È più di un quarto di secolo — e non canzono — che scrissi in varii
periodici sull'amicizia di Dante col poeta ebreo Immanuele Romano, e
quelle note e quelle, dirò così, rivelazioni hanno avuto non è guari una
debole eco nelle parole che il Del Balzo ha pubblicato a pag. 309, 315,
316 [2] del suo bel lavoro sul sommo poeta di cui gli amanti della
letteratura italiana, specie i puri dantofili, debbono serbargli
gratitudine.
Quelle note che in un libro di tant'importanza accennano ai miei lavori di
circa sei lustri fa, — chi lo direbbe? — hanno risvegliato in me, non più
giovine, e assorto in mille e diverse occupazioni che dalla italiana
letteratura mi distolgono con grande mio rincrescimento, hanno risvegliato
in me (i toscani a queste ripetizioni ci son avvezzi) il prurito di
trattare diffusamente di questa benedetta amicizia tra due grandi poeti,
di religione diversa, che vivevano sei secoli fa e che possono dare una
bella e meritata lezione a quegli antisemiti da strapazzo che crescono
come i funghi, lontani per fortuna dalla nostra cara Italia.
Dell'amicizia di Dante coll'Immanuele, di quanto il divino Poeta attinse
dalla Bibbia, della stima ch'avea degli ebrei e dei punti di contatto che
hanno i due poemi (l'_Inferno_ e il _Paradiso_ dell'Immanuele e la Divina
Commedia di Dante) eccomi pertanto in questa pubblicazione a favellare il
più brevemente che possibile mi sia. Per fare lavoro completo ci vorrebbe
un grosso volume. Ma oggi si vuol tutto in fretta e furia. E le cose
lunghe diventan serpi. Sbrighiamoci dunque, . . . e voi lettori carissimi
abbiate un po' di pazienza, che vedremo di non annoiarvi di soverchio.