Qual'è commessuccio del Bargello che non si chiami Avvocati i
Carcerieri, Cavalieri i Soprastanti? Dunque, la meglio, e la più pulita,
è portare il solo nome proprio scosso e spazzolato da qualunque polvere.
Niente mi parla di Firenze, nè di arti, nè di musica, nulla: questo è
male. Una signora mi ha scritto da _Ragusa_ avvisandomi che i giornali
costà dicono che io mi sono venduto al Governo; che in questo pensiero
ella spasima; che non avrebbe più fede. Io non le ho risposto nulla. Può
risponderle ella, ed ella può dirle se io sia uomo da vendermi; ha nome
Paolina Lepès. Saluti a tutti.
_Affezionatissimo A._
GUERRAZZI.
_Carissima Signora Ersilia_
Mi sono arrivati davvero grati i suoi caratteri, imperciocchè appunto
con Maria temeva quello che trovo essere arrivato, cioè che la salute
vostra non era buona. Ora la sento migliorata; io ve l'ho detto, e ve lo
ripeto, bisogna mutare abitudini di vita, nutrimento e in campagna; in
campagna, e latte, erba, e pollo; in meno di sei mesi tornate sani come
lasche.
Seppi le insanie scellerate dei Fiorentini. Svergognati! meritano l'ira
di Dio, e il disprezzo degli uomini. Se non poteva trattenerli il
rispetto all'affanno di tanti esuli italiani in terre remote a stentare
la vita con la speranza, che i rimasti a casa pensino a loro, e li
compassionino, nè l'amarezza della perduta libertà, nè la memoria di
tanti traditi morti sul campo, nè dei trucidati nelle città, nè delle
bastonate tedesche, nè i lutti recenti del cholera, almeno, anime
squarquoie, doveva frenarli il senso della miseria presente, e la
minaccia della disperazione futura. O per chi, per chi, per chi, ci
siamo sagrificati noi! È una schifezza, che supera ogni credenza. E in
Livorno come a Firenze; a Roma e a Napoli eziandio, crogiolano nella
servitù. Ci stieno: a me che importa? nulla. Arlecchino mangiava le
saponette a colazione. Forse adesso si vergognano molti, per tornare a
far peggio domani. Ora i Predicatori. Le cause vinte hanno torto, e a
lungo andare non piacciono a Dio, agli uomini, e alle donne meno. Saluti
a tutti in casa, la Mamma, il Babbo, e l'Emilia.
_Affezionatissimo_
D. GUERRAZZI.
P. S. Mi vorrebbe essere cortese a levare dalla sopraccarta _Avvocato_?
La Corte di Firenze me lo ha levato, e a me non par vero obbedirla.
Domenico Guerrazzi basta.
_Carissima Signora Ersilia_
Mi è riuscito oltremodo spiacevole udire le male nuove della salute del
Pappà. Per guarire dalle malattie intestinali bisogna mutare aria, non
c'è rimedio. Quando il corpo si vizia lentamente sotto una temperie,
nessuno speri guarire se non n'esperimenta una diversa. Comprendo quanto
è critica la condizione di lei, ma ormai è forza sostenerla con
fermezza, dacchè non so cosa giovi innaffiarsi lo viscere di bile.
Triste è il caso, ma non degli irrimediabili. O io mi dovrei dare al
diavolo, che mi trovo in esilio dalla terra, che amo, senza amici, senza
colloqui intimi, di cui neanche in prigione era privo. Nipoti ho bene,
ma giovani, e non devono starsi ad annoiarsi meco; ogni età ha i suoi
piaceri: spesso mi trovo di faccia a Maria, zitti come olio, ella col
gatto in collo, io co' cani fra le gambe. Abbiamo giorni procellosi, e
tristi. Speriamo bene. Tanti saluti a tutti di casa, ed ella mi abbia
sempre
_Per suo affezionatissimo amico_
D. GUERRAZZI.
_Carissima Signora_
Le sue lettere mi giungono oltremodo gradite, molto più che non cessano,
mentre le altre illanguidiscono. Così è, i miei amici di Firenze, o
distratti da altre cure, o, come credo, piuttosto in virtù della
sentenza, che uomo bandito è mezzo morto, a mano a mano si dimenticano
di me. Questo è amaro a sopportarsi, ma, la Dio mercè, sortii un cuore
capace da contenere questi, e bene altri dolori. Le passioni umane
conosco tutte, e so compatirle; i lagni non valgono, e poi palesano
debolezza: l'uomo non può essere diverso da quello che è.
Qui non abbiamo cholera, e, se caso mai, o vaghezza o necessità vi
persuadesse ad allontanarvi da Firenze, ricordi all'ottimo Padre suo
come qua vi siano le acque di Orezza, portentose veramente alle
infermità dei visceri. Dal continente vengono a curarsi i malati di
stomaco, fegato, intestini, e gran copia di quest'acqua va all'estero.
L'avverto, e le confermo, che il passaggio da Livorno in una bella notte
si fa in 5 ore, ed in meno.
«Bene! Brava! Mi parli del paese
Parlami della mia,
Della diletta tua patria natia.»
Il cholera è scoppiato costà? Ma sarà paura? E poi è cessato: speriamo
bene, dunque. A Livorno dicono il male più fiero; dicono, ma altri
negano. La verità da qualche tempo è andata in campagna; in città si fa
vedere più poco: ma il cholera vi sarà benissimo, e ciò pregiudica i
divertimenti, i balli, le frivolezze di quel popolo frivolissimo, non è
vero? Ogni giorno il cielo si fa più buio, e ormai, perduta la bussola,
io mi abbandono nelle braccia di Dio. Non istò bene; tutt'altro: vivo
romito e non vedo che il mare rotolare le eterne sue onde sotto casa
mia, e più sento, che altrove starei peggio.
Perchè la signora Teresa non mi scrive? ha paura tingersi le dita
nell'inchiostro? Se avessi 30 anni meno, ella mi scriverebbe di più; oh!
vedete che presuntuoso. Signora sì: quando aveva 20 anni mi pareva
essere bello, e, a dirgliela nell'orecchio, pareva anche ad altri; ma di
qui a quei tempi ci è che ire.
I nepoti, e Maria in ispecie, salutano lei, e tutti di casa; io mi
raccomando alla vostra memoria e mi confermo
_Suo affezionatissimo amico_
D. GUERRAZZI.
_Carissima Parente_
Duolmi lo incomodo del padre suo, e amico carissimo mio, e più mi
sarebbe doluto, se al punto stesso Ella non mi mandava notizie del suo
miglioramento: spero che progredisca, e in questa fiducia mi conforto.
Conto di rivederlo, e rivedere lei unita alla sorella, e alla Mamma, ed
esprimervi a voce i sentimenti di affetto profondissimo, che ha
suscitato in me il vostro amore unico. Intanto abbiatemi per vostro
_Amico e parente_
D. GUERRAZZI.
P. S. Saluti a tutti. Ieri non risposi perchè il braccio non voleva
andare, oggi fa mezzo a suo modo, e mezzo al mio.