Quel canto della contrada delle Ore, ove alzando un tratto lo
sguardo, si ha il vantaggio, di vedere un lato della chiesa di s.
Gottardo e la torre del suo famoso orologio, che è sempre un buon
pezzo d'architettura, non fu mai, a nessun'epoca, oggetto di molta
attenzione; ed è in questa parte, dove la massima noja viene oggidì
ad assalire il granatiere del corpo che vi passeggia a guardia;
soltanto trecentoventinove anni or fanno[*], il giorno de' santi
Cornelio e Cipriano, che cadeva allora al tredici settembre, la
parte di popolazione che poteva reggersi sulle gambe, passò quasi
tutta per di là, a gettare un'occhiata ben attenta a quell'angolo
che in quel dì ebbe un successo, quale non ebbe a vantar mai nè
prima nè dopo. A quel canto si vedeva bensì un'immagine di Maria
Vergine, che ora non c'è più, dipinta piuttosto male da uno scolaro
di Luino per mezzo scudo del sole, con innanzi due torchietti
sempre accesi e due vasi di fiori sempre freschi, alla cui
conservazione e spesa tanto ordinarie che straordinarie
sopratendeva il barbiere che vi avea bottega lì presso. Del resto
non offrendo allora quel luogo nulla di diverso da quanto possa
offrire oggidì, si poteva ragionevolmente maravigliarsi vedendovi
una così gran moltitudine ferma ad osservare, non potevasi
congetturar cosa. Ma nella notte prima, quando battevano le sei ore
appunto all'orologio di San Gottardo, un gentiluomo, accompagnato
da un suo famiglio, era stato colà assalito da quattro soldati con
spadoni e pugnali; il gentiluomo n'era rimasto affatto affatto
illeso; e i quattro assassini, inseguiti, agguantati, percossi, e
strettamente legati dalle guardie svizzere dell'eccellentissimo
duca, erano stati condotti in castello. Avvenimento che da tutti
era qualificato per un vero miracolo, la cui spiegazione non poteva
esser difficile, per essersi commesso l'attentato sotto gli occhi
medesimi della Vergine Santissima.
[*] La prima edizione della presente storia fu pubblicata nel 1845.
La folla aveva cominciato fermarvisi, a che appena suonava la prima
avemmaria in Duomo, e cambiata e rinnovata, è impossibile dir quante
volte, vi stava stipata or tuttavia che i monsignori nella sagrestia
orientale s'adattavano in fretta la cappamagna, battendo in quella gli
ultimi tocchi de' vespri; trattavi anche allora, come sempre, da
quella specie d'istinto pel quale ci sembra che la presenza del luogo
ov'è avvenuto un gran fatto ci aiuti a ricostruircelo in mente, anche
senza esserne stati testimoni, e malgrado il silenzio delle muraglie.
Del resto, ad un simile silenzio s'affannava in quel giorno di
soccorrere l'eccessiva loquacità del barbiere, il quale, fin dalla
notte, s'era, al rumore insolito, affacciato alla finestra, aveva
anche esso data una voce, aveva veduto e traveduto; all'alba, chiamato
giù dagli avventori che lo martellarono di domande, aveva saziata la
curiosità loro; interrogato poi da tutti quanti passavano per di là,
s'era assunto l'ufficio di narratore, e quelle cinque o sei frasi,
nelle quali stava racchiusa tutta la storia del fatto; le aveva quel
di repetute, non si può calcolare quante centinaia di volte.
E anche in questo momento che continuavano i tocchi della campana de'
vespri, stava intertenendo dell'avvenuto due o tre che attentamente lo
ascoltavano.--Ecco, qui, diceva, quando mi sono affacciato col
lampione, gli assassini fuggivano per di qui, e i due soldati della
guardia venivan già loro alle coste molto bene, intanto che sei o
sette labarde del duca correvano a furia dalla piazza. Il marchese
stava fermo a questo posto, lo vedete... a questo posto qui dove son
io; teneva ancor sfoderata la spada, e dicendo al famiglio che
cessasse ormai dal gridare tant'alto, che più non era bisogno, rideva
vedendolo così fuori di sè; ma colui era tanto scalmanato che non
l'udiva nemmanco, e continuava a mandar grida.
--E tu cos'hai fatto allora?
--Per me non sarei già disceso, cari signori; ma quando m'accorsi
ch'era il Palavicino, gli diedi una voce e dissi: Signor marchese, si
faccia coraggio! e venni abbasso e uscii sulla strada. Dico al
marchese: Fate a modo mio, bevete un bicchiere di Monterobbio, che ne
ho ancora una botticina per fortuna... e so cos'è spavento.... A
queste mie parole lui s'è messo a ridere... e....
--Diavolo... volevi che si sconciasse per sì poco uno che fu alla
battaglia di Ravenna e di Novara?
--In quanto a questo avete torto, chè la guerra è tutt'altro gioco....
Ma, come dicevo, lui s'è messo a ridere e mi prese la mano, già sapete
quanto è affabile quel signore, e mi fece tenere un mezzo ducatone,
che è questo qui che vedete, ancor nuovo di zecca, e mi disse: Il
Monterobbio lo berrete voi. Dopo si volse un tratto all'immagine della
Madonna, e levatosi il berretto, mi parve dicesse delle divozioni, e
subito dopo tornò a Palazzo.
A questo punto pareva che il barbiere avesse finito di parlare, ma si
volse in quella ad un altro.
--Vorrei mò sapere precisamente, diceva quel tale, come fu codesta
storia di jeri notte?
--Ecco qui; quand'io mi sono affacciato gli assassini fuggivano....
--Oh, basta! entrarono allora a dire ad una voce molti borghesi, che
quella storia l'avean già sentita a ripetere più di tre e più di
quattro volte. Di questo ne sappiamo assai.... Adesso sarebbe una gran
cosa il poter sapere chi ha pagati i sicarj....
--Questo è bene quanto vorrei sapere anch'io; ma... fammi indovin....
--Io l'avrei bene il mio sospetto.
--Sentiamo, sentiamo, sentiamo.
--Siccome ognun sa i brutti guai che intervennero fra il giovane ed il
vecchio marchese suo padre, e in che duro modo esso abbia cacciato
fuor di casa il flgliuol suo, e che anche adesso lo vorrebbe morto,
tanto è trasportato dall'ira, perchè sia così stretto amico dello
Sforza, pensando poi che domani il giovane marchese sarà a combattere
contro i Francesi, pe' quali il pessimo vecchio darebbe l'anima, così
crederei....
--Oibò, oibò! che dite mai?... un padre?... Ma un padre può bene far
tutto che vuole, non mai attentare alla vita del proprio figliuolo....
Oibò!... che diavolo avete detto?
--Ma cosa so io?... se ne odono di così strane a' nostri di, che....
--No-no-no, entrò a parlare un terzo, che s'era allora allora
accostato al crocchio, e al quale tutti fecer largo; Carl'Ambrogio ha
parlato bene.... Un padre, per quanti dispetti possa avere, non si
attenterà mai di fare una così infame azione. Sapete piuttosto cosa
sarà?... Sarà, che siccome a' Francesi è noto che il Palavicino è
caldo amico dello Sforza, e che la sua buona spada pesa per dieci, e
va poi innanzi a tutti nell'odiar loro, così crederei....
--Oh questa è grossa, è grossa, il mio caro Burigozzo.
--Ma lasciatemi dire.
--Ho compreso bene, non si sbaglia; ma è grossa, torno a ripetere. Se
dà la sorte, i Francesi che voi dite non san forse nemmanco che esista
il marchese. Il marchese è noto qui fra noi, perchè semina, come suol
dirsi, i ducati per le contrade. È noto pei grossi guai che ha detto
qui Carl'Ambrogio, per le tante lagrime che è costato a quella cara
donna di sua madre, la quale avrebbe avuto a ringraziar Dio se fosse
caduta morta il dì stesso che andò sposa del vecchio marchese: per
queste cose dunque esso è noto fra noi; ma fuori del Ducato chi volete
che sappia nulla di tutto ciò? E i Francesi?... Ma posto anche che i
Francesi conoscan lui, com'io conosco voi.... e così.... che
credereste?... potrebbe lor forse dar ombra codesto giovane, per
quanto sia buona la lama della sua spada?.... È grossa, insomma; è
grossa, e non mi par vero che abbiate parlato voi!
Facendo questi e simili discorsi quelle tre o quattro persone, passo
passo, allontanandosi da quel luogo, trassero sotto la piazza del
duomo, attraversata la quale, si ridussero verso al portico de'
Figini, dove tornarono ad unirsi in crocchio permanente innanzi ad una
bottega di merciaio.
Se un pittore, al quale un comittente, buon amico de' tempi andati,
desse a ritrarre in tela una radunata di popolo nel principio del
secolo XVI sulla piazza del duomo, si credesse, senza passare più in
là, di poter rispondere al bell'assunto, col fare il suo bozzetto
ritraendo la piazza quale si presenta oggidì, farebbe assai male le
cose sue.
Nè basta che anche in oggi sia quell'area medesima di tre secoli
fanno, quel medesimo duomo; quel portico, quel palazzo ducale istesso.
La mano del tempo, quella degli uomini, il progresso, e talvolta, se
pur vuolsi, il regresso, coll'assiduo mutare e rimutare, tanto e poi
tanto vi ha tolto ed aggiunto, che se il buon Burigozzo, che noi
abbiam veduto ridursi alla sua bottega, tornasse, per un miracolo,
tra' vivi, assai penerebbe ad orientarsi.
Quella gran macchina del duomo incompiuta, coperta di tanti
impalcamenti quante sono adesso le sue guglie, era tale ormai che già
faceva inarcar le ciglia di stupore a' riguardanti; ed anzi non dando
luogo a determinare precisamente, per la sua imperfezione medesima,
quel che ne sarebbe riuscito, condotta che fosse all'ultimo termine,
faceva che nella fantasia degli spettatori, come suole avvenire, più
ancora se ne ampliassero le già colossali dimensioni. Nè la natura e
più che tutto la forma degli edifizi che le stavano intorno
contrastavano a quella gotica mole. Il portico de' Figini, surto da
quasi due secoli, non presentava quell'incomportabile miscuglio
d'architettura che tanto offende oggidì. Su quelle colonne, su quegli
archi a sesto poggiava un sul piano di case co' finestroni di forma al
tutto gotica, ornati di pietre cotte ad arabeschi e aventi nel mezzo
una sottile colonna sulla quale si congiungevano due piccoli archi;
tutta quella parte d'edificio che dalle colonne s'innalzava al tetto,
per la forma, per gli ornati, per la tinta di un rosso fatto cupo dal
tempo, rendeva immagine press'a poco dell'odierna facciata
dell'Ospedal Maggiore. Rimpetto al portico dove or sorge quel
rozzissimo corpo d'edifizi, senza un colorito al mondo nè di tempi, nè
di civiltà, nè fosse pur anco di vetusta barbarie, l'area era allora
affatto sgombra, e soltanto sorgeva qui e colà alcune trabacche, le
quali per altro non impedivano che l'occhio da quel lato spaziasse per
un ambito infinitamente più ampio che non sia oggidì, e per cui tutto
si vedeva il palazzo ducale, d'architettura gotica esso pure, esso
pure contesto di pietre cotte, alle quali il tempo aveva dato quella
tinta severa, che segna, se può passar l'espressione, l'aristocrazia
degli edifizi; archi a sesto acuto in fila, finestroni larghi, alti, a
due archi, ad ornati arabeschi. Stemma visconteo e sforzesco in vetta
a tutte le porte.
L'uniformità dunque dell'architettura in due distinti edifizi che
sorgevano accanto al duomo, la loro tinta severa era ben lontana dal
produrre quella sensazione disgustosa che oggi per avventura può
nascere in chi stia contemplando quel pensiero sublime, gigantesco,
incomparabile del tempio, in mezzo alle tante incompatibili, dirò,
sgrammaticature che gli stanno intorno.
Un altro edifizio poi concorreva col resto a far sì che la piazza si
mostrasse allora con aspetto sì diverso da quel d'oggigiorno, ed era
la chiesa di santa Tecla, l'antichissima ausiliaria del maggior tempio
milanese, la quale gli sorgeva quasi di fronte e guardava colla
facciata la strada Marzia che le si apriva rimpetto.
E quale all'epoca, a cui ci troviamo, presentavasi la piazza, si può
anche dire si presentasse la città, su la cui faccia architettonica,
parlando de' principali edifìzi, v'era un colorito di età e di
grandezza che presso noi è al tutto scomparsa. Ad onore del vero si ha
a dire bensì che immensamente ha guadagnato in quanto a comodo ed a
pulitezza; e come potrebbe essere altrimenti? che scomparvero quelle
vie bistorte, quelle fronti mostruose di case, gl'impuri angiporti, le
corrompenti chiaviche, le lobbie, i cavalcavia, le bicocche, le
impalcature che allora la deturpavano; ma con queste quante altre cose
scomparvero! Quanto ha perduto in faccia all'arte, in faccia alla
storia! A vederla com'è oggi, sembra in tutto una città surta da ieri;
per conoscere la sua vita è mestieri ricorrere al volume, nè per
richiamarsi in mente le sue epoche memorabili non basta un colpo
d'occhio che si getti su lei da qualche eminenza; tutto fu raschiato
via, parrebbe a bell'apposta, dagli artistici pregiudizi,
costringendola, direi quasi, a far la figura d'un patrizio, il cui
nome per demeriti siasi voluto scancellare dal libro d'oro.
E almeno si fosse atterrate le vecchie cose incuriosi delle memorie
venerabili che loro erano state commesse, per lasciar modo all'arte di
tentar nuovi campi; e all'epoca nostra di vestirsi di forme tutte
proprie. Ma le cose di un'antichità a noi più vicina parvero
incomportabili appunto, pel desiderio di riabilitare le linee di
duemila anni fa.
Del rimanente contagio è codesto comune a quasi tutta Europa, e con
tante istituzioni e che so io, si è giunto ovunque a rendere di un
calore uniforme i prodotti delle varie intelligenze. I guardacosta del
preteso buon gusto, più oculati di un assistente di dogana, vegliano
assidui sui contrabbandi delle fantasie d'oggidì; immobili come un dio
termine, incorruttibili come la sentinella che mise la baionetta alla
vita di Bonaparte, gridando tuttodì all'umano ingegno: _On ne passe
pas_--di qui non si passa.--Almeno fossero stati tenaci di questo
sistema, anche allorquando trattavasi di lasciar com'erano le cose
vecchie nelle quali la storia era inviscerata; ma per una strana
combinazione allora appunto se ne dimenticarono; però sarà ottima cosa
che noi lasciamo in pace i presentì e ritorniamo tra quel crocchio
ormai numeroso che sta fermo innanzi alla bottega del merciaio
Burigozzo.
Costui, a que' tempi assai lontano dal sospettare che l'immortalità
sarebbesi preso l'incomodo di prender nota del suo nome, e ch'egli
trasportato dalla corrente degli anni, sarebbe disceso giù giù insino
a noi in compagnia di molti illustri, non era allora cospicuo che per
una insaziabile curiosità di conoscere i fatti altrui, e una
disposizione infaticabile a cicalare ed a fiscaleggiare il terzo e il
quarto per raccogliere le notizie esatte di quanto avveniva in Milano.
Tutte qualità che ad un occhio avvezzo avrebbero potuto rivelare uno
storico; ma inallora il suo genio se ne stava latente nell'involucro
adiposo della sua bassa persona che egli aveva il costume di dondolare
ogniqualvolta stesse a dare od a ricever parola da qualcheduno. La sua
loquacità poi veniva mantenuta ed accresciuta dall'utile che in linea
commerciale egli ne traeva, giacchè i molti suoi avventori una volta
che si ponessero a sedere alle tavole collocate ai lati della bottega,
non sapevano staccarsene così facilmente, per la qual cosa
allorquando, alla Torre de' Mercanti suonava la grossa campana delle
quattro ore di notte egli si trovava aver vuotate molte pinte
d'acetosella e d'acquavite, giacchè è a sapersi ch'eran molti i generi
di commercio che si vendevano in quella sua bottega, e alla vendita
del frustagno, del bucherame e delle stringhe soprintendeva
l'attempata sua moglie cui la natura era stata liberale come a lui,
del dono invidiabile della parola.
Ritornato adunque che fu il Burigozzo alla sua bottega, intanto che si
affannava a persuadere a quel suo preopinante che il colpo tentato
contro la persona del marchese Palavicino non poteva venire che dalla
Francia, fu improvvisamente interrotto dalle voci agre e sgarbate di
alcuni soldati e da un caporale svizzero che s'eran gettati a sedere
su d'una di quelle panche e volevano l'acquavite. Il Burigozzo troncò
allora a mezzo la parola che stava per uscirgli di bocca, e non lasciò
che il caporale svizzero comandasse una seconda volta. Così, dopo
avergli messa innanzi una panciuta damigiana, non fu contento finchè
non ebbe fatta anche a lui la sua interrogazione.
--E così, caporale, non han già voluto che più vi stesse a dondolare,
e presto si scalderanno ancora le vostre miccie contro i nemici che
tornano a mostrarvi il viso.
--Si scalderanno e non si scalderanno, rispose il caporale; che cosa
sai tu?
--So che i Francesi si son già fatti vedere a poche miglia da
Milano... dunque....
--Dunque... io t'ho chiesto acquavite che raspi e sèdano che morda...
e non m'hai dato nè una cosa nè altra... e queste che ho sotto i denti
paion frasche di zucca... in quanto poi ai nemici che tu dici....
--Ci son forse novità?
--Novità?... Certo che ci potrebbero essere le novità....
Qui messasi alla bocca la panciuta damigiana, e bevutone un così largo
sorso come se fosse acqua:
--Nelle campagne dell'Unterwald, riprese poi, si poteva bene tirare
innanzi tre, quattro, sei mesi senza vedere il _gheld_ dei tre
cantoni, perchè il formaggio di capra, e la cervogia non manca mai
colà. Ma codesto paese tuo ha più d'un malanno, e all'aria grossa che
ti fiacca le gambe maladettamente, puoi metter di costa che, se non
hai un testone col sant'Ambrogio in saccoccia, per quel dì puoi
startene a stomaco vuoto; con questo volevo dirti, che se dentr'oggi
l'eccellentissimo signor duca non ce ne dà una manata, (che le
promesse non bastano, ed ha un bel gridare il prete che ci comanda)
puoi stare ben certo, come se lo dicesse il Tell, che mai non disse
una menzogna al mondo, che noi non si combatterà, e i signori Francesi
potranno benissimo restar serviti.
--E a che ora si uscirà domani di città, caporale?
--Oggi per le ventiquattro abbiamo a trovarci in castello tutti
quanti.
--Questo lo so.
--Se poi fioccheranno denari, domani, prima dell'alba, si uscirà.
--E se i denari non ci fossero?
--Si troveranno.
--Trovarli... è presto detto. Ma io so che la cassa ducale è
stramenzita affatto.
--Non c'è altri che il duca forse?... Quel che il duca non sa fare, lo
farà bene la città, e lo farete voi.... Non è la prima volta. Intanto
prenditi i tuoi due testimoni, che oggi o domani me li avrai a
restituire in altro modo.
Qui il caporale si alzò, e con lui gli altri svizzeri, che volgendo
uno sguardo sprezzatore a quel crocchio di persone per mezzo alle
quali avevano a passare, si tolsero di là. Nè ad un attento
osservatore sarebbe sfuggito con che mal'occhio li guardava dal canto
suo la moltitudine, memore delle concussioni che il cardinale di Sion
aveva insolentemente esercitate su tutti quanti i cittadini milanesi
per pagare e satollare que' suoi Svizzeri affamati, ne' quali, dopo la
vittoria di Novara, era la superbia cresciuta a dismisura, e verso i
cittadini milanesi si comportavano come padroni, e peggio.
Il Burigozzo, come que' cinque furon partiti.
--E così, disse a chi gli stava intorno, siete capaci ora, che la
storia della paga sia quale ve l'ho narrata io stesso stamattina?
Mettetevi dunque in memoria che il Burigozzo non dice mai cosa in
fallo.
--Sta a vedere che tu ne saprai più del Morone e del prete soldato....
--Io non so nulla; ma avete sentito... però la storia della paga mi dà
a pensare....
--Attendi a vendere il tuo bucherame e la tua acquavite, e non darti
un pensiero al mondo di tutte queste cose, che già è lo stesso....
Ma il Burigozzo non dava retta a queste parole, e continuava come
parlando fra sè:
--Messer Bernardino Corio, che mi vuol bene e che si degna
intrattenersi con me qualche volta, mi diceva un tal giorno, che
codesta città nostra, la quale non è ampia gran fatto, pure ha i suoi
duecentomila e più cittadini.
--Adesso c'è la storia dei duecentomila.
--Sicuro il mio Carl'Ambrogio, c'è, e ci dev'essere anche la storia
dei duecentomila, perchè, dico io, è tal cosa che non fa molt'onore,
che in tanto popolo non ci sia da mettere insieme quindici o venti
migliaia di uomini... e questi Svizzeri che, a saziarli, ci vuole un
bue per ogni quattro, rimandarli al loro Cantone, dove c'è la Cervogia
e il formaggio di capra.
--Sin qui non pare che tu pensi male.
--E non ci sarebbe allora gran bisogno di paghe, e il duca non si
troverebbe ora tanto allo stretto.
--In quanto a ciò, s'egli è a sì duro punto, suo danno.
--Capisco cosa vuoi dire tu! Se l'eccellentissimo signor duca invece
di regalare avesse venduto, non mancherebbero le paghe.
--Qui sta il punto, Burigozzo, e la tua storia dei duecentomila non ci
ha a che fare gran fatto. Domando io se al Morone c'era bisogno di
regalare la contea di Lecco, Vigevano al cardinale, la Ghiarra d'Adda
al Lampugnano: terre che rendono pan d'oro e fiorini a staia... e so
cosa dico!
--Manco roba, manco affanni, dice il proverbio, e pare che il duca
l'abbia intesa così.
--Ma pur troppo non avrà ad intendere questo solo; e a questo re che
se ne viene con tanta brava gente, e più bravo lui di tutti, come
dicono, e non ha ventun'anni, converrà bene ch'ei dia luogo o si rechi
in villeggiatura.
--Pure se quelli che contano in paese fosser tutti della tempra del
Palavicino, e d'altri pochi, il duca non si troverebbe in così
pericolose acque; ma no, tutti a rovescio, e l'altro dì il conte
Besozzo e il Gabaloita e il marchese Birago e il Sacramoro e altri
troppi se ne uscirono di città, e chi è tra le stoppie e le
pozzanghere ci pensi.... E davvero ch'io mi chiamo assai fortunato di
vestir questo saio piuttosto che le vesti ducali, le quali in questo
momento devono al certo bruciare le carni di chi le porta....
Qui s'interruppe, e con lui tacquero tutti quanti trovavansi sulla
piazza. I muggiti dei leoni del serraglio ducale, espandendosi in
quella del palazzo per tutta la piazza, avevano imposto quel generale
silenzio. E tutte le teste involontariamente si volsero colà.
All'orologio della Torre de' Mercanti suonavano le ventiquattro. Poco
dopo scomparvero tutte le guardie dinanzi al palazzo del duca e tutte
le porte si chiusero....
Rechiamoci ora a vedere se in questo momento le vesti ducali
bruciassero davvero le carni di Massimiliano Sforza, come ha detto il
Burigozzo.