È una sala vastissima quella che ci si apre d'innanzi, nella quale
l'eccedente sfarzo del lusso asiatico è temperato alcun poco
dall'eleganza e della squisita gentilezza del genio italiano. L'ampia
soffitta non è nè a vòlta, nè a travi. Una vetriera, divisa in mille
scompartimenti di piccoli vetri circolari e a tanti colori quanto ne
può dare un'artistica combinazione, l'attraversa e la ricopre tutta,
lasciando libero il passaggio agli ultimi raggi del sole. I paramenti
che ne vestono le pareti, nelle quali sono aperti sei grandissimi
finestroni di stile gotico, son tutti di drappo d'oro riccio sovra
riccio con ornamenti di vaghissimo lavoro. Il cornicione che la rigira
è tutto messo ad oro ed azzurro oltramarino, sul quale disposti in
bell'ordine e in gran numero stanno ampi vasi di varie e preziosissime
materie d'oro, d'argento, di pietra alabastrina, di porfido, di
serpentino e di mille altre specie. A due terzi della sala, quasi a
formarne una divisione, due cortine d'un ampio velone di drappo d'oro
tutte chiuse fino a terra, sono fermati per molti anelli ad un arco di
ricchissimo ornato che poggia ai capi sul medesimo cornicione,
attraversando pel largo la sala. Le scene più molli e voluttuose della
favola sono il soggetto dei dipinti che, chiusi in larghe cornici,
stanno appesi, in bell'ordine, intorno intorno alle pareti. Qui un
Endimione colla sua Diana, e Bacco appoggiato a sdrajo sulle ginocchia
d'Arianna, là una Leda coll'indivisibile suo cigno, e una Danae colla
pioggia d'oro. Dirimpetto Orfeo ed Euridice, Ero e Leandro, Ercole e
Dejanira. Ovunque quadretti d'ogni sorta; danze d'amori, Najadi
nuotanti, ninfe ignude, scherzi voluttuosi di mille foggie; e in mezzo
a codesto apparato artistico, su d'una tela molto più ampia delle
altre, l'inevitabile giudizio di Paride. Da certi sfori praticati nel
pavimento si mostrano, quasi a simulare una selva naturale, arbusti
d'ogni maniera. Aranci, mirti, palme agitanti ventagli di verdura,
roseti incoronati e larghe di candide foglie, aceri, tulipiferi,
alcee, gelsomini d'Ischia, giacinti, viole, amaranti, che spandono un
miscuglio di profumi. E su quei rami di quelli arboscelli, legati con
crini sottili, svolazzano uccelletti d'ogni sorta, rosignuoli,
capinere, pettirossi, rigogoli zufolanti, rondinelle gorgheggianti,
palumbelle gementi, che diffondono suoni d'una graziosa e melanconica
monotonia; se non che, di quando in quando, a coprire quei canti
minuti della natura, dal di dietro dell'ampio velone si dilata
un'armonia artificiale e più solenne. Le note di un organo da stanza.
A popolare quel luogo incantevole se ne stanno alcune in piedi, altre
sedute, altre sdrajate, a due, a tre, a gruppi, tutte in atteggiamenti
di una molle eleganza, molte leggiadre fanciulle incoronate di fiori,
vestite di bianchi veli; e in mezzo a quelle fanciulle, tutto assorto
in fantastiche contemplazioni sta adagiato su larghissimi cuscini di
raso, un giovane avvolto in una magnifica roba di stoffa cilestre.
A guardare il suo volto, liscio e levigato come quello d'una
fanciulla, si conosce che nessun forte pensiero, nessuna energica
azione, nessuna passione profonda non ha mai agitata l'anima sua.
Soltanto quel pallore abituale e senz'orma di vermiglio dà a divedere
un'esistenza infiacchita dall'abuso dei piaceri e dalle tormentose
irresoluzioni dell'anima. Da una tavola di tartaruga a fini ed
eleganti intarsi egli prende di tratto in tratto a leggicchiare taluno
dei molti libri che vi stanno dischiusi. C'è un Ovidio, un Catullo,
alcuni canti del poema dell'Ariosto; e di quando in quando
accostandosi alle labbra una conchiglia legata in oro va sorseggiando
alcuna goccia d'un liquor forte e spiritoso. La fragranza dei fiori,
lo spettacolo della voluttuosa bellezza, i suoni dell'organo gli
popolano la mente di mille e svariate idee, di luccicanti fantasie, di
trepide gioje, cui la virtù di quel fortissimo liquore, avendo in
prima rese più acute, e più ardenti, le va ora agitando in vertiginosa
danza, producendovi quell'ebbrezza luminosa che è il paradiso di chi
ha infiacchita la fibra e mobilissima l'immaginazione.
Ora, a queste apparenze, chi direbbe che costui è il duca Massimiliano
Sforza, il successore dello sventurato Lodovico, morto di crepacuore e
d'inedia in Francia negli ultimi anni di Luigi XII; che benchè sieda
da tre anni sul retaggio del padre suo, il padrone dello Stato non è
lui, e la parte migliore e più forte del popolo non è per lui, che la
sua cassa privata è vuota, e non avendo esercito proprio, gli mancano
i denari per pagare quel di ventura al quale ha a sborsare
ottocentomila ducati d'oro; intantochè Francesco I, re guerriero, ha
già invasa la Lombardia con più di ottantamila uomini? e a poca
distanza si è già fatta sentire l'artiglieria nemica?
Vi hanno uomini temprati in modo, che riescono al tutto inetti a
qualunque occupazione richieda uno sforzo della mente e della volontà.
Le dolcezze e gli svagamenti della vita hanno tale attrattiva per
costoro, e il dilungarsene un solo momento dà ad essi così
incomportabile dolore, che hanno per bisogno indispensabile
dell'esistenza, ciò che per altri è semplice sollievo.
Questa morbosa tendenza, (che, non so se debbasi chiamar colpa);
essendo al tutto contraria alla destinazione dell'uomo, in qualunque
condizione esso si trovi, non può che condurre a rovina; però avviene
spesso che coloro i quali dei piaceri s'eran fatti un'assoluta
necessità, vengano a trovarsi in così terribili situazioni, e a
provare tali miserie quali non toccano al comune degli uomini.
Allorchè poi la caduta è imminente, s'attaccano costoro, con uno
sforzo che dà la disperazione, ai piaceri che fuggono, procurando di
renderne tanto più acuta l'ebbrezza, quanto più si avvicina l'istante
dell'affanno.
A questa classe d'uomini per la sua e per l'altrui disgrazia,
apparteneva appunto il giovine duca Massimiliano.
Portato dagli eventi a ricuperare il ducato di Milano del quale suo
padre era stato spodestato, la natura lo aveva così destituito delle
qualità indispensabili a chi è posto a governare uno stato, ch'egli
credette fosse per lui occasione di continuo tripudio, quel che invece
doveva essere oggetto di una laboriosa ed assidua cura. Più scolorato
e più floscio assai di Galeazzo Maria, parve tenesse alcun poco
dell'indole di quel tristo. In lui per altro la mollezza invadeva
anche la parte che nell'altro era stata occupata dalla crudeltà, e fu
solo a tratti e a sbalzi che anch'egli ne mostrò qualche fioco
barlume, il quale per fortuna, non ebbe mai un effetto. In
conclusione, una leggiera sfumatura di pazzia pareva avvolgesse tutte
le qualità intellettuali e morali di questo giovane, per cui piuttosto
che maledire le sue colpe, ci rimane a rimpiangere la fatalità che
volle affidare ad una mano morbida e tremolante ciò che aveva bisogno
di un braccio di ferro.
Del resto non si ha a credere che questo giovane duca, nel momento in
cui lo abbiamo sorpreso nella segreta sua sala, ignorasse in che dura
condizione egli si trovasse. Il Morone lo teneva assai bene informato
di tutto, ma ciò che per altri sarebbe stato causa di uno sgomento
continuato, in lui non generava che momentanee tristezze e
prostrazioni d'animo talvolta eccessive, ch'egli procurava tosto di
rintuzzare e affogare nei gaudii e nell'ebbrezza.
Le sue idee, nel momento in cui stava bevendo quest'ultima goccia di
spiritoso liquore, esaltate, mosse rapidamente, intrecciandosi e
confondendosi insieme, assumendo mille colori, costituivano un così
intricato complesso da non potersi facilmente a parole tradurre.
Tuttavia, a seconda che il pensiero della sua condizione, o il
coraggio artefatto che la forza del liquore metteva in lui, o la vista
delle cose da cui era circondato generava nella sua mente qualche
nuova idea; in quell'istante parlava tra sè, presso a poco, di questa
maniera: ".... Oh venga la tetra calamità, se così piace ai duri
destini, ma intanto ch'ella più mi si avvicina, più io mi stringerò a
voi, soavissime illusioni della vita... Finchè i fervidi estri
inonderanno di viva delizia i miei sensi, io non vorrò già atterrirmi
nello scroscio dei naufragio... Qui mi hanno condotto i miei destini,
senza ch'io pure lo bramassi nemmeno, di qui mi partirò tranquillo
quand'essi suoneranno a ritratta.... Le atroci gioje della conquista e
della vittoria, non voglio che rallegrino mai nessun giorno della mia
vita... Ben sento che ai miei piedi brulica un innumerevole sciame di
popolo, e a me si rivolge nella bisogna tremenda... Volgiti altrove,
volgiti a te stesso; io non posso nulla per te.... Fintanto che
l'onnipotente ricchezza mi cresceva tra le Mani, ognuno potrà dire
quant'io ne fossi liberale con tutti; come ad una ad una mi
scastonassi le gemme della mia corona, per donarle a coloro che più mi
stavano d'appresso... Volgiti altrove, o mio popolo, volgiti a te
stesso, volgiti alla provvidenza che tutto può... e ti allontana una
volta, che le tue grida fanno strazio del mio cuore e troppo
infastidiscono le facoltà mie infervorate di solo amore...
"Oh vi stringete d'intorno a me, soavi fanciulle, ch'io senti più
d'appresso le divine armonie della vostra bellezza, e i cari abbracci
promovano in me il trepido senso dell'estrema voluttà.... Oh venite e
frapponetevi tra me e il mondo, così ch'io non veda e non senta più
nulla della sua vorticosa incessante faccenda...."
In simili pensieri, e via rapito da una muta contemplazione, trascorse
qualche tempo in mezzo alle sue fanciulle che gli si eran strette
intorno. Gli ultimi raggi del sole intanto s'eran del tutto ritratti
dalla vetriera che copriva la sala, e la pallida luce crepuscolare,
attraversando i vetri, a fatica vestiva di un color cupo e misterioso
tutti gli oggetti che stavan d'intorno al duca.
In quelle fanciulle una ve n'era d'una straordinaria bellezza che
pareva esser cara al giovane duca più che le altre tutte, e più che le
altre essergli ella medesima affezionata. Questa essendosi da qualche
tempo avvicinata a lui, con una tristezza eloquente nel medesimo
silenzio, pareva attendesse che il duca le volgesse qualche parola.
Questo infatti posò finalmente uno sguardo su lei e:--A che pensi? le
disse.
--Penso a voi, mio signore, ed a me stessa, rispose la giovinetta;
penso che non sarà mai ch'io mi disgiunga da voi oggi; penso ch'io vi
seguirò dovunque sarete per andare, o signore.
--Taci, Gliceria, e non turbarmi l'anima con preghiere che non mi è
concesso d'esaudire; finchè rimarrò in castello, a nessuna di voi più
non si conviene lo stare con me... l'ho detto, e non può essere
altrimenti.
La giovinetta, a tali accenti, chinò il capo e stette per qualche
tempo senza parlare... ma poco dopo rialzando lentamente la testa e
volgendo un mestissimo sguardo intorno:
--Addio dunque, sclamò con accento particolare pieno d'entusiasmo
insieme e di dolore profondo, addio, stanza gradita: noi ti abbiamo a
lasciare, il cuore mi dice, per sempre... noi non ci troveremo più
qui... il mio signore non mi vuol più con sè, il mio signore mi ha
rifiutato, i momenti della nostra gioia sono finiti....
Queste parole, come un soffio di vento gelato, che gli rasciugassero
il calido madore della fronte, a poco a poco fermarono l'ebbra
vertigine ch'era nella mente del duca; a produrre codesto effetto però
avea concorso un'altra causa, senza cui le parole stesse sarebber
cadute inavvertite.
È una legge fisica costante, che le bevande, dopo aver generato in chi
ne abusa una vivezza, un'alacrità straordinaria di spiriti, producono
poi una tale prostrazione di forze, un abbattimento così completo, che
l'esistenza, di cui poco prima si avevano le più dolci sensazioni, ci
si fa un tratto pesante, odiosa, insopportabile.
E un tale fenomeno, in quel momento, cominciava appunto a prodursi nel
giovane duca. Il forte liquore tanto abusato, dopo averlo esaltato al
massimo dell'alacrità, cominciava a lasciar in lui come un deposito di
amarezza, una melanconia tetra ed inesplicabile, un _malessere_ in
tutta la persona che gli vestiva di tristezza tutte le cose che gli
stavano intorno.
Se non che in una tale occasione, quel repentino malessere venne
accresciuto dalle altre cagioni, le quali ancor più fieramente
influirono per essere le stesse sue forze fisiche già tanto
infiacchite.
Le parole della fanciulla, l'oscurità successa alla splendida luce del
dì, che lo avvisavano ch'era vicina l'ora di ritirarsi in castello e
di abbandonare le delizie del palazzo ducale, l'intricata condizione
delle cose sue, l'incertezza degli eventi, i pericoli inevitabili...
tutte queste cose lo assalirono allora di tanta forza, che assaporò
tutto quell'amaro che pur troppo esubera nell'umana vita.
E ad accrescerlo dopo alcuni istanti s'udì lo squillo di una campana,
squillo atteso da lui con tremore e sgomento. Era quello il segno con
cui veniva chiamato il duca a recarsi nella gran sala di palazzo dove
tutto il suo seguito stava raccolto per ritirarsi con lui in castello.
Essendo assolutamente vietato di recarsi in quella sua sala,
quand'egli si trovava colle sue donne, con quel segnale veniva
chiamato ogni qual volta fosse bisogno della sua presenza. E a quello
infatti il duca si alzò.... Era diventato più pallido la metà del
solito.... Il tremito dei nervi che il liquore medesimo aveva prodotto
in lui, in quel momento gli si accrebbe tanto, che parve non gli
bastassero le forze di reggersi in piedi, ma a sostenerlo gli si
serrarono intorno le sue fanciulle con abbracciamenti e con
lagrime.... La commozione in lui, forse per un certo presentimento che
l'avvisava che non sarebbe tornato mai più in quel luogo, era giunta
al massimo punto, e non udendosi nella sala altro che i pianti di
quelle fanciulle, ai quali s'intrecciavano i singulti delle palombelle
che svolazzavano sulle palme e sugli aceri, anch'esso fu assalito da
un angore insopportabile e da un empito di singhiozzi che finalmente
scoppiò; e come se fosse un fanciullo diede in lagrime dirottissime e
pianse lungamente....
Davvero che quella vista era indegna, quella mollezza eccessiva, que'
propositi, que' pianti vituperosi... tuttavia, allorquando un uomo è
infelice ed è alle prese col massimo affanno, egli è sempre degno di
pietà e non ci può essere ragione che la vieti, neppure la colpa, se
fosse concesso il dirlo....
Stato così qualche tempo, si staccò finalmente dalle sue donne ed
uscì.
In un'altra sala del palazzo ducale stavano intanto ad attenderlo
coloro che lo avevano ad accompagnare in castello. Tra una folla di
paggi, di camarlinghi e di labarde svizzere, passeggiavano molti
distinti personaggi. Un uomo di forse quarant'anni, di statura e
corporatura mediocri attendeva a discorrere col duca di Bari, fratello
di Massimiliano....
Era colui il celebre Gerolamo Morone, il quale avendo deposta su d'una
tavola la sua berretta di velluto nero riccio, mostrava una
cappellatura bionda-rossigna, un po' crespa che gli scendeva oltre
l'orecchio. L'ossatura del viso era notabilmente minuta, e solo la
fronte appariva alta ed ampia più di quanto il comportasse una giusta
proporzione. Le pupille di un castagno assai chiaro giravano con gran
rapidità sotto le palpebre, che abitualmente teneva semichiuse quasi a
rendere più acuta la facoltà visiva.
Del resto, chi volesse avere di lui un ritratto più fedele di quello
che noi possiamo esibir qui, non avrebbe a far altro che recarsi ad
ammirare una tavola del Leonardo posseduta da un'illustre casa
milanese, dove il cancellier Morone si presenta a chi lo guarda come
se fosse ancor vivo e vero.
Presso al Morone, in abito civile si vedeva il cardinale di Sion, il
capitano generale delle guardie svizzere, un uomo assai presso a
sessant'anni, e nelle linee risentite del suo volto era chiara
l'indole sua, e di fatto, l'odio per la Francia formava in lui come
una seconda natura.
Lontano da questo gruppo, in mezzo ai camarlinghi ed alle labarde
passeggiava un giovane gentiluomo. Alto di statura da soverchiare
tutti i soldati tra cui si trovava, era notabile per la bella
regolarità delle sue forme, per una tinta di gravità cogitabonda e
soverchia in uom giovane, pel suo schietto e semplice vestire di
velluto verde senza altro ornamento che una sottile catena d'oro che
pendula gli cascava sul petto. Questo giovane era in quel momento
l'oggetto dei sommessi discorsi del Morone e del duca Francesco
Sforza.
--Io vi consiglio, diceva il Morone, a non dir nulla al Palavicino
dell'arrivo del Baglione tra noi, e delle pratiche che il padre della
Bentivoglio ha già inoltrate con colui. Forse adesso non c'è altri che
abbia sentor di ciò in Milano, ed è probabile che il giovane non
arrivi a saper nulla prima della battaglia. In ogni modo lasciate che
le cose camminin da sè, nè gli dite cosa che possa metterlo in
apprensione.
--Io non parlerò, ve ne do parola; ma se non lo saprà da me, lo saprà
bene da altri, ch'egli è impossibile che non ne sia trapelato nulla in
Milano... a quest'ora la figlia stessa del Bentivoglio troverà bene il
mezzo di renderlo avvisato di tutto.
--Sapete pure che il Palavicino non ha la pratica della casa del
Bentivoglio, nè in altro luogo parlò mai alla Ginevra che in questo
palazzo medesimo in occasione di pubbliche feste. Però, essendo
probabile che la cosa gli rimanga segreta, attendete voi pure a far
quello ch'io vi dico che sarà pel meglio, e il suo coraggio non gli
verrà scemato così da questa nuova sciagura.
--La stornassero almeno da lui i suoi santi protettori, come hanno
stornato l'attentato di ieri notte!
--Così fosse, lo dico io pure.
--A proposito, messere... non han deposto altro i quattro assalitori?
--Null'altro... ma da quello che mi disse il Palavicino stesso, tengo
il colpo sia venuto dal Lautrec.
--Dal Lautrec? il maresciallo di Francia?
--Da lui stesso; fatevi raccontare ogni cosa dal Palavicino stasera, e
vedrete anche voi come la mia e la sua congettura non sia in fallo,
sebbene di certissimo non ci sia nulla ancora. Sentirete....
In questa si spalancò la porta di prospetto, e il duca in mezzo a due
uomini di camera si presentò a coloro che lo aspettavano. Il Morone e
il cardinale di Sion gli andarono incontro e lo condussero nel mezzo
della sala, presso al duca di Bari, che non si mosse.
I due figli di Lodovico il Moro, il primo ed il secondogenito si
trovavano vicini; tutti gli sguardi di quanti si trovavano in quella
sala caddero sui due fratelli, e non vi fu chi non pensasse allora,
che le sorti sarebbero forse corse più propizie per Milano se
Francesco Sforza fosse stato il primogenito invece di Massimiliano.
È una cosa curiosa che di quel miscuglio di grandi virtù e di molti
vizi che distinsero la dinastia sforzesca, quando si venne a due figli
di Lodovico, che erano destinati a chiuderla per sempre, avvenne,
quasi potrebbe dirsi una compiuta secrezione.
Osservate le restrizioni debite, e avuto riguardo ad una quasi
degenerazione, per la quale e vizi e virtù, passando di padre in
figlio, grado grado si eran venuti dilavando, pare che i destini
abbiano diviso in due esatte metà quel retaggio, come a compensazione
ai vantaggi della primogenitura abbiano accollato il tristo fardello
di tutti i vizi della dinastia, ed alla secondogenitura abbian dato
per conforto le virtù, onde la dinastia stessa, al primo comparire
sulla scena del mondo, era stata splendida di una luce non moritura.
Persin nell'aspetto, quantunque tra due fratelli fosse grandissima la
somiglianza, c'era qualche cosa che dinotava questa esatta divisione.
A Massimiliano era toccata quella bellezza morbida e fiacca che già
abbiamo avuto il tempo di ammirare. A Francesco invece l'ampia fronte,
le linee grandiose del primo Sforza, l'acuta e vivace bellezza della
Beatrice sua madre, e un po' di quel bruno che aveva dato il secondo
battesimo a suo padre Lodovico.
Il Morone, dette in prima alcune parole al duca Massimiliano, il quale
senza mai aprir bocca solo si accontentò di mostrare una faccia
stravolta e accorata, si volse al cardinale di Sion dicendogli, che
non era a porsi altro tempo in mezzo, e tosto desse gli ordini alle
labarde di precedere il duca. Così tornò a spalancarsi la gran porta,
e tutti quanti stavano assembrati in quella sala, l'uno dopo l'altro
uscirono. Il duca in mezzo al Morone ed al cardinale, dietro lui il
duca di Bari che si era accompagnato col Palavicino, e in seguito
tutti gli altri gentiluomini.
Discesi al piede della gran scala, ventiquattro uomini con torce
accese stavano ad aspettare intorno ad una larga botola con aperta
cateratta. Tra il palazzo ducale e il castello di Porta Giovia era
stata aperta una via sotterranea di comunicazione, la quale veniva
praticata ogniqualvolta piacesse al duca recarsi in castello senza
mostrarsi al popolo. In questa straordinaria occasione il Morone aveva
consigliato il duca ad uscire per di là, e quella botola conduceva
appunto alla via sotterranea.
--Attendete a star di buon animo, disse il Morone al duca quando fu
per discendere; stasera sarò io medesimo in castello; e si licenziò.
Accompagnato dal cardinale e preceduto da sei torcie, discese dunque
pel primo il giovane duca. Dopo lui discese tutto il seguito in mezzo
alle altre diciotto torcie. Quando s'udì il rimbombo che fece la
cateratta rivestita di ferramenti nel cadere sull'incastro della
botola, tutti si misero in via.
Fu un viaggio lugubre quanto mai poteva esserlo, nè il duca aprì mai
bocca, nè altri. Solo il duca Francesco, che camminava a paro col
Palavicino, gli disse un tratto a voce sommessa e come di fuga:--Il
Morone mi ha fatto parola del Lautrec; in castello mi dirai tu il
resto.
E tenendo stretta la mano del Manfredo con un'affabilità ed
amorevolezza straordinarie non aggiunse altro finchè durò il cammino.
Ma noi, cogliendo questo ritaglio di tempo, terremo qualche parola del
Palavicino, per quel tanto che può bastare a mettere in luce alcune
condizioni particolari alla vita di lui.
Figlio al marchese Anton Maria Palavicino ed alla contessa Giulia
Flisca, che, giovinetta, aveva sposato il marchese già vedovo, già
padre di quattro figli e già vecchio, trovò nel seno della propria
casa più di quanto poteva bastare per alienarlo da lei e dal ceto
patrizio a cui la famiglia apparteneva. Fanciullo, fu affidato alle
cure degli uomini che allora più fiorivano in Milano per lode di buoni
studi e d'ingegno. Giovinetto, ebbe a maestri il Merula, il
Calcondila, il Minuziano; studiò geometria e logica dalle pubbliche
cattedre istituite da quel Tomaso Piatti stato in sì gran favore
presso Lodovico il Moro. Oltre l'ingegno non comune, aveva dati segni
di un'indole al tutto particolare, un misto di procelloso e di
tenerissimo, di violento e d'affettuoso, con eccessi di giocondità e
di concentrazione profonda. Qui racconteremo succintamente due fatti
leggeri in sè stessi, ma che, mentre valgono a dare alcuna idea di
codesto suo temperamento, potranno anche far conoscere i primissimi
motivi, dai quali in certo modo fu determinata la vocazione
dell'intera sua vita.
Trovandosi, quand'era fanciullo di circa otto anni, presente al
racconto che Cristoforo Palavicino, fratello di Anton Maria, faceva
del modo col quale Lodovico il Moro era stato preso da' Francesi, fu
insensibilmente attirato dalle parole dello zio, il quale, a
differenza del fratello, essendo piuttosto sforzesco, narrava il fatto
con quell'accento di verità e di compassione che si imprime negli
animi. Quando si fu al punto dell'imprigionamento dello Sforza, la
contessa Giulia, che si teneva in grembo il fanciullo, vide cadere due
grosse lagrime sulle guance di lui e tremare di commozione i suoi
labbruzzi infantili. Nè questo bastò; ma quello che fece una profonda
impressione in tutti gli astanti, quando si parlò dei due figli del
Moro, dei pianti disperati del secondogenito Francesco nel momento che
fu staccato da suo padre, il fanciullo Manfredo, che lo aveva
conosciuto e s'era trovato spesso con lui ne' giardini ducali, diede
in un sì dirotto pianto con tanta furia di singhiozzi, che la madre
penò molto ad acquetarlo; e fin da quel momento ogni qualvolta in sua
presenza parlavasi di Francesi si riscuoteva tutto, e la bella sua
faccia si rannuvolava.
Nel 1507 un'altra circostanza accrebbe ancor più quell'avversione che
il giovinetto aveva per Francia. Venuto re Luigi in Milano per la
seconda volta, il marchese Anton Maria volle invitarlo ad uno
splendido banchetto nel proprio palazzo. Godeva quel re intrattenersi
famigliarmente con tutti, e dilettandosi a far domande ora all'uno,
ora all'altro, s'era pure in quel dì rivolto al giovane Manfredo, il
quale o stesse sopra di sè impensierito, o fosse dispettoso di quella
domanda, non seppe o non volle rispondere. Il re attribuendo a quel
silenzio una causa troppo lontana dal vero: _questo giovane dev'essere
ben sciocco_, disse in francese ad uno de' suoi cortigiani, e si volse
altrove. L'indole altiera di Manfredo, che aveva comprese troppo bene
quelle parole, rimase così colpita e piagata, come se gli fosse
avvenuta qualche sventura, e Luigi gli diventò così odioso, che ad
arrovesciargli l'animo non v'era cosa più pronta che nominargli quel
re.
Ma l'anno 1512 fu per lui ben più terribilmente memorabile. Le
cronache non raccontano con chiarezza il fatto; ma tra il Palavicino e
il nipote del governatore Chaumont intervenne una gravissima contesa
che finì colla morte del giovane francese ucciso da Manfredo in
duello.
Il padre suo Anton Maria, che di questa terribile avventura fu più
addolorato assai che il governatore medesimo, a dar prova del suo
attaccamento a lui ed alla Francia, la notte medesima del giorno in
cui era avvenuto il fatto, appena gli giunse a notizia, cacciò di casa
e solennemente diseredò il giovane Manfredo, a nulla giovando le
preghiere e i pianti disperati della madre Flisca che, amando
svisceratamente l'unico suo figliuolo, da quell'ora non ebbe più un
momento di pace.
Da quell'anno in poi il giovane Manfredo stette fuori, nè ritornò in
patria se non dopo aver redate le immense ricchezze del fratello della
madre sua che, a compensarlo dell'irremovibile e mostruosa severità
del padre e dell'odio de' fratelli lasciò lui solo erede d'ogni suo
avere. Ma il giovane non stava pago di questi compensi che la fortuna
gli volle esibire.
Avendo compreso, che con quel marchio del paterno ripudio era per lui
ben più difficile che ad altri l'aprirsi una via tra gli uomini, gli
venne un desiderio ardente di operare alcuna cosa di grande e di
generoso per mostrare così ch'egli era degno d'una sorte migliore, per
meritarsi così la stima e l'amore degli uomini.
Desiderio che fu potente a temperare in lui quell'eccessivo amore di
sè che l'istinto mette nell'uomo, e a mettergli innanzi come
indeclinabile la legge sublime del sagrifizio.
Non avendo dapprima in che trasfondere quell'esuberanza d'affetto che
lo agitava, ributtato dai vani splendori e dalle pingui prosperità,
s'egli mai girasse l'occhio per cercare qualcheduno del mondo a cui
affidarsi, sempre, per una tendenza invincibile, lo posava dove la
sventura avesse infranta o spostata qualche esistenza, dove l'umana
dignità fosse stata con eccessivo rigore umiliata, dove l'ingiustizia
avesse scagliata la sua sentenza inesorabile. L'amore istesso ch'egli
naturalmente portava alla giovane sua madre, gli s'accrebbe a mille
doppi quando la seppe così infelice, quando s'accorse ch'ella aveva
bisogno che taluno la difendesse contro agli sdegni dei vecchio
marito, contro il rancore degli altri figli non suoi.
L'uomo d'ingegno e di cuore sente assai più bisogni in sè, che non il
volgo degli uomini; egli s'accorge che nell'esistenza v'ha più d'una
sfera d'azione: la famiglia, la vita privata, la pubblica, e che per
essere completo, un uomo deve appunto versare in tutte coteste
relazioni. Il cuore del giovane Palavicino aveva trovato assai in
quella dolce sua madre: il pensiero di lei poteva occupare fortemente
gran parte della sua vita; ma tanto non gli bastava. A quella figura
dignitosa, venerabile, cui egli doveva inchinarsi come a maggiore,
desiderò venisse compagna un'altra figura affettuosa e venerabile del
pari, ma più giovane, e a cui egli potesse unirsi come ad eguale. Però
le virtù stesse di sua madre avendogli come data la misura per
giudicare ogni cuore di fanciulla a cui per caso s'accostasse, è
facile a credere come l'affetto suo avesse dovuto lasciar trascorrere
gran tempo prima di posarsi in qualcheduna; d'altra parte egli sentiva
anche qui il bisogno di asciugare qualche lagrima, di confortare
qualche esistenza. Su tutti que' volti giovani, freschi, rosati,
levigati, egli non aveva mai scorto un segno che attestasse qualche
spina secreta. Non aveva trovato che giocondità ed innocenza
infantile, ed egli voleva qualche cosa di più, che finalmente gli fu
concesso di trovare. Venne il giorno in cui, passatagli innanzi, quasi
un'apparizione repentina, una gentile e mesta creatura, provò i
soprassalti improvvisi di una gioia presaga, e senz' altro attendere,
l'aggruppò alla soave figura della propria madre. Ma a rendersi più
accetto a quella nuova sua donna, a mostrarsele più degno, bisognava
che l'esistenza sua si gettasse nella vasta faccenda della vita
pubblica, si scegliesse un motivo d'azione, un assunto grande e
generoso.
Le prime sue lagrime erano state versate sulla sventura di due
creature giovani come lui, deboli come lui, rimasti orfani d'un padre
percosso da una eccessiva giustizia.
Quei due fanciulli, in quegli anni che stette fuori, li aveva
conosciuti adulti, alla Corte di Massimiliano d'Austria dove, esuli,
avevano riparato; li aveva riveduti quando su quelle giovani teste
pesava l'ira di un'intera nazione potente e armata a loro danno. Col
più giovane dei due fratelli specialmente, essendone mediatrice
l'eguaglianza dell'età e la simpatia straordinaria dell'ingegno e del
cuore, aveva stretta un'amicizia calda e tenace. Allora il suo
impiego, gli obblighi suoi, il suo fine come uomo che ha a vivere al
cospetto d'un'intera nazione, come buon cittadino gli venne subito
innanzi, e non esitò ad accettarlo, a sceglierlo anzi con un ardore
potente al pari di una passione. Da quell'ora l'azione dell'intera sua
esistenza fu determinata; aveva una madre da venerare, una donna
d'amare, una patria, una causa, una dinastia a cui sagrificarsi. Da
quel punto non fu più irresoluto, la via gli era aperta innanzi, non
guardò se fosse ingombra e difficile, e i suoi passi si accelerarono.
Ora che codesto giovane fu presentato sotto il punto di vista il più
favorevole, non vogliam già dire che sempre ei si rivelasse altrui da
questo unico lato; vogliam dire soltanto che da questo lato mostravasi
altrui il più delle volte. Del resto troppi requisiti gli mancavano
ancora per ottenere un buon ingresso nel calendario de' santi, e
v'eran momenti anzi ne' quali correva pericolo di non parer più
riconoscibile; come avviene delle linee semplici ed eleganti d'una
bella faccia che, scontorcendosi, si tramutano sotto gl'impeti
dell'ira, così avveniva di lui se per avventura versasse in
circostanze straordinarie, o la passione di soverchio lo agitasse.
Soleva allora darsi il caso ch'ei rivelasse debolezze e difetti che
uomini di gran lunga men virtuosi di lui chiamerebbero incomportabili.
Però potrebbe forse avvenire che codest'uomo sfuggisse talora ad
un'esatta analisi. Ma chi è vago di caratteri eternamente costanti e
invariabili, rifrughi la tragedia classica, e chi si piace di profili
immobili, contempli le teste effigiate sui cammei e sulle monete.
Intanto, percorrendo la via sotterranea, il duca ed il seguito ebbero
attraversata tutta la città. Due uomini furono espressamente spediti
innanzi ad avvisare il castellano che giungeva l'eccellentissimo duca,
e quando questi arrivò al piede dell'altra scala che metteva nel
castello, trovò qui gentiluomini e soldati che lo stavano aspettando.
Mise il piede finalmente sul selciato del castello, e in mezzo a due
stipatissime file di soldati attraversò il gran cortile e salì nelle
stanze ducali.
Batteva l'ora di notte all'orologio della torretta, e in quel momento
dai quattro lati del castello si udirono i suoni delle trombe che
chiamavano a raccolta. E in ogni parte del castello, nel cortile,
sotto gli atrii, sotto gli androni, sugli spalti che guardavano la
gran fossa, alle feritoie, ai merli era un tumulto, un frastuono, un
brulichio d'armati incessante, e in quell'ora quel vasto ricinto
rendeva l'immagine come di un grande alveare nel quale confusamente
s'agitassero ronzando migliaia e migliaia di armati. Siccome non
avevasi a passare che una sola notte colà, tutti gli Svizzeri che si
trovavano in Milano sotto gli ordini del Sion, tutte le labarde
tedesche le quali costituivano la guardia dei duca, tutti i soldati di
ventura stranieri, e quanti vestivan armi in Milano, vi stavan
raccolti insieme per esser pronti alla prim'alba del prossimo dì. Nè
faccia maraviglia che si potesse dar luogo a tante migliaia di
soldati. Quantunque il castello a quel tempo non avesse quella gran
cinta di casamenti che lo chiude in mezzo oggidì, avea le
fortificazioni che si estendevano per gran tratto all'intorno, e dalla
parte poi che spetta a settentrione arrivava coi vasti broli chiusi da
cinte fortificate, sin dove oggi si estende il borgo vicino; però su
questo gran tratto di terreno, zeppi che furono i luoghi chiusi e
coperti, i soldati come meglio poterono s'acconciarono a dormirvi a
ciel sereno, buttati a disagio sul nudo terreno.
Il Palavicino intanto e Francesco Sforza, dopo avere accompagnato il
duca nelle sue stanze, subito erano stati licenziati.
--Giacchè ci rimane qualche tempo, disse il marchese nell'uscire collo
Sforza, andrei un tratto nella camera dell'ammenda alla torre, chè
vorrei vedere dappresso costoro, che senza conoscermi, si volevano la
mia vita. Così interrogandoli io stesso, tenterei scovar fuori qualche
cosa di più.
--Son già condannati nel capo, nè c'è altro a cavarne. Quel che han
confessato è ben chiaro.
--So per altro che, tra l'altre circostanze, han deposto che il
caporale che li ha pagati era una volta agli stipendi del Lautrec.
Questo sarebbe un filo per conoscere se il colpo venga propriamente da
costui.
--Potrebb'esserlo.
--Ben è vero che anche senza prove io credo al tutto che sia così la
cosa, nè, altrimenti, saprei come acconciare i fatti tra loro.
--Il Morone è del medesimo avviso tuo. Ma lui sa quel che intravvenne
tra il Lautrec e te altra volta, ond'ebbe presto il modo di portar
giudizio sul fatto. Ma io non so nulla.
--Dopo l'attentato è questa la prima volta che mi trovo con te. Ma
pure te ne dovrei aver parlato altra volta.
--Ciò non può essere, se nulla me n'è rimasto in memoria.
--Allora ti dirò tutto in breve. Ma rechiamoci in prima alla camera
dell'ammenda.
--Non so se mi convenga venir teco, nè, a dir la verità, vorrei esser
riconosciuto potendo venir loro in mente ch'io avessi il diritto di
grazia.
--Ciò non avverrà; possiamo andare.
Così, passando in mezzo a cento gruppi di soldati, si recarono nel
cortile, detto della Torretta. Una labarda che precedeva il duca salì
a far l'imbasciata al custode. Questo tosto discese.
--Si vorrebbe entrar nella camera dell'ammenda, gli disse il duca.
--I condannati per l'attentato contro il marchese Palavicino, se son
quelli che volete vedere, ci furono condotti oggi di fatto. Io sono
agli ordini di V. E.
--Questo che è con me è il marchese Palavicino appunto. È lui che vuol
vederli.
Il custode allora, seguito da essi, risalì la scala e corse in fretta
a cingersi la spada. Li fece passare per mille andirivieni e corritoi,
ne' quali la tetraggine serrava gli animi. Finalmente il custode,
spalancata una grossa imposta di legno di quercia tutta rivestita di
ferro:
--Eccoli, disse, sono costoro.
La scena che si offerse a' due riguardanti era truce e curiosa nel
medesimo tempo. Su ciascuno dei quattro angoli d'un carcere a volta,
ampio e nano, v'eran quattro letti di lucido legno inchiodati a terra.
Legato a ciascun letto con una grossa catena che poteva esser lunga
forse tre passi un uomo. La foggia dei vestiti, benchè diversi l'uno
dall'altro, pure li dava a conoscere per soldati. Accostandosi poi a
ciascuno di essi, non si durava fatica a conoscere che non
appartenevan tutti ad una nazione medesima. Ed erano infatti due
Piccardi, un Valacco, un Italiano. Stando a quanto s'era potuto
raccogliere dalle loro deposizioni, all'Italiano, come al più esperto
delle vie di Milano, era stato dato carico di far la scorta agli altri
tre, i quali non avevan poi a far altro che ferire.
Il Palavicino, dopo aver gettata un'occhiata su ciascheduno chiese al
custode se avesser deposto altro in aggiunta alla confessione del dì
prima, e avendogli il custode fatto cenno di no, volle accostarsi
allora ad uno di essi per tentarlo in qualche modo, e il primo a cui
si presentò per combinazione, fu il Valacco.
Disteso quant'era lungo sul nudo legno, immobile, calmo, ritto come se
facesse l'esercizio, cinto così strettamente ai fianchi che pareva
avesse il corpo diviso per metà, rendeva la figura di una gran mosca,
con un vestimento compiuto alla foggia tartara, poco diverso da quello
di un odierno ungaro, (perchè costumi e civiltà in quelle regioni
puntandosi alla consuetudine come un mulo, che adombri, alla terra,
non hanno voluto, per battere che siasi fatto, dar mai un passo
innanzi.) Aveva quell'ossatura di teschio più larga che lunga che
distingue la razza tartarica, naso schiacciato, bocca larga e labbro
gonfio, coperto da un filo di pelo, nero, lungo, appuntato, lucido
come la coda di un sorcio impiastricciata di lardo. La tinta del volto
era tutta soffusa d'un bel giallo d'ottone misto ad una leggiera dose
di verde di rame, zigomatiche alte, occhi tondi e grossi ed una fronte
così bassa e angusta che l'intelligenza ci doveva star comoda come un
condannato ai forni di Monza. Da quel complesso insomma si conosceva
un vero discendente di Cam, il Maledetto.
Allora il Palavicino si provò a scuoterlo da quello stupido letargo, e
fattosi dire dal custode il nome di colui, lo chiamò ad alta voce.
Il Valacco piegò un momento la testa.
--Sai tu perchè sei qui? gli domandò il Palavicino.
Il Valacco stette un momento cogli occhi fissi in chi gli aveva fatta
quella domanda, poi rispose:
--Credo bene di saperlo.
--E a che pensi tu adesso?
--A questa carogna di custode, il quale mi ha dato del pessimo lardo
che non si può masticare.
--Faresti assai meglio a pensare a quello che sarai tu domani, gli
disse allora il custode.
Il Valacco crollò più d'una volta la testa, poi disse:
--Capisco quel che vuoi dire. L'uomo che venne qui un momento fa,
tutto bigio come un bufolo del Niester, credo bene che fosse il
boja...
--Era lui di fatto.
--Va benissimo.
--E a momenti sarà qui il frate...
--Perchè il frate? Io non voglio frati.
--È per la salute dell'anima tua.
Il Valacco tenne un istante gli occhi fissi come uno scemo al quale
siasi dato un pugno sulla testa, poi soggiunse:
--Ah... capisco! Si poteva però anche risparmiare, chè in quanto
all'anima, m'è indifferente s'ella sia per uscirmi dalla bocca, o da
qualsiasi altra parte, e che viaggio sia per fare di poi, non ne
voglio aver notizie.
Detto questo, si voltò per la prima volta su di un fianco, e non volle
risponder più a nessun'altra domanda.
Nel frattempo che il Palavicino s'intratteneva innanzi al letto del
Valacco, il condannato che gli stava rimpetto, non si ristava pur un
momento dall'agitare e dallo scuotere le sue catene furiosamente,
mutandosi e rimutandosi or sull'una, or sull'altra gamba cambiando ad
ogni tratto postura gestendo, parlando ad alta voce; egli solo, in
quel camerotto, faceva tanto rumore quanto ne poteva fare un'intera
compagnia di lancieri.
Il custode avendo detto al duca e al Palavicino che quello era
l'Italiano, subito a lui si volsero, vedendo che dal Valacco non era
possibile cavare un costrutto. Aveva colui uno straordinario aspetto,
capelli neri, lunghi, arruffati che gli adombravano un'alta fronte
segnata da spessi solchi; occhi neri, acuti, sinistri, mobilissimi.
Non pareva vero che il Valacco e costui fossero due esseri d'una
medesima specie, tanto erano opposte le loro indoli.
E qui lo sguardo del Palavicino cadde a caso su d'uno sgorbio fatto
sulla parete alla quale era inchiodato il letto dell'Italiano. Era un
disegno ch'esso aveva tentato di fare col carbone, il qual disegno era
diretto a rappresentare una forca con appesovi un uomo. Sotto all'uomo
si leggevano queste parole che occupavano quasi tutta la parete:
--Io mi chiamo Giovanni Adolfo Gavazzola, figlio di Bernardo, mastro
mirrante, e di Gaspara Spada, levatrice. La mia disgrazia è quella di
non esser nato quarant'anni prima, che a quest'ora sarei forse
maresciallo come il Trivulzio, che non è niente più galantuomo di me.
Cosi invece domani sarò impiccato; non è che una combinazione.--
Più sotto, e con molto spazio interposto, il condannato, forse in un
momento di riflessioni serie, aveva scritte quest'altre parole:
--Non so bene che opinione abbia di me il padre eterno, ma se è
giusto, dovrebbe usarmi dei riguardi.--
Queste parole fecero una strana impressione tanto nel duca, che nel
Palavicino, il quale, dopo alcuni momenti, cominciò a far molte
interrogazioni a quel tristo. Ma non gli venne fatto di cavarne ciò
che desiderava. Quel soldato non aveva conosciuto neppur di persona il
Lautrec, nè disse altro se non d'esser stato obbligato per forza a
quell'assassinio e che se coloro che lo avevano condannato a morte
avesser conosciuto com'era corso il fatto in tutto e per tutto, lo
avrebbero senz'altro rimandato assolto.
Sollecitato allora a palesare ogni cosa, rispose, che quel ch'era
stato era stato, che lui aveva data la sua parola, e che non avrebbe
mai detto nulla di più.
Accortosi allora il Palavicino che non riuscivasi a nulla, staccatosi
da lui, si volse ai due francesi, dai quali potè finalmente
raccogliere tale circostanza che lo raffermò nella sua credenza.
Potè sapere che il caporale francese che aveva dato carico a quei
quattro soldati d'assassinare il Palavicino, prima della battaglia di
Novara, essendo ancora agli stipendi del Lautrec, era stato da costui
spedito espressamente a Milano, dove si fermò qualche tempo e dove
aveva conosciuto di persona il Palavicino.
--Quand'anche tu non mi dicessi altro, disse allora il duca a
Manfredo, stando così le cose io sarei già del tuo medesimo avviso. Ma
ora usciam tosto di qui, chè la presenza di costoro mi guasta il
sangue; usciamo che son pure impaziente di sapere il resto da te.
Così non avendo altra cosa che li trattenesse colà, si partirono da
quel tetro luogo, e per logge e scale riuscirono sullo spaldo
occidentale del castello, colà appunto dove di presente ci si offre
come un punto appoggiato a que' due archi di sì straordinaria ed
ardita altezza, che di quella parte di castello, se si ha riguardo
anche all'effetto del torrione interposto, ti fanno una scena
grandiosa e pittoresca.
In quel luogo adunque interrotti da tante migliaja di voci che
ronzando incessantemente al basso salivano sin là con un rumore
d'acque scorrenti, i due giovani s'intrattennero a lungo
nell'abbandono della loro amicizia, e il Palavicino fu sollecito di
narrare al duca quanto anche a' nostri lettori potrà schiarire la
faccenda dell'attentato.