Dopo due ore d'attenzione, un acuto squillo ferì l'orecchio del
Bentivoglio.
--Illustrissimo, disse allora l'abate, possiamo discendere, questo è
il messo senza altro.
--Ho fiducia che costui mi debba recare la buona nuova, disse il
Bentivoglio.
Lo squillo tornò a farsi udire vicinissimo, e allora discesero. Non
avevano posto il piede sul primo piano di quella scala che mette nella
chiesa, che ai ripetuti squilli della tromba, e allo scalpito
incalzato d'un cavallo, tutti si ridestarono gli echi dell'abbazia.
Il magnifico Bentivoglio e l'abate uscirono di chiesa in quella che il
messo a tutta corsa entrava nel cortile che la ricingeva, ed entrava
gridando: che gli sforzeschi erano stati sconfitti.
Fu questo uno tra' più felici momenti della vita del Bentivoglio, il
quale, con due suoi uomini, subito salì a cavallo e, senza attender
altro, si recò a Lodi; avendo lasciato una buona scorta di servi e di
villeggiani al palazzo dov'era la sua Ginevra, perchè stessero in
guardia, se per caso vi capitasse qualche drappello di soldati
francesi.
Intanto che il Bentivoglio viaggiava verso Lodi, molte cose avvenivano
altrove.
In una fuga disordinata e disastrosa tornavano a sparpagliati
drappelli verso Milano gli svizzeri e tutti coloro che avean preso
parte nella battaglia contro il re di Francia. Sulla strada fuori
della porta Romana moveva una gran moltitudine di cittadini contro i
poveri malcapitati che ritornavano. Era un brulicame di gente
infinita; un ire e redire; un parlare in confuso; un aggrupparsi
disordinato intorno a qualche soldato, che tornava spossato e rotto
dalla fatica, per udire notizie più distinte di quelle che avevano
recate i corrieri della città. E come la sfilata degli Svizzeri
malconci, luridi, pesti, insanguinati, inzaccherati di melma e di
fanghiglia per quel brutto giuoco che il Trivulzio aveva lor fatto,
cominciò ad entrare nella città, i buoni milanesi, dimentichi delle
esorbitanti somme che loro eran costati que' mercenarj, e commossi a
pietà del loro presente squallore, accorrevano, come lasciò scritto il
nostro Burigozzo, con vino, con pane, e con altri soccorsi, ad
alleggerir loro la sventura toccata.
Fra i molti che non erano rimasti sul campo, e fra i pochi reduci a
cui non era toccata una ferita abbiamo pure alcuni personaggi di
nostra conoscenza, tra' quali, se non tutti, i sei almeno dei dieci
che erano stati così largamente soccorsi dal Palavicino.
Dal campo erano essi tornati assieme, lamentando gli altri che feriti
non avevano potuto muoversi.
A quel giovane che noi conosciamo per quell'appellativo un po'
disonorevole d'indebitato, si fece incontro sulla strada Romana, un
uomo in sui quarant'anni, il quale, a molti tratti del viso e della
persona, che aveva somiglianti con lui, non si poteva sbagliare
dicendo ch'era fratello, o qualche cosa di simile. Quest'uomo dunque
che, per disgrazia aveva comune con lui anche le poco splendide vesti,
appena il vide fattagli una festa cordiale:
--E così, gli disse; come ti sei comportato Omobono, e la fortuna come
s'è comportata con te?
--Benissimo l'uno e l'altra, Elia, per quanto riguarda me solo, ma è
pur sempre vero che i nostri godimenti non hanno ad essere intieri. Tu
già hai indovinato...
--È forse morto il marchese?
--No, il buon Dio l'ha voluto conservare ancor vivo, ma è in terra
ferito; ora se ne sta tra le mani d'uno di que' chirurghi scortichini
dell'esercito. Ma io vengo in fretta a cercare di qualcheduno de'
nostri perchè la cura abbia ad essere e più sicura e più spiccia,
sapresti tu dove potrei dare del capo, così in sul subito?
--Di medici e chirurghi non c'è penuria qui... ma se tu vuoi un uomo,
cerca di messer Lucio Cardano, che sta in piazza... Ma è così grave il
pericolo?
--Tanto grave, vorrei credere di no, ma si sa mai quello che può
succedere, e siccome per un certo intrigo, che ti dirò poi, quel
povero giovane è più malato d'animo che di corpo, e quando l'ho
lasciato dava in deliri e in pianti che faceva pietà, così potrebbe
una cosa far danno all'altra, e allora... e allora ti dico che vorrei
essere in terra io stesso con una buona ferita, piuttosto che lui, e
se questo cambio si potesse fare, lo farei di gran voglia, perchè è
mio dovere.
Così parlando tra loro, se ne vennero in piazza a cercare di quel tal
chirurgo.
In mezzo a tanta farragine di cose, fra tanto scompiglio di fatti, in
così assiduo accozzamento di notizie, in tanta aspettazione di novità,
i buoni Milanesi trovarono pure il tempo di prendersi pensiero anche
degli avvenimenti minuti. Così presto circolò la notizia, che il
marchese Palavicino era ferito, e con quella l'altra notizia, che la
figlia del magnifico Bentivoglio avrebbe sposato il signore di
Perugia, il quale insieme ai Francesi sarebbe esso pure venuto a
Milano; due notizie che, quantunque abbiano un così stretto nesso
nella nostra e nella mente dei lettori, pure non ne avevano alcuno
nella mente de' Milanesi che ignoravano quello che noi ora sappiamo.
Ma quelle due notizie, prima ancora che al popolo, erano pur giunte
all'orecchio degli Sforza e del Morone, il quale ne sapeva più di
quello che ne sappiam noi certamente. Però, appena seppe della
sconfitta, dopo aver disposto più fermamente quello che, in suo
segreto aveva già pensato prima della giornata campale per ciò che
riguardasse gl'interessi dei due Sforza e, più che tutto, il bene
della città, gli rimase qualche tempo di pensare anche a quei due
fatti così minuti, (se si confrontino colla immensa farragine della
cosa pubblica), che risguardavano la Ginevra e il Palavicino.
Aderendo strettamente a quanto aveva già manifestato al duca di Bari
Francesco Sforza, la sua intenzione era quella di mandare a vuoto quel
matrimonio, ma siccome tanto il Bentivoglio, che il Baglione stavano
con Francia, e questa che oramai era padrona del Milanese, non avrebbe
comportato fosse lor fatto il menomo sopruso, così il Morone non
volevasi prendere apertamente sopra di sè un affare di tanta
importanza, e tale che avrebbe potuto esser causa dell'estremo suo
danno, e mandare in un fascio in una volta tutto il lavoro a cui da
tanti anni attendeva con tanta fatica, con tanta astuzia, con tanto
senno. Il fine del Morone fu sempre quello di giovare al proprio
paese, del cui bene era tenerissimo, e chi scrive, non fu mai così
persuaso di nessuna cosa al mondo, come di questa; ma esaminando
attentamente ogni suo atto, vedesi chiaro ch'egli voleva condurre le
cose in modo da non averne a scapitare lui stesso, e in qualunque
mandibola fosse poi caduta questa bell'ala di pollo della Lombardia,
comportarsi di maniera da pescar chiaro nell'acqua torbida; come tutti
gli uomini di genio, ambiva l'ottima stima dell'universale e non era
indifferente alle nuvole dorate della gloria; ma con tutto ciò la
palma del martirio non aveva per lui neppure una mediocre attrattiva,
nè mai sarebbesi indotto per lei ad accelerare d'un tratto la sua
corsa. Da ciò forse derivò quella farragine d'opinioni così
controverse sul conto di questo celebre personaggio, e ch'altri gli
abbia fatto il torto di reputarlo indifferente al bene del proprio
paese e ligio in tutto alla Francia.
Fin dal primo momento adunque che gli era balenato il pensiero in
mente di stornare le nozze del Baglione colla Ginevra, parendo a lui
che questo fatto assumesse un'importanza più grave di quella che altri
potesse mai credere, sempre aveva pensato al modo di collocare le
pedine sulla tavola reale, senza che apparisse che la mano che giocava
fosse la sua. Di presente poi, che i Francesi erano entrati in Milano
trionfalmente, che le sorti s'eran profferte interamente a loro, e
alla causa Sforzesca più non rimaneva che un barlume, ma ben fioco e
assai lontano, nella persona del duca di Bari, e che tra i due tiranni
della Romagna e la Francia v'era un'amicizia molto tenace, comprese
che il suo disegno era assai difficile a colorirsi, e più ch'altro,
stringendo il tempo, aveva bisogno di un colpo risoluto. Per ciò, dopo
esser stato più volte tentato di abbandonare al tutto quell'impresa,
mise finalmente gli occhi addosso a un certo tale che aveva conosciuto
qualche anno prima, e nascondendo sè stesso nell'ombra, pensò valersi
dell'opera di colui.
Il giorno dopo, che era il 16 di settembre, chiamò l'uomo di camera,
il quale da molto tempo gli era fidatissimo.
--Ti ricordi, gli disse, di quel tale che, faranno tre anni adesso,
sedeva fra gli scribari dell'ufficio fiscale e che, per più mesi,
venne a prestarmi aiuto nel mio gabinetto privato?
--Mi ricordo benissimo.
--Dal giorno che l'ho licenziato per non occorrermi più l'opera sua,
non mi venne mai più veduto. Ma ora avrei bisogno di lui. Sapresti tu
dove andarlo a trovare?
--L'anno passato so che abitava in Vettabbia al numero 35. Era un
bugigattolo a livello della fossa, dove le lavandaie vanno a fare il
bucato. Ma vossignoria sa bene, che in un anno può aver cambiato più
di dieci e più di dodici alloggi, chè i proprietarii delle case non
hanno mai avuto la consolazione di lodarsi della sua puntualità nel
pagar le mesate; del resto, chi volesse fare il giro delle osterie
dove c'è il vino migliore e il più bravo cuoco, non sarei lontano dal
credere che tosto lo troverebbe. Adesso poi che ci penso, tre anni fa
bazzicava al _Pomo d'Eva_, dove si è sempre bevuto il più buono
_recente_, e non è improbabile che vi pratichi anche oggidì, perchè
qui poi paga bene, e i lamenti dell'affittuario vanno in tanta lode
nella bocca dell'oste. Se dunque vostra signoria crede, vò al _Pomo
d'Eva_, e lo conduco qui.
--Va dunque, e fruga sin che lo trovi, e conducilo da me subito.
L'uomo di camera obbedì. Il Morone stette intanto ad almanaccare
intorno al miglior modo di far fruttar l'opera del nuovo personaggio
che aveva mandato a cercare.
Noi abbiam già avuto occasione di conoscere un tal uomo, quando il di
della sconfitta degli Sforzeschi, si fece incontro al suo fratello
Omobono. Esso chiamavasi Elia Corvino, ed ora che il Morone sta
aspettandolo terremo di lui qualche parola, che forse tornerà utile a
qualcosa.
Figlio d'un negoziante di pannilani che, a un certo punto della
carriera commerciale, si era trovato aver messa insieme una somma
ragguardevole di denaro, era stato assai signorilmente educato, e
messo allo studio di Padova per impararvi giurisprudenza, ove il
lettore di diritto, il quale, oltre ad essere versatissimo nella sua
scienza, era un conoscitore molto esperto delle facoltà intellettuali
de' giovani affidatigli, aveva pronosticato gran cose di lui, qualora
peraltro si fosse a tutto uomo dedicato a quello studio, e non si
lasciasse allettar tanto, come dava indizio di voler fare, dai
giocondi svagamenti della vita. Ma esso non era ancor licenziato
dottore, che suo padre, morto di affanno in poco d'ora, in conseguenza
d'un rovescio di fortuna tanto terribile quanto inaspettato, lasciò a
lui, come a due altri suoi fratelli, un tenuissimo avere; di quelle
somme spilorce che non bastando a mettere una solida base al ben
essere d'un uomo, nè a dargli i mezzi a tentar con sicurezza un'utile
professione, non servono ad altro che a mettergli nel sangue,
specialmente se l'uomo è molto giovane, una tentazione morbosa di
sparnazzare pel lungo e pel largo, e di porsi a fare il gran signore
un anno, sei mesi almanco, tanto per libare tutto il bello, il buono,
il saporito di codesta vita, e assorbire a un tratto così tutto il
contagio del vivere ozioso e splendido, poco curanti del resto, se fra
poco tempo la miseria, con tutto lo squallido corteggio de' suoi
malori verrà a dar la fuga a quella folla di desiderj e di appetiti
nati e cresciuti con prepotenza in quel velocissimo mezz'anno. Uno di
que' fatali patrimonj, insomma, de' quali è certamente più
desiderabile un colpo di apoplessia.
Impacciato adunque d'un simile patrimonio, il giovane Corvino,
vivacissimo e prodigo per natura, lo consumò tutto d'un fiato, senza
nemmeno lasciar tempo all'anno di finire, senza neppure averne fruito
lui solo, chè ad alcuni amici suoi aveva fatto de' prestiti graziosi,
equivalenti a donazioni. E così d'improvviso s'era trovato in quelle
secche, che, veduto da lontano, non gli eran sembrate tanto lugubri.
Capì allora che il tempo d'oziare, di godere, di scialare era finito,
e che voler mangiar pane, conveniva darsi attorno in qualche modo.
Ricordavasi così in digrosso del diritto romano, gli era rimasta
qualche polvere in testa dei capitolari di Carlo Magno, delle
decretali di Graziano, aveva un fioco barlume delle leggi statutarie,
conosceva passabilmente la pratica forense, capì che per vivere
conveniva prender le mosse per di lì.
L'elemento capitale e più energico che costituiva l'ingegno del
Corvino, era un acume e una perspicacia di veduta straordinaria. Ora
quell'acume, pel bisogno inesorabile, trasportato dalle speculazioni
teoretiche alla pratica, diventò astuzia; quella perspicacia
trasmutossi in mariuoleria. Aveva cominciato in prima a far lo
scrivano di cose forensi, poi si provò ad assumere per conto proprio
qualche scabroso impegno, di quelli che fan torcere il viso e crollare
il capo ai notai ben provveduti di tabellionato, ed essendo anche
dotato d'un'immaginazione feracissima di trovati, era riuscito a
spuntarlo, epperò in poco tempo aveva potuto mettere insieme qualche
denaro. Ma per disgrazia tornando a farsi sentire prepotentemente in
lui quegli appetiti de' quali aveva fatto conoscenza in quel tempo di
vita signorile, fu tentato di oziare per qualche poco ancora, e fece
una ricaduta. È sentenza che circola nel ceto medico, che talvolta una
ricaduta è più rovinosa del primo assalto medesimo del morbo, e parve
che pel giovane Corvino fosse così di fatto. Gli fu mestieri tornare
al lavoro e, per aiutarsi meglio, allargare il campo delle sue
operazioni. S'attentò dunque di mettere un carato in più agenzie,
tornò a infarinarsi di giurisprudenza, a studiare, a notomizzare la
legge corrente per trovare il suo lato debole, ove potesse riuscir
vittoriosa la frode, e giunse così ad essere un molto fecondo autore
di ribalderie, l'una più ingegnosa dell'altra, che gli procacciarono
in poco tempo una certa fama municipale. Si era parlato principalmente
molto a lungo in Milano, di tre o quattro suoi fatti, che, malgrado la
loro pravità erano stati accolti con applausi infiniti del pubblico.
Non finivasi poi di magnificare l'acutezza, l'ardimento, la fortuna di
un ultimo suo tentativo, pel quale eragli riuscito annullare un iniquo
testamento, delle cui disposizioni gli eredi si erano tenuti assai
sicuri. Di ciò lautamente compensato, ebbe la consolazione di poter
immergersi per qualche tempo ancora negli ozi e nelle intemperanze
predilette, sinchè tornò ad altri capolavori di prontezza e d'audacia,
toccando quasi tutti i generi dello _scamotaggio_, combinando
matrimoni avversati da mille ostacoli, rompendone altri voluti per
forza, facendo passare per equo e legale una violenza, un sopruso, e
sempre mescendo alle ribalderie alcun atto, che invece di provocar gli
odi, destasse le simpatie. E bisogna notar qui di passaggio, che i
dirigenti delle sue ribalderie, anche le più smaccate, non eran mai nè
bassa perfidia, nè tetra scelleraggine, ma solo una special teoria di
diritto naturale, della quale non fu mai traccia in nessun codice del
globo. Che se per avventura il cuor suo, non angariato dalle urgenze
del bisogno, si fosse adoperato in pro di qualcheduno, che avesse
potuto internarsi ne' suoi segreti, lo avrebbe veduto galleggiar più
libero sulla negra sozzura, nella quale, quando la fame gridava alto,
era costretto sprofondarsi vergognoso e sdegnato di quel che gli
toccava vedere senza poter parlare. Del resto quel galantuomo a lucidi
intervalli, seppe talora commettere azioni così nobili, così generose,
così dilicate, quali non sarebber forse venute in mente mai a nessun
galantuomo _in pianta stabile_.
Tal'era codesto Elia Corvino, un complesso di qualità così poche
omogenee che mal si potrebbero racchiudere in una definizione.
Qualcosa peggio del mediatore non iscritto nella tabella dei mercanti,
qualcosa meglio del computista del falso monetario, e che intanto ci
compare qui improvviso a mostrare, che alcuni personaggi appartenenti
a un secolo, che nel complesso ha un'impronta tutta propria, possono
troppo bene somigliare a personaggi d'altri secoli e d'indole ben
diversa.
Questo Elia Corvino, quando il Morone gli mise gli occhi addosso,
poteva aver quarantanni d'età, e continuava gloriosamente il mestier
suo; come aveva congetturato l'uomo di camera del Morone, aveva
lasciato da gran tempo il suo bugigattolo al N.° 35, in Vettabbia, ed
ora abitava al quinto piano di una stretta e lunga casupola, per
giungere alla cui porta bisognava essere assai pratico di
quell'imbrogliato labirinto di vicoletti, di tuguri, di catapecchie
accostate ed addossate l'una all'altra, senz'ordine e senza logica, in
quella parte di rione dove ora è situata l'osteria dei _Popolo_ e dove
anche oggi il lavoro dei secoli e della civiltà non pare che abbia
fatto miracoli. Del resto, il luogo d'abitazione e l'acconciatura del
vestito erano le due sole cose per le quali l'Elia Corvino sentiva un
certo rimorso a mettere fuori danari, e quel suo abitacolo, più
propriamente doveva chiamarsi covile, e le sue vesti, che soleva
comperar già frustate, eran di foggia signorile bensì, ma unte,
spelazzate e tignose. I suoi danari di lucro impuro, andavan a
versarsi tutti quanti all'osteria del _Pomo d'Eva_, la quale occupava
il sito appunto dell'odierna del _Popolo_, motivo per cui erasi
procurato un'abitazione che le fosse, ben vicina; e le mancie di lui,
qui fioccavano a' famigli, e i polastrelli meglio ingrassati e purgati
eran tenuti in serbo per messer Elia Corvino, al quale veniva qui
prodigato il titolo di dottore. Oltre poi a codesti gusti, pe' quali
non soleva guardarla pel sottile, aveva qualch'altra abitudine poco
economica, e con assiduità soverchiamente peccaminosa, era veduto
internarsi per gli oscuri angiporti e pei viottoli dove s'udivano le
impure cantilene delle figlie di Pafo.
L'uomo di camera del Morone intanto, recatosi difilato all'osteria del
_Pomo d'Eva_, appena ebbe messo il piede nel primo salotto a terreno,
la persona appunto che tosto gli cadde sott'occhio fu l'Elia Corvino,
che seduto rimpetto all'uscio innanzi ad una tavola, non attendeva già
in quel momento nè a mangiare nè a bere, ma in mezzo a quattro
persone, con innanzi carta e calamaio, scriveva a furia come fosse
sotto il dettame di un curiale, fermandosi di tanto in tanto a
interrogare qualcuno de' quattro che gli stavano intorno estatici, e
facenti le maraviglie ad ogni suo detto, e a metter tosto in carta le
loro parole. Egli è da sapersi che l'osteria del _Pomo d'Eva_ non solo
gli offriva la tavola per il pranzo, la cena e straordinari, ma in più
d'un'occasione gli serviva di studio e d'aula per consulti, del che
pagava l'oste, facendo all'occorrenza il suo patrocinatore officioso.
Ora, alzando la testa, l'Elia Corvino aveva veduto entrar l'uomo del
cancellier Morone, e benissimo lo aveva conosciuto, di modo che,
appena costui, salutandolo, gli fece intendere avergli a dir due
parole, tosto congetturando fosse mandato espressamente dal Morone
medesimo, ed essendo contento di ciò, depose la penna, s'alzò, disse a
quei suor clienti; _torno_ subito, e s'avvicinò all'uom del Morone.
Questi lo trasse in un canto del salotto.
--Messere, gli disse, l'illustrissimo mio padrone ha bisogno di voi, e
vorrebbe parlarvi quest'oggi medesimo.
--Ed io sono bell'e pronto ai comandi dell'illustrissimo, sol che
vogliate aspettare un quarticello d'ora.
--Aspetto anche di più, e attendete pure a fare il vostro comodo, solo
è bisogno che non passi quest'oggi.
--Benissimo. Lasciate or dunque ch'io sbrighi questi quattro
bietoloni, che, senza colpa nè peccato, se io non li aiutassi adesso,
berrebbero domani nella brocca del bargello. Se volete aspettarmi,
aspettate, quando no, verrò solo dall'illustrissimo; fate quel che
volete.
--V'aspetto qui, dunque, e solo badate a far presto.
Il Corvino tornò a sedersi, rinnovò certe interrogazioni, scrisse e
scrisse per un quarto d'ora buonamente, poi fece un rotolo delle
carte, lo consegnò ad uno de' quattro clienti, dicendo:
--Questo farà l'effetto, e stassera tornate da me qui. Del resto,
seguite pure a far buonissime digestioni, chè il pericolo è stornato.
E senz'altre parole, accostatosi all'uom del Morone, indossò la
palandrana e s'accompagnò con lui. Non avendo a far molti passi, in
pochi momenti furono a palazzo, dove tosto entrarono.
Messo il piede in un'anticamera, l'uom del Morone disse al Corvino:
---Aspettate qui un momento, che vado ad avvisarne sua signoria
illustrissima.
Quasi nel medesimo tempo uscì a dirgli: entrasse tosto, che il signore
l'aspettava.
Quando il Corvino entrò, il Morone stava passeggiando nel suo
gabinetto; ma fermandosi allora di tratto, insieme all'affabile saluto
volse a colui uno sguardo assai penetrativo e scrutante; la qual cosa
fece pure il Corvino, ammiccando anch'esso in quel momento, certo
senza avvedersene, con quello stringere dell'occhio destro che era un
lezio abituale e caratteristico del cancellier Morone.
Ora si trovavano al cospetto l'un dell'altro due uomini, dotati di una
così identica natura d'ingegno e originarie attitudini che a
percorrere, se fosse mai stato possibile, con un sol colpo d'occhio,
tutta l'innumerevole schiera dei viventi a quell'epoca, non ne
sarebbero trovati altri due tanto simili fra loro. Ma per conoscere
una tale somiglianza, era bisogno far lunghi preparativi in prima,
occorreva collocarli nudi ambidue sulla tavola dell'analisi,
trasportarli fuori delle contingenze sociali, farli rimontare all'era
adamitica, vederli così come la natura aveali formati prima che le
mille modificazioni d'una società artefatta, della classe,
dell'educazione, della sorte, del tempo diversi, li avesser tramutati
in gran parte. E anche senza tuttociò, bastava forse chiudere un
occhio su quella differenza tanto scandalosa che interveniva tra il
feltro spelazzato e tignoso d'Elia Corvino, e il magnifico robone di
velluto damascato che indossava il Morone, e portarlo solo sul volto
d'ambedue. Non già che la loro somiglianza fosse pari a quella di due
gemelli; non trattavasi qui d'eguaglianza perfetta di contorni e di
linee. Ma un fisionomo, a primo tratto guardandoli, senza pensarci due
volte, avrebbe detto:--Qui, più che il leone, c'è la volpe, e non
saprei chi dei due sopravvanzi l'altro.--E v'era de' momenti in cui
anche le linee e i contorni s'armonizzavano egualmente in ambedue, per
certi guizzamenti di muscoli repentini, per alcuni tratti e moti
abituali tanto nell'uno che nell'altro, come s'è veduto. E per verità
d'altro non era effetto che della varia fortuna, della varia classe,
della diversa potenza fisica, se l'uno era un esemplare ed esperto ed
acutissimo magistrato e uomo di Stato, il quale aveva fermata
l'attenzione della canuta esperienza del re Luigi, e avea piena Italia
del suo bel nome, nel mentre che l'altro era un oggetto di
contrabbando, un'esistenza morbosa, uno scarto della società, una cosa
che forse potea far la sua figura a lume di candela, ma che non
bastava a sopportare la chiara luce del sole. Certo, le due psichi,
che stavano ascose nell'involucro di que' due corpi, erano state,
originariamente, di una stessa natura, d'una forza medesima, d'una
medesima bellezza; se non che l'una giovata, da mille combinazioni,
aveva potuto crescere sempre più florida, dignitosa, potente; l'altra
invece, intristita dagli assidui miasmi d'una esistenza corrotta,
aveva perduta la bellezza originaria.
Vogliamo sperare che nessuno vorrà sdegnarsi con noi se osiamo
istituir confronti qui fra l'illustre, che ha tanti diritti alla stima
de' posteri, e un uomo qual era Elia Corvino. Ma possiamo assicurare
non se ne sdegnerebbe neppure lo stesso cancellier Morone, giacchè,
colla scorta del suo mirabile acume, tosto prenderebbe la cosa pel suo
verso. Ora, tirando innanzi intrepidamente, si potrebbe dire che se
quelle due creature, il Morone e il Corvino, si fosser potuto, a così
dire, tramutare in cuna, e il figlio del mercante plebeo, fosse stato
posto al luogo del fanciullo del gentiluomo, il dialogo che in oggi
sta per succedere sarebbe forse successo egualmente; ma il Corvino,
avvolto nel suo robone di damasco, avrebbe fatto domandare il Morone,
e questo tutto cencioso se ne starebbe ad attender gli ordini e a
coglier la parola al volo del nobile magistrato.
Ed era veramente il caso di coglier la parola al volo, perchè il
Morone avrebbe voluto bensì che il Corvino si fosse preso sopra di
sè l'assunto di stornare in qualche bel modo le nozze del Baglione
colla Ginevra; ma esso non gliene avrebbe mai data espressa
commissione.--Era collocato troppo in alto perchè gli sguardi non
avessero a cadere su lui, e troppo gli premeva l'integrità della fama
e la sicurezza propria.--L'astuto potente s'era guardato attorno ben
bene per trovare a chi potesse far procura, ma siccome, poteva ancora
darsi il caso di compromettersi, così il Morone pensava al modo di
poter essere inteso, se fosse stato possibile, senza parlare nemmeno.
--E così, come va, messere? chiese finalmente al Corvino, tanto per
dare un avviamento al discorso.
--Potrebbe andar meglio, e potrebbe andar peggio, rispose l'Elia,
stiamo così fra zenit e nadir.
--E in quanto a faccende, come si mette la fortuna?
--Nel mese ch'è passato, adesso il collegio dei dottori ebbe un
bell'affaccendarsi lui per dar corso a tutto quanto io venni
manipolando in fretta e in furia in meno di quindici dì, ma il
settembre che si avanza non pare abbia a portare con sè gran
benedizione.
--E così, che pensate di fare?
--Pensavo che s'io mi dessi a sgranare i grappoli di villa Cortese,
giacchè la stagione è da ciò, farei forse molto meglio le cose mie in
questo settembre. Tuttavia non dò un lamento, perchè negli ultimi dì
mi avvenne tal cosa, che può bene confortarmi del poco che il tempo
promette. Quello scapestrato del fratel mio, che mi costava una
quantità considerevole di pareri e di arrosti, ha trovato l'uomo che
l'ha preso a proteggere, ed ha pagato tutti i suoi debiti. È un vero
miracolo, ed è anche un gran peso che mi si è levato dalle spalle,
perchè già un fratello, è sempre un fratello.
--Lodo la tua pietà, e mi fa maraviglia il miracolo.
--Peccato che adesso quel degno signore si trova in terra ferito, e
quel ch'è peggio, sia più travagliato d'animo che di corpo; cosa di
cui mio fratello è sconsolassimo.
--Scommetto che questo degno gentiluomo è quel caro conte Galeazzo,
che si è messo a proteggere gli scapestrati, i _tôffi_ e le
sgualdrine, per far dispetto ai gentiluomini di cappa e di spada. Lo
conosciamo assai bene quel degnissimo cavaliere.
--Non è di lui che parlo, illustrissimo; il conte Galeazzo l'ho veduto
un momento fa, che se ne andava in volta colle sue gambe assai bene,
certo più bene del solito, giacchè, vostra signoria sa come talora si
diletti di far la via a zig zag per alcune sue abitudini. Non è dunque
del conte che dicevo, ma di quel povero marchese Palavicino, intendo
il giovane, quello che sta in Sant'Erasmo.
Il Morone, che avrebbe voluto giocar di parole un pezzo prima di
venire a parlare del Palavicino, rimase tanto quanto maravigliato
vedendo che la cosa aveva voluto camminare da sè, e fu contentissimo
di quel buon avviamento.
--Il marchese è mio amicissimo anche lui, soggiunse poi.
--Dunque, vostra signoria saprà, meglio di me, perchè il marchese sia
in così cattiva condizione, non parlo già delle ferite, chè di quelle
tosto si guarisce...
--Volevi dir del matrimonio?
--Di quello, voglio dire. E mi raccontava Omobono, che il Palavicino
voleva venir tosto a Milano, e non c'era chi potesse trattenerlo, se
il chirurgo non gli avesse messo due uomini a far guardia.
--Il caso di quel giovane è ben grave.
--Ebbe per altro un gran torto nel fermar gli occhi sulla figlia del
Bentivoglio.
--E che volevi?
--Dovea pur pensare, ch'era assai poca cosa la sua corona di marchese;
e che ce ne voleva una da re in testa. Egli è vero bensì che un
giovane non è poi obbligato ad avere il sangue freddo del sindaco dei
mercanti, e che non trattavasi già di comperare un moggio di segala,
chè allora si fa quel che conviene. Ma intanto, ecco qui uno di quegli
affanni cocenti, de' quali io mi tenni sempre in guardia, benchè non
abbia nè il senno, nè la trippa del sindaco.
--Lo sapevo, disse allora il Morone, come se pensasse tra sè, che
codesto matrimonio lo dovea cuocere fieramente.
--E la figlia del Bentivoglio è in peggiore acque assai; non so se
vostra signoria abbia veduto il Baglione; ma l'ho veduto io, a Lodi,
qualche giorno fa, dove mi recai per dar qualche ajuto ad un
galantuomo di qui, che aveva a difendersi contro un birbante di là, e
se anche non si sapesse quel che ognuno sa di lui, basterebbe vederlo
per mettersi tosto in guardia, quantunque sia vecchio assai, e mi
somigli una imposta tarlata che non stia bene sulle bandelle.
Il Morone continuava intanto a misurar la camera con que' suoi passi
brevi e svelti, e stava sull'ale per cogliere il momento opportuno di
gettar la semente nel solco.
--E il fratel mio, seguiva a dire il Corvino, n'è così tormentato che
stamattina scongiurava cielo e terra, perchè sulla testa di questo
nemico degli uomini cadesse almeno una delle colonne di San Lorenzo
che minacciano di sfasciarsi; e mi chiedeva dei pareri a me, tanto per
trovar qualche empiastro da sanar la piaga al marchese. Bisogna
confessare, che mio fratello non manca di buon cuore.
Il Morone si fermò di botto in faccia al Corvino, pensò un momento,
poi disse:
--E che cosa basterebbe l'animo di fare a questo fratel vostro?
--Quel che può fare un uomo che è sostentato dall'ira, e che non bada
a rovinar sè per salvare altrui. La buona volontà non manca a mio
fratello. Ma che fa il solo appetito, se nella pignatta non cuoce la
zuppa?
--Ci vorrebbe la buona tempra di quel tale che trovò il segreto di far
parlare anche i morti, soggiunse allora il Morone, alludendo ad una
delle mille ribalderie del Corvino; voi ridete, messer Elia, ma per la
sventura del marchese non ci vorrebbe altro, che ne dite voi?
Detto questo, il Morone fe' le viste di dar di volta al discorso,
gettò un'occhiata, come se fosse a caso, su quell'imbrogliata
quisquiglia di carte che aveva sulla tavola, e soggiunse poi subito:
--Quasi mi scordavo di ciò per cui t'ho mandato a chiamare. Senza
dunque attendere a pigiar l'uva di villa Cortese, come dicevi tu, ti
darò io da lavorare. In questa stretta di tempo e in questo repentino
mutamento di cose ci ho molte matasse da svolgere; e siccome ho potuto
accorgermi, che dello studio di Padova, a te non rimase la polvere
soltanto, così te ne darei una a te imbrogliata molto da dipannare e
da stendere al sole. Del resto, ti sborserò tanti ducati, quanti in
una sol volta non t'è forse mai bastata la vista di guadagnare.
--È un lavoro per cui ci vorrà molto tempo?
--Può esser più, può esser meno; anche un giorno avrebbe a bastare,
anche un'ora, pur che il pozzo dia acqua, e il poeta trovi la rima.
Corvino non afferrò bene, e stette pensando a quelle parole.
--Domani o doman l'altro, e potrebbe darsi anche oggi... tu dovresti
porti al lavoro... e in quanto al prezzo, saran trecento, saran
quattrocento ducati, o scudi del sole, come ti parrà meglio, a seconda
dell'abilità e della riescita.
Il Corvino, a cui sembrò in vero che quel prezzo fosse
esorbitantissimo, guardò fiso il Morone. Questi comprese allora ch'era
nato un pensiero in testa al Corvino, che c'era un uncino al quale
attaccar molto bene il suo filo. Allora tirò via, saltando di palo in
frasca, senza alcun ordine del discorso.
--Dunque, tu mi dicevi, che il marchese, benchè ferito, voleva di
tutti i conti vènire a Milano.
--Certo, illustrissimo.
--Ma che intenzioni, che fini ha egli poi?
--È presto compreso, quantunque non sia presto fatto; tentare un colpo
ardito, e tenersi la ragazza per sè.
--È pazzo il marchese, la cosa è disperata; ogni tentativo è
impossibile.
Il Corvino tentennò la testa, poi soggiunse:
--Difficile sì, impossibile no; mi pare a me.
Il Morone gli si piantò allora in faccia, come aveva fatto alcuni
momenti prima.
--È ottima cosa che a te paja così, Corvino, ottima veramente.
E facendo quel suo solito lezio, strinse l'occhio dritto, il che
accresceva quell'espressione assidua di acutezza che aveva svolta in
faccia, e guardò fiso per qualche tempo il Corvino.
Questi notò quell'occhiata acuta, penetrativa, parlante; gli venne un
lampo, la interpretò alla sfuggita... abbassò la testa... aveva
capito.
Ci fu un momento di silenzio, che il Corvino ruppe il primo, dicendo:
--Se vostra signoria illustrissima volesse mai...
Il Morone fu presto a tagliargli la parola in bocca; non voleva
assolutamente nè parlar chiaro, nè sentire a parlar chiaro, e subito
svoltò il discorso.
--La settimana ventura verrai dunque a prendere i quattrocento scudi,
che per allora, spero, mi avrai spacciata quella faccenda che ti
dicevo.
Il Corvino tacque.
Il Morone continuò a passeggiar per la camera sinchè di bel nuovo gli
si volse improvviso, dicendogli:
--Conosci tu il Bentivoglio?
--Lo conosco benissimo.
--Di vista, o di nome soltanto?
--Di nome e di vista.
--È una buona cosa anche questa.
--Buonissima certamente.
--E la sua figlia l'hai tu mai veduta?
--Qualche volta sì.... E un certo signor conte che io non nomino, non
avendomi conosciuto bene, mi voleva dar certi incarichi per lei. Si
trattava d'imbasciate.... Ma l'illustrissimo sentirà anche adesso il
fumo della vergogna, se si ricorda di quel che gli ho risposto....
--La fanciulla ti conoscerebbe forse?
--Credo di no.
--Ho piacere che non ti conosca.
--Lo capisco anch'io.
--Dunque, Elia, noi siamo perfettamente d'accordo. Queste faccende ti
aspettano, e metteva la mano fra quel mucchio di carte che erano sulla
tavola; per adesso puoi andartene, soltanto fa di ritornare quando
avrai messa insieme qualche novità; già non dovrebb'essere gran che
difficile, tutto Milano è pieno di novità a questi dì... Conduci
dunque le cose in modo che se ne abbia ad accrescere il numero.
Dette queste parole si gettò a sedere, mostrando di non aver più nulla
a dire, e di non voler sentire più nulla. Il Corvino si licenziò.
Partitosi dal Morone, tosto si recò a raccogliere quelle notizie che
gli erano indispensabili per tentare il miglior modo di mettere in
atto quanto il Morone, così alla sfuggita, gli aveva fatto intendere;
ebbe presta la maniera d'attaccarsi, come una sanguisuga, ad un uomo
di camera del magnifico Bentivoglio, dal quale per verità seppe ciò
che mai non avrebbe voluto sapere, e che invece di dargli qualche
speranza, quasi lo tolse dal suo proposito, persuadendolo che i
quattrocento ducati, co' quali aveva già fatto moltissimi conti, se ne
fossero già risoluti in fumo. Le notizie che avea cavate di bocca
dall'uomo di camera portavano, che il Baglione s'era già recato ad
alloggiare nel palazzo che il Bentivoglio teneva a Chiaravalle, e che
forse in quel dì e in quell'ora medesima che se ne stavano a parlare
gli sponsali sarebbero avvenuti. Stornare un matrimonio, quando le
cose erano ridotte ad una tal condizione, parve cosa impossibile anche
all'Elia Corvino, per quanto fosse immaginoso ed audace, e il danaro
avesse potere di fargli far miracolo. Con tutto ciò, sempre ruminando
progetti e disegni, e tele e trame, si recò alla solita osteria del
_Pomo d'Eva_ per vedere se da San Donato, ove il Palavicino giaceva
ferito, fosse arrivato il suo fratello Omobono.
Non avendolo trovato, se ne andò in volta per la città tutto il dopo
pranzo di quel giorno, prendendo per le vie più silenziose e più
rimote, chè i suoi pensieri non avevano bisogno di essere divertiti da
quell'unico suo proposito, che mai non sapeva abbandonare, per quanto
poche speranze potesse avere. Intorno all'ora di sera però
riavviandosi al centro della città, gli fu mestieri abbandonarlo un
momento, per dar retta agli infiniti discorsi che si facevano tra gli
innumerevoli gruppi di cittadini ne' quali ad ogni crocicchio
s'incontrava, i quali discorsi non versavano che sull'ingresso che il
dì dopo i Francesi avrebber fatto in Milano, del come si sarebbero
comportati co' cittadini, delle feste che i patrizi milanesi,
ritornati in fretta e in furia dalle loro villeggiature, già pensavano
di offrire a que' loro amici vecchi, e così via.
Sul far della notte ritornò ancora alla _confortevole sua tenda_ del
_Pomo d'Eva_, dove, al primo affacciarsi, vide il suo fratello
Omobono, che innanzi ad una tavola attendeva a mangiare a quattro
ganascie, chè il trotto vivace a cui s'era posto, viaggiando da San
Donato a Milano, gli aveva messo un formidabile appetito.
--Come sta il marchese? fu la prima domanda che l'Elia fece al
fratello.
--Il Cardano gli ha fasciata la ferita in modo, ch'egli ormai sta
abbastanza bene. Ma l'intrigo della Bentivoglio, di cui ti ho già
parlato, gli ha messo il cervello a malissimo partito, e non c'è
argomento col quale si possa medicargli questa altra ferita, assai più
cruda della prima. E quel ch'è peggio, domani di buon mattino, il
Baglione darà l'anello alla Ginevra, notizia che oggi ho raccolto io
stesso passando presso a Chiaravalle; e domani, come s'ella fosse una
regina, farà il suo solenne ingresso in Milano, intanto che i Francesi
vi brulicheranno per ogni parte.
Il Corvino, intanto che il fratello Omobono parlava di questo modo,
ascoltava e pensava nel medesimo tempo. A un tratto interruppe il
fratello:
--Se qualcheduno, gli disse, volendo far qualche cosa per il marchese,
avesse bisogno ch'egli si trovasse in Milano domani, la sua ferita gli
permetterebbe di venirci?
--Crederei di sì, quantunque sulla gamba fasciata non si possa regger
ancor bene.
--Allora è assoluto bisogno ch'ei ci venga; chi sa che qualcheduno qui
non abbia presto il modo d'ajutarlo.
--Ajutarlo a far che? Non ti capisco bene.
--Tu, jeri, mi dicevi, che avresti dato anche la tua vita per vederlo
contento.
--E anche oggi, lo dico.
--Bene, perchè dunque lui sia contento, ora non gli abbisogna altro
che di trovarsi colla Ginevra.
--Credo che sia così.... Ma la Ginevra è cosa d'altri oramai.
--Tu non sei già l'arciprete della metropolitana, perchè abbia a
prenderti fastidio di queste cose.
--Sono un direttore di coscienze molto più largo, questo è
verissimo....
--Dunque?
--Dunque, fa pure il tuo comodo, ch'io son qui a tenerti la staffa, e
oggi mi piaci più ancora del solito; ma dà fuori nettamente il pensier
tuo... che allora potrò forse battere anche le mani.
--A far ciò aspetterai ad opera terminata, che nel futuro non si può
leggere correntemente. Ed ora non mi occorre altro, se non che tu
ritorni domani per tempissimo a San Donato, dia ad intendere qualche
grave pastoja al chirurgo, perchè s'induca a lasciar venir qui il
Palavicino; e in quanto a lui, ti metta a confortarlo di tutte quelle
speranze che ti possono venire in mente, tanto perchè gli venga
qualche coraggio e si risolva. Domani poi, quand'egli sarà arrivato,
mi recherò io medesimo da lui, e quel che sarà da farsi, si farà.
Fermi in questo, passarono insieme il resto di quella sera, e poi si
divisero, per mettersi poi a nuove faccende appena spuntasse l'alba
del di prossimo.
Nel qual giorno, non ci fu milanese, che appartenesse ad un'arte, il
quale potesse attendere pacatamente a' suoi lavori. All'alba, quasi
tutta la popolazione trasse al corso, alla porta e alla strada Romana.
I patrizj, dando magnifico spettacolo di sè a cavallo, in carrozza, in
lettiga, si recarono incontro all'esercito francese per essere i primi
a salutare i baroni, i cavalieri, i conestabili di Francia, coi quali
avevan già stretta amicizia prima che tornasse Massimiliano Sforza, ed
ora eran solleciti di riappiccarla più saldamente di prima. Il popolo
minuto s'era sparpagliato pe' campi, non attratto che dallo spettacolo
nuovo, dispostissimo a sfoggiare il suo satirico umore sui nuovi
vegnenti, sulle loro facce, sul colore dei loro capelli, sulla forma
dei loro nasi, sulla foggia delle loro vesti, delle loro armi. I
caramogi, i monelli tutti i membri insomma della più sucida
accozzaglia, s'erano appollajati sugli olmi come arzàvole che stiano
riposando le ali affaticate, prontissimi, se mai desse l'occasione, a
gettare qualche sassata furtiva sulla borgognata di qualche caporale
dell'esercito francese.
Appena che la città di Milano ebbe finito di ricever soldati e soldati
a tale da provar quasi gli effetti della replessione, a' Milanesi non
mancarono altre occupazioni.
Sul corso di porta Romana, lì presso alla contrada di Rugabella,
dov'era, e dov'è tuttora il palazzo del maresciallo Trivulzio,
quattrocento uomini, per ordine ed a spesa dei principali patrizj,
stavano alzando degli impalcamenti al fine d'allestire, per la notte
di quel giorno medesimo, vaste sale posticcie, a festeggiare l'arrivo
de' Francesi con danze e luminarie che fosser degne di loro.
Così il popolo raccolse qualche diletto nell'assistere alla prodigiosa
prestezza, con cui quello ampio tentorio, quelle colonne e quelle sale
vennero, a così dire, improvvisate.