Adesso cotesta bandiera non più sventola sulle torri di Ampola; anzi ci
spiega da capo alle brezze delle alpi italiche il suo lembo l'aquila
imperiale. L'abbattè il popolo, la rialzò la monarchia; quanto di gloria
fu scritto col sangue dei patriotti, tanto lo inchiostro obbrobrioso dei
negoziatori scancellò: ed è da credersi che il governo regio, trovando
fra le spoglie di guerra del Garibaldi la vinta bandiera, per tenersi
bene edificato l'imperatore di Austria, gliela restituisse; invano
_laboraverunt_! Vorrei con Fonseca Pimentel ripetere il detto
virgiliano: _olim meminisse juvabit_:
E fie che giovi rimembrarlo un giorno!
Come da un'urna rotta scorre via l'acqua, così io mi sento fuggire
l'anima dal corpo stanco, e con amarezza di morte tremo sia la nostra
schiatta destinata a disfarsi. Questo pensiero mi perseguita come una
tentazione del demonio, dopochè miro lo stato nel quale sono ridotte la
Francia, l'Italia e la Spagna; argilla mobile, che ruzzola sopra argilla
immobile; terra soprammessa alla terra; fango animato agitantesi sopra
fango senz'anima: parte del popolo si chiude gli orecchi per non
sentire; parte ha tolto a prezzo di aprirglieli per forza, versandoci
dentro parole di veleno; Locuste, Tofane, Brinvilliers, Lafarge
spirituali: gli avvelenatori altrove si condannano, qui si pagano e si
fregiano. Ai nostri imperanti giova più un giorno di lupercali che un
secolo di gloria; parte che pretende condurci alla terra promessa,
discorde in sè si strazia, ed offre lo spettacolo di becchini rissanti
sull'orlo della fossa, dove hanno deposto il cadavere. Ah! felici gli
eroi dell'antichità; operando altamente ciascuno era certo della sua
fama. Parevano gemme conservate in cerchi di oro: ora gli spiriti magni
e le imprese eccelse sprofondano in un mare di fango....
Perpetuo Geremia, la vuoi tu smettere?.. Compatite, via, per amore di
Dio: la lingua batte dove il dente duole; ed a me non è il dente che
duole, bensì il cuore.
*
Ed ora a Bezzecca. Ma perchè io metto mano a ripetere quello che occorre
sparso in cento stampe? Nè speranza mi affida, nè presunzione mi lusinga
che gli scritti miei abbiano a durare più lungo degli altri: adoperando
a questo modo, io faccio come quelli che stanno in procinto di
naufragare, i quali chiudono la storia dell'infortunio imminente dentro
a parecchie bocce di vetro, le quali, dopo chiuse, gittano in balìa del
mare, nel presagio che una almeno delle tante arrivi alla sponda e porga
ai cari lontani la notizia della sventura e gli ultimi saluti.
Qualcheduno pertanto dei nostri racconti perverrà ai tardi nepoti, i
quali non so se maraviglieranno o della perfidia altrui, o della fede
nostra; non importa, purchè imparino ad essere più felici di noi.
E poichè nelle guerre può dirsi che niente fu fatto se non si fece
tutto, così il Garibaldi, appena espugnata Ampola, la quale non fu (come
afferma il Rustow amico agresto, seppure non si ha da tenere addirittura
per nemico delle glorie italiane) impresa di poche ore, bensì resisteva
valorosamente interi tre giorni; concepì il disegno di ridurre in
potestà sua Bezzecca.
Chi da Ampola muova per Bezzecca, sale sempre sentieri montani ora più,
ora meno, ma sempre angusti, e dopo un miglio e mezzo arriva a certa
vallicella chiamata dei Laghetti, proseguendo per la quale ecco
s'incontrano, dopo breve cammino, due villaggi distanti fra loro non
bene un miglio; il primo appellano Tiarno di sotto; il secondo Tiarno di
sopra: ora se pigli la strada di Tiarno di sotto e vai innanzi altre due
miglia ti si parerà davanti Bezzecca.
Considerano a ragione Bezzecca punto capitalissimo in cotesta contrada,
per trovarsi in mezzo alle valli dei Conzei e di Ledro; di cui la prima
gli rimane a manca, la seconda a destra: nella valle dei Conzei
giacciono tre villaggi: Locca, Enguiso e Lensumo, e nella valle di Ledro
le terre di Pieve, Mezzolago, e per ultimo Riva sopra il lago di Garda,
luogo che intendeva espugnare il Garibaldi, o, come si dice in termine
militare, _suo punto obiettivo_. La occupazione di Bezzecca per gli
italiani significava la via aperta per Riva, il nemico impedito di
trapassare dalla valle dei Conzei a quella di Ledro, congiunzione
assicurata dei nostri corpi di milizia operanti nella valle di Aone;
dove, se per ventura si fossero impadroniti di Lardaro, avrebbero avuto
il sentiero sgombro per Roveredo e per Trento, finale punto obiettivo
del Garibaldi. Se all'opposto l'austriaco occupava Bezzecca, egli
avrebbe potuto tagliar fuori dal grosso dell'esercito i corpi italiani
incamminati verso il lago di Ledro; respingere il centro nelle strette
di Ampola, e, cacciatosi come un cuneo nel mezzo, minacciare di fianco i
nostri corpi, divisi nella valle di Ledro e nella valle dei Conzei.
Oltre il naturale talento, persuadeva il Garibaldi ad operare
celerissimo, l'avviso portatogli da esploratori segreti nella mattinata
del 20 di luglio: oltre ottomila austriaci, muniti con due batterie di
cannoni da campagna ed una di racchette, condotti dal generale Kuhn,
scendere a gran passi giù per la valle dei Conzei, onde cogliere alla
sprovvista il generale Haug ed abbatterlo innanzi che si raccogliesse
alle difese, imperciocchè uomini intendenti testimonino come il generale
Haug in cotesta occasione avesse sparpagliato un po' troppo le sue forze
sui colli. Difficile accertare quante per lo appunto le milizie nostre e
le posizioni prese; circa a numero basti saperne questo, che se non
erano meno, neppure eccedevano quelle del nemico; e per ciò che spetta
alle mosse mi guarderò di seguire lo esempio del signor Thiers, il
quale, mentre presume sciorinare scienza di strategica e di tattica
nella _Storia del Consolato e dello Impero_, non soddisfa i periti del
mestiere e stanca la pazienza del comune dei lettori, alterando
malamente ogni proporzione della storia.
Il Garibaldi, chiamato a sè il luogotenente colonnello Chiassi, gli
comanda: con un battaglione del 5º reggimento trascorra oltre ad
occupare Locca, e dove gli riesca gli altri villaggi della valle dei
Conzei, convertendone subito le case in ridotti, donde ributtare o
sostenere il nemico; con un altro battaglione chiuda lo sbocco fra la
Pieve e Bezzecca: gli altri due battaglioni tenga in pronto per
accorrere dove il bisogno lo chieda, e così pure il primo dei
bersaglieri; a modo di riserva il quarto battaglione del sesto
reggimento, tre compagnie del settimo e due del secondo procuri sieno in
Bezzecca.
Il Chiassi, mentre riceveva questi ordini, si permise osservare quanto
sarebbe stato vantaggio durante la notte assicurarsi dei due monti
sovrastanti a destra ed a sinistra la valle dei Conzei; consiglio di
bontà così manifesta, che non aveva mestieri prova; solo gli obiettò il
Garibaldi avvertisse bene le asprezze dei colli, ardue a superarsi anco
a giorno chiaro; al buio poi, per opinione sua, impossibili. A cui il
Chiassi di rimando:
— Il peggio sarà tornarcene indietro.
— Non sempre riesce.
— D'altronde anco i Romani sagrificavano alla buona fortuna: a me sembra
spediente tentare.
— Sia come volete, colonnello, conchiuse il Garibaldi, seguite la vostra
stella.
Intantochè il Chiassi, ridottosi ai quartieri, ordina gli apparecchi per
mettersi senza indugio in cammino, ecco capitargli davanti Curio,
Filippo ed il tenente Fandibuoni; salutato, risalutava; ed a
quest'ultimo con accento un cotal poco severo diceva:
— Tardi, ma in tempo, tenente; ripigliate tosto il comando della vostra
compagnia, fra un'ora saremo in marcia.
— Così al buio?
— Per liberare la patria dalla servitù straniera tutte le ore sono
buone; e voi altri chi siete?
— Mi chiamo Curio; nasco dal vostro amico Marcello, e qua vengo per
imparare la milizia sotto di voi.
— Sta bene; i figli di Marcello ci dovevano venire prima: e voi come
qui? Mi sembra avervi veduto, anzi di certo vi ho già veduto....
— Lo crederei! Mi sono trovato a tutti i fatti di arme di questa
campagna, ma l'occhio dei superiori scorre via sopra i soldati come il
volo della rondine. Basta, non fa caso; sono il sergente maestro di arme
del _nono_ reggimento; mi chiamo Filippo; difficile rinvenire adesso il
mio reggimento, però mi unisco con chi trovo; insieme con questo giovane
mio alunno entrerò nella _compagnia volante_ comandata dal nostro
tenente Fandibuoni.
— Come vi piace. Voi, Curio, fate cuore, che fra poco otterrete quello
che gli animosi talora stanno mesi ad aspettare, — il vostro battesimo
di fuoco; — quanto a me, soggiunse tristo, l'ho ricevuto da molto tempo:
adesso non mi avanza altro che la estrema unzione del ferro.
— _Deus avertat omen_! come dice padre maestro Berretta, soggiunse
Curio; ma io so che spesso alla guerra questi sacramenti ci caschino
addosso tutti di un picchio,... lo so, e non me ne sgomento.
— Ma vedete un po' che gusti fradici, intervenne a favellare il tenente;
non ci è quanto il pensare alla morte, che ce la chiami sul capo alla
lontana: portando l'ale, ella è di natura di uccello ed obbedisce al
fischio.
— Oh! per me poi, se mi è lecito dire la mia, prese a parlare Filippo,
più penso alla morte e più mi ci accomodo: andare a morire io l'ho come
andare a dormire.
— Sicuro, conchiuse il Chiassi, tutte le strade menano al camposanto:
quello che preme, sta nello adempimento del proprio dovere; or via,
andatevene pei fatti vostri; fra un'ora in marcia: buona sera, Curio; ed
accostatosi al giovane gli strinse con molto affetto la mano.
Anche negli eserciti meglio ordinati accade più spesso che non si
vorrebbe che i comandi non si trovino eseguiti con la debita esattezza;
d'onde nasce che, nonostante gli ottimi concetti del capitano, le
battaglie vadano a rotoli, o almeno riescano meno fruttuose del
desiderio; però tanto meno recherà maraviglia, dove si sappia che questo
succedesse non di rado nei corpi dei volontari. Parve all'ufficiale
preposto ad occupare Locca e gli altri villaggi della valle dei Conzei e
a ridurne le case in trincere per combattere riparati, non doverlo fare
se non all'alba, onde tutta la notte si rimase giù nella valle. Anche le
mosse vigilate dal Chiassi non sortirono buon esito, imperciocchè il
battaglione, comandato da lui in persona sulla sinistra, alla punta del
dì si trovasse in ordine di poter combattere, mentre il battaglione a
destra andava sparpagliato così che non si giunse mai ad assembrare, e
male gli incolse, chè, avviluppato dai nemici precipitati giù dai monti
con la foga di una cascata, parte cadde prigioniero e parte ebbe di
catti di ritirarsi a salvamento.
Se la giornata avesse dovuto giudicarsi dal mattino, si prevedevano
guai, e grossi, sicchè fu argomento non piccolo di stupore pei nostri
quando il nemico verso le 5, cessato di un tratto il fuoco, fece
supporre a taluno che egli cessasse l'assalto. In questo intervallo gli
austriaci con avvisato consiglio tentavano girare la diritta degli
italiani scendendo alla Pieve, e quindi percoterli di fianco e alle
spalle, ma trovate le gole difese, non che visto il 2º reggimento in
punto di rinforzare i posti, si ritrasse, e, raccolte tutte le sue forze
in Val di Conzei, verso le 7 del mattino riprese a menare le mani.
Gli italiani respinti duramente sulla destra, lasciando i posti avanzati
di Enguiso e di Lensumo, si ripiegano a Locca: qui sostano, ed essendo
giunte da Bezzecca milizie fresche e due pezzi da campagna a
rincalzarli, deliberano di sostenersi con tutti i nervi; gli austriaci
sopraggiungono, e danno dentro; invano però, chè a volta loro ributtati
andarono indietro fino ad Enguiso. Tuttavia la destra rimaneva sempre
scoperta, ed i pochi del 2º battaglione scampati alla sconfitta nè in
numero ormai, nè per prestanza capaci a resistere; bene il generale Haug
provvide a mandare soccorsi di gente quanta più potè, ma non fece
frutto, massime priva, come si trovava, di artiglieria, mentre
l'austriaco spinse in diligenza da cotesta parte la batteria dei razzi
alla _Congrève_, la quale oggi piglia nome di racchette. In tanto
repentaglio l'Haug spedisce a Tiarno al comandante supremo per avvisarlo
essere la resistenza impossibile, a destra tracollare le cose; ordini al
colonnello Menotti cali col nono reggimento giù dai monti a sinistra,
dove in quel momento si trova, e tenuto il cammino per la valle dei
Conzei percuota alle spalle gli austriaci; ancora, ingiunga al 2º
reggimento di già arrivato alla Pieve si avanzi ed appoggi il Menotti;
quanto a sè egli si porrà coll'arco del dosso per reggersi in mezzo; se
la fortuna si accorda col buon volere, promette prima di mezzogiorno
tenere prigione tutto l'esercito nemico.
E il Garibaldi, secondando la richiesta, ordina al Menotti che scenda
dai monti e si appresti ad assalire; egli stesso a stento entrato in
carrozza si avanza verso Bezzecca.
Le vicende da per tutto mutabili, mutabilissime in guerra; in questo
frattempo di sfavorevoli eransi fatte disperate alle armi italiane: lo
sgomento insinuavasi nell'animo dell'universale; il Chiassi correva
ansante, smanioso qua e là in compagnia dei più arditi, fra i quali
Curio e Filippo, e pregava, rimproverava, minacciava: inutili conati! La
paura, conigliolo senza orecchi, superata ogni vergogna travolgeva i
volontari in turpissima fuga. Il nemico sfolgora i nostri di fianco, e
già si ammannisce ad assaltarli alle spalle: le sue colonne di attacco
in procinto di avventarsi contro il centro: in presentissimo pericolo la
nostra artiglieria.
E in onta a questo non mancarono uomini di cuore piuttosto infinito che
intrepido, i quali ardirono mostrare la faccia al fato; la storia
ricorda l'Haug, campione della libertà in qualsivoglia parte del mondo
ov'ella abbia inalzato la sua bandiera, procedere nel fitto della
battaglia sotto il fuoco nemico, a rannodare quanti più trova e a farli
star fermi con tutti gli argomenti che la ragione gli suggerisce, non
escluse le ferite; poi li sguinzaglia parte alla difesa di Bezzecca e
parte sulle alture a sinistra mezzo perdute, dove occorre il cimiterio.
Indi a breve sopraggiunge lo stesso generale Haug trafelato, e di primo
arrivo vedendo la compagnia chiamata _volante_, annessa al reggimento
Chiassi, la quale per gli ordini già dati aveva a trovarsi altrove, e
precisamente sul colle di faccia a Bezzecca oltre la strada di Tiarno,
con suono alquanto turbato disse al colonnello:
— Ch'è questo? Come qui la _compagnia volante_? La riconduca subito al
posto.
A codesta ora più agevole ordinarne che eseguirne il traslocamento; chè
se scampo ci era, consisteva nel serrarsi; nè l'Haug se soprastava
alquanto lo avrebbe comandato, ma, che che ne affermino in contrario,
anche i costantissimi governa in parte la fortuna, la quale se prospera
non vale ad esaltarli, avversa quasi sempre li esacerba.
Il Chiassi guarda il generale senza fiatare e si pone in assetto di
eseguire il comando: giunto al cancello del cimiterio rifà i passi, ed
accostatosi al conte Pianciani, aiutante di campo dell'Haug, gli stringe
la mano dicendo: _Addio_. A rivederci, rispose l'altro, ma, com'egli
stesso ebbe a dire dopo, lo fece per dargli animo, perchè in quel punto
gli parve un'aura di morte investisse il povero colonnello.
Uscito dal cimiterio, il colonnello si accorse della sua compagnia
essere successo quello che noi vediamo accadere ad una massa di neve
flagellata dal vento, di cui i bioccoli, si sparpagliano da per tutto un
po'; il Chiassi, non potendo più condurre da capitano, combatte da
soldato; di un tratto traballa e cade: Curio e Filippo gli si mettono
attorno: entrambi inginocchiati si chinano sopra la faccia di lui; egli
non disse motto: li guardò, ora l'uno, ora l'altro, quasi per
riconoscerli, e spirò.
Nobilissima creatura fu il Chiassi; di costumi austero, rigido nei
giudizii; alto di forma e segaligno: pallido e di capelli già grigi,
comecchè appena sopra la soglia della virilità; parlatore scarso, per
non dire avaro: gli occhi colore di vetro e soprammodo lucidi; in
massima parte essi gli tenevano luogo di lingua: se udiva cosa la quale
gli paresse o indecente, o strana, o trista, guardava cui l'avesse
profferita, e così pure costumava dove gli accadesse intenderne altra o
arguta, o magnanima: diversi, e quanto, cotesti sguardi! E non di manco
nè i primi corrucciati, nè i secondi blandi; sereni sempre, parevano
piombini calati nell'anima altrui a scandagliarne la sua profondità.
Dura sorte la sua! La pietà sopra la sua tomba non pianse, o se sentì
spuntarsi le lacrime, se le asciugò di un tratto pensando che se il
piombo nemico non lo uccideva adesso, lo avrebbe morto più tardi la
propria vergogna. La giornata, che noi abbiamo consumata in combutta con
la monarchia, cominciò con un mattino di sospetto, ebbe un mezzogiorno
di codardia e tramontò (seppure è tramontata) nell'obbrobrio. Il
cortigiano, iena impaurita che sia per mancarle il cadavere nella fossa,
urli quanto sa e si disperi, ma questo senta: che i soli, quando
declinano verso il vituperio, tramontano per non risorgere mai più.
Ma la fortuna avversa non consentì lasciare in pace il dabbene Chiassi,
quantunque sepolto; — perchè tre sono gli infortuni supremi che
soprastanno all'uomo: morire in terra straniera, — avere sepoltura da
mani sconosciute, — essere obliato da' suoi; eppure vi ha anche di
peggio, e questo è la lode di _persona indegna_.
La lode dell'uomo retto davanti al popolo è libame sacro esalato da
turibolo di oro. La Fama se ne rinfranca l'ale, sicchè ella le spiega
bellissime come quelle dell'uccello di paradiso ai raggi del sole. La
lode dell'uomo indegno sorge come fumo di paglia bagnata: contrista gli
occhi alla Fama e la fa piangere. Ora l'anima del Chiassi ebbe a patire
il preconio di persona non degna. I generosi lombardi pensino seriamente
a purificarne il sepolcro dell'eroe.
Il nemico allaga da per tutto; i nostri, rincacciati dal cimiterio, si
rovesciano giù sopra Bezzecca, e per certo spazio di tempo si trovano
sotto una vôlta di ferro e di piombo, imperciocchè gli austriaci, oltre
lo insistente assalto di fronte, incrociassero i loro fuochi da destra
co' nostri, che battevano in ritirata a sinistra; però non provarono la
vôlta tanto salda, che ad ora ad ora non ne cascasse qualche racchetta a
modo di _bolide_, stritolando il misero che giungeva a percuotere.
Di male in peggio; la ritirata da prima in ordine, poi tumultuaria,
all'ultimo disfatta; giù tutti di sfascio a Bezzecca; la strada chiusa
con ogni maniera impedimenti; i cannoni, cura suprema dei comandanti,
smontati dai carretti vengono tratti via con le corde; gli stessi
generali si mettono alle funi, e così con isforzi incredibili si
salvano.
Sopraggiunge il Garibaldi e si leva su ritto nella carrozza; il volto
dell'eroe, quasi sempre sereno, adesso comparisce oscurato da ineffabile
amarezza; molto lo angustia il dolore del corpo, troppo più quello
dell'anima. Allo agitare che ei faceva delle mani, sembrava uno auriga
della palestra elèa che tentasse ridurre al freno i cavalli
imperversati; difatti lo sgomentava il pensiero che la vittoria gli
avesse rubato la mano. Alla presenza di lui i combattenti ripresero un
po' di balìa, ma e' fu fiato raccolto per ispirare l'anima.
Intanto che un manipolo di audacissimi, fatta punta, si avventano a capo
del paese e ributtano gli austriaci, un migliaio di tirolesi scendono
dai monti laterali, li circondano e li dividono dal grosso del corpo dei
volontari. Chiusa allo scampo ogni via, non vi è tempo da perdere; o
arrendersi o rimanere sterminati.
— Morire! urlano i volontari. — E così sia! risponde il capitano;
spianate le baionette, e addosso ai tirolesi; pochi siamo, ma la via
stretta non concede che ci vengano contro in molti; se li sfondiamo
siamo salvi, che poc'oltre di qui troveremo il Menotti accorrente al
soccorso.
Curio e Filippo, entrambi feriti, sentendosi ardere dalla sete,
trovandosi presso ad una casa aperta, non poterono trattenersi dallo
entrarvi per procurarsi un po' di refrigerio di acqua; acqua non
trovarono, bensì in un sottoscala acchiocciolato il Fandibuoni; gli
furono sopra in un attimo e ad una voce gli domandarono:
— Sei tu ferito?
— Sicuramente.... cioè credo.... sono fuori di me.
— Su, vediamo dove!
Lo visitarono e lo riscontrarono sano più di un pesce, Filippo ammiccò
degli occhi a Curio per passargli la baionetta traverso al corpo; negò
Curio col capo, ma datogli un solennissimo pugno nel petto, gli stridè
piuttostochè non gli favellasse:
— Vien via, poltrone, e bada a non moverti dal mio fianco, perchè se fai
cenno di fuggire, quanto è vero Dio, ti ammazzo come un cane; aspetta un
po', carnaccia da letame, lascia che ti imbratti del mio sangue la
faccia e ti fasci, così parrà che ferito tu sia entrato qua per
fasciarti, e non si scoprirà la tua vergogna.
Il capitano, armate ambedue le mani di sciabola e di rivoltella, con la
voce e con lo esempio eccita cotesto manipolo di consacrati alla morte.
Dopo lui Curio, Filippo e il Fandibuoni, il quale ubbriaco di paura
agitavasi, ululava come uno indemoniato; tutti poi esaltavano l'estrema
sorte, il grido Italia, che unanimi mandarono dal petto come saluto
ultimo alla patria, e le immagini delle creature amate, che lucidissime
e distinte in quel momento come un soffio passarono traverso allo
spirito loro.
— Avanti! Avanti! scaricano le armi, e parecchi tirolesi ruzzolano per
terra; tal sia di loro! Italiani perchè contendono contro Italiani?
Potendo essere liberi, perchè combattono per la servitù?
— Avanti! Avanti!
Ma i nemici scaricano le armi; la prima fila del manipolo balena per il
iscompaginarsi; il capitano con altri parecchi feriti traballano; non
importa; si riannodano; i sorvegnenti incalzano; addosso da capo. I
tirolesi in parte cedono, in parte no; pure tutti tentennano, ma
sentendosi la baionetta nelle costole si riscotono, e scaricano quasi a
brucia pelo nel mucchio dei volontari. — Mi tappo gli occhi per non
vedere la strage; di nuovo feriti, Curio e Filippo caddero; Curio fuori
di sentimento, Filippo in sè, Fandibuoni illeso sempre agitantesi e
sempre urlante.
Quando Curio tornò agli usati uffici della vita, si rinvenne adagiato
sull'erba dietro una siepe poco lungi da Bezzecca: aveva ferite ambedue
le gambe, e comecchè si sentisse debole, pure non provava troppo
spasimo, onde subito gli balenò la speranza di avere le ossa intatte.
Filippo accanto a lui, appena vide che aveva aperto gli occhi, gli
sorrise e disse:
— Sta' di buon animo, che ne caveremo fuori le cuoia; e come ti pare di
sentirti?
— Rifinito di forze, pel resto non ci è male....
— Difatti, interruppe Filippo, ho riscontrato io stesso che, dalla parte
carnosa in fuori, nelle tue gambe non ci è altro di offeso.
— E tu, Filippo?
— Mira un'altra palla nel braccio sinistro, la quale veramente mi dà un
po' di fastidio, ma sarà niente; alla più trista mi rimane il braccio
destro per ammazzarne degli altri....
— Ah! gemè Curio, mi è cresciuta la sete così, che mi brucia la gola;
potessi avere un sorso di acqua, mi parrebbe rinascere.
— Sta' di buon animo, che m'ingegnerò trovartela.... senti.... senti...
la battaglia dura; anzi mi sembra rinfocolata meglio di prima.
— E chi l'ha vinta? Chi ti pare che possa averla perduta? Filippo,
senti, ho paura!
— Che vuoi ch'io sappia, figliuolo; ma dacchè dura vuol dire che per ora
nessun vinse; sicuramente Bezzecca è cascata da capo nelle mani ai
tedeschi, i quali ma' mai si accorgessero di noi, il pezzo più grosso
sarebbe l'orecchio; io vo per acqua carpone carpone, tu qui fai il
morto: se mi riesce, quando torno avrai acqua e notizie, di cui pari ti
tormenta la sete.
Filippo si mosse, e scorso breve tratto di cammino gli occorse per la
terra lo schioppo di Curio; lo raccolse e rifacendo i passi glielo
riportò e gli disse:
— Ho ritrovato il tuo schioppo, Curio, mettitelo allato....
— Perchè? O non devo fare il morto?
— Certo; ma non ci è male che i morti come te siano al caso di ammazzare
qualche vivo: e poi a noi altri soldati il destino parla per via di
segni; avvezzati a non trascurarli mai, e a leggerli se ti riesca.
Passò un'ora forse che Curio se ne stava chiotto sbirciando del
continuo, quando scoperse da lunge Filippo con un laveggio in mano,
ch'egli giudicò avesse raccapezzato in qualche parte ed empito poi di
acqua alla fontana; costui se ne veniva lemme lemme con la barba sopra
la spalla, sempre in ordine di difesa, quando ecco di un tratto salta su
un sergente tirolese, uscito forse dalle peste anch'egli in cerca di
acqua per bere, e gli sbarra il cammino, e lo minaccia. Primo moto di
Filippo fu scaraventare il laveggio contro il tirolese; il desiderio era
romperglielo nella faccia, ma la fece bassa, e riuscì a coglierlo solo
nello stomaco, e non parve piccola pòsola però, che costui pigliasse a
strabuzzare gli occhi bestemmiando in chiave di soprano; però, attutito
alquanto il dolore, con la sciabola levata si avventa contro Filippo, il
quale non istando a gingillare si era già messo in guardia. Il sergente
tirolese aveva la sembianza di un orso tagliato giù con l'ascia; col
viso di mattone cotto ricinto attorno di bioccoli di capecchio: a cose
quiete avrebbe mosso il riso; adesso poi infellonito e digrignante i
denti metteva paura... a tutti altri però che a Filippo, il quale,
sicuro, del fatto suo, per la molta perizia che aveva nell'arme volle
provarlo; se non che due fendenti uno dopo l'altro sul capo e un colpo
vibrato di punta alla gola, lo ammonirono che non era aria di
gingillarla; Filippo in un attimo fece i suoi conti: il compare di
scherma sembra ne sappia quanto tu; del braccio sinistro non puoi
aiutarti, e per giunta t'impaccia anche il destro; qui bisogna venire
subito alla conclusione; la cosa camminerebbe pe' suoi piedi, se egli
non avesse fatto il conto senza l'oste, chè quell'altro non pareva punto
disposto a lasciarsi ammazzare per dargli gusto; Filippo lo aveva
arrivato con un paio di sdruci, ma eglino erano ninnoli, mentre l'altro
ecco lo percuote sul braccio offeso; non lo ferì, ma il colpo gli
rintronò tutte le ossa da capo ai piedi; sebbene fosse di mezzogiorno,
vide più stelle che a mezzanotte, e tanto non potè tenersi, che suo
malgrado non gli scappasse: ohi! Anco balenò cadere. Curio lo tenne ito,
e senza pensarci imbracciò lo schioppo e prese la mira sul tirolese; di
botto però abbassa la canna e ripiglia la parte di spettatore:
— No, Curio, non va bene, egli aveva detto a sè medesimo; guerra è
sempre, ma adesso tra loro diventò duello, il quale si governa con le
sue proprie leggi: debito vuole che tu te ne stia a vedere e sovvenga
l'amico unicamente co' voti.
Intanto Filippo, essendosi riavuto, spicca un salto come un gatto
arrabbiato e cala giù un fendente, sul cranio al tirolese, che glielo
spaccò fin sulla radice del naso, non senza lasciargli intaccata la
sciabola, tanto era duro! Ritirato il ferro, Filippo, da quell'uomo
previdente che si vantava, glielo appunta alla gola per passargliela da
parte a parte e così assicurarsi del fatto suo, quando si sente un
grugnito a breve distanza, e subito dopo comparisce una maniera di
mastodonte umano, che, abbrancata con ambedue le granfie (non mi
permette la coscienza chiamarle mani) la bocca dello schioppo, piglia la
misura per isbatacchiarlo sul capo a Filippo e rendergli la pariglia. Se
mai fu caso per dire: l'indugio piglia vizio, certo era quello. Curio si
trovò di sbalzo a sedere, piglia la mira da quello esperto cacciatore
che egli era, e aggiusta a quel cosaccio la palla nella tempia sinistra:
egli rovina giù addosso a Filippo, Filippo addosso all'altro, onde per
un pezzo sembrarono morti tutti e tre. Da quanta smania fosse preso
Curio non si può con parole significare, che non gli riusciva moversi, e
avria dato una gamba a patto di andare a chiarirsi se a sorte avesse
ammazzato anco Filippo; ma Filippo era solo svenuto, e non suo il sangue
nel quale appariva tutto imbrodolato. In quel mentre crebbe il fragore
della battaglia; il cannone tuona via via più vicino; le palle dei
moschetti scheggiano i macigni e troncano i rami degli alberi; lo
scalpito dei cavalli diventa scompigliato; tumultuario il passo dei
fanti; gli stridi, le imprecazioni, i gemiti, tutto insomma porgeva
argomento a conoscere che la burianata si versava da capo da cotesta
parte. Filippo tornato in sè si nasconde meglio sotto i due uccisi, e
Curio ripiglia la sembianza di morto.
Curio e Filippo passarono un'ora di passione da disgradarne la più
dolorosa che patì Maria a piè della croce dove pendeva il suo figliuolo,
imperciocchè, oltre le ferite del corpo, si sentissero l'anima trafitta
nel presagio della battaglia perduta.
Ma la battaglia non era stata niente affatto perduta; all'opposto fu
riguadagnata, ed ecco come. Dovete sapere come il generale Garibaldi,
respinto da Bezzecca, non si potesse dar pace di aversi a riparare in
Tiarno. Sostenuto sempre sopra le braccia dei suoi, scese di carrozza e
si pose a sedere sopra una ruota di carretto da cannone in sembianza di
uomo il quale volga in mente un pensiero unico, la morte. In silenzio lo
circondano i suoi aiutanti, non meno di lui compresi di amarezza e di
dolore. Al maggiore Dogliotti, il quale in cotesta impresa davvero fu
l'Aiace, non sofferse l'animo accomodarsi alla fortuna del giorno:
Nè di fato gli cal, nè di fortuna
Nè di sè molto, forte nacque, e pugna;
epperò tra reverente ed audace accostatosi al Generale, in questa
sentenza gli favellò:
— La disciplina vieta che io non chiesto metta fuori consigli; ma tanto
è, io non posso astenermi di farvi osservare, signor Generale, come
cotesto non sia il vostro posto.
— Perchè? rispose sorridendo mesto il Garibaldi; forse ogni luogo non è
buono per morire?
— No, che non è buono, soggiunse il maggiore, perchè qui si tratta
salvare un cannone, quindi se tale ha disposto la fortuna, qui devono
morire coloro che hanno in custodia i cannoni: voi, che avete in
custodia lo esercito, dovete trovarvi colà dove si tratta salvare o
perdere l'esercito, e salvarvi o perire con lui.
— Lasciatemi in pace.
— Mi punirete più tardi, ma intanto voi, Generale, non mi potete
impedire di portarvi via di qua.
Il Garibaldi udendo sì fatte parole si leva in piedi, guarda a
stracciasacco il maggiore, ma poi cagliando torna a giacersi, e stride
piuttosto che favelli:
— Fate quello che volete.
Sollevatolo sotto le ascelle, lo rimisero in legno e continuarono la via
per a Tiarno.
Avete mai veduto un vascello a tre ponti in mezzo al mare in burrasca?
Cotesto _Leviatan_ dell'Oceano sbattuto dalla procella ecco abbassa la
prua fino a tuffare tagliamare, bompresso e polena, sicchè sembra che
ormai stia per iscomparire nello abisso delle acque: di un tratto si
rialza col garbo dell'alcione che ha bevuto e vola sulla cresta dei
cavalloni, domando la forza materiata con la forza dello intelletto. Lo
avete veduto? Ebbene, proprio a quel modo, il buon Garibaldi risolleva
il capo e gli spiriti, e celere concepisce, e celere comanda partiti
quali la occasione desidera. L'ingegno dell'Haug nel pericolo divampa
come fiamma per vento: sotto fitta pioggia di fuoco egli non posa mai;
da per tutto lo vedi dardeggiare arrestando i fuggitivi, riordinando gli
sbandati; collocando i raccolti in luoghi opportuni, ovvero tenendoli
pronti a voltar faccia e ad assalire lo inseguente nemico.
Il Dogliotti, salito su di un poggiuolo, leva al cielo le mani e grida:
— Compagni, non ho più braccia, perchè le braccia dell'artigliere sono
le artiglierie; vado a ripigliarne dell'altre: giuratemi di tenere fermo
per una mezz'ora, ed io giuro tornare a farvi vedere un bel giuoco: me
lo promettete?
— Sì, giuriamo che ci troverete qui, vivi o morti.
Senza darsi pensiero che cento volte correva pericolo di fiaccarsi il
collo, ecco il maggiore Dogliotti giù a gran galoppo verso Ampola; lì
giunto, e prima anco di giungere, per quanto gli basta la voce, urla:
— Presto; uomini, cavalli e corde; ma presto; questi cannoni tedeschi,
che tanto ci offesero, o facciano adesso un po' di penitenza.
Furono imbracati in un _fiat_, e, cosa che parve impossibile, ed era
vera, di galoppo gli strascinarono fino a Tiarno; gli artiglieri dietro
ai cannoni come segugi alla lepre.
Non più prodezza degli altri mostrò il figliuolo del Garibaldi, Menotti,
ma le sue mosse riuscirono più vantaggiose delle altre, imperciocchè
marciando a passo di carica col suo reggimento in linea parallela al
nemico, che veniva in giù, mentre egli andava in su, gli venne fatto di
rioccupare tutta la sinistra della valle dei Conzei, abbandonata prima;
anche il primo battaglione dei bersaglieri si procacciò lode immortale
salendo di abbrivo il monte di faccia a Bezzecca e rinettandolo dagli
austriaci. I nemici non si ritirarono, bensì ruzzolarono dal monte fino
alla valle.
Ricciotti Garibaldi, giovane tra gli audacissimi audace, impugnata una
bandiera del reggimento del suo fratello Menotti, si avventa contro
Bezzecca; gli fanno spalla il Canzio cognato, di quel valore che tutto
il mondo sa, e il Damiani gentil sangue siciliano, che tra modesto e
prode non sai quale ei sia più; gli altri dietro con irresistibile
impeto.
Il tenente Fandibuoni, che sbirciava come andavano le cose dal buco
della chiave di una casa dov'era tornato ad appollaiarsi, saltò fuori
urlando; lo salutarono i nostri come un redento per miracolo: stette a
un pelo che non lo portassero in trionfo; il Canzio gli ordinò pigliasse
seco gente per esplorare se intorno giacessero feriti, e li sovvenisse.
Andò il nostro glorioso tenente, nè molto si dilungava, che rinvenne il
mucchio dei tirolesi e di Filippo e poco lungi Curio: parevano tutti
morti; costui n'ebbe raccapriccio e terrore, il quale crebbe in lui fino
al delirio quando si sentì chiamare:
— Gua'! Gua'! chi miro? Sei tu, Fandibuoni?
Così aveva parlato Curio, il quale schiusa la coda di un occhio
riconobbe il coraggioso tenente; questi, rimessosi alquanto dallo
sbalordimento, chiedeva a Curio:
— Ma sei proprio vivo?
— Sono vivo, e ci puoi credere, rispose l'altro sorridendo, e così gli
calmava la paura, quando, a farlo basire da capo, ecco agitarsi il
mucchio dei morti e uscirne di sotto Filippo stillante sangue da tutto
il corpo, che diverso non sarà stato il peccatore pagano quando in
espiazione gli versavano addosso il sangue di un toro nel _Taurobolo_:
stette per istramazzarne, senonchè riconosciuto anco lui alla voce, si
tenne e tutto tremante domandò:
— Come diavolo nascosti in cotesta maniera? Avete avuto paura?
Per risposta gli risero in faccia. Non è da dirsi se ei si affrettasse
ad allontanare cotesti odiosi testimoni della sua viltà; per questa
volta la malevoglienza giovò meglio della benevolenza; in meno di
un'ora, stesi entrambi dentro un carro sopra uno strato di paglia,
furono avviati verso Brescia.
Il generale Kuhn, non sapendo consolarsi della inopinata vicenda, riputò
spediente alla sua riputazione pubblicare per via di giornali, infinito
il numero dei garibaldini, di petto a loro un formicolaio essere nulla;
le sono fandonie coteste: tutti, così amici come nemici, gli scrittori
si accordano ad attestare quanto fu già avvertito da noi, che i
garibaldini in quella giornata combatterono contro gli austriaci a
numero pari.
Gli austriaci non tennero fermo a Locca; nè fecero meglio prova ad
Enguiso e a Lensumo; da per tutto sloggiati ripararono a Campi. Nel
medesimo giorno tentarono una sortita a Lardaro, ma furono respinti:
afferma il Rustow come cotesta mossa fosse per una semplice
ricognizione, e s'inganna: agevolmente si comprende essere stata parte
del disegno nemico di metterci dentro ad un cerchio di fuoco.
Ormai nel Tirolo italiano le fortune austriache tracollano, e Garibaldi
sempre più celere instando da Campi e dal monte Cimelo accenna a Riva,
non fallibile acquisto. Già il presidio di Trento volge i passi indietro
a Bolzano, recandosi seco la cancelleria militare; il general Kuhn nel
ritirarsi bandisce cessare le difese del Tirolo italiano, per
consacrarsi intero alla tutela del Tirolo tedesco; — Trento ci stava
aperto dinanzi; bastava per pigliarlo stenderci sopra la mano; e Trento
fu per noi il pomo di Tantalo; ci sfuggì sul punto di afferrarlo; la
favola della mitologia, per mercè del reggimento monarchico, diventò per
l'Italia verità storica.
Pur troppo tutte le fantasie dei mitologhi per noi diventarono dolorose
realtà; ecco il La Marmora mostra ai nostri soldati la Monarchia, come
Perseo al mostro marino il teschio di Medusa, e li impietrisce; costui
da prima comandò si fermassero per otto giorni in virtù di armistizio;
poi lo prorogò altri otto giorni, finalmente per uno.
Intanto con ogni maniera di viltà furbesca, come con ogni balorda
mascagneria i nostri governanti si assottigliavano il cavicchio sul
ginocchio per buscare un'altra toppa da cucirsi al manto di paltoniere,
onde procede magnifico questo regno di Italia.
Napoleone, che si era fatto donare la Venezia da Francesco Giuseppe
imperatore d'Austria, si profferse gittarla in bocca alla monarchia, non
perchè ella smettesse il latrato (che a tanto non le basta la voce)
bensì il cagnolío, e perchè costei perfidiava per avere un altro
catollo, il franco sire levata la frusta con mal piglio disse:
— «Contentati, pitocca, e cessa importunare la gente: ringrazia Dio, se
ti butto la Venezia, e chetati. Questa è la prima volta che per
guadagnare bisognò perdere; nè tu avresti saputo vincere in altra
maniera, perchè non è la prima volta che i tuoi soldati convertirono le
barbute di ferro in pentole per farci bollire la minestra[26]. La tua
ignavia ha troncato le braccia alla Prussia ed a me: sogni partoriti da
indigestione di pan vecciato pretendere il confino allo Isonzo, e
l'Istria di giunta; ed anco quello tra lo Stelvio e Feltre. Tienti
Venezia per caval donato, e non guardargli in bocca.»
[26] Relazione degli Oratori veneti. Relazione dei tempi di
Emanuele Filiberto.
Ma il Governo, che se improntitudine valesse la impatterebbe con
Achille, non si sgomenta per repulsa, e insiste per ottenere il Trentino
fino al Lavisco, che nel 1848 aveva proposto lord Palmerston per metter
pace fra l'Austria e l'Italia.
Mentr'egli va così birboneggiando, Francia e Prussia pigliano in uggia
il biante fastidioso; l'Austria, rappattumata alla meglio con la
Prussia, rimanda due corpi di esercito in Italia donde gli aveva
distratti prima per coprire Vienna; intorno allo Isonzo raccoglie forze
novelle; di tiranni e di schiavi generatrice inesausta Vienna! Nelle
fortezze del quadrilatero cresce i presidî; a Riva i cannoni gettati nel
lago ripescansi: le teste all'Idra rinascono: per mille indizi si fa
manifesto come l'Austria, sopportando molestamente la perdita di
Venezia, vada cercando col fuscellino la occasione per gettare all'aria
il convegno fermato.
Allora il Governo regio, _frenetico_ davvero dalla paura di trovarsi
abbandonato sopra le secche, si rimette, a mo' che vediamo
gl'incappucciati a piè delle Madonne di Luca della Robbia, a mani giunte
a piagnucolare: «bastargli la Venezia; se concupì il _Tirolo italiano,
mea culpa_; se l'_Istria, mea culpa_; se _Trieste, mea maxima culpa_:
quanto a sè, proporre fermamente non peccare mai più, e fuggire le
occasioni prossime del peccato. Ma con questo benedetto, o piuttosto
maledetto popolo italiano, intestato a volere tutte coteste terre, come
si rimedia? — Gli è _lui, proprio lui_, che ha la lupa in corpo, non già
l'Aquila di Savoia, usa da secoli a contentarsi di rosicchiare ad una ad
una le foglie di carciofo, come tutto il mondo sa, ed è vero.
E badate che: «quando il Cialdini ebbe passato il Po ed occupato Rovigo,
tanto esso che Garibaldi riceverono una _visita da Ricasoli_, presidente
dei ministri, il quale disse ai due generali: _la diplomazia non
riconoscere se non i fatti compiuti; epperò entrambi si affrettassero a
prendere Trento. La diplomazia poi approverebbe il possesso_».[27]
[27] RUSTOW. _Guerra del 1866_, p. 381.
Ma d'infamia giammai non fu penuria negli uomini della monarchia: «il
Governo italiano (è sempre uno straniero che parla) con _un milione di
forza di cavalli_ prese a strombettare ai quattro venti co' suoi
giornali salariati, la Italia aversi a contentare della sola Venezia,
non doversi mettere tutto a repentaglio sopra la punta di una spada
debole, ma _debole oltre l'aspettativa dello stesso nemico_[28].
L'_illustre_ Ricasoli telegrafò al Medici e al Garibaldi si ritirassero
immediatamente dal Tirolo; conchiuso l'armistizio; al Medici poi con
menzogna e con minaccia annunziava: Garibaldi pienamente battuto presso
Bezzecca ritirarsi alla dirotta; pensasse bene ai casi suoi, che si
esponeva al pericolo di trovarsi a sostenere solo tutte le forze
austriache.»[29]
[28] RUSTOW. Op. cit., p. 321.
[29] RUSTOW. Op. cit., p. 381.
Ed ecco come per onestare la propria viltà s'industriano avvilire
altrui; con la menzogna sgomentansi i cuori, si fiaccano le braccia:
tremano vincere più che altri non tema perdere, però che perdendo si
accertava il rodere; marmeggie, non aquile; ghetto, non Stato; politica
da reggia non già, bensì da castro; Che se con la lancia di Giuda ai
giorni nostri si combattessero le battaglie, che cosa sarebbero le
vittorie di Alessandro, di Cesare e di Napoleone di petto ai trionfi dei
nostri insigni capitani? La Marmora certo più ridevole che abominevole,
viceversa il Ricasoli; entrambi però risibili e odibili: forse, se
costoro come il Castlereagh si fossero con le proprie mani resa
giustizia[30], la misericordia di Dio li avrebbe nascosti sotto un
mucchio di pruni per sottrarli agli oltraggi delle bestie e degli
uomini; adesso non sono più in tempo; se s'impiccassero sciuperebbero la
corda, svergognerebbero la forca.
[30] Il Castlereagh fu ministro d'Inghilterra ai tempi felici
della _Santa Alleanza_: rimorso dalla coscienza, si tagliò la
gola. Il Byron scrisse per questa morte: «Non lamentate il fato
di costui; non trovando più da tagliare le gole degli altri,
egli si è tagliato la sua.»
Dopo la proroga dello armistizio, ecco giungere il terzo telegramma; gli
è sempre il capitano La Marmora che lo manda, e comanda perentoriamente
al Garibaldi vada a farsi curare la scalmana di volere guadagnare la
Italia per virtù di armi; dentro _ventiquattro_ ore sgombri tutte le
terre del Tirolo, e non istia a ripetere, perchè egli La Marmora, che di
sgomberi se ne intende, in metà di questo tempo si fa forte di
sgomberare tutta Italia, e Biella.
Al ricevimento di cotesto annunzio che mai pensò il Garibaldi? Chi lo
sa? Chi poteva saperlo se egli non ce lo svelava? Ed egli ce lo svelò
pur troppo, e in due maniere; co' labbri amari disse: _benissimo_! con
gli occhi tristi versò _due lacrime_! Chiunque consideri un uomo qual è
il Garibaldi, ridotto a piangere dagli uomini della monarchia, e lo
schianto del cuore che strappò coteste lacrime al ciglio dell'eroe,
preso da infinito disgusto per tutto e per tutti, si troverà spinto a
prosternarsi, e percotendo la terra a gridare: _coprimi!_
E mesto era il cuore di quanti gli stavano dintorno, eccetto dei
nequitosi i quali si attaccano ai magnanimi come talora la ruggine alla
buona spada guerriera. Questi per pane avevano seguito il Garibaldi, per
pane lo abbandonavano; nè tutti codardi, anzi taluni feroci, ma i feroci
avevano messo a cambio il sangue come i codardi la frode. Tutti si erano
votati alla morte per vivere. Viltà o ferocia non monta, a patto che li
servano da fornaie, da canovaie, da taverniere. Sopra gli altri
improntissimo il Fandibuoni a far brogli, affinchè molti dei suoi
compagni si presentassero al Garibaldi e lo mettessero in croce, per
provocare dal Governo regio a loro pro onorificenze e pensioni.
Il Generale, secondo il suo costume, li guardò lungamente fisso e
tacque: poi placido accese uno zolfanello e mise fuoco alla petizione
che gli avevano presentato: indi a breve allontanandosi dal campo per
tornarsene alla solitudine della sua Caprera, così ammoniva i volontari:
«Il Corpo dei volontari italiani, durante la campagna del 1866, ha fatto
il suo dovere, e nello adempimento di questo dovere trova la più
onorevole delle sue ricompense.
Brescia, 23 settembre 1866.