CAPITOLO XXII.

Sulle ventitrè e tre quarti.

Il valentuomo parlò per tre ore alla fila, con quella abbondanza

punto volgare, e con quella concitazione, forse un tantino retorica,

ma sempre efficace, che formavano il pregio singolare di tutte le sue

orazioni. Chiaro e preciso nella esposizione del fatto, accorto nel

dissimulare i lati deboli della sua argomentazione, fu vivacissimo

nella dimostrazione, flagellando a sangue gli argentari, contro i

quali, raccolte tutte le prove e gli indizi che per lui si potevano,

invocò il rigore delle Dodici Tavole. La legge parlava chiaro: «se

taluno dà a prestito oltre il dodici per cento, sia condannato nel

quadruplo.»

E qui, lasciando le prove, seguiva un caldo elogio delle Dodici Tavole,

fonte d'ogni pubblico e privato diritto, e insegnamento necessario,

che a ragione i cittadini romani imparavano a memoria, fin dalla più

tenera età. «Insieme con le leggi civili e coi libri dei pontefici, la

raccolta delle Dodici Tavole ci offre (diceva l'oratore) l'immagine

intiera dei tempi antichi; ci si trova la vecchia lingua dei padri

nostri, e certe forme di _azioni_ usate allora ci fanno entrare nei

loro costumi e nel loro modo di vivere. Il governo della cosa pubblica

è tutto in quelle leggi, come vi è compresa tutta la filosofia. Le

leggi, infatti, son quelle che c'insegnano a cercare e a pregiare

sopra ogni altra cosa la virtù; in esse è il premio al valore,

all'onestà, alla giustizia; in esse hanno i vizi e le frodi la loro

ammenda, l'ignominia, il carcere, le verghe, l'esilio e la morte. E

non già per via di lunghe ed oscure argomentazioni, bensì per la loro

autorità suprema e le loro decisioni imperative, esse c'insegnano

a padroneggiare le nostre passioni, a frenare i nostri desiderii, a

difendere le nostre proprietà, e a non recare sull'altrui le avide

mani, od anche un solo sguardo di cupidigia. Gridi ognuno a sua posta,

io dirò tuttavia ad alta voce il mio pensiero. Sì, il libro delle

Dodici Tavole, sorgente e principio delle nostre leggi, vale esso,

da solo, e per la sua ragguardevole autorità e per la sua feconda

utilità, tutti i trattati di filosofia. Quanto i nostri maggiori

andassero innanzi per sapienza a tutte l'altre genti, assai facilmente

intenderete, quando vi piaccia di paragonare le nostre leggi con quelle

dei loro Licurghi, Draconi e Soloni. È veramente incredibile, quanto

ogni legislazione civile sia, a petto della nostra, grossolana e direi

quasi ridicola.»

Marco Tullio era scaltro, come vedete. Gli avversarii invocavano

contro il suo cliente le Dodici Tavole, ed egli vinceva la mano agli

avversarii, facendosi primo a lodarle. Inoltre il pretore Rutilio Cordo

aveva dato fuori pel suo anno di magistratura un editto, il quale non

era altro che una parafrasi di quelle vecchie leggi; e a quell'uomo

bisognava entrargli nelle grazie con ogni maniera di artifizi.

«Mi volgo a te, — proseguiva Cicerone, — mi volgo a te, Marco Rutilio,

uomo santissimo, del quale io dubito se sia nato mai in Roma nostra il

più umano nei costume, il più retto nell'operare, il più ossequente

alle leggi, donde ha saldezza d'ordini e fondamento di grandezza la

repubblica. Mi volgo a te, arbitro della giustizia, e chiedo se i

nostri giovani spensierati, appunto per questo difetto dell'età, che

gli anni troppo facilmente correggono, debbano sottostare all'imperio

degli uomini perversi, che delle sante leggi si giovano per dar

lusinghe e via facile allo sperdimento delle ricchezze. Sian severe

le leggi, e lo sembrino anche di più; non io me ne dolgo, ben sapendo

come giovi, più del loro medesimo peso, il santo terrore che incutono

ai trasgressori. Ma appunto perchè sono severe, noi dobbiamo sperarle

benigne per noi. Gravi furono fatte dai nostri maggiori, non perchè

colpissero i buoni, fuorviati dalla imprudenza propria, o dal raggiro

altrui, ma perchè il loro rigore cadesse tutto sui raggiratori e sui

tristi.

«Questo che io dico, tu credi, ed hai mostrato d'intenderlo in quel

tuo sapientissimo editto, che durerà certamente nella memoria dei

posteri, quanto il ricordo delle sante tavole a cui esso s'informa.

Oh veramente anno fortunato per Roma, quello in cui tu conseguisti

la pretura, perchè la tua giurisdizione, raffermando l'imperio della

legge, insegnerà le vie del ravvedimento ai giovani nostri, dimentichi

dell'antica severità di costume, e colpirà in pari tempo i malvagi

adescatori della gioventù inesperta, ai quali sembra (e in ciò, per

Giove, s'ingannano!) che i nostri venerandi maggiori per altro non

abbiano sudato intorno alle fonti della giustizia, se non per coprire i

loro artifizi e secondare i loro feroci appetiti.»

Questa era la chiusa. E dietro la chiusa venne il plauso del popolo,

che soverchiò per un tratto le vociferazioni del partito degli

argentarii. L'arringa aveva fatto, come si direbbe ora, una profonda

impressione; ma non aveva demolito l'edifizio dell'accusa, nè distrutti

ad uno ad uno gli argomenti della parte avversaria; miracoli che si

operano adesso, con tanta facilità, da ogni avvocato novellino.

Il pretore Rutilio Cordo impose silenzio e l'ottenne. Le lodi del

grande oratore gli andarono all'anima, non debbo tacerlo; ma egli

poteva cavarsela con un cenno di ringraziamento. Il magistrato sapeva

benissimo che quelle lodi non costavano molto all'avvocato, e che, dopo

tutto, la ricompensa gliel'avrebbe potuta dare in un'altra occasione.

Sono tante, le buone occasioni, tra l'avvocato ed il giudice! Nè questi

è sempre convinto di aver dato fuori una buona sentenza, nè quegli

di aver detta la verità, quantunque ne simulasse l'accento. I fiumi

di eloquenza consolano i clienti e le turbe, nell'aula magna della

giustizia; gli àuguri, poi, incontrandosi dietro l'altare, non possono

trattenersi dal ridere.

Si aggiunga che i giudici hanno sempre avuto per costume di fare a modo

loro, senza darsi pensiero delle arringhe. Qualche volta, mentre gli

avvocati si accapigliano alla sbarra, il buon magistrato schiaccia il

sonnellino dell'innocenza, dietro alla pietosa catasta dei codici. Ma

allora non si poteva farlo, come ora. Davanti al pretore non c'era un

pezzo di tavola, e la sedia curule non aveva spalliera.

La qual cosa vedano i giudici moderni se possa stare a prova di

superiorità degli ordini giudiziarii antichi sui nostri. Io vengo

difilato alla sentenza del mio dolce pretore.

Considerato che il debito era di cinque milioni di sesterzi, mentre

la sostanza del debitore non oltrepassava i quattro; considerato che

non constava per certe prove avere i creditori ingrossato il debito

con illecita usura, si condannava il cavaliere Tizio Caio Sempronio

a pagare. E perchè i due primi creditori, che avevano già ottenuta la

_missio in bona_, potevano soli essere pagati per intero, come portava

l'anteriorità del loro credito, mentre gli ultimi tre risicavano di

perdere una grossa parte del loro avere, si accordava a questi ultimi,

per guarentigia del credito, di impossessarsi del debitore, salvo il

caso che non si presentasse qualcheduno a farsi mallevadore per lui.

Marco Tullio doveva prevedere questa sentenza, perchè non mostrò di

esserne meravigliato. Si volse in quella vece ad Elvio Sillano, e gli

bisbigliò all'orecchio:

— Ecco il buon punto; offriti mallevadore per l'amico. —

Elvio Sillano, a dir vero, non si aspettava un tiro di quella fatta.

Sua moglie lo aveva spinto ad accompagnare Caio Sempronio, ed egli in

molte cose, anzi nella più parte, faceva quel che voleva sua moglie;

in tutte le altre, poi, faceva quel che non voleva lei direttamente,

ma che gli suggerivano i consiglieri di seconda mano, dopo aver

presa l'imbeccata da lei. Ma bisogna anche dire che ad un così grave

esperimento non era mai stata messa la sua infinita bontà.

— Eh.... — diss'egli titubante, — la cosa non sarebbe mica impossibile.

Vediamo un po', per che somma m'impegnerei?

— Un'inezia; — rispose Cicerone; — un milione di sesterzi. Che cos'è

infatti un milione di sesterzi per un riccone tuo pari?

— Nè più nè meno d'un milione di sesterzi; — replicò il brav'uomo, che

non era del tutto uno scemo. — E già si capisce, io perderei questa

somma senz'altro?

— Non dico di no. Ma se i poderi del tuo povero amico si vendessero

per un prezzo superiore ai quattro milioni, tu verresti a perdere quel

tanto di meno.

— E se si vendessero ad un prezzo inferiore?

— Non è probabile.

— Ma è possibile, tuttavia.

— Eh, non lo nego; — disse Cicerone, chinando la testa.

— In questo caso, — ripigliò Elvio Sillano, — io ci perderei anche più

di un milione. Grazie infinite!

— Dunque?

— Dunque, non ne faremo nulla. I miei vecchi non mi hanno insegnato a

correre rischi così grandi. —

Frattanto, per ordine del pretore, l'_accenso_ si faceva innanzi a

gridare:

— Cittadini, nessuno di voi si fa mallevadore pel convenuto? —

Nessuno fiatò.

Allora il pretore Marco Rutilio Cordo pronunziò le parole solenni con

cui era chiuso il giudizio.

— Servilio Cepione, Furio Spongia, Crispo Lamia, la legge vi consente

di prendere in pegno la persona del vostro debitore. —

Quelle tre arpie non se lo fecero dire due volte, e posero l'unghie

addosso a Caio Sempronio con tanta furia, che tutti gli astanti diedero

in uno scoppio di risa.

In quella risata universale andò perduto quel po' di compassione, che

in ogni altra circostanza non sarebbe mancata al povero condannato.

Ma già, dove ha potere il numero, basta un nulla per isviarne i moti,

e portarlo alla crudeltà, all'ingiustizia, alla dimenticanza, e, per

farla breve, a tutte le altre virtù cardinali dell'uomo.

Aggiungete che Tizio Caio Sempronio aveva in quei pochi anni di

sfolgoreggiamento dato troppo da fare all'invidia. Non si era

meritato con la saviezza e la temperanza sua la stima dei grandi, e

con le eleganti follie, i vistosi trionfi, la bellezza e la salute

(sì, perfino con la salute) si era attirato gli odii dei piccoli.

Finalmente, era punito, quel vanaglorioso Alcibiade, che offendeva

tutti col suo fasto! Era scoppiata, quella bolla di sapone, che si

librava così pomposamente in aria, facendo mostra de' suoi vaghi

colori!

Marco Tullio si accostò al suo cliente, gli strinse la mano e gli disse

una parola di conforto.

— Spera, o Caio; tutto non è anche perduto. —

Cepione rizzò la testa e si fece rosso peggio di un basilisco, a

quella frase del grande oratore, che pareva una sfida al suo diritto,

riconosciuto poc'anzi solennemente dalla sentenza del magistrato.

— Pretore, — gridò egli con quanto fiato ci aveva in corpo, — la legge

ci assiste, non è egli vero! Noi possiamo condurre con noi il debitore

e caricarlo di catene, del peso di quindici libbre?

— Lo potete; — rispose il pretore, che non era un erudito dei tempi

nostri e non si smarriva alla ricerca d'una apocrifa legge Petilia

Papiria, che proibisse l'uso dei ceppi pei debitori condannati. — Se il

debitore vuol vivere a sue spese, lo faccia; se no, dovrete nutrirlo

per sessanta giorni, dandogli almeno una libbra di farina al giorno.

Nella prima metà di questo termine egli potrà liberarsi, o pagando, o

transigendo....

— Resta a vedersi se vorremo transigere; — borbottò Cepione.

— Nella seconda metà, — proseguì il magistrato, — voi dovrete per tre

giorni di mercato condurre il debitore davanti a me, e annunziare

pubblicamente la somma del debito, se mai si presentasse qualcuno

a liberarlo. Se anche il terzo di questi esperimenti non riuscirà

a nulla, dovrà cessare la prigionia; voi rimanderete libero il

prigioniero, salvo che non vogliate cancellarlo dal novero dei

cittadini, o con la schiavitù, vendendolo di là dal Tevere, o con la

morte, prendendo sul suo corpo la parte che spetta a ciascheduno di

voi. —

La legge era dura, ne convengo. E ne convenivano anche gli antichi

Romani, che hanno inventato il proverbio: «_dura lex, sed lex_,»

insegnando così a rispettare le leggi, anche quando paressero acerbe.

Parecchi autori moderni, disputando su questo diritto di fare a spicchi

un debitore insolvibile, hanno sostenuto che si trattasse soltanto

d'una minaccia. Ma oltre che gli antichi scrittori la prendono tutti

sul serio (e mi basterà citare Aulo Gellio, Quintiliano e Tertulliano),

noto che contro l'opinione dei sullodati moderni sta anche un raffronto

di questa legge con altre delle Dodici Tavole e con molte di secoli

posteriori, quando il diritto romano era giunto all'apogèo.

Vediamo anzitutto le Dodici Tavole. Son puniti di morte gl'incendiarii,

i falsi testimoni, i diffamatori, gli stregoni, i ladri notturni. C'è

anche la legge dell'occhio per occhio e del dente per dente. «Se alcuno

rompe un membro ad un altro, e non s'accomoda con lui, subisca la pena

del taglione».

Andiamo avanti; il codice Teodosiano punisce di morte i debitori

del fisco e tutte l'altre specie di debitori, quando per vizio di

sregolatezza siano divenuti insolvibili. E Valentiniano, dal canto suo,

dannava a morte tutti i debitori che per cagione di povertà non fossero

in grado di pagare.

E qui, poichè m'è occorso di accennare una incerta legge Petilia

Papiria, dirò che essa, se pure è autentica, risguarda soltanto una

restrizione del diritto che aveva il creditore a mettere le mani

addosso al debitore, prima che questa _manus injectio_ gli fosse

consentita _pro judicato_, cioè a dire dopo una sentenza del pretore.

Se ne ha notizia da un passo di Tito Livio, dove racconta, all'anno

428 di Roma, essendo consoli Caio Petilio e Lucio Papirio, che, vedute

le sevizie di un usuraio sulla persona del giovinetto Publilio, datosi

spontaneamente prigione per un debito del padre, il senato commise ai

consoli di proporre al popolo una legge, per la quale nessuno fosse

più tenuto nei ferri, se non lo meritasse per colpa commessa e per

iscontare una pena. Livio non dice espressamente che i consoli abbiano

poi proposta la legge; ma, sia pure stata proposta e vinta, essa non

risguarda che un caso di cattura stragiudiziale e non infirma punto

il.... Diavolo! Diavolo! O vedete un po' dove ero andato a ficcarmi!

Schiarito il punto controverso, vi dirò che il nostro povero Tizio Caio

Sempronio rimase _pro judicato_ in balìa dei suoi creditori feroci,

che lo trassero via pel Foro, in mezzo agli scherni, ai fischi, agli

applausi e alle grida d'ogni genere, di quello che i poeti hanno

chiamato «il mobil volgo».

Marco Tullio Cicerone, passata quella burrasca, se ne andò pei

fatti suoi. Era un po' triste, il grand'uomo, perchè aveva preso ad

amare quel giovane sventato, e perchè nella rovina di lui vedeva la

mano di Clodia Metella, di quella Venere spogliatrice, che invano

egli aveva svergognata pochi anni addietro, al cospetto di tutta

Roma, nella memoranda difesa di Celio Rufo. Ma, dopo tutto, quella

battaglia perduta era un semplice episodio nella sua vita forense; e di

sconfitte ce n'erano state parecchie, tra l'altre quella recente per

Annio Milone, che ancora non aveva potuta mandar giù. Ora, lo dice un

proverbio latino, dov'è il più, non si tien conto del meno.

Assai più confuso e impacciato di lui, se ne andò a casa Elvio Sillano.

Come avrebbe egli raccontato l'accaduto a quella brontolona di sua

moglie?

Ma ella sapeva già tutto, quando il marito le capitò davanti con quella

sua cera ingrullita, e gli diede un assalto così violento, che il

brav'uomo si riscaldò a sua volta e trovò lì per lì una fermezza che in

ogni altra occasione gli sarebbe mancata.

— Uomo senza cuore! — gridava la bella patrizia inviperita. — Per

colpa tua egli è ora in mano a quei tristi, che lo tormenteranno.... lo

uccideranno....

— Oh questo poi! — interruppe Elvio Sillano. — Lo venderanno, ecco

tutto; e noi lo compreremo.... se pure vorranno calare un tantino i

prezzi, e non domandarne un milione di sesterzi. Quanto ad ucciderlo,

che tornaconto ci avrebbero?

— Per vendetta si può fare di peggio; — rispose la moglie. — Tu sai che

Cepione era geloso di lui. Fino a tanto che ha avuto da spennacchiare,

non ha fiatato; anzi è corso negl'imprestiti un poco più in là del

bisogno, tanto per averlo in suo potere. E grazie a te, gli è riuscita.

— Ma infine, ragioniamo; dovevo io mettere a repentaglio una metà, un

terzo delle mie sostanze, per accomodare i pasticci d'uno sventato, che

conoscevo a mala pena da due mesi? —

Giunia Sillana diede al marito un'occhiata di profonda commiserazione.

— Tu sei un codardo, o Elvio. Non hai capito che Caio Sempronio è uno

di quegli uomini che non cascano per sempre, e che c'è vantaggio a dar

loro una mano. Ora egli, per la tua sciocca paura, perde la fama e la

libertà. Clodia Metella vuol ridere saporitamente di lui... e di noi!

Ah, quanto mi sarebbe più caro che tu fossi stato meno liberale in

altre cose con me! Quella villa a Pompeia! Quella schiava di Mileto pel

mio giorno natalizio!....

— Tutte cose che costavano assai meno, mia bella; — rispose Elvio

Sillano; — ed io potevo regalartele, senza pericolo di andare in

rovina. —

Giunia Sillana si avvide che da quella parte non c'era più nulla da

fare, e lasciò di rammaricarsi. Un'ora dopo, la bella matrona usciva

di casa, dopo aver fatta annunziare la sua visita al console Sulpizio

Rufo. E non è a dire come l'egregio uomo si rallegrasse di quella

inaspettata ventura.

Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana · 第 27 / 35 题