III.

Dante, chi dice verso il 300, e chi nel 302, fu mandato dalla Signoria di

Firenze ambasciatore in Roma per indurre il Pontefice Bonifacio VIII alla

concordia. Ma non fu compreso, e non trovando che trame insidiose e dai

dolori dei partiti politici accasciato, il suo miglior tempo passava coi

letterati e fra questi il nostro Immanuel che per le sue bizzarrie non

meno che per l'ingegno svegliato aveva in Roma la nomea di poeta

originale.

Conosciutisi, strinsero amicizia e ne' colloqui frequenti il poeta ebreo

andava frammischiando voci ebraiche e delle bibliche idee lo innamorava.

Poeti ambedue, ambedue desiderosi di flagellare i vizii del secolo, i

turbolenti moti politici, le gare di partito, che travagliavano allora —

più che oggi assai — l'Italia nostra, andavano l'un l'altro consigliandosi

come innalzare l'animo dei contemporanei alla ricerca del vero e del

bello, come indirizzare le menti ad uscire da « quella selva selvaggia ed

aspra e forte ».

E vennero ambedue a questa determinazione: flagellare il vizio, esaltare

la virtù, col descrivere le pene dell'inferno, i premii e le gioie del

paradiso, ed ecco Dante immaginare [5] la Divina Commedia, e Immanuele le

_Mecaberod_, raccolta di poesie ebraiche che hanno come Appendice una

lunga e stupenda descrizione dell'Inferno e del Paradiso.

Dante e gli Ebrei: Studio · 第 9 / 25 题