Lucifero giunge in Roma.--La breccia di Porta Pia.--La festa del Colossèo;
durante la quale ascolta l'Eroe alcune voci misteriose.--Voce di
Ebrei.--Voce di Numi.--Voce di Sacerdoti.--Voce di Santi.--Voce di
Diavoli.--Voce del Tevere.--Voce della Savoia.--Voce della Corsica.--Voce
dell'Istria.--Voce di popoli slavi.--Voce della Germania.--Spavento dei
beati alla nuova che Lucifero è in Roma.--Santa Caterina da Siena,
rimproverandoli acerbamente, si offre di scendere in terra e di piegare con
la sua eloquenza il nemico.--Iddio, benchè dubbioso del buon successo,
glielo accorda; e, mentre ella si dispone a partire, Santa Teresa dà
scandaloso spettacolo della sua pazzia.
Poichè avvolse così d'alti dispregi
Le parole d'Olimpio e il reo costume,
Che risibil comporta il secol nostro,
L'auree sale d'Egeria e le tranquille
Sedi d'Etruria abbandonò l'Eroe;
E a te si volse, o del suo cor supremo
Desiro e dei suoi passi ultimo segno,
Tiberina città, che tutta chiudi
Del popolo latin l'anima e 'l fato.
Date querce ed allori a le recenti
Brecce di Porta Pia, date corone
Al Sabaudo Monarca, itale genti;
E custode di lor l'inno risuone,
Che diêr braccia e pensieri
E la vita al grand'uopo! Are son fatti
Li trafficati e neri
Templi dei dieci colli,
Cui geme al piè, d'onta e di rabbia tinto,
Chi al ciel serva la terra, e a la codarda
Fede contenne il Pensier divo avvinto.
Saldo negli anni, occulto
Ne l'ombra e tutto cinto
D'armi e d'insidie, il piè dentro al profondo
Petto d'Adamo, il capo agli astri, il grido
Ai poli, eterno si tenea l'infido
Pescator Galilèo reggere il mondo.
Ma come avvien, che, rósa
Dai secoli e dal mare, entro il mar crolla
A nuovo urto di turbo ispida rupe,
Che negra e minacciosa,
Riprodotta da l'onda, al navigante
Pendea su'l capo, e gli oscurava il core;
Tal, pugnato dagli anni e più da questo
Eterno flutto del Pensier, che invade
Ogni creata cosa,
Trema, balena e cade
Il doppio soglio a Libertà funesto.
Dei primi onori il vanto
Miete al certo colui, che primo accoglie
Arduo pensier ne l'alma, e chi l'ignudo
Pensier ne la feconda opra traduce.
Dai domestici affetti e da le braccia
D'ogni più cara illusïon si scioglie;
E oltre ad uso mortal guardando in faccia
Ad inaccessi Veri,
Sordo dei figli e de la sposa al pianto,
Là sè stesso periglia ove più crudo
Ferve il conflitto; e a recar vita e luce
Corre colà, colà vince e procombe,
Dove più ferrei e neri
Pugnan fantasmi, e più la notte incombe.
Però, sola e più degna
Eternità che al gener nostro assente
La fatale Natura, a noi nel petto
Vivrete eternamente,
Quantunque siete, o eroi
De l'umano pensier; sia che mutando
La molle cetra in brando,
O in viva fiamma di Sofia l'acume,
O in fulmine la voce,
Nel più chiuso del cor portaste oltraggio
A questa vaticana Idra feroce,
Cui non giovò dar vostre carni a morte,
Quando la fiamma inesorata e il ferro,
Che brevemente il corpo vostro offese,
Ruppe il suo petto, e le sue membra incese.
Ma non senza gran laude a le venture
Genti andrà il nome e il grido
Di chi l'ultimo crollo a la superba
Mole impavido impresse, onde stupite
Mirâr le più gagliarde anime, e intorno
Tremar parve la terra. O benedetti
Voi, che la vita acerba
Fidaste, o giovinetti,
A l'onor del gran fatto, e benedetta
La destinata mente
Di Lui, che, custodita entro ai gelosi
Carceri Adrïanèi la vita inferma,
Inesorabilmente
Fulminò a morte indegna
L'italico vessillo e i vostri petti!
Veglian su l'infrequente
Uscio le madri abbandonate, o, accolte
L'anima tutta nel pensier di voi,
Lascian piangenti a mercenarie mani
Le vigilate masserizie, e vanno
Dove a lenir l'affanno
Una voce di ciel par che le chiami.
Ardono i ceri; un'onda
D'incensi e timïami
Vaporan l'are; una pietosa, incerta
Melodia le devote anime inonda;
E, dentro a un nimbo avvolto
Di profumi, di suoni e di splendori,
La sacra ostia consacra, e preci ignote
Mormora il sacerdote.
Qual improvviso e fiero
Tuono per li diffusi archi rimbomba?
Come dischiusa tomba
Putre e nereggia il sacro tempio; stride
Il percosso saltèro;
Illividito e nero
Guizzi sanguigni avventa
Ogni lume, ogni cero;
Rosseggia l'elevata ostia, ed infetta
D'orrida tabe, al volto
De le pie turbe e al cor dardi saëtta
Di sdegno e di vendetta;
Urla sui tormentati organi eretta
La cieca Morte, e invita
A fiera tresca il pallido Levita.
Ecco, spumeggia di sangue recente
Il benedetto calice; volteggia
Da feroce disio fatto più lieve
L'inebbrïato Prete...
Madri, madri, fuggite: il sangue è quello
Dei figli vostri; il santo vecchio ha sete;
Madri fuggite: il sangue
Dei vostri figli ei beve!
Ma di sangue che parlo? Ecco, fiammeggia
Sui debellati altari
Il vessillo d'Italia! Oh! salve, oh! viva
Nel tuo triplice raggio, iride santa
Di libertà! Da la percossa riva
De la tumida Senna ululi avventi
La piagata nel cor druda di Brenno,
Cui la vittoria altrui par sua sconfitta:
Fuor d'ogni modo e senno,
Ebbra d'invidia, esulti
Prostituta liberta, e d'impudenti
Minaccie a te, sacro vessillo, insulti,
E al nostro Eroe! Giorno verrà, nè incerti
O lontani presagi al carme io fido,
Che, ravveduta o stanca
Dal sozzo amplesso di plebei Caini,
Te chiamerà, come chi piange. Al grido
Risonerà l'irta Pirene; e quale
Iena sorpresa a l'avvenir del giorno,
L'iberico soggiorno e il reo pugnale
Lascerà urlando il bieco
Masnadier di Castiglia. Allor saprai,
Putta de l'Ebro infurïata, a quanta
Luce di libertà volgesti il tergo
Quel dì, che ai tuoi rissosi
Schiavi t'abbandonò l'italo Alunno,
E da le regie chiome
Strappò sdegnoso il serto,
Pur che la fronte altera
Erger potesse intemerata al sole,
E, monda del tuo sangue, al patrio albergo
Recar la spada ed onorato il nome.
Venga, oh! tosto, quel dì! Cessi il furente
Baccar di questa erine
Licenziosa, a cui
Vanto di Libertà danno i suoi drudi,
E quanti han voglia ardente
Del reo suo grembo e dei suoi fianchi ignudi!
Ecco, a piccola pugna un'immortale
Gloria succede: col pensier trïonfa
Roma, e regina del pensier si asside
Fra' redenti latini! In alto il guardo,
Popoli tutti: il Campidoglio è questo!
Roma è Ragione e Libertà; novella
Èra incominciai Sugli altari infranti,
Da un solo amor costrette,
Gridiam, genti latine: Avanti, avanti!
Così a l'entrar ne la Città famosa
Fremeano i sensi de l'Eroe. Solenne
Era quel dì: rinascea Roma. Ornati
Di ghirlande d'allori e d'orifiamme
Splendean ponti, obelischi, archi e teatri;
E dietro a le giganti Ombre dei morti
Ivano al Colossèo festosi i vivi.
Iva anch'esso l'Eroe. Su le rovine
Titaniche di Roma un fiammeggiante
Sguardo mandava alto a l'occaso il sole:
Un incendio parea, da lo cui grembo
Si liberasse una feroce e bella
Vergine che diceva: Io son la grande
Libertà dei Latini!
Immenso e solo
Sovra ai neroniani orti grandeggia
Il vastissimo Circo, a cui da strani
Colori e bizzarre ombre un magistero
Di bengalici fochi; ondeggia il folto
Popolo, e a' plausi armonizzate e agl'inni
Le gagliarde fanfare empiono il cielo.
Non udiva l'Eroe; ben altre voci
Gli suonavan ne l'alma: echi lontani
De le passate età, vaghe armonie
De l'avvenir, preci e bestemmie escluse
Ad orecchio mortal, ghigni e sorrisi
D'idoli nani e d'uomini giganti.