I.

La provocazione.

1. Origine dinamica dello stato affettivo.—2. L’azione di _arresto_

nei fenomeni affettivi.—3. Soggettività dell’atto provocativo.—4.

Forme anomale di sensibilità nella scusa della provocazione; le

_illusioni_.—5. Le _allucinazioni_.—6. Il _linguaggio interiore_;

sdoppiamento dell’io, esempio d’un soliloquio di Lancilotto, nel

_Mercante di Venezia_ di Shakspeare.—7. Conseguenza giuridica del

turbamento d’animo nello stato di agitazione allucinatoria.—8.

Anomalia _incosciente_ d’interno processo provocativo.—9.

La provocazione e l’_isterismo_.—10. La provocazione nei

_nevrastenici_.—11. Psicologia dell’_intenso dolore_.

=1.=—Lo stato passionale, che abbiamo detto esser causa di tendenza

impulsiva al delitto, non dovea trascurarsi dal legislatore chiamato

a proporzionare la responsabilità al grado della forza soggettiva

dell’azione, diminuita da alcun motivo che ne abbia turbato il naturale

funzionamento. È legge fondamentale dinamica, che a qualsiasi azione

corrisponda uguale reazione; com’è istintiva nostra inclinazione di

respingere l’offesa con l’offesa pel risentimento contro chiunque

attenti al benessere personale od alteri l’economia psicofisica della

vita. Da ciò la prima specie di giustizia repressiva affidata alla

vendetta personale, ed il primo apparire di quella lotta pel diritto,

la quale è guarentigia di conservazione della propria esistenza. Da ciò

il dovere, nell’aggregato sociale, di limitare l’attività individuale

con apposite prescrizioni, che, degradando la responsabilità dei

malefici scusati dal turbamento della passione, sanciscano una pena

col fine di impedire l’irrompere sconfinato degli istinti brutali

della vendetta, e di ristabilire l’imperio del reciproco rispetto tra’

consociati.

Il concetto della provocazione, com’è fermato dal nostro legislatore

con l’art. 51 Codice penale, fa sì che noi ci rifacessimo alquanto

indietro col ricordare quanto si disse circa la origine delle emozioni,

massimamente di quelle dell’ira e dell’odio, e delle leggi dinamiche

onde in noi si producono gli stati affettivi di coscienza e son

cagione di atti esteriori contrarî al buon ordine sociale. Dobbiamo,

primieramente, rammentare, che qual si sia specie di sensazione non è

che cangiamento di movimento, il quale dal di fuori si trasforma nel

nostro interno ed è indizio d’una forza che agisca in conflitto od in

concorso con le altre forze esteriori.

«La sensazione—scrive il Fouillée—non è un riflesso passivo della

realtà: essa è la realtà medesima in travaglio e che senta il suo

travaglio. Il tutto non avverrebbe affatto, nel mondo, al modo usato,

se non vi avesse alcuna sensazione, ma solo dei movimenti non sentiti.

Nella ipotesi che questi movimenti fossero stati sufficienti a produrre

i medesimi effetti che oggi si producono, per preservare gli esseri

organizzati contro le influenze distruttive del di fuori, per assicurar

loro il vantaggio della lotta per la esistenza, le sensazioni, essendo

_inutili_, non si sarebbero punto prodotte, ed i fenomeni meccanici

non avrebbero provato il bisogno di aggiungersi questo estraneo

epifenomeno»[145].

Il _bisogno_, che qui il Fouillée ricava da un ragionamento di logica

conseguenza, non è che l’esponente della legge biologica di azione

delle forze sulla materia organica, non che dell’altra di reazioni

della materia organica sulle forze[146], nel senso, cioè, generale,

che la forza incidente sul nostro organismo, mentre ne altera la

precedente economia, deve essa stessa soggiacere ad una corrispondente

differenziazione.

=2.=—Il legislatore, attribuendo la ragion di scusa, della

provocazione, al momento dell’_impeto_ passionale di ira o di intenso

dolore, suppone che il giudice non trascuri gli stati precedenti

affettivi dell’animo dell’agente; anzi vuole che egli debba farne

minuta analisi per concludere, in singoli casi, se e fino a qual punto

la passione abbia degradata la coscienza e la libertà degli atti,

sì da richiedere che non si applichi la pena in tutta la estensione

voluta dalla legge. L’uomo può esser considerato come un complesso di

fenomeni, che tendono in una certa misura a sistematizzarsi: ciascuna

sua parte fisica o morale tende ad organizzarsi per suo conto, e

sovente questa organizzazione d’una parte si opera a spese d’un’altra

parte (Paulhan). Il che, a ben considerare, è la fonte della nostra

spontanea attività, che, a cominciare dal preservare l’economia

organica, è immanente in tutti gli atti della esistenza e, mentre si

appalesa nei fenomeni della vita interna ed esterna, acquista vigore

dalla lotta con i perenni ostacoli che incontra. È accettabile, quindi,

il concetto di coloro i quali nel fenomeno affettivo non scorgono che

una _tendenza arrestata_, o, in altri termini, secondo il Paulhan,

un’azione riflessa più o meno complicata, che non può riescire al

termine verso il quale riescirebbe se la organizzazione de’ fenomeni

fosse stata completa, se vi fosse armonia completa tra l’organismo o le

sue parti e la loro combinazione di esistenza, se il sistema, formato

a cagion dell’uomo dapprima e poscia a cagion dell’uomo e del mondo

esteriore, fosse perfetto[147].

=3.=—Dopo ciò, egli è a concludere, che il primo elemento ed il più

importante della scusa sia l’_atto ingiusto_, che ebbe a disorganizzare

l’equilibrio delle nostre facoltà, convertendosi in motivo di arresto

di quel normale funzionamento psichico che è condizione imprescindibile

del proprio benessere. Il quale atto, secondo che prescriveva l’abolito

Codice sardo e ritengono gl’insegnamenti della dottrina, deve essere

valutato in modo soggettivo al provocato; ondechè, al dire del

Carrara, «purchè la non sia irragionevole del tutto e bestiale, anche

la credulità erronea di aver patito un oltraggio, di avere ragione

di temere imminenti percosse o danni nella persona, deve nei congrui

termini valutarsi. Altrimenti si farebbe l’uomo responsabile della

ignoranza del proprio intelletto, o di un errore involontario. Se,

desto ad un rumore notturno, io veggo introdursi nelle mie stanze

furtivamente un estraneo, e, credendolo un ladro od un assassino,

esplodo un’arme contro di lui, non sarò io più scusabile se viene

poscia a verificarsi che nè un ladro nè un assassino era colui, ma

sibbene un infelice sonnambulo, oppure l’amante occulto della fantesca,

che aveva sbagliato di camera?»[148].

La giustizia o la ingiustizia dell’atto è in relazione ad un concetto

variabile desunto dalla somma delle circostanze che lo occasionarono,

ed in ragione al grado di _sensibilità_ con cui l’atto fu appreso dal

soggetto passivo. Indi l’infrascritto cànone: _il grado di efficacia

del motivo provocatore è indicato dalla serie delle circostanze,

le quali influirono ad aumentarne la ingiustizia e ad eccitare la

sensibilità di chi ne risentì la influenza_.

Dal quale cànone dipendono i due seguenti corollarî: 1^o _il grado di

efficacia del motivo provocatore s’innalza per le circostanze che meno

scusano l’ingiustizia dell’atto e favoriscono la proclività a reagire;_

2^o _diminuisce per circostanze in contrario senso_.

La ingiustizia dell’atto e la sensibilità del soggetto, ecco i

due termini i quali, componendosi in unico stato transitorio di

coscienza, debbono servirci per concludere alla scusa di imputabilità

in chi, reagendo, fu trasportato a commettere un maleficio. Il primo

termine è appreso dal soggetto con rapido giudizio, che si estende

a constatare la contraddizione tra l’operare altrui ed il proprio

diritto al rispetto; la niuna necessità dell’offesa, la diminuita

dignità personale, la costrizione a far ciò che non si avea in animo

di fare. Elementi o modi, questi, d’un solo giudizio, che preoccupa

l’attenzione ed, affievolendo ovvero ottenebrando ogni contrario

fattore sentimentale ed ideale, assorbe tutta l’energia in uno sforzo

reattivo, con l’oblio fin del pericolo cui si va incontro.

=4.=—Per sensibilità intendiamo il potere di recettività o di

passività del soggetto; ossia il grado di attitudine a ripercuotere in

sè le impressioni con maggiore o minore tonalità sentimentale, colorito

fantastico, senso affettivo.

Parlando delle passioni in genere, notammo il tipo del delinquente

impulsivo o d’impeto: per completare l’assunto, dobbiamo occuparci di

talune forme anomale di sensibilità ricorrenti sì spesso in delitti che

diconsi occasionati da precedente provocazione.

Parleremo, in primo luogo, delle _illusioni_ e delle

_allucinazioni_.—Non è raro il caso di assistere all’interrogatorio

d’un imputato, il quale chieda al giudice la scusa di provocazione per

fatti che la vittima nega e che nessun testimone ebbe agio di poter

constatare. Se il chiesto beneficio non sia vano pretesto suggerito

dall’astuzia o dall’interesse di ottenere una diminuzione di pena,

potrebbe esser coonestato, in congrui casi, dalla ipotesi di illusione

o di allucinazione. L’illusione è apparenza ingannatrice, errore dei

sensi: essa potrebbe definirsi _l’alterata percezione d’un obbietto

al quale si attribuiscono, per disturbo associativo o disordine

funzionale dei sensi, qualità apparenti non rispondenti al vero e che

siano il prodotto di ricordi mal tra loro organizzati, vivificati dalla

immaginazione_.

È legge generale della percezione, che, _mentre una parte di ciò che

noi percepiamo viene dagli oggetti che ci stanno dinanzi, attraverso

i nostri organi di senso, un’altra parte, ed è possibile sia la parte

maggiore, proviene sempre_ (secondo la frase di Lazarus) _dal nostro

proprio cervello_ (James).

Il materiale della esperienza e della coltura permane nei centri

cerebrali con nesso logico di ricordi e di immagini organizzati insieme

dall’unità funzionale dell’equilibrio psichico. Mettendosi gli organi

di sensi in relazione col mondo esterno, noi apprendiamo gli oggetti

con la esattezza rispondente, non che alla _realtà_ obbiettiva,

benanche alla _verità_ soggettiva: rispecchiarne in noi il mondo

esterno con visione non ingannatrice, e possiamo, con certezza di

convincimento, dar giudizio sulla esistenza ed importanza di nozioni

acquistate. Ma talora i ricordi, le immagini sono frammentarî; i nessi

logici tra le idee sono deboli ed instabili, e sulla estensione della

coscienza i pensieri fluttuano con correnti indeterminate, senza che

tra esse l’attenzione abbia sufficiente forza per arrestarne il corso

tumultuoso. È possibile, allora, che qualche ricordo sensorio-ideale

prenda, di botto, il sopravento, stimolato da sensazione di oggetto

esterno, ravvivato da interna impulsione, e che la coscienza, come

sorpresa, si arresti nel suo oscillare: ne seguirà che all’occhio della

mente si prospetti una visione che non è conforme a realtà, ma che pure

s’impossessa di noi con tal forza da farcene risentire gli effetti fin

nel fondo dell’animo. Crediamo di vedere quel che non è; e, ciò che

maggiormente preme, l’inganno proietta, nella trama cerebrale, la sua

influenza deleteria fino a travolgere il precedente ritmo psichico ed

imprimere ai nostri atti inattesa direzione.

Il fenomeno è molto più facile che avvenga tra idee emotive, appunto

perchè le illusioni, fisiologiche o patologiche, si germinano in

ambiente psichico preparato da antecedenti impulsioni rimaste abortite,

da sentimenti repressi o soffocati, da sensazioni piacevoli o dolorose

non completamente dileguate, da vivaci tendenze mal represse.

Io so di un marito geloso, che giurava di aver scorto sulla guancia

della moglie la impronta di un bacio a lei dato dal suo amante; di un

altro marito che, osservando gli occhi di un figlio neonato, giurava

che fossero celesti e somiglianti a quelli del sospettato drudo della

moglie; mentre, senza dubbio, eran neri. So di un imputato che vide

l’avversario in atto di slanciarsi contro di lui armata mano, mentre

questi non si mosse dal posto ed aveva solo il pugno stretto pel

risentimento di ingiurie contro lui pronunziate; di un altro imputato

il quale diceva di aver visto nelle mani della moglie il ritratto

dell’amante, di averlo proprio riconosciuto, mentre trattavasi, e fu

dimostrato ad evidenza, di immagine di un santo!

Riguardo ai motivi provocatori, vi sono illusioni meno considerevoli

dal lato patologico di serî disturbi sensoriali, ma, peraltro, vieppiù

importanti dal lato psicologico. Intendo parlare delle percezioni

alterate per interne disposizioni di animo, massime provenienti da

tonalità sentimentale o depressa o troppo eccitata; da qualche idea

dominante nel processo associativo; da transitoria intermittenza di

poteri riflessivi.

L’oggetto, o l’atto percepito, atteggia e riverbera il modo di sentire

e di pensare: senza accorgerci dell’errore, ne restiamo impressionati.

Un avversario avrà sorriso con aria indifferente? Noi vi scorgiamo

il sogghigno dello scherno e ce ne adontiamo. Altri avrà pronunziato

parole di consigli? Noi vi leggiamo, dal tono della voce e dal gesto,

la intenzione di disistima e di offesa.

Usualmente diciamo esser questi _ingannevoli errori_: ma, chi ben

guardi, si avvedrà che il difetto non è nell’intelletto, sibbene nei

sensi; e che l’erroneo giudizio è dipendente da una illusione.

=5.=—Affine alla illusione, ma con disturbo sensoriale più grave,

è l’_allucinazione_. «L’allucinazione—scrive il Bianchi—_è una

percezione subbiettiva_. Mentre nella illusione è l’obbietto mal

percepito, perchè il soggetto ha fornito i connotati di cui è piena la

sua coscienza, e che non appartenevano a quello, nell’allucinazione

manca addirittura lo stimolo esterno, e la riproduzione è originaria,

primitiva, dai centri sensoriali, di immagini che forse altra volta

sono state formate e registrate nei rispettivi centri. Ovvero risultano

da connotati forniti da diverse sensazioni in tempi diversi, ed

associate ora in un’immagine concreta per la proprietà creatrice del

cervello nelle stesse aree sensoriali, nelle quali sono formate e

registrate le immagini per processo fisiologico, onde queste vengono

risvegliate, per intrinseca attività degli elementi nervosi, e

proiettate di fuori, o, come si suoi dire, obbiettivate»[149].

In pratica sogliamo dire, che, dovendosi giudicare gli stati

soggettivi, l’ipotetico equivalga al reale, e noi sopra abbiamo

riportato il giudizio autorevole del Carrara per ciò che sia

l’effetto di errore: tanto più varrà nella ipotesi di illusioni o di

allucinazione.

La psicologia allucinatoria, dopo gli studi classici di Brierre de

Boismont, ha esteso il dominio in ampi confini, e si è resa dominante

nella interpetrazione di fenomeni un tempo appartenenti alle credenze

religiose e che ebbero tanto peso in avvenimenti storici di individui e

di nazioni.

La idea, il sentimento, lo abbiamo visto, hanno attività propria, anzi

non sono che forme di attività cerebrale. Il materiale psichico,

nell’attualità di formazioni, ha rapporto accidentale col mondo

esterno: esso conserva le energie immagazzinate, le attitudini latenti

atte ad insorgere e addivenire operanti, indipendentemente dalle

eccitazioni sensoriali. Il lavorio scientifico speculativo, tutto

giorno in progresso, il perfezionamento delle belle arti e gli innumeri

atti di automatismo psicologico ci addimostrano, che il mondo dello

spirito ha vita a sè, quantunque le ricchezze, di cui dispone, gli

sian venute d’altronde e si aumentino o si alterino continuamente

mercè l’opera dei sensi. In un opificio meccanico vi si osservano

gli istrumenti pel lavoro geniale: essi vennero dal di fuori; ma

gli operai, impossessatisene, se ne servono per loro conto senza

che alcuno, all’esterno, ne abbia sentore. È così che si comprende

l’allucinazione, fenomeno tutto interno, scevro dall’influsso del

senso, senza riferenza con oggetti fuori dell’io; fatto psichico

isolato o staccato dal nesso di continuità con la vita di relazione.

L’analisi introspettiva ci fa consapevoli, che le immagini percepite

si proiettano all’occhio della mente e, con moto incerto, prendono

fisonomia conforme al nostro desiderio affettivo, alle condizioni

passionali di tristezza, di gioia, di simpatia, di odio: ciò è per

ciascuno la fonte di quel vagare della mente, or dolce, or doloroso;

ora dubbio, or animato da sicurezza, or vinto da sconforto.

La sensazione fissata, sotto forma di immagine, nella memoria,

si ripresenta ed è causa di una _visione mentale_ che, giusta la

definizione di Ballet, «è quella facoltà che noi abbiamo di conservare,

sotto forma di immagini, il ricordo più o meno indebolito delle nostre

sensazioni visuali, e di riprodurre e ravvivare queste immagini sotto

la influenza di diverse sollecitazioni, per associazione di idee»[150].

E lo stesso prosegue: «Questa facoltà esiste appo ciascun di noi.

Ma essa è molto diversamente sviluppata. Mentre che alcune persone

non conservano, degli obbietti, che un ricordo vago ed una immagine

a contorni indecisi, altre ravvivano le loro immagini visuali con

grande facilità; queste immagini hanno presso essi una chiarezza tale

che l’oggetto immaginario ha quasi tutta la precisione dell’oggetto

reale»[151].

=6.=—Incontra spesso di osservare che, oltre alla visione mentale

di immagini riprodotte, andiamo soggetti al fenomeno inteso col nome

di _linguaggio interiore_ o di _parola interiore_, cioè di udizione

mentale consistente nel risveglio delle sensazioni uditive percepite

dal nostro cervello e ritenute sotto forma d’immagini, specialmente

rappresentative di segni del linguaggio (Rivarol, Egger, Paulhan,

Taine, Binet, Charma, Ballet, ecc.). La persona, la cui immagine ci si

presenta, dev’essere già stata a contatto con noi per via di qualche

atto che ci abbia lasciato nella memoria il ricordo impressionante di

disgusto o di odio; com’è, ad esempio, per antipatia, contrarietà o

dispetto. Mentrechè pel momento non ne abbiamo risentito che passeggera

impressione, in corso di tempo la rappresentazione dell’atto può

intensificarsi e convertirsi in visione allucinatoria accompagnata,

financo, da sensazioni uditive del linguaggio dell’avversario. Se,

per strana combinazione, dopo cotesto lavorio di autosuggestione,

il creduto nemico s’incontra, basterà leggiero incidente perchè

l’allucinazione, dianzi poco vivace, si accenda e scoppi con impeto

tempestoso di ira.

Altra volta, dopo la impressione, poniamo, di dispetto verso qualcuno

a séguito di sufficiente motivo, lo stato di equilibrio di animo si

affievolisce, la personalità si disgrega, si sdoppia; e noi avvertiamo

che l’io si è messo in contrasto con sè medesimo, raddoppiandosi

in una visione immaginaria persistente, in atteggiamento di aperta

opposizione. L’io primitivo, sorretto dalla ragione, dalla forza

persuasiva della educazione e dei principî di ordine, tenta e si

ingegna di lottare contro l’io novello che più e più insorge e si

ribella e contorna la persona dell’avversario con note repugnanti,

ingigantisce l’atto da lui commesso, lo delinea con tinte oscure;

risveglia, dai bassi fondi della vita animale, gli istinti sopiti della

vendetta; fa sentire, con allucinazione uditiva, proprio la voce, il

linguaggio offensivo dell’uomo che di già si odia; accende il fuoco

dell’ira e, avuta la occasione propizia, ci spinge impetuosamente al

delitto.

Un esempio di questo sdoppiamento dell’io, con la visione di contrasto

tra immaginarie energie simbolizzate nel demone e nella coscienza, lo

abbiamo in un soliloquio di Lancilotto, nel _Mercante di Venezia_ di

Shakespeare.

Certo è per me dover di coscienza

Tormi al servizio di cotesto Ebreo:

Il diavol mi sta al pelo; egli mi tenta

E dice: _gobbo_—_o gobbo Lancilotto_,

_Buon Lancilotto_—ovver: _buon gobbo_—od anco:

_Buon Lancilotto gobbo_; _su, ti spaccia,

Dàlle a gambe_, va via!—La coscienza

Risponde: _bada bene, onesto gobbo,

Onesto Lancilotto, bada bene_;

Od anche: _Onesto Lancilotto gobbo_,

Com’io dicea pur or, _non andar via,

L’aiuto non cercar delle calecagne_.

E il dimon, più animoso, di rimbecco

M’ordina di sfrattar: _Via!_ mi ripete:

_Vattene! per lo ciel!_ dice il dimonio:

_Ti decidi da forte_, a dir ritorna

Messer lo dimonio, _e netta il campo_.

Allor si apprende del mio core al collo

La coscienza, e con gran senno: _o mio

Onesto amico, Lancilotto_, aggiunge,

_Tu che figliuolo sei d’un uom dabbene_:

O meglio: _d’una femmina dabbene_—

(Poichè a mio padre talor pizzicava

Non so ch’altro sapor, non so che gusto):

La coscienza, dunque: _Statti fermo_

Dice; e il dimonio: _Va;_—_No statti_, l’altra

Replica—[152].

=7.=—Chi mi domandasse come debba estimarsi l’ultimo atto

esecutivo dell’interno proposito criminoso di individuo in preda al

sopradescritto stato di agitazione allucinatoria, risponderei: la legge

intende minorare la responsabilità in proporzione della degradata

coscienza e libertà di arbitrio; intende calcolare, tra’ criterî di

imputabilità, di temibilità del reo, di ingiustizia dell’atto, lo

stato di turbamento di animo del prevenuto: se tutto questo trova

applicazione nella specie dianzi esaminata, perchè non dev’essere

accordato il beneficio della provocazione? Il giudice ricordi sempre

l’infrascritto mònito del Romagnosi: «A parlar precisamente, l’uomo

non è mosso più o meno ad agire a misura della _realtà_ dell’utile,

cioè di quello, che le sue cagioni reali prese in sè stesse e

combinate colla natura e costituzione dell’uomo possono costantemente

e veramente apportare di bene o di male; nè meno a proporzione che

certi combinati rapporti fisico-morali possono specialmente apportare

di utile agli _altri_ suoi simili; nemmeno a proporzione che l’uomo

stesso deliberante e delinquente lo conosce più o meno _chiaramente_, o

semplicemente se lo può ripromettere con maggiore o minore _certezza_;

ma bensì a proporzione, che la di lui idea solletica ed attrae con più

o meno di forza la di lui sensibilità»[153].

8.—Un’altra forma, più difficile a considerarsi, di anomalia di

interno processo provocativo (mi si passi la frase) è quella che, di

origine, o non, patologica, si elabora nel dominio dell’inconscio,

al disotto della soglia della coscienza, tra attività ereditarie

istintive. Di ciò abbiamo, sotto altri riguardi, parlato ripetutamele

innanzi: crediamo, nonpertanto, ripeterne qui l’esame, con novelle

applicazioni.

Verificatosi il motivo, che abbia impressionata la nostra sensibilità,

ne rimaniamo turbati: tosto ritorna la calma e, per seguite

distrazioni, obliamo fin il ricordo di quanto sia avvenuto. Che anzi,

qualche volta, ritornando, con la riflessione, sul risentimento

provato, ce ne meravigliamo, sicuri di noi stessi, del potere inibitore

onde disponiamo, della forza di resistenza a qualsivoglia, non dico

reazione delittuosa, ma intemperanza di condotta. Frattanto, in corso

di tempo, il motivo provocatore, nascostosi nel buio dell’inconscio,

prende vigore a contatto di energie rimaste in perenne stato di

potenzialità: non avendo forza sufficiente di venire a galla sulla

superficie del piano visivo, rimane involuto in una specie di

vita embrionale. Ma—quando meno vi pensiamo—qualche circostanza

accidentale ferma, di sorpresa, l’attenzione sul l’insorgere d’una

preoccupazione che, apparendo tra reminiscenze del passato, fa sì

che si squarci il velo del mistero e ci si mostri la idea ridestata

della _offesa_ obliata. L’animo è preso da fremito; e noi rimaniamo

vinti, scorati sotto l’incubo opprimente di sentimenti e di triste

incertezza. Contro questo stato doloroso, affannoso si spuntano le

armi della ragione; par che all’apparire del mostro, rimasto infino

a quel momento nascosto nella tenebra, ogni buona intenzione sia

messa in fuga. Occorrendo favorevoli circostanze di ritornare a

contatto con l’offensore, noi, mercè sforzi estremi, ci adoperiamo,

col trattarlo ed esagerare la di lui vicinanza, di sfidare quasi noi

medesimi a mostrarci superiori, vittoriosi di fronte all’eccitamento

emozionale del ricordo doloroso. Però, senza avvedercene, così

operando, aggiungiamo esca al fuoco: ad un dato istante, allorchè, per

accidentalità, la vigile nostra resistenza riflessiva si indebolisca,

la marea monta rapidamente, eccitata da impreveduto pretesto; la

tempesta rugge dal fondo e la nostra volontà è travolta da impeto

infrenabile di collera. Se, in conseguenza di ciò, si verifica un

delitto, non è improbabile che il giudice, riandando sui precedenti

del fatto e notando, dall’apparenza degli avvenimenti, un presunto

stato di calma del prevenuto, la insufficienza di motivo ultimo

dell’azione, concluda per l’aggravante della premeditazione! E tuttodì

simili ingiustizie si deplorano, coonestate da niente altro che dalla

ignoranza di fenomeni per quanto strani, altrettanto conformi all’umana

natura.

=9.=—Trattando della specie e del grado di sensibilità, misura di

attenuazione d’imputabilità in dipendenza di atti provocativi, non

dobbiamo trasandare d’intrattenerci a parlare dello stato di emotività

di chi sia affetto da _isterismo_ o da _nevrastenia_, due forme

cliniche morbose altrettanto comuni ai nostri dì, quanto trascurate

nelle aule giudiziarie.

Consiste l’isteria in uno _stato costituzionale abnorme_ del cervello,

che si appalesa in tutte le funzioni, le _motorie_, le _sensitive_,

le _psichiche_ (Borri). In chi ne sia affetto, i disturbi della

sensibilità e della emotività sono polimorfi: evvi irruenza o apatia

nella vita di relazione; percezione reattiva sproporzionata agli

stimoli; esaltamento della fantasia; suggestibilità irresistibile;

predominio dell’automatismo; vivace rappresentazione e mutabilità di

carattere sui minimi toni della sentimentalità; strani orientamenti

della coscienza; saltuaria associazione tra le idee più dissimili;

fissità di idee fino alla ossessione; insorgenza di prepotenti atti

istintivi per effetto del più lieve motivo autosuggestionante (Laségue,

Esquirol, Janet, Pitres, Dally, Bianchi ed altri). La gioia ed il

dolore, la calma e la tempesta, la simpatia e l’antipatia, l’ira e la

quiete sono nella isterica gli eccessi opposti in cui si polarizza la

vita dello spirito; epperò sono i tanti segni che debbono metterci in

guardia al momento di dover giudicare su azioni commesse in conseguenza

di stati cotanto anomali. Bene spesso siamo ingannati dalle apparenze,

ondechè qualifichiamo per generosi atti ispirati al più profondo

egoismo, ed in cui non evvi di vero che la teatralità, la quale, per la

isterica, giunge fino all’architettura dei più fantasiosi progetti. La

menzogna, l’inganno sono l’armi onde questa si avvale per lo sfogo di

odi mal repressi, di preordinati propositi di vendetta: il sentimento

non si limita a muover ed ispirare le comuni disposizioni dell’animo, i

varî umori, ma invece si esalta e degenera in un vero moto passionale,

iperestesia psichica (Krafft-Ebing).

La sovraeccitabilità morbosa delle isteriche ci autorizza a ritenere

in esse estrema suscettibilità ad esaltarsi per qualsiasi motivo di

provocazione, massime, poi, allorchè questo appartenga alla sfera

dell’affettività erotica, e quindi concorra a suscitare la gelosia,

il dispetto, l’ansia del contrasto, la disperazione d’un abbandono.

L’azione suggestiva, resa incoercibile pel fascino della immaginazione,

molto facilmente, in casi trascurabili, da corpo alle ombre, finisce

di scompigliare il labile equilibrio psichico, e l’ira è l’effetto di

delirio persecutorio, con scatti od irruzione di estrema violenza.

In processi penali i più complicati, in sensazionali dibattimenti il

giudice, e massimamente il giurato, non sa rendersi ragione di delitti

atroci per fugaci motivi, che non meritano neanche l’onore di esser

presi in considerazione: l’accusata o non sa difendersi, chiusa nel

cupo dolore della sventura in cui sia precipitata, o esagera talmente

in addurre le sue ragioni da non esser creduta e, quasi sempre, da

ingenerare biechi sospetti di malizia, simulazione o dissimulazioni

inesistenti.

Quando il difensore, in vista di analoghi casi, si sforzerà di chiedere

la scusa della provocazione, sia pure per motivi futili, ma che, per lo

stato abnorme psichico della isterica, furon causa di sì gravi effetti

disorganizzatori della coscienza e di profondi turbamenti nel dominio

dell’affettività, l’accusatore, se non è all’altezza scientifica del

suo ministero, comincerà a sillogizzare sulla sproporzionalità della

causa con l’effetto, per indurne il convincimento che, riuscendo

financo strano, nella specie, che un omicidio fosse commesso per

sì lieve motivo, altrettanto più strano sarebbe lo ammettere che

all’accusata competa il beneficio della provocazione!

Fino a che, si ricordi, dalle aule della giustizia non siano banditi

gli astratti aforismi sillogistici, e non sarà sostituita, in quella

vece, la temperanza che viene dalla _relatività_ delle nostre

convinzioni, l’errore troverà la via di penetrare nella mente del

giudice e di sconvolgere i più santi principî della equità e del vero!

Tra’ criterî misuratori della scusa della provocazione il Carrara

voleva quello desunto dall’_intervallo_ più o meno lungo interceduto

fra la offesa e la reazione; appunto perchè, secondo il detto scrittore

ed altri della scuola classica, gli affetti non valgono a costituire

scusa, se non in quanto abbiano, tra gli altri, il carattere di

un’azione _rapida_ e dentro certi limiti breve, _veemente_, che vinca

la ordinaria calma della ragione.

Noi conveniamo, in genere, ad ammettere gli enunciati criterî, ma guai,

nella pratica, ad accordar loro autorità assoluta! L’elasso del tempo

può dar luogo alla calma, dopo che l’animo sia stato turbato da motivo

qualunque di offesa; ma, nè è raro che avvenga, può essere ancora

cagione per cui il risentimento si intensifichi e scoppî in impeto

susseguente di ira; la qual cosa s’incontra di solito nelle isteriche

ed in chiunque non goda la piena integrità delle facoltà sensitive ed

emotive.

=10.=—Dopo di aver accennato allo stato di sensibilità ed emotività

delle isteriche, rispetto alle conseguenze di scusa della provocazione,

diremo dei _nevrastenici_.

La nevrastenia, questo stato nevropatico, che ai nostri giorni

ripercuote i suoi effetti in sì larga misura su tutte le classi

sociali e che è l’esponente così dell’esaurimento dello spirito

in lotta con sè stesso, come dello sperpero inadeguato di energia

per le necessità dell’esistenza, è da poco tempo che dallo studio

del psichiatra è passato allo studio del psicologo-giurista, e ciò

pel fine di illuminare il giudice in continui dubbî e difficoltà

ingenerati in lui allorchè si trova a dover sentenziare sul grado di

imputabilità di infelici talora reputati ingiustamente i più proclivi

artefici di delitti, sol perchè meno adatti ad avvalersi dei mezzi di

freno suggeriti dalla società civile. Avendo per fondo degenerativo

una _debolezza irritabile del sistema nervoso_ (Krafft-Ebing), la

nevrastenia va distinta dai seguenti caratteri psichici: atonia

generale, con alterazione funzionale del senso cenestetico; passività

della coscienza a qual si sia stimolazione esterna o interna;

abbassamento dei poteri discriminatori con relativa ripercussione

nei processi associativi; affettività tumultuosa, violenta;

intermittenza di coscienza in periodi transitori; avventatezza nelle

azioni; imprevidenza dell’avvenire; veemente insorgenza di idee

fisse, che assediano l’animo, e ne turbano il ritmo dell’equilibrio;

proclività alle passioni impetuose, massime all’ira, alla vendetta;

sovraeccitazione, commozione che possono giungere al grado di

scompigli deliranti. Specialmente la forma eretistica comprende, al

dir del Bianchi, individui spesso abbastanza evoluti nella sfera dei

sentimenti e dell’intelligenza, ma che sotto i più leggieri stimoli

si sovraeccitano, si commuovono, esagerano nei giudizî e nelle azioni

sulle quali non possono esercitare il debito controllo, con sperpero

mutile di energia; sono violenti, impulsivi, si allarmano per nulla e

precipitano le cose[154].

=11.=—Fu lodevole pensiero del nostro legislatore di aggiungere alla

vecchia nozione della provocazione, ristretta al turbamento dell’ira,

benanco la ipotesi di minorata responsabilità in conseguenza d’impeto

d’intenso dolore.

Discorremmo della cenestesi del criminale e dei concomitanti somatici

del dolore: per completarne la conoscenza dobbiamo penetrare più

addentro nell’anima del delinquente e veder come, esso dolore, si

germini e si confonda con l’attività dell’energia criminosa, e si

addensi e preoccupi di sè le più ascose ed intime parti del cuore.

Lo vedete quell’uomo che, ricco per fortunata posizione sociale,

rispettato ovunque, traeva, non è guari, vita tranquilla e felice,

abbellita dalla pace domestica, lusingata da fulgide speranze

nell’avvenire? Egli ora è cogitabondo, è stanco, abbattuto; poco ama

il conversare, punto si diletta delle comodità onde dispone: talora

inclinato a mestizia, il più delle volte concentrato in cupi pensieri,

preoccupato da un mistero che ei si adopera di tener chiuso in sè,

geloso che se ne indovini l’esistenza. Se egli opera, se ei conversa,

l’acuto osservatore indovina in lui il turbamento, l’indecisione,

il timido balenare del pensiero: la fede nell’avvenire è scossa;

la mente, ad intervalli, si abbuia, e l’uomo, che poco prima parea

oggetto d’invidia, è reso segno di curiosa attenzione del pubblico,

di diffidenti riguardi da parte degli intimi. Nell’animo di lui è

penetrato dapprima il sospetto, poscia il convincimento di tradimento

della fede coniugale, in addietro fonte di beatitudine tranquilla,

di fervido lavoro, di sacrificî pazienti. In lui ha preso imperio il

dolore, il quale, per essere più intimo, è altrettanto più mesto,

più sconsolante: non trovando sfogo nelle affettuose confidenze,

si concentra ed assedia l’animo e ne estingue qualunque risorsa di

sollievo.

Incerto sui rimedî a tanto male, l’infelice non sa che straziare sè

medesimo; ansioso che da sè si allontani l’amaro calice costretto a

sorbire goccia a goccia, non sente più amore alla vita trasmutatasi

in teatro di amarezze: premuroso di conservare il bene sommo

dell’esistenza, l’onore, sente ribollire nel cuore la passione

dell’odio, dell’ira contro chi fu causa volontaria della grave

offesa: sull’orlo del baratro scavatosi sotto i suoi piedi, egli non

teme d’altro che di non soddisfare al dovere impostogli di vendicare

l’oltraggio sopportato, di ristabilire, quand’anche col delitto, il

suo equilibrio morale sconvolto dall’onta del talamo violato. L’idea

fissa—scrive Bourget—produce sul nostro cuore il medesimo effetto

che un punto brillante ed immobile sui nostri occhi; ella ipnotizza

l’essere dominato e circoscrive la sua sensibilità ad un cerchio

affatto piccolo di sensazioni.

Così, lo sventurato coniuge tradito, vittima di intenso dolore, o

agitato da tutte le furie; dalla gelosia, che lo richiama alla perduta

dolcezza dei godimenti dell’amore e gli incute repugnanza per chi

sprezzava la sua felicità nel darsi alle voglie altrui; dal pensiero

del disonore cagionato alla persona, al cognome, ai figli, ai parenti;

dal convincimento di un male irrimediabile, non colmandosi il vuoto

scavato dal disonore se non col ricorrere al mezzo estremo della

vendetta!

Il descritto esempio è tra i tanti di dolori intensi per motivi intimi;

ma altri vi sono, che si convertono in cause di delitti e si scusano,

oltre che dalla legge, per comune sentimento di pietà, di compatimento

dei tristi destini inseparabili dalla misera vita umana.

La emozione comune agli stati, alternanti o continui dell’intenso

dolore, è la _tristezza_, il cui tratto caratteristico fisiologico e

della fisonomia è l’azione paralizzante ch’ella esercita sui muscoli

volontarî (Lange).

Ella o è negativa o positiva: nella prima forma invade e riempie di

sè l’animo, abbattendolo e privandolo fin della speranza di rimedio;

l’energia personale si abbassa al disotto del livello di reazione

istintiva; è disseccata la fonte del desiderio, del volere; è

ottenebrato l’orizzonte del pensiero; annichilito lo spirito, chiusa

la via alla speranza; prostrata benanco la forza di protestare o di

chieder l’altrui compianto. L’uomo è distrutto, poichè a lui venne meno

ogni puntello all’esistenza, ed è noto a tutti, che la vita è sorretta

da illusioni, da fede, da ideali; guai a chi se ne spogli e crea a sè

d’intorno il vuoto; misero chi, per disavventura, siasi ridotto in

condizione cotanto abbietta!

Ma la tristezza può essere attiva (seconda forma); quel che, di

solito, incontra nel secondo stadio di forte dolore morale. L’uomo

comincia, poco a poco, col riattivare i motivi d’interesse alla vita;

con sforzi di autosuggestione ricupera la fede in sè, e negli altri;

l’orizzonte del pensiero si spiana, il volere è pronto, impaziente

d’indugi. Molti—osservatori poco accorti—facilmente scambiano questo

stadio, dirò così, accomodativo dell’intimo dolore d’un’offesa, con la

calma generata dal convincimento e dall’assuefazione, nella vittima,

di deporre il risentimento e sopportare, anche in avvenire, con

rassegnazione l’onta patita o direttamente o indirettamente. La calma

apparente può nascondere, al disotto, il furore tempestoso dell’anima

di Otello, ovvero la riflessione cupa, inflessibile, aspettante

l’opportunità della vendetta, siccome in Amleto; ma il dolore continua

a dominare, e, quando altri meno sel creda, irrompe furente alla

vendetta, con meraviglia di chi credette, per l’apparente calma,

quetata la tempesta, la quale, all’incontro, tenendosi nascosta nel

fondo dell’animo, avea bisogno di nuovo soffio di vento per scoppiare e

travolgere ogni cosa!

Psicologia criminale · 第 29 / 59 题