Ma per lasciare una volta quest'uomo, continuò il Palavicino, altre
cose mi avvennero in quel torno di tempo, e fu in quell'occasione che
per la prima volta potei conoscer dappresso la Bentivoglio. Non ebbi
dunque nemmen campo di riavermi dalle ferite e da una violentissima
febbre che spesso mi induceva in lunghi deliri, che altre forti e
dolorose scosse eran preparate per me. E quando trovandomi bene oramai
e avendo risoluto partirmi di Rimini, mi volli recare a ringraziare,
com'era dovere, e a prender licenza dalla signora che sempre aveva
mandato a prender notizie di me, m'incontrai, mentre metteva il piede
in palazzo, in un tale che era suo famigliarissimo, il quale mi
dice:--Due mesi fa cotesto palazzo poteva benissimo non avere invidia
del paradiso, ma ora è diventata la casa del pianto; e alla signora,
che dopo quel che è avvenuto s'è concentrata in se stessa, che non si
sa più tanto che si pensare di lei, vennero a far compagnia altri
sventurati. Già vi sarà ben noto come i Papalini siensi impadroniti di
Bologna, e i Bentivoglio abbian dovuto fuggirne a furia. Ebbene, son
qui padre e figlia. Il magnifico signor Giovanni e la Ginevra si son
rifuggiati presso la duchessa.--Questa notizia mi fu causa di dolore e
di piacere a un tempo, e per tutte le ragioni fu tale insomma, che mi
fece risolvere a fermarmi ancora in Rimini. Ebbi a meravigliare però
che il Bentivoglio avesse voluto scegliere quel luogo per suo rifugio
chè certo non era il meglio adatto, e toccatogli di ciò a quel tale
che mi diede l'altre notizie, soggiunse: che il motivo veramente
dell'esser venuto colà era tutt'altro da quel che il Bentivoglio aveva
voluto far parere, ed ecco com'era la cosa.
Il Bentivoglio sapeva che Giampaolo Baglione, signore di Perugia, non
era ancor partito di Rimini, e al medesimo, che vedovo per la terza
volta gli aveva chiesta la figlia due mesi prima, ed era rimasto senza
risposta, veniva ora ad esibirgliela in fretta e in furia,
sembrandogli in quell'improvvisa sua sventura, far grandissimo
guadagno, e sperando per quelle nozze confederarsi stretto al
Baglione, che era il più potente signore della Romagna e tutta cosa
de' Francesi, e poter meglio così tentar l'impresa di ricuperare il
dominio della sua Bologna.
In quel giorno, quando entrai nella camera della duchessa, stavan
seduti con lei in un crocchio, il Bentivoglio, la Ginevra, il
Baglione. Un colpo d'occhio mi svelò come stava l'animo di ciascuno e
la Ginevra mi parve così accorata, così spaventata, che io mi sentii
tutto commuovere di pietà; e tutto il mondo già sapeva che, per una
donna, il dar la mano al Baglione era incominciare una serie
interminabile di patimenti e di guai. A te ho già detto come, avendola
veduta una sol volta a Bologna, mi facesse tale impressione che la sua
figura sempre poi mi comparisse in fantasia. Non era per altro così
pazzo ch'io osassi nutrire nemmeno la più lontana speranza! Chi poteva
misurare la distanza che interveniva fra me così infelice, così solo,
così abbandonato, e così povero, aggiungi, colla figlia di così
reverito e potente signore, con quella fanciulla i cui destini
parevano avessero a comporsi interamente coi destini di un re?
Ma in quest'occasione mi parve che si fosse immensamente accorciata
quella distanza, ed io potessi farmele più dappresso senza che più mi
paresse nè audacia, nè pazzia; forse un tale effetto dipendeva da ciò,
ch'ella era divenuta così infelice, ch'io sentissi tanta pietà per
lei, e che da questa appunto nascesse quella prepotenza d'amore che fa
superare ogni ostacolo.
Mi piaceva poi ch'ella fosse la figlia di sì grande e riverito
signore, che l'altezza della condizione riflette sempre un gran lume
sull'uomo e sui pregi suoi naturali; ma il saperla caduta da
quell'alta condizione, la rendeva assai più venerabile agli occhi
miei, le aggiungeva uno straordinario, un ineffabile prestigio. Quel
misto di miseria e di splendore, quella giovanile bellezza,
precocemente sfiorata dagli affanni, produsse in me tale effetto, che
io non tel saprei dir qui a parole; e allora pensavo al mio stato,
consideravo come anch'io fossi caduto assai basso per l'inesorabile
volontà del padre mio, e m'esagerava in mente, e quella prima altezza
della mia condizione e quella bassezza presente, e per la prima volta
ho saputo confortarmi delle miserie in cui trovavami, non per altro,
che perchè somigliavan tanto alla condizione di lei. E mi affannava
per persuadermi che il destino avesse espressamente combinata quella
parità di sventura, e condotto gli eventi così, che io e quella
fanciulla infelice ci trovassimo uniti ambedue nel medesimo tempo e
nel luogo medesimo. Ma il veder lì presente quell'uomo osceno ed
atroce del Baglione mi dava poi un insopportabile affanno.
E pensa come stesse l'animo mio quando, alcuni giorni dopo, l'Orlando
mi parlò dell'angoscie e dei pianti di quella poveretta, e come
tremasse della gelosa severità del padre suo e non osasse
contraddirgli, e in pari tempo come avrebbe voluto morire piuttosto
che darsi in braccio al Baglione. E però un giorno più dell'altro mi
andavo sempre più infervorando in quell'amore che doveva essere la mia
disperazione e il mio conforto a un tempo. Una sera nei giardini del
palazzo della signora, la quale in quel tempo si comportava meco d'una
maniera assai strana e impacciata, a me venne fatto di rivolgere
alcune parole alla fanciulla, e d'udirla parlare, e si tenne parola
della condizione di Bologna, e della loro fuga e de' Francesi, dai
quali il padre suo sperava tutto, e rimasi maravigliato della
perspicacia straordinaria di lei in cose segnatamente nelle quali le
donne non sogliono, per lo più, aver molto intendimento. E più
maravigliato ancora quando potei comprendere ch'ell'aveva in pessima
stima il nome francese contro l'opinione del padre suo, e mi raccontò
una storia mesta d'una giovanetta sua amica che da uno di que'
gentiluomini francesi che stavano col Gastone era stata condotta a
malissimo termine, onde ne era poi morta di crepacuore, e pensa che
tenerezza io sentissi di lei in quel punto che, piena di santo sdegno
malediceva quel tristo, e su quel viso fatto rosso dall'ira cadessero
ad un tempo le lagrime a dirotta. Egli è a codesti slanci di passione
e pietà inestimabili che una donna ti si fissa in cuore, e non te ne
uscirà mai più per tutta la vita.
Ma tu vedi come provvedessi alla felicità mia sempre più
infervorandomi in quell'amore che non poteva avere che un
miserabilissimo fine, per esser le nozze col Baglione inevitabili.
Alcuni giorni dopo ho potuto accorgermi di un far contegnoso ed
insolito tra la duchessa e il Bentivoglio che mi ha messo in volontà
di domandare quel che fosse avvenuto, e seppi poi che la duchessa
Elena, a cui disperatamente la Ginevra erasi raccomandata s'era
interposta e parlò al padre di lei, e tentò ogni mezzo a persuaderlo
perchè non sagrificasse così miseramente l'unica sua figliuola. Ma
riuscendo al Bentivoglio nuovissimi que' ragionari, e non sapendo
nulla dalla figlia, che mai non aveva osato aprirsi con lui, salì in
grandissimo furore e duramente si ritrasse colla Ginevra, che ebbe a
passare amarissimi giorni, i più dolorosi della sua vita, ond'io
tutt'alterato e commosso, e quasi disperato: Oh che fai tu, proruppi
volgendomi a Dio e stoltamente imprecando, colla tua giustizia e colla
tua misericordia se permetti che costei abbia a morire di angoscia per
la tirannia dello spietato suo padre e se non provvedi a liberarla
dalle mani scellerate di quel laido uomo del Baglione. Or senti cosa
va a nascere, e va poi tu a negare la provvidenza di Dio infinita.
Due giorni dopo, faceva l'alba appena, entra da me l'Orlando: Grandi
novità! mi dice; io m'alzo sul letto pieno d'attenzione, impaziente.
Non sai nulla tu di Giampaolo Baglione?
--Nulla ne so, gli rispondo; ma cos'è avvenuto?
--È avvenuto, soggiunse, che stanotte i suoi famigli corsero per
messer Liborio chirurgo, e credevano fosse morto in letto.
--Morto in letto?... Ma chi, morto in letto?
--Il Baglione, che non si sarebbe mai creduto. Stamattina però s'è
alquanto riavuto, ma gli è dato fuori un male orribile, un mal
vecchio; paga insomma i suoi disonesti peccati, ed ora è peggio
malconcio assai di Lucio Silla. Altro che nozze, Manfredo, e il
Bentivoglio è rimasto a secco.
Eran corsi due giorni infatto che il Baglione non s'era lasciato
vedere a palazzo, ma nessuno ci badava sapendo che strano uomo lui
fosse, e d'altra parte colle sue mille lancie alloggiava fuori di
Rimini un miglio.
Io non ho saputo nè quel che ne disse, nè quel che ne pensò il
Bentivoglio allora; nè ho potuto godere dell'improvviso sollievo della
povera sua figlia, alla quale aveva Iddio così manifestamente
provveduto. Fatto sta, che in quella settimana medesima m'alzo una
mattina ed esco fuori. La città essendo ormai assai tranquilla, d'ogni
minima cosa vi si parlava a lungo, però sento dire da tutti che il
Bentivoglio colla figlia erano, da qualche ora, in viaggio diretti
precisamente a Milano. Se tre dì prima io m'era sentito così
confortato veggendola salva ormai dal pericolo d'andar sposa del
Baglione, altrettanto fu l'abbattimento mio quando mi venne udito
ch'ella non era più in Rimini. Quantunque non mi fosse conveniente il
recarmi spesso presso a lei, finchè si rimase colla duchessa, e
passassi molti dì senza nemmanco vederla, pure il sapere ch'ella
respirava quell'aria medesima della città ov'io mi trovava, ch'ella mi
era vicina, che se in me fosse mai nato un indomabile desiderio pel
quale non potessi stare senza lei, avrei pure potuto recarmi a vedere
quel divino suo volto, tutto ciò mi dava un indicibile conforto, e
scosse e soprassalti di giubilo potente.
Quando seppi dunque ch'ella era partita, che una grande distanza già
mi divideva da lei, ch'era forse probabile ch'io non avessi a
rivederla mai più, io ne rimasi così percosso, così sconsolato che
sentii pesarmi l'esistenza addosso e desiderai di morire. Nè il sapere
ch'ella fra poco sarebbe stata in Milano, vedi bene che speranze
poteva darmi, giacchè non v'era una ragione perch'io potessi tornarvi,
e a vivere onoratamente senza ajuto altrui, ciò che troppo mi pesava,
conveniva mi acconciassi con qualche capitano, il quale assoldasse
gente e fosse in pari tempo nemico alla Francia.
Ora quel che avvenne di me da quelli anni in poi tu lo sai, e come
risorgessi a un tratto per la subita morte del conte, fratello di mia
madre, che volle beneficar me sovra tutti... Per verità che sino a
questo punto, quantunque abbia trascorso dei momenti ben tristi, pure
ho ancora a lodarmi della sorte mia, la quale mi cavò di tante
sventure e tanti disastri; e volesse Iddio che le cose sempre, in
avvenire, mi corressero così ma vuol essere difficile... Frattanto due
sole cose io desidero ardentemente: che si vinca la battaglia di
domani e che il Bentivoglio, vinto dalla necessità, non si rifiuti a
concedermi la figliuola sua, della qual cosa è viva la speranza in me,
vedendo che per la condizione in cui trovasi lui e la Ginevra, non è
già facile che attiri l'attenzione di chi ha Stato o potenza in Italia
o fuori. In quanto poi al Baglione, se non è già spacciato a
quest'ora, non passerà gran tempo che lo sarà. So bene che qualche
mese fa era corsa la voce ch'ei si fosse molto bene riavuto, ma io non
ci credo niente, e il conte Besozzo che, non è gran tempo passò per
Romagna, mi assicurò ch'altro non sono che falsissime dicerie."
A queste parole il duca di Bari, sapendogli male di lasciare l'amico
in quell'inganno crudele, fu quasi tentato di metterlo in cognizione
d'ogni cosa, ma ricordandosi della promessa fatta al Morone, e
pensando che i consigli di costui non potevano essere in fallo, si
tacque.
In questa, i due giovani udirono scattare il martello dell'orologio
della torretta che battè due tocchi.
--L'ora è ben tarda, disse allora il Palavicino, e bisogna ch'io vada
alla casa del Besozzo, dove stassera si raccoglieranno un cinquanta
del nostri che staranno pel duca Massimiliano e per te, duca
Francesco.
--Non so se il castellano abbia licenza dal cardinale di Sion di
lasciarti uscire?
--Sa il cardinale il perchè, ed ha già dato gli ordini.
--Quando avremo a vederci noi?
--Domani all'alba.
--Addio dunque frattanto, e confida nella sorte e in Dio.
--E in chi altri ho a confidare? Dopo l'attentato di jeri notte, dopo
ch'io so che la morte mia è desiderio e fine assiduo di chi si
nasconde tra l'ombre, a me par come di passeggiare su d'un terreno,
sotto il quale si celi una mina; però, se a me non accadrà d'esser
balzato in aria sfracellato, non sarà che un miracolo d'Iddio.
Detto questo, si licenziò dal suo Francesco Sforza, che lo volle
abbracciare. Quando fu per uscire si scontrò nel Morone, che veniva
dalle camere di Massimiliano e che gli disse:
--È qui il duca Francesco?
--Egli è qui difatto; siete venuto a tempo, ed io vi lascio con lui; a
rivederci all'alba.
E senza più altro si partì lasciando appunto il Morone col duca.
Quando il romore che faceva il puntale della spada del Palavicino si
perdette sotto alle volte del castello, il Morone si rivolse al duca
di Bari, il quale misurava a lenti passi lo spalto, richiamandosi in
mente tutto quanto gli avea detto il suo amico.
--E così, disse il Morone, non sa nulla?
--Nulla affatto.
--Neppure un sospetto?
--Neppure. Ma io fui tentato dirgli ogni cosa, quando mi raccontò quel
che avvenne tra lui e il Baglìone altra volta, e come la figlia del
Bentivoglio per miracolo abbia potuto sfuggire dalle mani di costui; e
mi faceva grandissima pietà il vedere quant'egli viva tranquillo e
sicurissimo, e creda anzi che il Baglione sia così malcondotto da
certo suo morbo osceno, che non possa ormai più riaversi.
--Ed era appunto quanto credeva tutta Italia, e quanto desideravano
gli sventurati Perugini. Ma il lettore di medicina allo studio di
Pisa, messer Lucio Bandini, voleva in ogni modo esser maladetto da
tutti i suoi concittadini, e almanaccò notte e dì per guarire il
Baglione, e vi riuscì; ed ora Giampaolo alloggia in Lodi colle sue
cinquecento lande.
--Ma in che modo sapete che il Bentivoglio s'è recato da lui?
--Vi basti che ne sono certissimo, come son certo che le nozze che non
han potuto aver luogo tre anni fa, tosto si compiranno in uno di
questi dì. Il Marsiglio di Lodi venne jeri da me e mi disse ogni cosa,
ed io gli raccomandai stesse alle vedette e m'informasse di tutto
minutamente. So anche che il Bentivoglio jeri si recò a far visita
all'abate di Chiaravalle; nessuno me ne disse il motivo, ma è facile
congetturarlo. E pare che gli prema dar sesto alle sue cose in fretta
e in furia, e sagrificare la figlia senza le formalità che possono
trarre in lungo ciò che egli vuol subito.
--Il Palavicino mi disse il perchè, anche tre anni fa, premeva tanto
al Bentivoglio d'unirsi in parentela col Baglione.
--Ed è facile a comprenderlo, e per ricuperare la sua Bologna
metterebbe Cristo in croce; ma è quanto per verità io non vorrei che
avvenisse.
--Perciò era mio consiglio mettere in cognizione di tutto il
Palavicino stesso, il quale, chi sa, forse avrebbe trovato il modo di
stornar quelle nozze.
--A suo luogo ed a suo tempo si potrà benissimo palesargli la cosa, ma
oggi no. La notizia intempestiva l'avrebbe messo sossopra, e a noi è
bisogno invece ch'egli sia benissimo in sè stesso. Perchè, già non è
bisogno ripeterlo, questo giovane può essere di grandissimo peso nella
causa vostra, e dell'ardore appassionato che ha per voi, e dell'odio
che porta alla Francia può accender gli animi di tutto l'esercito. Io
so benissimo come vanno queste cose, e come un solo talvolta valga per
tutti. Dunque è bisogno ch'egli non sia stornato da nessun altro
pensiero, che se domani si avesse mai a vincere la giornata, si
troverebbe facilmente il modo di tener lontani il Bentivoglio e il
Baglione e allora porrò il pegno io stesso che la Ginevra sarà sua e
non d'altri.
--Sperate voi dunque che s'abbia a vincere la giornata?
--C'è l'uno per cento di probabilità; è ben poca cosa in vero, pure
alle volte quest'uno è tutto, come ho detto. Del resto è sempre
profittevole prepararsi al peggio che al meglio. Il re, senza contar
le lancie, i lanschinetti, i fanti della Gheldria e i Guasconi, ha
seco seimila cavalieri, il fiore della milizia d'oggidi, quarantamila
fantaccini e diecimila uomini d'armi. E noi? cosa abbiamo noi? Cotesti
svizzeri che non arrivano a cinquantamila, ed è qui tutto, e
combattono per le paghe. Se poi le forze di re Francesco avesse ad
ottenere quel che pur troppo è così facile ad ottenersi, allora la
lega tra il Bentivoglio e il signore di Perugia mi porrebbe in peggior
fastidio assai, e più che prima mi bisognerebbe che il Palavicino
sposasse la Ginevra, e l'Appennino tagliasse l'amicizia dei due
tiranni.
--Comprendo quel che volete dire; ma la cosa è al tutto impossibile. E
per verità, sebbene in questa durissima stretta io non dovrei che
pensare alla sventura della casa nostra, pure la sorte del Palavicino
mi affanna, e vedo che furia di guai già lo minaccia dappresso.
--E questo mi pesa, per verità mi pesa, o duca, perchè alla fortuna di
questo giovane io lego la vostra, la mia e la fortuna di tutta la
città. Pure a molti costui non parrebbe che un semplice gentiluomo,
buono tutt'al più che a lavorare di spada; ma io so bene quel che se
ne cava.
--Anche se i Francesi avessero a rimettere il piede qui?
--Anche se Milano n'andasse tutta sossopra per loro, a me parrebbe
d'aver fatto molto se mi riuscisse di gettar la discordia tra il
Bentivoglio e il Baglione, e di mettere fra costoro due il Palavicino,
perchè dopo, potete ben credere che giuocando a tavola reale, nessuno
mi sbancherebbe.
--Ciò è verissimo.
--Questi tirannetti da feudo, sentine di vizj e di nefandità orribili,
più dannosi della gramigna in un prato, han bisogno di una falciata
ben netta che lor seghi il collo in una sol volta. Dieci anni fa si
diceva ogni gran male del Valentino; ma a me, che ne ho sentito
l'odore da lontano, non parve poi che portasse così gran fetore, e il
ferro e il fuoco, a cui egli ricorreva così spesso, era buono a
qualche cosa, credetelo a me. Ma tornando a noi, se il Bentivoglio,
che in fondo è un galantuomo, si collegasse mai coll'atroce Baglione,
papa Leone se ne resterebbe coi desiderj. Allora questo paese nostro
anderà tuttoquanto sossopra, e i frantumi rimarranno nelle mani di
coloro che, armati fino alla gola, se ne stanno a riva per godersi lo
spettacolo del nostro naufragio. Ecco perchè desidero che il
Palavicino sposi la Ginevra, e che nasca discordia tra questi due
reicoli, che son quelli che più contano in Romagna. Son cose ben
leggiere, leggiere al punto, che si perderanno inavvertite nella
farragine di tanti avvenimenti; ma quando le cose saran condotte in
modo che il Bentivoglio abbia sempre a correre in su ed in giù tra il
desiderio e la speranza, e a guardar sempre da lontano la cupola del
suo San Petronio; che il Baglione abbandonato a sè solo, abbia alla
fin fine a piegar collo e ginocchio, e l'acqua perugina filtri,
corrodendo, tra questo semenzajo di tirannetti, da' quali i Francesi
ricevono tanto ajuto, vedrete che il papa prenderà il suo partito e
virerà lui stesso la nave allora, e questo giovin re, così alterato
dal vin di Provenza, pagherà forse ben cari i sorrisi, che il santo
padre gli fa adesso. Dall'istante io temo tutto. Dall'avvenire qualche
cosa attendo. Sperate.
--Per verità, messere, disse allora il duca di Bari, io tremo vedendo
che nel Manfredo collocate le vostre speranze.
--Eppure se mi verrà fatto di stornar le nozze del Baglione colla
Ginevra, io mi gioverò assai bene di questo giovane. In tutta Milano,
come v'ho detto, non v'è altri che più vi sia affezionato di costui, e
non so quel che farebbe per il maggior vantaggio della causa vostra.
--Ed è per questo che mi pone in apprensione grandissima il vederlo in
così dura e pericolosa condizione, perchè, posto anche ch'egli abbia a
sposar la Ginevra, non vedo per questo ch'egli possa essere al sicuro
di nuove sciagure. Poco fa mi raccontò del Lautrec e della duchessa
Elena, signora di Rimini; e che da questo strano intrigo non abbiano
ad uscirne altri, è quanto ragionevolmente non si potrebbe credere.
L'attentato d'jeri notte intanto n'è un tristo indizio.
--Pur troppo, o duca, gli è chiaro che il Lautrec ha pagato gli
assassini... Ma adesso rechiamoci dall'eccellentissimo fratel vostro,
che stassera mi è caduto d'animo affatto, e si vuole confortarlo.