Questo capitolo doveva esser tutto occupato da una lunga descrizione
della battaglia di Marignano fatta con tutte le regole richieste dai
precettisti, ed anzi, avendo avuto l'autore il valido ajuto d'un
professore di rettorica, già amico del benemerito Elia Giardini, si
poteva esser certi che a quella descrizione non sarebbe mancato una
virgola. Ma una combinazione che potrebbe dirsi fatale ha fatto sì,
che i fogli che la contenevano andassero smarriti, non si sa come.
Dopo aver fatte le più diligenti ricerche, e sempre invano, trovandosi
l'autore nell'odiosa necessità di rifare il suo lavoro, e sentendosi
venir la bruttura, non solo ha pensato di ommettere la descrizione, e
di chieder perdono dell'omissione, ma sì anche, per suo conforto, s'è
affannato a persuadersi sia stata quasi una fortuna il non averli
trovati, per due buone ragioni: l'una, che in faccia all'arte,
supposto che si duri nell'ostinazione di non vedere che l'arte nuda in
un romanzo, una descrizione di battaglia, è tal cosa, che oggidì
potrebbe far venire la muffa al naso quand'anche uno vi recasse
l'abilità di Omero; l'altra che, in faccia alla storia, le cause che
producono una battaglia, e i risultati che ne emergono, sarebbero le
sole cose indispensabili a conoscersi; nel caso nostro poi non importa
gran fatto il sapere, che Francesco abbia dormito su un cannone
nell'intervallo della mischia, che il maresciallo Trivulzio abbia
fatto dar l'acqua alla campagna ed inzaccherate le gambe dei poveri
svizzeri, ch'egli stesso, per salvare un suo paggio, abbia corso
imminente pericolo della vita, che il re Francesco abbia combattuto
come un leone, cosa che del resto abbiam veduto fare a molti fatui
nerboruti, in cui l'acquavite teneva luogo di coraggio e di virtù; che
il Palavicino abbia fatto tutto quanto può fare un uomo; che sul campo
sien restati seimila morti, e una quantità innumerabile di feriti, che
in fine il Trivulzio l'abbia qualificata battaglia di giganti. La
notizia che ci preme veramente, e che veramente ci addolora, è quella
che gli Sforzeschi rimasero sotto, e che re Francesco per quella
battaglia fu padrone del Milanese.
Considerando poi che ci resta a percorrere un lungo, disastroso e
intricato cammino, ci accorgiamo adesso che fu un vantaggio non
disprezzabile l'aver potuto dilungarci dalla strada maestra e prendere
per una tale scorciatoja.