La dinamica dei motivi.
1. Centro di attività psichica; che si intenda per motivo, impulso,
movente.—2. Motivi sensitivi, rappresentativi ed ideali.—3. Che cosa
s’intenda per _motivo criminoso_; differenza tra i motivi di azioni
lodevoli ed i motivi di azioni riprovevoli.—4. Postulati sull’energia
del motivo e sullo stadio evolutivo dei motivi criminosi.—5.
La dottrina della inibizione, base dinamica della coscienza
criminosa.—6. Modi onde avviene il processo integrativo psichico
della energia dei motivi.—7. Assimilazione e fusione dei motivi.—8.
L’addizione o la sovrapposizione del processo integrativo psichico dei
motivi.—9. Stato emotivo criminoso.
=1.=—Nella coesistenza e successione degli stati di coscienza è a
notare la maggiore o minore permanenza di qualche centro, sensitivo o
intellettivo, di attività, al quale convergono, per impulso di affinità
o di analogia, delle correnti che atteggiano l’io a propria fisonomia e
ne differenziano le qualità accidentali. Il centro di attività psichica
è causato dalla sovrapposizione, agli stati precedenti di coscienza,
di novello elemento il quale, cominciando col divergere le correnti
interne, finisce per dirizzarle ad un punto diverso od opposto a quello
cui dianzi tendevano. La espressione _centro di attività psichica_ è
presa nel senso reale, perchè l’alterazione o cambiamento di coscienza
per noi equivale a nuovo modo onde l’energia dell’io sposta il suo
centro di gravità; dovendosi ritenere che, nella reciproca attrazione
di coefficienti interni, la gravità prevalente sia prodotta dalla
maggiore energia di azione o di reazione di fronte alle energie
concorrenti. L’elemento transitorio integrativo o disintegrativo degli
stati di coscienza noi l’appelliamo _motivo_, _impulso_, _movente_.
Esso _a_) è contraddistinto da una energia propria iniziale; _b_)
è sottoposto alla legge generale di causalità ed alla speciale
di assimilazione; _c_) agisce o reagisce sugli stati precedenti
concomitanti o consecutivi secondochè corrisponde ai medesimi per
natura organica ereditaria, per grado di attività genetica o per unità
di coerenza.
=2.=—I motivi si distinguono, secondo i piani successivi degli
stati di coscienza, in sensitivi, rappresentativi ed ideali. Il lato
sensitivo del motivo è accidentale, transitorio; resta, però, di esso,
nella serie progressiva di trasformazione psicofisica, qualche cosa
corrispondente al _grado_ ed alla _natura_ della energia in attività,
e che, permanendo, si riproduce quantitativamente nei fenomeni di
coscienza ond’è seguito.
Maggiore energia occorre perchè l’impulso o motivo sensitivo si
ripresenti o riproduca; il che s’intende dal riflettere che il motivo,
per la primitiva azione sensitiva, trova il soggetto in istato di più
o meno passività e quindi incontra minori ostacoli reattivi; mentre,
riproducendosi, deve vincere le difficoltà provenienti da stati
similari od opposti coesistenti ed il cumulo di reazioni inerenti alla
natura del soggetto.
Nel piano ideale il motivo assomma la energia di tutti i sentimenti
ed i rapporti mentali ond’è preceduto ed accompagnato. Trasformatosi
in idea od in concetto esercita sulla condotta la influenza che il
Baldwin chiama _suggestione motrice_. Essa significa—secondo il detto
psicologo—che noi non possiamo avere alcun pensiero o sentimento, sia
che provenga dai sensi, dalla memoria, dalle parole, dal contegno o dal
comando degli altri, che non abbia una influenza diretta sulla nostra
condotta. Noi non possiamo per nulla evitare l’influenza dei nostri
proprî pensieri sulla nostra condotta, e spesso gli avvenimenti più
comuni della nostra vita quotidiana agiscono come suggestione di fatti
di grandissima importanza per noi stessi e per gli altri[13].—E qui
cade a proposito un’altra originale osservazione del Baldwin; che cioè
noi non possiamo eseguire un atto qualsiasi senza che gli corrisponda
nella nostra mente il pensiero o l’immagine o la memoria che spinge
all’azione. Questa dipendenza dell’atto dal pensiero, che lo spirito ha
in un dato momento, si dimostra in modo evidentissimo in certi casi di
paralisi parziali, ecc. Un numero considerevole di tali casi autorizza
a stabilire il principio generale, che per ognuno degli atti, che
abbiamo intenzione di compiere, noi dobbiamo avere qualche modo
particolare di pensare l’atto stesso, o di ricordare l’impressione che
esso produce e la forma che possiede; noi dobbiamo avere nello spirito
qualcosa di _equivalente_ all’esperienza del movimento stesso. Questo
principio vien detto dell’_equivalente cinestetico_, espressione che
perde il suo imponente aspetto quando ci ricordiamo che _cinestetico_
non significa altro se non la coscienza del movimento[14].
=3.=—Quando diciamo _motivo criminoso_ intendiamo dire determinante
del delitto. Ne segue, che la parte fondamentale della psicologia
criminale consista appunto nell’esame dinamico dei motivi. Il che non
sfuggiva al grande Romagnosi, il quale assegnava tanta parte, nella
genesi del diritto punitivo, alla dottrina dei motivi. Sarei, anzi, per
dire, che la specialità delle discipline repressive sia la conseguenza
di vedute teoretiche e pratiche intorno ai motivi delle azioni che noi
giudichiamo violatrici della legge penale.
Tra’ motivi di azioni lodevoli ed i motivi di azioni riprovevoli non
vi ha differenza dinamica se non per gli elementi che, nel dominio
psichico, li generarono o li precedettero ed accompagnarono. Questi
elementi sono di natura rappresentativa ed ideale; sono anche di
natura emotiva e si distinguono per certo grado di intensità della
loro attività evolutiva. Suppongasi, ad esempio, che Tizio abbia
ucciso Sempronio: il motivo può essere la vendetta o l’odio. Ma ciò
nulla spiegherebbe, chè la vendetta o l’odio per tanto mostrano di
impulsività per quanto, alla loro volta, sono generati ed animati
da altro stato di coscienza, o coefficiente dinamico, che, nella
fatta ipotesi, potrebbe essere l’idea ed il sentimento dell’_offesa_
ricevuta. E non basta ancora. La offesa qualche volta merita ed attira
il perdono: perchè nel caso di Tizio fu cagione di spinta all’omicidio?
È da osservare due cose: la prima, che qualunque stato di coscienza
agisce e reagisce sugli stati concomitanti; ha un ritmo di equilibrio
mobile con tendenza ad addivenire stabile: la seconda, che nell’azione
e reazione di ciascuno stato sugli altri, il processo integrativo
psichico, che ne consegue, ha per fulcro l’unità cosciente dell’io
col grado quantitativo di attitudine all’adattamento. Chi voglia,
perciò, dallo stato emotivo interno, prodotto dall’offesa, estendere
la riflessione sugli stati che, in dato momento della nostra vita
psichica, sono ad esso concomitanti, deve rendersi di ciò conto col
constatare i rapporti intercedenti fenomenici, senza punto pretendere
di coglierne il nesso intimo ed essenziale: l’umana conoscenza non può
estendere il suo potere oltre la ricerca delle circostanze subbiettive
ed obbiettive dello stato individuale di coscienza, circostanze che
formano l’ambiente in mezzo a cui il motivo agisce ed a cui l’io è
indotto necessariamente ad adattarsi. Tizio, per proseguire l’esempio,
nel momento dell’offesa era eccitato per questa o quest’altra ragione;
in lui la offesa ebbe presa maggiore perchè fatta alla presenza di
persone di cui egli voleva conservare la stima; in pubblico, mentre,
per circostanza accidentale, egli era alquanto ebbro, esaltato da
precedente dispiacere, e così via dicendo.
=4.=—In conclusione di quanto si è esposto raccogliamo i seguenti
postulati: _a_) La energia del motivo ritrae dell’azione o reazione
degli stati di coscienza similari coesistenti e successivi; ne
aumenta o diminuisce il grado secondo lo adattamento individuale
alle circostanze favorevoli o sfavorevoli; _b_) I motivi _criminosi_
appartengono segnatamente allo _stadio evolutivo_ degli stati
rappresentativi od ideali; la loro energia è in ragione della
complessità degli elementi con i quali sono in rapporto di causalità e
di successione.
Il primo postulato è abbastanza chiaro da non richiedere ulteriore
spiegazione. Non così il secondo. Esso s’intenderà bene quando si
pensi, che per _stadio evolutivo_ vogliamo significare il processo
dinamico integrativo o disintegrativo di coscienza, quel periodo, breve
o lungo che sia, durante il quale avviene il cambiamento di stati
interni con moto equivalente all’impulso iniziale, trasformato, del
motivo. Il cambiamento o il moto si determina tra stati rappresentativi
ed ideali. Finchè il motivo fosse presente, senza uscire dalla sfera
della sensibilità o dell’affettività, non produrrebbe reazione se non
istintiva od automatica. Noi istintivamente allontaniamo la mano dalla
fiamma che ci scotta, ci avviciniamo al cibo quando siamo tormentati
dalla fame. Se, in simili operazioni, alla mente non si affaccia o
ripresenta l’idea, che la fiamma bruci, che il cibo sia il mezzo per
soddisfare il bisogno della fame, non si hanno azioni coscienti di cui
si possa esser chiamato a rispondere. Il processo psichico evolutivo
comincia dal momento che la energia del motivo passa la soglia della
coscienza e si prospetta all’attenzione con fisonomia propria, sia
trasformandosi in immagine, più o meno vivace e colorita, del fatto
esteriore, sia destando sentimento di piacere o di dolore in precedenza
non provato. Si ha la prima ipotesi allorchè la mente ha avuto agio
di riprodurre, o per ricordo o per istantanea rappresentazione, il
fatto nella totalità delle circostanze determinanti il cambiamento,
integrativo o disintegrativo, di coscienza; il che succede quando
l’individuo ha qualità atte ad imporsi una certa calma, mediante l’uso,
anco momentaneo, dei poteri inibitorî di arresto. Il cambiamento, che
ne segue, o integra la coscienza, procurandole nuovo stato che con
i precedenti si accordi e si armonizzi, dando luogo ad equilibrio
più stabile; ovvero la disintegra, causando un turbamento, il cui
effetto si compie esternamente con azione criminosa. Chi ne desideri
la dimostrazione ricordi due esempî. Per fortunate circostanze
della vita versiamo in istato di contentezza; inopinatamente ci si
annunzia qualche notizia apportatrice di grande consolazione. La
notizia è appresa e ripresentata alla mente con i caratteri piacevoli,
ond’è accompagnata; essa influisce ad accrescere lo stato interno
di felicità, ossia integra, rafforzandolo, il precedente stato di
equilibrio di coscienza.
Suppongasi, all’opposto, che ci venga riferita qualche notizia
dolorosa; essa mette subito in agitazione l’animo e finisce con lo
squilibrare, disintegrandolo, il precedente stato di coscienza.
Ognuno vede che nella rappresentazione, o riproduzione immaginaria, del
fatto esterno, si accompagna un senso di piacere o di dolore. Allorchè
tale senso, attesa la intensità, è fenomeno secondario o semplicemente
conseguenziale della rappresentazione ideale del fatto, obbietto del
motivo, il cambiamento di coscienza segue il processo più normale,
con serie di trasformazioni interne percepibili; ma, avvenendo il
contrario, nella ipotesi che la impressione piacevole o dolorosa
predomini con potere irresistibile, qualunque reazione di arresto si
indebolisce o sparisce, e ne succede il repentino scoppio dell’azione.
=5.=—A meglio chiarire gli enunciati principî, racchiudenti la teoria
fondamentale della dinamica dei motivi in genere, e dei criminosi in
ispecie, sentiamo il dovere di ritornare sulle idee avanti espresse
intorno alla importanza da accordarsi alla dottrina della inibizione,
base, senza dubbio, della genesi dinamica degli atti di coscienza più
interessanti allo studio del delinquente.
Tra le teorie svolte da Lourie, e riassunte magistralmente dall’Oddi,
in un libro[15] che tutti i cultori di psicologia dovrebbero meditare,
intorno alla inibizione, opino che la più esatta sia quella insegnata
dal Wundt, cioè che non vi sono apparati distinti per l’inibizione,
bensì esistono diversi processi, uno _attivo_ di _eccitamento_, l’altro
_depressivo_ di _inibizione_.
È teoria fondata sulla _meccanica molecolare_; sul principio
che l’aggregazione fisica (molecolare) e l’associazione chimica
(atomica) presentano analogia completa in quanto si riferisce al
lavoro molecolare. «Il sistema nervoso—riferisce l’Oddi—non entra
in attività se non viene _irritato_ da qualche stimolo. È mestieri
dunque distinguere lo stato di attività e lo stato di riposo. Questo
stato di riposo non è che apparente, come in tutti i casi nei quali
si tratta di stati stazionarî del movimento. Gli atomi di queste
combinazioni complesse eseguiscono dei movimenti continui. Essi
sortono da tutti i lati, dalle sfere di azione degli atomi, ai quali
essi erano legati fino a quel momento, entrano nelle sfere d’azione
di altri atomi, che sono egualmente divenuti liberi. In altri
termini, si hanno dissociazioni ed associazioni; e se all’esterno
non apparisce nulla, gli è perchè questi due processi contrarî si
compensano vicendevolmente. Lo stato di riposo, adunque, è uno stato di
equilibrio. Il lavoro molecolare interno resta press’a poco _costante_,
il lavoro esterno press’a poco _nullo_. Nel nervo, durante il processo
di eccitamento, quando, cioè, ad esso viene applicato uno stimolo, due
effetti opposti si manifestano: un effetto _stimolante_, che apparisce
sotto forma di contrazione muscolare, secrezione, sensazione, ecc.; un
altro _inibitore_, che tende a sopprimere il movimento, a sospendere la
secrezione, a ricondurre il nervo allo stato primitivo di equilibrio.
Questi due effetti cominciano nel nervo contemporaneamente: sul
principio predominano gli effetti di arresto; quando lo stimolo è molto
debole, questi possono essere la sola manifestazione dell’irritazione,
poichè gli effetti opposti non arrivano ad estrinsecarsi; se invece
lo stimolo è forte, gli effetti d’arresto, che crescono molto più
lentamente che non quelli di eccitamento, vengono tosto superati
da questi ultimi. L’effetto finale, il risultato esterno, è una
contrazione muscolare o un equivalente. Riferendoci ai dati meccanici
sopra esposti, ciò vuol dire che per l’influenza dello stimolo
irritante si rompe nel nervo lo stato di equilibrio: le molecole e gli
atomi subiscono una specie d’urto che li spinge ad entrare in nuove
combinazioni. E la spinta è doppia, poichè doppî sono gli effetti;
e si ha contemporaneamente lavoro positivo e lavoro negativo, con
prevalenza del primo.—In ultima analisi ed in modo riassuntivo, si può
dire che per Wundt il processo di eccitamento rappresenta l’effetto
della disintegrazione del tessuto nervoso, quello dell’inibizione è
l’espressione della sua integrazione»[16].
=6.=—La efficacia criminosa del motivo non si comprende bene se,
dopo essersene conosciuta la genesi, non se ne conoscano i modi di
adattamento nella coscienza individuale o collettiva.
Il processo integrativo psichico della energia dei motivi avviene:
_a_) o per assimilazione; _b_) o per fusione; _c_) o per addizione o
sovrapposizione sulle energie dei precedenti stati di coscienza.
L’assimilazione del motivo criminoso va intesa nel senso che le qualità
ereditarie individuali si prestino ad identificare, con la propria
natura essenziale, la efficacia dinamica del novello coefficiente
entrato nel campo della coscienza; il che importa adattamento,
dell’elemento accidentale, all’ambiente morale predisposto dalla natura
ereditaria dell’individuo. L’adattamento avviene in modo _spontaneo_
quando tra il novello coefficiente ed i vecchi siavi _identità_
assoluta; mentre, poi, occorre un certo sforzo di interna tensione
allorachè tra essi siavi sola _uniformità_. La proclività, o facilità,
e la repugnanza ad assimilare dati sentimenti o date idee non sono
che effetti di quanto è detto: noi crediamo che ciò dipenda da libera
scelta, ma non è guari difficile accorgerci di essere soggetti ad
un’illusione, facilmente spiegabile se si rifletta allo sforzo, qualche
volta inutile, per vincere la tendenza o la resistenza di stati di
animo in contrasto con impulsi che ne variano l’atteggiamento.
Se due correnti di due diversi fiumi si incontrano in un punto e
scorrono sul medesimo declivio, si mescoleranno senza difficoltà e
continueranno il loro percorso: ma, se le correnti sono di opposta
direzione, prima che si uniscano e perdano l’apparenza di direzione
diversa, è d’uopo che tra loro succeda un contrasto, un gorgoglio, e
che insieme si rimescolino a seconda la prevalenza di spinta o di più
agevole piano su cui ciascuna scorre.
=7.=—Nel processo di assimilazione, dei motivi, si tien conto
dell’adattamento alla natura ereditaria individuale; in quello di
_fusione_ l’attenzione cade specialmente sulle relazioni intercedenti
tra la energia del coefficiente psichico rappresentato dal motivo e
l’energia di coefficienti acquisiti ed assimilati in precedenza. Nella
fusione dei motivi le correnti psichiche impulsive al delitto sono
tante forze concorrenti la cui risultante consiste nella loro somma
organizzata ed unificata dalla tempra del carattere individuale. La
convergenza delle correnti si verifica per l’attrazione di qualità
ereditarie o acquisite; la differenza, tra esse, sparisce subito che
il moto potenziale addiviene attuale e si ristabilisce l’equilibrio
relativo.
=8.=—L’addizione o la sovrapposizione del processo integrativo
psichico dei motivi si origina, per lo più, in un periodo _statico_
dell’io criminoso.
O che questo periodo sia precedente all’altro di preparazione e di
esecuzione del delitto, o che interceda tra atti intermedî, certo è che
esso è contrassegnato da maggior calma interna e comporta il potere di
controllo della riflessione. Insomma, nell’addizione dei motivi, alla
mente appariscono chiari i termini che debbono sommarsi o sovrapporsi.
La educazione e le mal contratte abitudini molto influiscono a
sovrapporre, al carattere primigenio e spontaneo personale, delle
tendenze o inclinazioni le quali finiscono per avere il sopravvento
ed alterare l’equilibrio interno; di guisa che, data la occasione
propizia, lo stato di coscienza si turba e subisce la trasformazione
che ad esso imprime qualche motivo accidentale sopravvenuto.
Non essendo avvenuta la fusione delle correnti di energie sovrapposte,
sarà agevole, mediante l’uso di potere inibitorio, di sceverare,
nell’addizione, i termini a sommarsi, e di paralizzare quei motivi
che, estranei all’indole ed al carattere individuale, riescirebbero
altrimenti a turbare l’equilibrio ed a spingerci al delitto: il che
avviene quando, con mezzi preventivi, si allontanano le occasioni
propizie all’insorgere di sentimenti e di passioni incomposte, oppure
al formarsi di idee di egoistici intenti prevalenti.
=9.=—Il lato emotivo del motivo criminoso attiene al sentimento.
Dipendendo l’azione del motivo dalla serie di atti ripetuti in tempi
successivi, il sentimento dapprima è di disgusto, di repulsione ed
ha pochissima presa nel campo della coscienza. Basta che correnti
piacevoli o dolorose attraversino l’animo perchè il velo dell’oblio
si estenda sulla triste impressione provata. Ma, ammesso che il
motivo si ripeta e la riflessione ci avverta che possa ulteriormente
rinnovarsi, al disgusto succede l’impulso rapido ed alquanto intenso
che, rafforzandosi pel ricordo del precedente atto repulsivo, si
trasforma in sentimento di odio. Comincia dal fondo della coscienza
a venire a galla il primo conato reattivo; però ben tosto è represso
per la speranza che l’atto non abbia a ripetersi e per l’influenza
dei controstimoli emotivi interni. Durando l’azione del motivo, con
graduale attenuazione si indebolisce in noi il potere spontaneo
inibitorio e si crea un ambiente psichico più adatto alla germinazione
di sentimenti e passioni di cui per lo innanzi non si aveva l’esempio.
Lo stato interno, che vieppiù si va specializzando, è qualificato da un
senso di costrizione o di depressione; l’io si avvede di esser sotto
l’incubo di potere estraneo e, per quanto si sforzi a liberarsene,
comprende che riesce vano. Ne succede lo stato di sconforto: la vittima
è consapevole che la forza di resistenza comincia a venir meno, e si
addolora al pensiero dell’abisso che si scava nell’animo ed in cui
potrebbero precipitare tutte le buone intenzioni, i naturali istinti
di rettitudine. Durando tuttavia il motivo, di tratto in tratto il
campo visivo della coscienza si restringe, si abbuia: l’inconscio
piglia il predominio e l’animo è maggiormente oppresso da ricordi di
precedenti stati di felicità, da idee frammentarie che passano con
rapido corso innanzi alla mente, mostrando appena da lontano un lembo
luminoso od oscuro di loro esistenza, la visione crepuscolare di
avvenire incerto, alterato dalla fantasia, con aspetto reso pauroso
dall’incertezza e dal mistero. L’epilogo di questo dramma psichico
si compie o con irresistibile reazione, per la scarica di energia
scoppiata con atti rapidi ed irrefrenabili, ovvero, allorchè l’azione
del motivo sia perdurata, con indebolimento totale dei controstimoli e
con l’insorgenza di poteri reattivi di disordine.
La emotività del motivo è ben altra cosa dalla serie di emozioni
speciali che, in tempo più o meno prossimo alla prima spinta al
delitto, destansi nell’animo. Inoltre, lo stadio criminoso della
emotività, per chi voglia comprenderne a fondo lo sviluppo, dev’essere
esaminato, non solo nel corso ordinario di genesi e di progresso, ma,
in singolar guisa, per rispetto alle categorie di delitti ed alla
diversità dei motivi capaci ad esercitare un’azione sui medesimi. La
emotività, nei delitti di scoppio repentino e tumultuoso di passioni
di ira, di odio, di vendetta, non sorpassa la sfera del sentimento;
mentre, nei delitti di calcolo e di riflessione, si estende fin nel
campo della ideazione. Si prenda in esame il delitto di furto. Il
ladro, nel concertare il piano della sua azione, è animato dalla idea
di arricchire, la quale idea, alla sua volta, si converte in iscopo o
intento del delitto. Chi ben rifletta sul contenuto dinamico dei motivi
del furto, si accorgerà di leggieri che questi sono scevri della vivace
impulsità passionale propria dei reati d’impeto, causati da odio o da
vendetta. Il lato emotivo rilevante, nel furto, è affatto ideale, nel
significato d’intento calcolato alla stregua di mero interesse. Ciò
costituisce il peculiare stato psichico che io chiamo _stato emotivo
ideale criminoso_, dipendente da bisogni insoddisfatti, da desideri
vivi, da speranze o lusinghe di miglioramento di benessere personale.