Intanto il Palavicino, uscito dal castello di Porta Giovia, messo a un
piccolo trotto il cavallo, passato per quelle vie bistorte tagliate a
sghembo, senza livello, a piani ineguali, che allora venivan tutte
distinte dal comune appellativo del Baccio, casupole e catapecchie
della più minuta e lurida accozzaglia di plebe, si trovò presto nella
vetusta contrada dell'Orso-Olmetto. Qui gli giunse all'orecchio un
rumore, un frastuono insolito, e traendo dietro a quello, dato di
sprone al cavallo e pervenuto al canto estremo di quella contrada,
vide gran moltitudine di gente insaccarsi nella vicina di Brera del
Guercio. Assai sollecito di sapere quel che fosse, arrestò un momento
il cavallo, e ad uno che gli veniva accanto pedestre domandò la causa
di quell'insolito movimento.
--Sono i _tôffi_ e i _caramogi_ di Porta Tosa, gli rispose il buon
uomo, usciti dalle puzzolenti lor tane, a trarsi dietro tutta la folla
degli altri birboni, e Dio sa che sconquasso saran per fare stanotte.
--È un pezzo che sono in volta costoro?
--Sarà un'ora adesso. Dal momento che si seppe che i soldati svizzeri
eran stati chiusi in castello per non uscire che all'alba di domani, e
i cento cavalli del Coreggio non potevano più staccarsi dalla greppia
delle stalle ducali, subito si videro delle novità. E non par vero non
siasi pensato a provvedere a tanto disordine. Figuratevi che in tutta
Milano non ci sarebbero dieci labarde, a pagarle cento ducati per
ciascuna... Sentite, sentite che or va in rovina tutto il rione di
Brera... sentite...
S'udì in quella di fatto un gran rumore, un tintinnio, un
tempellamento vasto e prolungato come di vetriere che si lasciassero
cadere o si gettassero a fracassarsi sulle lastre delle contrade.
--Scommetto, continuava a dire il buon uomo mentre tendeva l'orecchio
ad ascoltar meglio; scommetto che è il palazzo del marchese Birago che
va in ruina!... Domando io, cosa dirà quel signore quando, tornando
dalla campagna, vedrà le sue gallerie ruinate così!... E a pensare che
gli costarono ventimila gigliati!... tutte lastre di vetro fatte
venire appositamente dalle fabbriche di Murano... Sentite! non è
ancora finito; l'hanno co' palazzi de' gran signori, quest'oggi, che
sanno essere usciti di città... E quel birbone del Tita, vetrajo, che
non par vero non siasi ancora ammansato dopo tanti e tanti tratti di
corda, s'è fatto lui capitano de' _tôffi_ e dei ladri, ed ha risoluto
di far la guerra ai vetri di Milano. Domani i cavalli non potranno
andar in volta per la città, e ai poveri scalzi sanguineranno i
piedi... Basta; si può ancora sperare, caro signore, e presto si
rimetterà il governo francese, e torneranno i guasconi a tener
soggetta la canaglia...
A tali parole, il Palavicino, senz'ascoltar altro, die' di sprone al
cavallo lasciando in mezzo alla via, colla bocca ancora aperta, il
buon messere che avrebbe voluto dir molte altre cose, e prese pel
lungo viottolaccio del monastero di s. Giuseppe, viottolaccio quasi
tutto attraversato da cavalcavie, e rallegrato da una quantità
straordinaria di agiamenti che inallora non erano ultima parte
dell'esterno ornato delle case.
Giunto sulla piazzetta di Santa Maria della Scala, il brulicame della
gente era anche qui ben fitto, e veniva tanto quanto rischiarato da
certi staggi o tizzoni ardenti ed agitati all'aria da molti di coloro.
Su quella piazzetta per altro non v'era ciò che propriamente si
direbbe _tumulto ribellionario_, v'era soltanto un'ilarità baccante,
uno straordinario buon umore. Ciò dipendeva forse dalle molte bettole
che in quel sito mostravano trionfalmente il sempre verde alloro e che
riversavano sulla via una quantità di persone molto bene avvinazzate e
fervide di una scomposta vitalità che, per una cagione insolita,
difficilmente in quella sera poteva determinarsi all'ira ed alle risse
come suol quasi sempre avvenire.
Ma qui è necessario spendere qualche parola intorno a quello strano
commovimento.
Ogniqualvolta c'incontriamo, leggendo le storie, in qualche tumulto
popolare, per poco che si voglia indagarne le cause, le troviam sempre
gravissime, e d'altra parte vediamo in quelle occasioni essere
costante il fenomeno di una moltitudine invasa da un furore violento.
Bocche che gridan pane, e campi che non danno raccolto, scarsità
insolita di danari e balzelli a furia, iniquità che abbian fatto
traboccar la bilancia, violenze incomportabili sono per lo più le
solite punture e battiture per cui la belva immane della moltitudine
si fa lecito di mostrare i denti. L'altro fenomeno si è, che contro a
questa belva infuriata, formidabile, prepotente, c'è quasi sempre una
sufficiente forza armata che serve a mantenere l'equilibrio e a non
permettere che il pubblico, così pieno di pretensioni, soddisfi ad
ogni suo capriccio. Ma di tutte queste consuete circostanze questa
volta non ce ne appare una sola, e invece ci si offre un fatto
straordinario e tale che forse non ne fu mai un altro simile nè prima,
nè dopo.
Una moltitudine nel complesso ancor bene satollata e ben pasciuta,
poco di denaro e poco di ricchezze se vuolsi, ma tali però ancora che
non potevano promuovere eccessivi lamenti; qualcosa in ombra, in
barlume bensì di sovvertimento, di rovina, di confusione ma, di cui le
intelligenze volgari non potevano avere nessun sentore; epperò nel
complesso di tutta quella vasta famiglia, quel che si direbbe
tranquillità dell'animo. Con tutto ciò il maggior numero de' membri di
quella esce d'improvviso dalla consueta operosa tranquillità, dalle
abitudini quotidiane, si danno la voce, alzano qualche grido
eccessivamente acuto, e si accingono a fare ciò che si direbbe una
sommossa.
Ma in quella sera del 14 settembre si potè far sul vero uno studio
pratico quale infinite volte è stato fatto per teoria e per
congettura. Si potè determinare il valore intrinseco e preciso delle
leggi, dei capitoli d'uno statuto, d'un decreto, quando per caso non
vi sia la forza armata che lor venga in aiuto. E si ebbe d'altra
parte, in un'angusta scena, lo spettacolo della società che tenta
adagiarsi e rimettersi nella ragione di vita semplice e larga degli
uomini antidiluviani.
Alle ventiquattro di quel giorno, come già sappiamo, tutti i soldati,
tutte le guardie che si trovavano in Milano furon sottratti
improvvisamente allo sguardo de' cittadini. Le casacche screziate
delle labarde svizzere che si vedevano a tutte l'ore del dì sulle
porte del palazzo ducale, del senato, del collegio dei dottori erano
scomparse. I larghi braconi della numerosa guardia del bargello che
s'affollavano sulla porta del Capitano di Giustizia, delle prigioni di
porta Romana, e di quelle della Malastalla erano scomparsi; di tutta
quella razza d'armigeri non avvezzi ad uscir delle mura, s'era voluto
fare un corpo di riserva, e cogli Svizzeri erano anch'essi stati
chiusi in castello per non uscir più che al campo. Perciò la legge,
questa formidabil vecchia, che nella sua decrepitezza è sempre attiva,
inflessibile, antiveggente, sempre pronta a stendere l'artiglio e ad
ingoiare colpevoli, fece in quell'occasione un'assai meschina figura;
voleva ancor gridare bensì dalle aule del palazzo di giustizia o dalle
cantonate delle contrade, ove stavano ancora affisse le tabelle, i
decreti, le comminatorie e simili; ma eran voci che andavano perdute
tramezzo al vasto frastuono, mentre ciascheduno intanto pensava
cogliere l'opportunità e fare il suo comodo. Si presentò adunque il
caso d'una moltitudine per se stessa disposta alla tranquillità, e
dell'assenza assoluta della forza armata; il caso d'un fiume placido,
non ingrossato da nessuna straordinaria alluvione, cui improvvisamente
sian tolti tutti gli argini, tutte le dighe e tutte le conche; e
siccome un tal fiume uscirebbe ugualmente da quel letto dove l'arte lo
ha costretto per forza, e volgerebbe di tratto la sua corrente per
dove da antichissimo era naturalmente inchinato, così pure doveva
comportarsi una moltitudine, abbandonata a sè stessa, improvvisamente,
senza i freni dei soliti tutori; poche similitudini vengono così a
cappello come questa; del resto la plebe milanese, trovatasi
improvvisamente in tanta libertà, s'accorse di molte cose alle quali
forse non aveva mai pensato. Tutti coloro che si stavano stipati,
addossati l'un l'altro, epperò molto incommodi e addolorati del
pigiamento assiduo, sull'ultimo e più vasto gradino della gran scala
sociale, alzarono un tratto uno sguardo invidiosissimo verso coloro
che stavano ai primi posti. E l'effetto di quell'invidia fu così
pronto e potente, che si propagò di pensiero in pensiero quasi una
spontanea inspirazione di mettere in pratica, quel che oggi si
direbbe, l'assurda teoria de' comunisti. Tutta la lurida accozzaglia
de' caramogi, de' bordellieri, de' ladri, che di solito se ne stavano
stipati ne' viottoli, ne' crocicchi, all'ombra dei cavalcavia,
addossati a venti, a trenta nelle putride e puzzolenti lor tane, o
sparsi nelle bettolaccie affumicate di porta Tosa a trincar _caspio_,
sbucarono improvvisamente all'aria come una moltitudine di topacci
che, al cessare di un rumore, esca tutta lercia dal fetido pattume,
dispostissimi a tentare in grande quelle minute guerricciuole a cui
s'erano avvezzi allorchè quatti quatti al canto di qualche via remota
aspettavano la solitaria pedata dell'improvvido borghese.
Nè solo quest'ultima feccia del popolaccio aveva presa una simile
risoluzione, ma anche buona parte di coloro che, sebbene non agiati,
avevano però i mezzi di trarre abbastanza di guadagno dalle proprie
fatiche; e coloro segnatamente fra questa classe d'uomini, che erano
dotati di gioventù, d'ardimento e di sfrontatezza.
Quantunque la causa prima e più efficace che ha determinata l'infima
turba a sovverchiare la più distinta classe, sia quella che già abbiam
detto, pure alcune altre circostanze avevano concorso a dare
l'avviamento a tante volontà.
Ne' dodici anni che Milano fu sotto il dominio di Luigi XII, i nobili
e i più facoltosi Milanesi erano stati assai accarezzati dai
governatori francesi, e però piegando alle lusinghe, s'erano
intrinsecati assai strettamente cogli uomini d'armi, coi baroni e
cavalieri che appartenevano a' più cospicui casati di Francia. La qual
cosa aveva fatto sì che tutte le violenze, i soprusi e i carichi eran
venuti a cadere sulle teste della plebe minuta, la quale più d'una
volta aveva tentato bensì sfogare il suo malumore, ma era stata
costretta, in ogni occasione di tentativo, rodersi in segreto e
ritirarsi per certe improvvise scorrerie di cavalleggieri francesi
che, uscendo a tutto galoppo dal castello, attraversavano le più
popolose contrade della città. Venuto però al ducato il giovine
Massimiliano, l'aspetto delle cose s'era al tutto mutato. Il giovane
duca, o meglio il Morene, il quale operava di queto e sott'acqua,
sapendo che il partito de' nobili gli era contrario, si diede a
proteggere la plebe e far gravitare sui patrizii tutti i pesi dello
Stato. Un mese prima del giorno in cui ci troviamo, la plebe s'era
posta in armi per respingere alcuni corpi di presidio che il
maresciallo Trivulzio aveva tentato introdurre in città; Girolamo
Morone aveva pensato ajutare quel popolare sommovimento, e tanto fece,
che il Trivulzio aveva dovuto ritrarsi dalla propria impresa. In
quell'occasione si promisero grandissime cose in compenso alla plebe,
e si cacciarono dalle magistrature quasi tutti coloro che le erano in
odio. Non è a dire quel che allora fece la plebe protetta in tal modo;
alcuni di que' magistrati furon presi a sassi e peggio, e molti dei
loro palazzi furono posti a ruba, ed a sacco. Dopo qualche tempo il
duca aveva fatto proclamare che egli voleva affidare le chiavi della
città al suo popolo, e che in avvenire i cittadini sarebbero stati
immuni da qualunque aggravio; il qual editto produsse che i nobili più
e più s'alienarono dallo Sforza e più gli si affezionò la plebe.
Passato qualche tempo, tutto si venne racquetando; ma in questo giorno
il buon popolo ancora imbaldanzito e seguendo la natura de' fanciulli
viziati, si ricordò del giuoco goduto alcun mese prima, dal quale
aveva raccolto tanto diletto, non disgiunto da molto utile, e di
quello spettacolo, non è da maravigliarsi, se si volle la replica a
richiesta generale. Quella massa oscura inoltre che s'addensa nelle
officine della città, ignorantissima, ma acuta, priva d'ingegno, ma
dotata d'istinto, aveva come sentito l'odore de' Guasconi, de'
Borgognoni, dei Parigini, e aveva presentito che coloro fra pochi dì
avrebber fatto da padroni nella città e rinnovate le amicizie antiche
coi nobili e coi facoltosi, pensarono adunque tentar qualche cosa in
quella stretta di tempo, far guarnaccia pei dì della miseria, far
pagare in anticipazione a' ricchi il buon tempo che stavano per
godere, imporre loro una specie di tassa di buon ingresso. Ecco tutto.
Non essendo però istigati da un appetito straordinario, e i rancori,
dopo quelli che avevano sfogati tanto tempo prima, essendo di presente
leggerissimi, non avrebber fatto il minimo tentativo, senza l'insolita
circostanza di una libertà così completa. E quelle soverchierie e
violenze a cui s'accinsero e condussero a termine in quella notte
furon tentate in via di giuoco, di baccanale, di festa e d'orgia
popolare e nulla più.
Un uomo d'immaginazione, che sapesse fare gli opportuni cambiamenti,
potrebbe figurarsi assai netto innanzi agli occhi lo spettacolo della
città di Milano in quella notte, osservando una scolaresca numerosa
dalla quale per caso siasi assentato il precettore severo. I più
svogliati, i più accattabrighe, i più maneschi, mandando larghi
respiri escono a furia dai banchi, cui li costringe una regola
insoffribile, e si sparpagliano a dar qualche bussa, così per celia,
ai condiscepoli che sono l'occhio dritto del precettore assente, di
modo che quando al ritorno del maestro tutto ritorna in quiete, è
frequente il caso che i privilegiati scolari abbiano a tastarsi le
ammaccature e le membra indolenzite.
Le turbe si sbandarono dunque così a caso per la città, ed essendo
numerosa la quantità de' signori che in quel dì, a fuggire la
tentazione d'uscire al campo, erano invece usciti in villa, pensarono
di entrare in taluna delle loro case, a far quello che fanno i soldati
quando mettono il piede in una città assediata. A quelle tuttora
abitate dai loro padroni, potendosi dare il caso che si volesse
opporre una fronte di servi e di famigli assai bene armata, e non
volendosi rendere fastidioso e incomodo quel tripudio di festa,
s'accontentavano di recar qualche sfregio leggiero, e tutt'al più eran
sassate e torsi nei vetri.
Così in quel breve spazio di tempo ch'era corso dalle ventiquattro
alle due di notte, molti avevan già dato fine alle loro fazioni, e
carichi di roba e di trofei s'erano dispersi a gruppi nelle numerose
bettole della città, e ne' crocicchi e nelle piazze volentieri si
fermavano a ridere, a schiamazzare, a far violenze facete.
Così, appena il cavallo del Palavicino, mostrandosi al canto di S.
Giuseppe, fece suonare la zampa sul lastrico della piazza di Santa
Maria della Scala, e que' mille beoni, al lume de' tanti lampioni che
si agitavano per l'aria ebber potuto accorgersi che la cappa del
cavaliere era signorile, scoppiò un urlo così ineducato che davvero
non parve promettere nulla di buono.
--Giù! giù! s'udì poi da tutte le parti; giù da cavallo! Abbasso,
abbasso! Non più lettighe, non più carrozze, non più cavalli! Giù,
giù, tutti in volta a piedi stanotte! Prendiamolo a sassate, se tosto
non obbedisce, a sassate, a sassate!
Il Palavicino accortosi allora che aveva scelta malissimo la sua
strada, nè più essendo in tempo di scansare il cavallo, procurò alzare
la sua voce fra le migliaia che gridavano, per vedere se, dandosi a
conoscere, gli riuscisse d'ammansare quell'ira. Ma la sua voce non era
abbastanza forte, nè acuta per farsi udire in quel generale frastuono.
E tutti coloro che assolutamente avevan fermo avesse il cavaliere a
discendere e a mettersi a pari con loro, vedendo che non pareva niente
disposto a far quello ch'essi volevano, già si facevano intorno a lui
per passare dalle minacce agli atti; ma la buona fortuna non lo
permise. Intanto che la folla preparavasi a soddisfare a' suoi
capricci, dalla bettola ch'era sul canto a S. Giovanni, era uscito un
laido omaccio, colla sua caraffa colma di vino nella mano destra, il
quale omaccio, sebben fosse ubbriaco in quarto grado, conobbe la cappa
signorile del Palavicino... e allora, movendosi così barcolloni,
sempre tenendo nella mano la tazza che versava vino da tutte le parti,
s'accostò al cavallo del Palavicino, e, stato in prima a guardarlo con
due occhi stravolti, gli alzò poi la caraffa sino al petto e:
--Tè! gridò, bevi anche tu, il mio caro marchese, bevi con me, che
siamo amici vecchi!... e facendo una pausa svenevole e torcendo gli
occhi sempre più:
--È però anche vero che tuo padre è un nottolone di mal augurio, e fa
sempre l'occhio del porcel morto quando ci guarda a noi.... Ma tu lo
hai _sfalsato_, il mio caro Palavicino; ma tu sei amico della povera
gente, e va benone.... La c'è però la bazza, ve', stanotte, la c'è e
ci si sguazza dentro come scarabei al sole. Peccato che la voglia
durar poco, il mio caro marchese, poco ti dico, poco.... Ma perchè non
bevi?... bevi, il mio marchese, che la c'è la bazza.
E sì dicendo voleva di tutti i conti che il Palavicino si prendesse la
caraffa.
Intanto la moltitudine, all'udire che quel cavaliere era il marchese
Palavicino, tosto cangiò gli urli in evviva. Il nobil giovane era
conosciutissimo di nome in tutta Milano, e tra per quello che aveva
sofferto dal padre, tra per le sue larghezze straordinarie nello
spendere e nel beneficare, erasi guadagnato la simpatia del popolo, al
quale era diventato ancor più accetto, dopo l'assassinio tentato
contro lui la sera prima.
Così, cominciatosi a gridare--Viva il Palavicino--da quel gruppo
d'uomini che gli si era serrato intorno, poco a poco il suo nome passò
per tutte le bocche che gridavano in piazza, e, prese un così esteso
giro, che lo si udì gridato in via Santa Margherita, e giù giù sino al
Portone.
Ma tanto l'odio eccessivo del popolo, come l'amore eccessivo può
riuscire incomodo, e se alcuni momenti prima, il giovane Palavicino,
aveva ragionevolmente provato qualche timore, adesso si sentì
sopraffatto da una noja mortale. La folla gli si stipava sempre più
intorno, e chi gli diceva una cosa, chi l'altra, chi gli profferiva la
cena, chi il letto, chi la vita; quel bevone principalmente che gli
aveva fatto il piacere di stornare da lui l'ira popolare, si ricattò
poscia tormentandolo incessantemente colla sua caraffa in pugno, ed
essendosi intestato che propriamente dovesse bere, già al rifiuto
stava per prorompere in ira; e fu ventura che, sopraffatto da un
capogiro, cadde a un tratto come un corpo morto riverso su chi
stavagli presso, e tosto, per la folla che rinnovavasi continuamente,
spari via come un tronco di quercia trasportato da una fiumana.
Gli evviva intanto diluviavano, e il Palavicino, tutto in trasudore,
disperava oramai di più rompere la folla, e con quel maggior fervore
che gli era possibile, supplicava tutti coloro che deliravan per lui a
dargli il passo. Soltanto, dopo aver trascorso una mezz'ora tra le
noje insopportabili di questo banco di arene, cominciò un momento a
sferrarsene, ed ebbe finalmente la consolazione di poter entrare nella
contrada delle Case Rotte e di mettere il cavallo ad un piccolo passo.