Sulle ventitrè e tre quarti.
Il valentuomo parlò per tre ore alla fila, con quella abbondanza
punto volgare, e con quella concitazione, forse un tantino retorica,
ma sempre efficace, che formavano il pregio singolare di tutte le sue
orazioni. Chiaro e preciso nella esposizione del fatto, accorto nel
dissimulare i lati deboli della sua argomentazione, fu vivacissimo
nella dimostrazione, flagellando a sangue gli argentari, contro i
quali, raccolte tutte le prove e gli indizi che per lui si potevano,
invocò il rigore delle Dodici Tavole. La legge parlava chiaro: «se
taluno dà a prestito oltre il dodici per cento, sia condannato nel
quadruplo.»
E qui, lasciando le prove, seguiva un caldo elogio delle Dodici Tavole,
fonte d'ogni pubblico e privato diritto, e insegnamento necessario,
che a ragione i cittadini romani imparavano a memoria, fin dalla più
tenera età. «Insieme con le leggi civili e coi libri dei pontefici, la
raccolta delle Dodici Tavole ci offre (diceva l'oratore) l'immagine
intiera dei tempi antichi; ci si trova la vecchia lingua dei padri
nostri, e certe forme di _azioni_ usate allora ci fanno entrare nei
loro costumi e nel loro modo di vivere. Il governo della cosa pubblica
è tutto in quelle leggi, come vi è compresa tutta la filosofia. Le
leggi, infatti, son quelle che c'insegnano a cercare e a pregiare
sopra ogni altra cosa la virtù; in esse è il premio al valore,
all'onestà, alla giustizia; in esse hanno i vizi e le frodi la loro
ammenda, l'ignominia, il carcere, le verghe, l'esilio e la morte. E
non già per via di lunghe ed oscure argomentazioni, bensì per la loro
autorità suprema e le loro decisioni imperative, esse c'insegnano
a padroneggiare le nostre passioni, a frenare i nostri desiderii, a
difendere le nostre proprietà, e a non recare sull'altrui le avide
mani, od anche un solo sguardo di cupidigia. Gridi ognuno a sua posta,
io dirò tuttavia ad alta voce il mio pensiero. Sì, il libro delle
Dodici Tavole, sorgente e principio delle nostre leggi, vale esso,
da solo, e per la sua ragguardevole autorità e per la sua feconda
utilità, tutti i trattati di filosofia. Quanto i nostri maggiori
andassero innanzi per sapienza a tutte l'altre genti, assai facilmente
intenderete, quando vi piaccia di paragonare le nostre leggi con quelle
dei loro Licurghi, Draconi e Soloni. È veramente incredibile, quanto
ogni legislazione civile sia, a petto della nostra, grossolana e direi
quasi ridicola.»
Marco Tullio era scaltro, come vedete. Gli avversarii invocavano
contro il suo cliente le Dodici Tavole, ed egli vinceva la mano agli
avversarii, facendosi primo a lodarle. Inoltre il pretore Rutilio Cordo
aveva dato fuori pel suo anno di magistratura un editto, il quale non
era altro che una parafrasi di quelle vecchie leggi; e a quell'uomo
bisognava entrargli nelle grazie con ogni maniera di artifizi.
«Mi volgo a te, — proseguiva Cicerone, — mi volgo a te, Marco Rutilio,
uomo santissimo, del quale io dubito se sia nato mai in Roma nostra il
più umano nei costume, il più retto nell'operare, il più ossequente
alle leggi, donde ha saldezza d'ordini e fondamento di grandezza la
repubblica. Mi volgo a te, arbitro della giustizia, e chiedo se i
nostri giovani spensierati, appunto per questo difetto dell'età, che
gli anni troppo facilmente correggono, debbano sottostare all'imperio
degli uomini perversi, che delle sante leggi si giovano per dar
lusinghe e via facile allo sperdimento delle ricchezze. Sian severe
le leggi, e lo sembrino anche di più; non io me ne dolgo, ben sapendo
come giovi, più del loro medesimo peso, il santo terrore che incutono
ai trasgressori. Ma appunto perchè sono severe, noi dobbiamo sperarle
benigne per noi. Gravi furono fatte dai nostri maggiori, non perchè
colpissero i buoni, fuorviati dalla imprudenza propria, o dal raggiro
altrui, ma perchè il loro rigore cadesse tutto sui raggiratori e sui
tristi.
«Questo che io dico, tu credi, ed hai mostrato d'intenderlo in quel
tuo sapientissimo editto, che durerà certamente nella memoria dei
posteri, quanto il ricordo delle sante tavole a cui esso s'informa.
Oh veramente anno fortunato per Roma, quello in cui tu conseguisti
la pretura, perchè la tua giurisdizione, raffermando l'imperio della
legge, insegnerà le vie del ravvedimento ai giovani nostri, dimentichi
dell'antica severità di costume, e colpirà in pari tempo i malvagi
adescatori della gioventù inesperta, ai quali sembra (e in ciò, per
Giove, s'ingannano!) che i nostri venerandi maggiori per altro non
abbiano sudato intorno alle fonti della giustizia, se non per coprire i
loro artifizi e secondare i loro feroci appetiti.»
Questa era la chiusa. E dietro la chiusa venne il plauso del popolo,
che soverchiò per un tratto le vociferazioni del partito degli
argentarii. L'arringa aveva fatto, come si direbbe ora, una profonda
impressione; ma non aveva demolito l'edifizio dell'accusa, nè distrutti
ad uno ad uno gli argomenti della parte avversaria; miracoli che si
operano adesso, con tanta facilità, da ogni avvocato novellino.
Il pretore Rutilio Cordo impose silenzio e l'ottenne. Le lodi del
grande oratore gli andarono all'anima, non debbo tacerlo; ma egli
poteva cavarsela con un cenno di ringraziamento. Il magistrato sapeva
benissimo che quelle lodi non costavano molto all'avvocato, e che, dopo
tutto, la ricompensa gliel'avrebbe potuta dare in un'altra occasione.
Sono tante, le buone occasioni, tra l'avvocato ed il giudice! Nè questi
è sempre convinto di aver dato fuori una buona sentenza, nè quegli
di aver detta la verità, quantunque ne simulasse l'accento. I fiumi
di eloquenza consolano i clienti e le turbe, nell'aula magna della
giustizia; gli àuguri, poi, incontrandosi dietro l'altare, non possono
trattenersi dal ridere.
Si aggiunga che i giudici hanno sempre avuto per costume di fare a modo
loro, senza darsi pensiero delle arringhe. Qualche volta, mentre gli
avvocati si accapigliano alla sbarra, il buon magistrato schiaccia il
sonnellino dell'innocenza, dietro alla pietosa catasta dei codici. Ma
allora non si poteva farlo, come ora. Davanti al pretore non c'era un
pezzo di tavola, e la sedia curule non aveva spalliera.
La qual cosa vedano i giudici moderni se possa stare a prova di
superiorità degli ordini giudiziarii antichi sui nostri. Io vengo
difilato alla sentenza del mio dolce pretore.
Considerato che il debito era di cinque milioni di sesterzi, mentre
la sostanza del debitore non oltrepassava i quattro; considerato che
non constava per certe prove avere i creditori ingrossato il debito
con illecita usura, si condannava il cavaliere Tizio Caio Sempronio
a pagare. E perchè i due primi creditori, che avevano già ottenuta la
_missio in bona_, potevano soli essere pagati per intero, come portava
l'anteriorità del loro credito, mentre gli ultimi tre risicavano di
perdere una grossa parte del loro avere, si accordava a questi ultimi,
per guarentigia del credito, di impossessarsi del debitore, salvo il
caso che non si presentasse qualcheduno a farsi mallevadore per lui.
Marco Tullio doveva prevedere questa sentenza, perchè non mostrò di
esserne meravigliato. Si volse in quella vece ad Elvio Sillano, e gli
bisbigliò all'orecchio:
— Ecco il buon punto; offriti mallevadore per l'amico. —
Elvio Sillano, a dir vero, non si aspettava un tiro di quella fatta.
Sua moglie lo aveva spinto ad accompagnare Caio Sempronio, ed egli in
molte cose, anzi nella più parte, faceva quel che voleva sua moglie;
in tutte le altre, poi, faceva quel che non voleva lei direttamente,
ma che gli suggerivano i consiglieri di seconda mano, dopo aver
presa l'imbeccata da lei. Ma bisogna anche dire che ad un così grave
esperimento non era mai stata messa la sua infinita bontà.
— Eh.... — diss'egli titubante, — la cosa non sarebbe mica impossibile.
Vediamo un po', per che somma m'impegnerei?
— Un'inezia; — rispose Cicerone; — un milione di sesterzi. Che cos'è
infatti un milione di sesterzi per un riccone tuo pari?
— Nè più nè meno d'un milione di sesterzi; — replicò il brav'uomo, che
non era del tutto uno scemo. — E già si capisce, io perderei questa
somma senz'altro?
— Non dico di no. Ma se i poderi del tuo povero amico si vendessero
per un prezzo superiore ai quattro milioni, tu verresti a perdere quel
tanto di meno.
— E se si vendessero ad un prezzo inferiore?
— Non è probabile.
— Ma è possibile, tuttavia.
— Eh, non lo nego; — disse Cicerone, chinando la testa.
— In questo caso, — ripigliò Elvio Sillano, — io ci perderei anche più
di un milione. Grazie infinite!
— Dunque?
— Dunque, non ne faremo nulla. I miei vecchi non mi hanno insegnato a
correre rischi così grandi. —
Frattanto, per ordine del pretore, l'_accenso_ si faceva innanzi a
gridare:
— Cittadini, nessuno di voi si fa mallevadore pel convenuto? —
Nessuno fiatò.
Allora il pretore Marco Rutilio Cordo pronunziò le parole solenni con
cui era chiuso il giudizio.
— Servilio Cepione, Furio Spongia, Crispo Lamia, la legge vi consente
di prendere in pegno la persona del vostro debitore. —
Quelle tre arpie non se lo fecero dire due volte, e posero l'unghie
addosso a Caio Sempronio con tanta furia, che tutti gli astanti diedero
in uno scoppio di risa.
In quella risata universale andò perduto quel po' di compassione, che
in ogni altra circostanza non sarebbe mancata al povero condannato.
Ma già, dove ha potere il numero, basta un nulla per isviarne i moti,
e portarlo alla crudeltà, all'ingiustizia, alla dimenticanza, e, per
farla breve, a tutte le altre virtù cardinali dell'uomo.
Aggiungete che Tizio Caio Sempronio aveva in quei pochi anni di
sfolgoreggiamento dato troppo da fare all'invidia. Non si era
meritato con la saviezza e la temperanza sua la stima dei grandi, e
con le eleganti follie, i vistosi trionfi, la bellezza e la salute
(sì, perfino con la salute) si era attirato gli odii dei piccoli.
Finalmente, era punito, quel vanaglorioso Alcibiade, che offendeva
tutti col suo fasto! Era scoppiata, quella bolla di sapone, che si
librava così pomposamente in aria, facendo mostra de' suoi vaghi
colori!
Marco Tullio si accostò al suo cliente, gli strinse la mano e gli disse
una parola di conforto.
— Spera, o Caio; tutto non è anche perduto. —
Cepione rizzò la testa e si fece rosso peggio di un basilisco, a
quella frase del grande oratore, che pareva una sfida al suo diritto,
riconosciuto poc'anzi solennemente dalla sentenza del magistrato.
— Pretore, — gridò egli con quanto fiato ci aveva in corpo, — la legge
ci assiste, non è egli vero! Noi possiamo condurre con noi il debitore
e caricarlo di catene, del peso di quindici libbre?
— Lo potete; — rispose il pretore, che non era un erudito dei tempi
nostri e non si smarriva alla ricerca d'una apocrifa legge Petilia
Papiria, che proibisse l'uso dei ceppi pei debitori condannati. — Se il
debitore vuol vivere a sue spese, lo faccia; se no, dovrete nutrirlo
per sessanta giorni, dandogli almeno una libbra di farina al giorno.
Nella prima metà di questo termine egli potrà liberarsi, o pagando, o
transigendo....
— Resta a vedersi se vorremo transigere; — borbottò Cepione.
— Nella seconda metà, — proseguì il magistrato, — voi dovrete per tre
giorni di mercato condurre il debitore davanti a me, e annunziare
pubblicamente la somma del debito, se mai si presentasse qualcuno
a liberarlo. Se anche il terzo di questi esperimenti non riuscirà
a nulla, dovrà cessare la prigionia; voi rimanderete libero il
prigioniero, salvo che non vogliate cancellarlo dal novero dei
cittadini, o con la schiavitù, vendendolo di là dal Tevere, o con la
morte, prendendo sul suo corpo la parte che spetta a ciascheduno di
voi. —
La legge era dura, ne convengo. E ne convenivano anche gli antichi
Romani, che hanno inventato il proverbio: «_dura lex, sed lex_,»
insegnando così a rispettare le leggi, anche quando paressero acerbe.
Parecchi autori moderni, disputando su questo diritto di fare a spicchi
un debitore insolvibile, hanno sostenuto che si trattasse soltanto
d'una minaccia. Ma oltre che gli antichi scrittori la prendono tutti
sul serio (e mi basterà citare Aulo Gellio, Quintiliano e Tertulliano),
noto che contro l'opinione dei sullodati moderni sta anche un raffronto
di questa legge con altre delle Dodici Tavole e con molte di secoli
posteriori, quando il diritto romano era giunto all'apogèo.
Vediamo anzitutto le Dodici Tavole. Son puniti di morte gl'incendiarii,
i falsi testimoni, i diffamatori, gli stregoni, i ladri notturni. C'è
anche la legge dell'occhio per occhio e del dente per dente. «Se alcuno
rompe un membro ad un altro, e non s'accomoda con lui, subisca la pena
del taglione».
Andiamo avanti; il codice Teodosiano punisce di morte i debitori
del fisco e tutte l'altre specie di debitori, quando per vizio di
sregolatezza siano divenuti insolvibili. E Valentiniano, dal canto suo,
dannava a morte tutti i debitori che per cagione di povertà non fossero
in grado di pagare.
E qui, poichè m'è occorso di accennare una incerta legge Petilia
Papiria, dirò che essa, se pure è autentica, risguarda soltanto una
restrizione del diritto che aveva il creditore a mettere le mani
addosso al debitore, prima che questa _manus injectio_ gli fosse
consentita _pro judicato_, cioè a dire dopo una sentenza del pretore.
Se ne ha notizia da un passo di Tito Livio, dove racconta, all'anno
428 di Roma, essendo consoli Caio Petilio e Lucio Papirio, che, vedute
le sevizie di un usuraio sulla persona del giovinetto Publilio, datosi
spontaneamente prigione per un debito del padre, il senato commise ai
consoli di proporre al popolo una legge, per la quale nessuno fosse
più tenuto nei ferri, se non lo meritasse per colpa commessa e per
iscontare una pena. Livio non dice espressamente che i consoli abbiano
poi proposta la legge; ma, sia pure stata proposta e vinta, essa non
risguarda che un caso di cattura stragiudiziale e non infirma punto
il.... Diavolo! Diavolo! O vedete un po' dove ero andato a ficcarmi!
Schiarito il punto controverso, vi dirò che il nostro povero Tizio Caio
Sempronio rimase _pro judicato_ in balìa dei suoi creditori feroci,
che lo trassero via pel Foro, in mezzo agli scherni, ai fischi, agli
applausi e alle grida d'ogni genere, di quello che i poeti hanno
chiamato «il mobil volgo».
Marco Tullio Cicerone, passata quella burrasca, se ne andò pei
fatti suoi. Era un po' triste, il grand'uomo, perchè aveva preso ad
amare quel giovane sventato, e perchè nella rovina di lui vedeva la
mano di Clodia Metella, di quella Venere spogliatrice, che invano
egli aveva svergognata pochi anni addietro, al cospetto di tutta
Roma, nella memoranda difesa di Celio Rufo. Ma, dopo tutto, quella
battaglia perduta era un semplice episodio nella sua vita forense; e di
sconfitte ce n'erano state parecchie, tra l'altre quella recente per
Annio Milone, che ancora non aveva potuta mandar giù. Ora, lo dice un
proverbio latino, dov'è il più, non si tien conto del meno.
Assai più confuso e impacciato di lui, se ne andò a casa Elvio Sillano.
Come avrebbe egli raccontato l'accaduto a quella brontolona di sua
moglie?
Ma ella sapeva già tutto, quando il marito le capitò davanti con quella
sua cera ingrullita, e gli diede un assalto così violento, che il
brav'uomo si riscaldò a sua volta e trovò lì per lì una fermezza che in
ogni altra occasione gli sarebbe mancata.
— Uomo senza cuore! — gridava la bella patrizia inviperita. — Per
colpa tua egli è ora in mano a quei tristi, che lo tormenteranno.... lo
uccideranno....
— Oh questo poi! — interruppe Elvio Sillano. — Lo venderanno, ecco
tutto; e noi lo compreremo.... se pure vorranno calare un tantino i
prezzi, e non domandarne un milione di sesterzi. Quanto ad ucciderlo,
che tornaconto ci avrebbero?
— Per vendetta si può fare di peggio; — rispose la moglie. — Tu sai che
Cepione era geloso di lui. Fino a tanto che ha avuto da spennacchiare,
non ha fiatato; anzi è corso negl'imprestiti un poco più in là del
bisogno, tanto per averlo in suo potere. E grazie a te, gli è riuscita.
— Ma infine, ragioniamo; dovevo io mettere a repentaglio una metà, un
terzo delle mie sostanze, per accomodare i pasticci d'uno sventato, che
conoscevo a mala pena da due mesi? —
Giunia Sillana diede al marito un'occhiata di profonda commiserazione.
— Tu sei un codardo, o Elvio. Non hai capito che Caio Sempronio è uno
di quegli uomini che non cascano per sempre, e che c'è vantaggio a dar
loro una mano. Ora egli, per la tua sciocca paura, perde la fama e la
libertà. Clodia Metella vuol ridere saporitamente di lui... e di noi!
Ah, quanto mi sarebbe più caro che tu fossi stato meno liberale in
altre cose con me! Quella villa a Pompeia! Quella schiava di Mileto pel
mio giorno natalizio!....
— Tutte cose che costavano assai meno, mia bella; — rispose Elvio
Sillano; — ed io potevo regalartele, senza pericolo di andare in
rovina. —
Giunia Sillana si avvide che da quella parte non c'era più nulla da
fare, e lasciò di rammaricarsi. Un'ora dopo, la bella matrona usciva
di casa, dopo aver fatta annunziare la sua visita al console Sulpizio
Rufo. E non è a dire come l'egregio uomo si rallegrasse di quella
inaspettata ventura.