Avvicinandosi il natale, le scrivo per darle mie nuove, e domandare le
sue. Sono usi vecchi, ma io non sono giovane, e poi, in certe ricorrenze
rammentarsi degli amici e volgere loro un saluto, non so in che noccia
alla sapienza moderna. Sicchè ella a mano a mano si rifà: coraggio! ogni
maggio rinnova i suoi fiori, e le sue fronde: tutto ben pensato, il
peggio è morire.
Anco Ferdinando sta meglio; guarirà; ma gli dica che non abbia tanta
smania di levarsi tutto il cattivo da dosso: badi bene prima a quello
che ci rimarrà.
Mi ricordo che una volta, andando a Volterra, e trovandomi in compagnia
del signor Nervini, andammo a visitare le saline; dov'è uno staderone a
bilico, sul quale passano gli asini carichi di sale; e se ne piglia il
peso. Il prelodato signore si mise su la bilancia per farsi pesare,
intanto che domandava: «Ma pesando l'Asino, e il sale in massa, o come
fanno a conoscere il peso del sale?» — Signor mio, risposergli, si fa
tara asino, e quello che rimane è sale. Dopo lui entrai io, e dopo
pesatomi, io dissi al custode: «Per me non fate tara asino, perchè non
rimarrebbe nulla.» — Il gaglioffo non intese. Questo racconti alla
Colomba Andreozzi, se la vede, che la divertirà.
Me ne dimenticai nell'_Asino_; sarà per la 3a edizione, che la seconda è
uscita.
Saluti in casa alla signora Teresa, alla sorella, e a tutti, e, se le
riesce, insaponi le scale al casigliano.
_Aff.o A._
D. GUERRAZZI.
_Cariss.a signora Ersilia_
Le scrivo per avere nuove primamente del signor Ferdinando, dacchè le
ultime non mi giunsero come avrei sperato soddisfacenti, e poi di tutta
la famiglia che non dubito sana, e come si può in _hac lacrymarum valle_
contenta.
Anche questa stagione perversa. Per ben 40 giorni mi sono chiuso in
casa, tormentato da tutti i malanni dello inverno. Adesso vado meglio,
e, mitigatasi la stagione, continuerà il bene essere.
Malgrado il tempo reo, la gente insanì nelle bestialità carnevalesche;
però meno dell'anno passato, e di Torino meno assai; dove la morte nel
carnevale menò strage. — Torino si bandisce la seconda città d'Italia, e
si rallegra di avere attinto in pochi anni 1785 anime tra buone e
cattive. Sicuro eh! quando gli altri Stati italiani ci mandano ad
abitare il meglio e il buono, non deve fare maraviglia se cresca in
popolazione, decoro, sapienza, e civiltà. Ma se domani ognuno può
tornare a casa, Torino rimarrà come prima.
Si sollevi, si prevalga del tempo sereno, e dell'aria di campagna.
Saluti cordiali a tutti in casa e addio.
_Genova, 18 marzo 1858._
_Affezionatiss.o P._
D. GUERRAZZI.
_Genova, 7 aprile 1858._
_Mia cara signora Ersilia_
Sono sorpreso della sua lettera, perchè non corre gran tratto di tempo,
ch'io le scrissi chiedendole sue nuove, e dei parenti, e dandole le mie,
e dei famigliari.
Per certo la lettera deve essere andata smarrita. Ora la ringrazio
dell'ultima gentilissima sua, perchè, oltre al bene di vedere i suoi
caratteri, mi porge due notizie consolanti, la prima della migliorata
salute del buon Ferdinando, l'altra delle nozze prossime della signora
Emilia. Io gliele auguro di tutto cuore felici, e confido che Ferdinando
spalancherà bene gli occhi per accertarsi che le abbiano a riuscire
tali. E di lei o perchè non mi scrive niente? Il tempo non le ha recato
veruna consolazione?
Io vivo la vita dell'esule, rimpiangendo la patria, e desiderando di
starmi lontano finchè durano le presenti condizioni. Quanto a speranze,
io non ne ho veruna.
Tante cose per me alla signora Teresa. Quanto al signor Ferdinando, io
vado orgoglioso di avere contribuito alla sua eterna salute (a suo
tempo); perchè, se egli esercitò tutte le virtù corporali puntualmente,
come quella di visitare i carcerati, vado sicuro, che un bel seggiolone
imbottito di crino per la estate, e di lana pel verno, lo aspetta in
paradiso. A rischio però di essere ripreso d'ingratitudine, io non
vorrei contraccambiarlo. Stia sana; saluti in casa tutti per parte mia,
e dei miei, e si persuada, che le sue lettere saranno sempre per me
argomento di contentezza. Mi abbia sempre
_Per aff.o suo_
D. GUERRAZZI.
_Genova, 28 giugno 1858._
_Mia cara signora Ersilia_
Come la trattano questi calori? Seguì il matrimonio della sorella? Come
va la signora Teresa? E soprattutto come sta Ferdinando? Spero avere di
ciò risposta soddisfacente. Ma voi altri che siete ostriche, le quali,
attaccate allo scoglio, non si muovono mai? O perchè non venite mai
quaggiù? Non fosse altro per vedere la figura, che fa questo grappolo di
libertà malmenata dalla crittogama d'Italia e dall'altra di Francia.
A mano a mano mi si fanno più rade le lettere del mio paese; ed a
ragione; perchè gli esuli sono mezzo morti, e più che stanno fuori più
muoiono. Ora, siccome so che i morti hanno sempre torto, mi taccio; e
poi che dirmi che io non immagini? — Lamenti sempre indecorosi, ed anche
ingiusti.
Però anco qua vedo una svogliatezza, e i segni manifesti di decadenza in
tutto; casca il commercio, cascano le case, cascano le pratiche
religiose, e ripeto per isvogliatezza. Se così dura, lo sbadiglio
diventa re del mondo.
Ciò che adesso si fa sentire di più vivo, sono le cicale.
La riverisco unitamente alla buona Maria, e la preghiamo di fare gradire
in casa a tutti i nostri saluti e voti per la loro felicità.
_Aff.o amico_
D. GUERRAZZI.
_Genova, 13 Agosto 1858._
_Carissima Signora Ersilia_
Desideriamo sapere quale buon resultato abbiano per questo anno ottenuto
dai bagni di mare. Sarebbe veramente tempo che la fortuna lasciasse in
pace il corpo; quanto allo spirito se vogliamo possiamo provvedere anche
noi. Poichè non c'è speranza vedere alcuno di voi da queste parti, Maria
si dispone di venire costà, e intanto mi commette dirle, che dia bando
alla malinconia, e che beva del buono: che tutto il suo male nasce dal
bevere acqua, e che, se venisse a stare un mese qui meco, in questa mia
meravigliosa villa, in mezzo della città, donde la vista, e i visceri
rimangono confortati, n'escirebbe calafatata, e spalmata da durare
contro tutte le tempeste dell'Oceano. Forse si promette troppo Maria,
che l'aria non sana tutte le doglie del cuore; tuttavolta merita il
pregio di tentare.
Rispetto al sangue verde, deve essere così, perchè siamo impazienti e
bisogna esserlo, ma gli eventi si maturano e, quello che deve avvenire,
forza è che avvenga. Ma qui non è luogo di favellare su tanto argomento.
Questo però abbia dinanzi gli occhi sempre, che il nostro destino è
dentro noi, non fuori di noi, e ognuno ne porta il suo pezzetto in mano.
Gli omei cacciano fuori le donne partorienti, non gli uomini operatori,
e quindi degni di sorti migliori.
Saluti alla Mamma, al signor Ferdinando, ed alla Emilia, e abbiatevi
tutti le consolazioni che meritate, e che il mio cuore vi desidera.
_Affezionatissimo amico_
D. GUERRAZZI.
_Genova, 2 dicembre 1858_
_Carissima Signora Ersilia_
E come fa a dire, che io non le scrivo? come può accusarmi, ch'io non
rispondo? Scrissi col mezzo dell'Avv. Corsi, e s'egli non portò, o mandò
la lettera, quale colpa ne ho io? Sappia ch'io rispondo sempre, chè così
mi persuadono il debito, la natura ed il costume.
Io, quanto a salute, non istò di peggio; dico di peggio perchè quei tali
colpi nel capo si fanno di tratto in tratto sentire, non come dolore
acuto, ma come un peso che pure vale ad impedire ogni occupazione. Dono
regio contratto in prigione.
Sento, che Babbo va migliorando. Signore! o quanto ci vuole a
scattivirlo? Stia di buono animo, chè spero co' bagni, a stagione calda,
guarirà.
Notizie non le so dare, perchè vivo in campagna, quantunque in città. La
nepote non è più meco; pigliò il volo come fanno tutte le colombe, e si
è maritata. Io le ho data la dote in quattro bei mila scudi di mio; e la
partita è saldata. Benedette figliuole! Veniste al mondo col levarci una
costola, ma bisogna confessare che ci vivete logorandocene due. Eppure,
senza donne non si può fare, tanto vero, che ho qui in casa una bambina
di 5 anni che un mio amico ci lascia stare a sollievo della mia
solitudine.
Maria sta bene, e saluta lei e tutti i suoi parenti. Le auguro, o
piuttosto torno ad augurarle, buono anno, carnevale allegro, oblio del
passato, contentezza avvenire, milioni, cavalli, carrozze, e una collana
di diamanti grossi come mele appiole.
Lo stesso alla Mamma, meno i diamanti e l'oblio del passato.
Lo stesso alla sorella, eccetto l'oblio.
Lo stesso a Ferdinando, con meno i diamanti e con più la spalla sanata.