— Ed ora perchè ti fermi? Avanti! avanti! che assai corriamo pericolo di
non arrivare a tempo.
— Lasciami stare, Filippo, perchè è bene tu sappia che adesso penso.
— Di grazia, a che pensi?
— Io penso, vedendo innanzi a me questa formidabile barriera delle Alpi,
come l'uomo, circondando la sua vigna di siepe, potesse impedire che la
volpe ci entrasse; Dio e la natura, con questa muraglia di monti, che lo
straniero penetrasse in Italia non poterono. Col prete in corpo non ci
ha redenzione in questo mondo, nè nell'altro; il prete non conosce
patria, nè famiglia, nè nulla; con tutti sta e con nessuno. Penso a quel
sacerdote, forse più animoso assai di Colombo, che si avventurò su
cotesto oceano di rupi, di tenebre e di ghiaccio, non già per iscoprire
un nuovo mondo, bensì per trovare lo straniero, il quale, scansate le
chiuse di Susa, scendesse libero a calpestare le terre italiche e a
spartirle col papa[20]. Penso all'altro prete, e questa volta è il
maggiore, che per cupidità trae fino in Francia, e quivi, genuflesso
nella polvere, supplica Pipino, ai danni della patria, con le medesime
smaniose preghiere che Volunnia pagana adoperò già verso Coriolano,
affinchè non la guastasse[21]. Non gli bastando una volta, lo chiama la
seconda, e dubitando che alla sua voce obbedisse, non repugna dalla
brutta impostura di fargli scrivere lettere di esortazione e di minaccia
dallo stesso S. Pietro, proprio di paradiso[22]. Ciò dalle Alpi Cozie,
dalle Rezie peggio; di qui calò Ottone alla ruina di Berengario re
d'Italia, pei conforti del prete dissoluto[23], che il marito
oltraggiato scaraventò fuori dalla finestra; su queste rocce i preti,
cacciate le aquile di nido, vi educarono una schiatta d'eroi, eroi sì,
ma del servaggio: qui seminarono le ceneri di Caino per raccogliervi
larga messe di Giuda: per loro queste Alpi diventarono arnie di cagnotti
di straniera tirannide: costoro, quante volte accostarono la bocca alle
mammelle della Italia, lo hanno fatto per mordere. Altrove nascono i
martiri della libertà, qui è vanto generare i martiri della servitù.
[20] Martino diacono. Vedi la stupenda descrizione
nell'_Adelchi_, tragedia di A. Manzoni.
[21] Stefano II.
[22] Stefano II.
[23] Giovanni XII.
Cosa incredibile a dirsi e non pertanto vera, gli stessi scongiuri del
padrone non valsero a cessare in queste creature strane la ubriachezza
di combattere per le catene; invano la falce della guerra le ha mietute
come l'erba dei prati, chè vi ripullularono più infeste e più spesse
delle prime; sacerdoti e laici vennero in questi luoghi a gara di
sangue; l'oste Hofer ebbe un emulo solo e fu il cappuccino Haspinger. Ma
allora potevano addurre a scusa di loro la causa comune dei tirolesi
meridionali e di tramontana; non anco risorta la fortuna italica, e
gl'italiani combattenti non per la indipendenza propria, sibbene per la
grandezza altrui; adesso però italiani siamo tutti; con quale consiglio,
o per quale destino dunque gli _ostiari_ d'Italia si votano agli dèi
infernali, per tenere aperte al dominatore forestiero le porte della
casa comune? In che li offendemmo noi? Quanti i benefizi del tedesco e
quali? Forse uno: lo imperatore austriaco li regalò di carabine atte ad
ammazzare i fratelli da lontano.
— Curio, hai detto? Allora, favellò Filippo, adesso ascolta un po' me,
che queste faccende intesi discutere molto, ed io da me ci ho meditato
assai. Curio, quante volte ti disponi ad azioni generose, guidati co'
palpiti del cuore unicamente, e con ambedue le mani chiudi gli occhi
alla tua ragione, o torna a casa. Noi o agita un genio, o strascina il
fato, e se così non fosse, te lo paleso aperto, non saprei trovare la
causa che ci spinge a morire in mezzo a questi orrori. Nota qui: tu hai
detto che lo imperatore di Austria donò i tirolesi di carabine atte ad
uccidere da lontano; or che penserai del nostro governo, il quale non ci
ha provvisto di schioppi neanche capaci per nuocere al nemico da vicino?
Rammenta che a quei di Bormio il governo si rifiutò a dare armi pei loro
danari. Perchè i tirolesi muterebbero padrone? Perchè si daranno alla
monarchia piemontese? Forse perchè questa li butti per giunta sulla
bilancia ad aggiustare i pesi, come adoperò con Nizza? A che giova farla
padrona delle Alpi Carniche? Forse perchè le getti via come adoperò
delle Cozie? Certo l'Austria non fu larga mai, ma per pigliare ai
tirolesi si mostrò sempre parca; e tu sai che la generosità dei principi
consiste nel lasciarti la camicia, o nel _non tôrre_, come insegnò
l'Alfieri. L'Austria, dopo aizzati i popoli a levarsi contro il padrone,
non li consegnò legati per rinfresco, quando fece la pace; molto meno
punì con le morti e con le carceri le passioni che aveva ella medesima
eccitato, quando cessò il bisogno. Ora ti sarai accorto come la
monarchia savoiarda, o chi fa per essa, pretenda, a tenore dei suoi
vantaggi, che in meno di un anno ora siamo mastini ed ora conigli; ora
tagliamo l'orecchio a Malco, ed ora, toccato lo schiaffo, porgiamo la
guancia al secondo; increduli a un punto e superstiziosi, persecutori e
intolleranti, divoratori e idolatri dei preti; ora ci aizza a lacerarci
col ferro, col fuoco e perfino coi morsi; quando poi le fosse piene di
morti fumano sangue, impone che traverso cotesta nebbia cerchiamo a
tastoni la mano del nemico e la stringiamo come se di fratello. Quel
Claudio, che fece nella mattinata ammazzare a legnate la moglie
Messalina, e poi mandava la sera ad invitarla a cena, di petto al nostro
governo è Salomone. L'Austria non fu larga mai, pure si legge come alla
famiglia del Hofer donasse trentamila fiorini, cinquecento alla moglie e
dugento per ognuna delle quattro figliuole, di pensione annua; al figlio
Giovanni comperò un grosso podere e lo commise alle cure del consigliere
di Stato Kugelmayer, onde, come figliuolo, lo allevasse e istruisse. Tu
sai la monarchia savoina in qual modo ricompensasse la famiglia del
Micca, che si consacrò alla morte per la salvezza di lei? Due razioni di
pane; si dà di più ai cani! E al Garibaldi, come si mostrò ella grata?
Il Garibaldi le donò due corone, e sovente penuriò di pane; ma che non
gli desse niente non si può del tutto dire: in Aspromonte ella lo pagò
in moneta di piombo. Rammentati che molti, i quali misero a repentaglio
la vita per costruire il trono italiano, sono morti di fame; taluni, per
eccesso di miseria, con le proprie mani si finirono[24]. Se invece
dell'_io_, che vuol dire un uomo, tu avesti fatto echeggiare queste
balze del _noi_, che denota popolo, tu avresti veduto squagliare i cuori
dei tirolesi come le nevi dei loro monti al tepore di maggio. E, se ti
piace di saperla intera, io ti dirò che altre volte fu abbandonato dalle
armi nostre il Tirolo, nè si desidera adesso, perchè in Trento un dì fu
sciorinata la bandiera rossa, dalla monarchia meritamente odiata, come
quella che presente in lei il suo lenzuolo funerario.... sacra sindone
nel senso di esecrabile.
[24] Ebbi l'onore di conoscere la consorte di Faa di Bruno,
l'eroe di Lissa, che non sostenne sopravvivere alla perdita del
_Re d'Italia_; e seppi esserle stata assegnata tale meschina
pensione, da sopperire appena alla spesa della educazione del
figlio. S'ella non avesse di casa, si troverebbe in angustia pel
mantenimento delle figliuole.
Curio stette un bel pezzo con la faccia china, come per aspettare il
fine della lotta fra il sì e il no, che si combatteva dentro di lui; per
ultimo sospirando disse:
— Ben vedo, Filippo mio, come il mondo morale al pari del mondo fisico
si componga di elementi che si accozzano insieme coll'armonia di tante
bestie feroci legate ad una medesima catena; necessità li costringe;
così quando ognuno ne ha balìa, in mare, in terra, in cielo, dappertutto
combatte. Lo spirito di Caino rimugina pel creato... e guarda, Filippo,
mentre noi ragionavamo, come apparisce affatto mutato l'aspetto del
cielo: le nuvole turbinano pel remolino di venti contrari, poi di corsa
ruinano all'assalto dei monti, respinte si ammonticchiano, si rannodano
e tornano alle offese; lacerate fuggono, ma indi a poca distanza essendo
occorse in un altro grosso battaglione di nugoli neri, si congiungono
con quello: ecco di nuovo le tenebre si spandono sul creato; e
ricomincia la zuffa: dal cozzo terribile ecco prorompere lampi, tuoni ed
acqua a scroscio, appunto come dallo affrontarsi degli eserciti il
baleno e lo strepito delle armi abbarbaglia ed introna: anche il fumo
delle polveri abbuia ogni cosa, e il sangue piove come acqua ad inondare
la terra. Questo lago, dove un'ora fa una fanciulla si sarebbe
specchiata per accomodarsi i capelli, comincia a sentirsi agitato dalle
furie e si apparecchia ad emulare i furori del cielo. Le onde commosse a
qualche poeta parvero cavalli che si urtino in giostra; ad altri diedero
immagine di un esercito, il quale, disperato della vittoria, raccolga la
sua virtù per trovare morte gloriosa e vendetta, precipitandosi a
flagellare la spiaggia: per me in coteste lacere spume, negli spruzzi
fischianti, nello irrequieto sollevarsi ed abbassarsi dei sonagli; vedo
il fiero gruppo di Laocoonte, dei figli e dei serpenti: capi di uomini,
capi di serpi convulsi d'ira, di pietà, di rabbia, scontorcimenti
smaniosi ed urli disperati. E tu, o rôcca di Anfo, che comparisti pur
dianzi agli occhi miei quasi il genio del luogo qui posto dalla natura a
custodire le bellezze severe della Lombardia; fiore dell'Idro aperto ad
ospitare nel tuo calice due cuori amanti, che promettevi di essere
cortese di brezze vitali, di riposo e di oblio, deh! perchè mai, veduta
da presso, mi scuoti dal cervello tutta questa polvere di poesia con la
bacchetta di un caporale tedesco? Ecco: tra le tue due porte miro
appuntato un grosso cannone; le cento feritoie pei moschetti ti guardano
sinistre come gli occhi del basilisco; le artiglierie disposte attorno
ai parapetti in cima la ricingono di una fiera ghirlanda... il bel fiore
dell'Idro ha preso l'aspetto della morte ornata da nozze...
Mentre Curio andava a quel modo fantasticando (a venti anni possiamo
esser poeti, senza incorrere in trasgressione) ecco passare una carrozza
in mezzo ad un nugolo di polvere, e trarle dietro una frotta di persone
veloce e acclamante:
— Pedranzini! Viva Pedranzini!
— Pedranzini? O che coso egli è? domanda Curio; e Filippo:
— Egli dev'essere una stella apparsa di fresco nel firmamento nostro, e
deve smagliare di luce davvero, se giunge a mettere per un istante da
parte il grido di viva Garibaldi. Che vuoi tu? Gli eroi su questa terra
nascono come funghi.
— Ahi! Sciagurato... dovevi, continuando la metafora, dire come le
stelle in cielo, dove una chiama l'altra e pigliansi per mano ad
alternare le danze divine... tu non sei nato poeta.
— Invece nacqui curioso e di molto: affretta il passo, che ci sarà dato
raggiungere la carrozza a S. Antonio.
Nè s'ingannò, chè il Pedranzini co' compagni erano scesi all'albergo per
rinfrescare i cavalli, intantochè una grande adunanza di gente
ingrossava davanti l'albergo e con urli che pareva il finimondo gridava:
— Pedranzini! Fuori Pedranzini!
L'acclamato, non per salvatichezza, bensì per senso di soverchia
modestia, quanto più si udiva chiamare, più s'ostinava a rimanere
dentro: dai compagni, che gli facevano ressa di affacciarsi al balcone e
dire quattro parole, si schermiva allegando non sapere parlare in
pubblico, vergognarsi, sudare dalla pena, e così via: pure non ci fu
rimedio, bisognò mostrarsi: egli compariva al balcone vermiglio come un
rosolaccio, e, salutato il popolo, con voce alquanto tremula incominciò:
— Signori, io li ringrazio tutti, e di grandissimo cuore, ma in
coscienza, ecco, io non vedo perchè le signorie loro mi facciano così
grande onoranza: io ho fatto il debito mio. Grazie da capo, e buona
notte a tutti.
E con un solenne inchino si ritirò chiudendo la finestra.
— Ecco un oratore che non ruberà di certo la mano a Marco Tullio,
mormorò Curio; e Filippo:
— Ma ci metterei pegno sopra ancora io: o voi che lo sapete, questo
signor Pedranzini chi è?
E dei villani, ai quali Filippo indirizzava la domanda, taluno di colta,
e tale altro a caso pensato rispondeva:
— Il Pedranzini? Guà! È il Pedranzini.
Filippo non trovò di meglio che ridursi all'osteria e tentare costà di
scoprire marina: meglio non gli poteva accadere, chè ivi rinvenne
parecchi patriotti, i quali, agguantata la _ordinanza_ del Pedranzini,
si sbracciavano a profferirgli vino a boccali, instando presso lui, onde
contasse le prodezze del suo capitano; e quegli, che forse aveva più
voglia di favellare che gli altri di udire, prese ad esporre:
— Conoscete voi il ponte del Diavolo? Voi non lo conoscete. Cioè; il
diavolo sì, il ponte no: immaginate dunque una muraglia, che a guardarne
la cima di sotto in su vi farebbe cascare la berretta in terra, e che
questa montagna sia spaccata per modo che lo spacco largo in fondo vada
restringendosi in punta, da formare due corni; ma, siccome tra corni e
corni ci corre e voi me lo potreste insegnare, dichiaro accennare a
quelli che arieggiano al primo quarto della luna; or bene, sopra cotesti
due corni è gettato il ponte del Diavolo; giù traverso lo spacco l'Adda
brontola crucciuso a cagione della piccola uscita che gli concedono le
rupi laterali, onde egli si arruffa, e nel suo furore rotola acque
rovinose e nevi e macigni per allargarla, e come succede a cui fa le
cose per rovello, invece di allargarla la stringe. Già a voi altri non
premerà niente sapere la cagione perchè cotesto ponte si chiami del
Diavolo, e me ne rincresce perchè davvero la è una bellissima storia.
— E chi vi ha detto che noi non la vogliamo sentire? All'opposto
contatela, contatela, che Dio vi mandi la buona pasqua e le buone feste.
— Come così è, porgetemi da bagnare la parola e vengo da voi. — Bevve un
tratto, e continuò: — Il ponte è di legno; colui che primo immaginò
fabbricarlo fu uno innamorato, il quale bruciava dalla smania di
portarsi ogni giorno a mattinare la sua amante a Malga, dall'altro lato
del fiume; ammannì le travi, i puntelli per di sotto, le staffe, ogni
cosa per bene, ma a metterle traverso alle due cime era il _busillis_;
più ci pensava e meno ci vedeva il verso; si votò ad uno ad uno ai
santi, ma non intesero; allora implorava il diavolo, il quale, come ci
conta il predicatore, stando sempre alle vedette per rubarci l'anima,
gli comparve subito davanti, e gli disse: conosco la polvere e i
pensieri della polvere; detesto i discorsi lunghi, per lo che non volli
mai accettare la deputazione al Parlamento italiano; patti chiari ed
amicizia lunga; dammi la tua anima ed io ti fabbrico il ponte in un
bacchio baleno. —
— Ma senta, signor diavolo, si fece a notare il povero innamorato, — e
l'altro:
— Qui non ci è diavolo che tenga, o piglia o lascia, chè ho un ritrovo a
Firenze per provvedere di tabacco la regìa cointeressata.
— Ebbene, storto il collo, gemè lo interessato, io prometto l'anima di
chi primo passerà il ponte. — Chiuse gli occhi, aperse gli occhi, e il
ponte era finito.
Il diavolo andò dall'altra parte del ponte aspettando l'innamorato al
passo come una lepre, ma questi allora comincia a dare spesa al suo
cervello, e pensa a cosa, che neppure era cascata in mente al diavolo: —
To', egli diceva, se io passo mi trovo ad avere pescato pel proconsolo,
perdo l'anima, e a casa della dama non ci vado. Allora pensa una nuova
malizia; va a casa il curato, e grida di strada: oe, oe, ecci il curato?
— Che si vuole dal curato? E chi siete voi? — Quegli disse il nome e
aggiunse: Presto, venga via che di là dal fiume è in procinto di morte
Girolamo d'Andreis e vuole confessarsi a voi. — O come volete che a
quest'ora bruciata mi metta giù tra questi scavezzacolli e mi arrischi a
guazzare l'Adda di notte? — Se gli è per questo non si rimanga, che qui
oltre hanno fabbricato un ponte e vostra reverenza potrà passare da una
sponda all'altra, come dalla canonica in chiesa. — O come mai? E chi ce
l'ha fatto? Ce l'ha fatto sua maestà l'imperatore Francesco? — Venga e
vedrà. — Vengo, vengo; piglio la pipa, l'olio santo e l'ombrello e vengo
via. — Andò, maravigliò, e passò; l'innamorato rimase a sbirciare di qua
dal fiume: intanto la notte era diventata buia; il diavolo sente il
rumore dei passi e dice: Attenti, eccolo il bindolo; ora te la darò io
per avermi fatto aspettare tanto. Stende le braccia, acciuffa il curato
e gli dà una zannata; per ventura mise il dente sulla scatola dell'olio
santo e la stiantò di netto; l'olio santo gli si sparse in bocca. — Puh!
che puzzo! questa è roba da preti e questa è anima di prete; sa di
salvatico e non mi basterebbe a digerirla un mese, tanto ha il salcigno
addosso. — E presi alla rinfusa anima e corpo del curato, pipa, olio
santo e ombrello, li scaraventò giù nell'Adda, scappando via scornato
tra un nugolo di fuoco e di zolfo. Ecco come il diavolo fu gabbato e il
ponte costruito. I superiori ordinarono passassimo il ponte notte tempo
e senza fiatare; prima di metterci il piede, chi si fece il segno della
croce, chi no; tutti tenevano il dito sul cane dello schioppo alzato;
non trovammo inciampi; silenzio perfetto. Avanti con coraggio, ci
sussurravano sommesso: gli esploratori hanno percorso fino a Ceppina e
non avvisano incontro; rumore di spari non si sente; gli austriaci o non
occuparono, o sgombrarono i passi. O va' che la indovinava! Allo
improvviso giù sul capo ci si rovescia uno acquazzone di fucilate e di
racchette; chi le mandava? Veruno si accorgeva della presenza del
nemico: le rupi, le roccie, i macigni, le piante balenavano... e noi?
Noi, signori, scappammo. Che cosa vi dirò io? La sorpresa, la notte, il
numero, e se voi signori avete in pronto qualche altra scusa, vi prego a
prestarmela... ma rimarrà pur sempre posto in sodo che noi scappammo.
Ora, signori, tenete bene a mente quello che sono per dirvi: capaci di
confessare la fuga sono solo quelli che si sentono forti a ricattarsi, e
noi ci ricattammo per virtù del nostro colonnello Guicciardi, una perla
di uomo, il quale ci disse: Giovanotti, tutte le ciambelle non riescono
col buco; su dunque da bravi, ed a quest'altra bellissima ottava.
Puntuali gli ordini, celere la obbedienza; di faccia agli austriaci
inseguenti sorge un colle; a questo ripariamo e su questo il colonnello
ci postò in due colonne a catena; un po' più indietro le artiglierie col
sergente Baiotto, il quale noi diciamo che val per otto; difatti ha il
compasso dentro gli occhi. Quando gli austriaci vennero a tiro, pensate
se li servimmo a dovere; fortuna anco volle che una nostra granata
scoppiasse in mezzo al ponte, giusto allora che essi si affrettavano a
traversarlo; cinque o sei ne rimasero infranti, gli altri si
sgominarono. Baiotto picchiò e ripicchiò coi cannoni, talchè pareva il
maestro di cappella che batte la solfa sul leggìo. Gli austriaci, fatta
la prova che ad ostinarsi a rimaner lì, gli era come esporsi alla
pioggia senza ombrello, tornarono indietro più presto che non erano
venuti avanti; così avemmo tregua; ma questo non bastava.
Il nostro Guicciardi, che è nato capitano calzato e vestito, il giorno
innanzi aveva mandato una colonna condotta dal capitano Zambelli e dal
nostro Pedranzini, affinchè, girato Bormio, salisse la ghiacciaia del
Reit, e quinci tentasse scendere sulle alture soprastanti la strada
dello Stelvio, onde tagliare la ritirata agli Austriaci fra la prima
cantoniera e la seconda galleria: fatica lunga e piena di pericolo. Una
seconda colonna ebbe ordine seguitasse la prima fino alla salita del
Reit, lì da lei si partisse, e si conducesse ad agguatarsi nel bosco fra
Bormio e i Bagni vecchi. La colonna terza guidava il Rizzardi, il quale
fino a Ceppina doveva camminare di conserva con la prima e la seconda
colonna; a Ceppina lasciarle per ascendere il monte a sinistra, e girare
alle spalle del nemico verso il passo del Fraele, comparendo poi
all'improvviso sul sentiero che domina i Bagni vecchi e la strada dello
Stelvio. Ancora, furono inviati sessanta uomini di avanguardia, affinchè
si appiattassero a Ceppina per tenere d'occhio i movimenti del nemico, e
porgerne avviso con velocissimi messi; se assaliti da forze
soperchianti, ripiegassero verso le Prese. Quanto restava di forza, cioè
il battaglione 44º, alle due del mattino si mise in marcia dalle Prese
per rinforzare l'antiguardo; e anche a quello comandarono procedesse più
che poteva celato. Intendimento del colonnello era assalire franco i
Bagni vecchi pel piano di Bormio, sicuro appena che le colonne si
fossero trovate al posto; e questo, a giudizio dei savi, fu un tiro da
generale proprio co' fiocchi: però tutte le cose non andarono per filo
di sinopia, e bisognava aspettarcelo a cagione dei calli infernali, del
buio e del freddo ladro. L'avanguardia dei 60 uomini, invece di fermarsi
alla Ceppina, secondo il concertato, volle procedere oltre in compagnia
del Rizzardi: il battaglione 44º gingillò un'ora e mezzo a mettersi in
marcia. Dopo l'avvisaglia del Ponte del Diavolo, il colonnello pendeva
incerto sul da farsi; fin verso il mezzodì non gli giunsero novelle
dagli esploratori; le prime che vennero poi piene di paura. Duecento e
più austriaci in procinto di mostrarsi sulle alture dal lato della valle
di Viola: una colonna di fumo dalle cime dei gioghi opposti era tenuto
indizio di altra colonna nemica in procinto di entrare in battaglia: da
per tutto sgomento; parecchi uffiziali, e dei buoni, consigliano la
ritirata; ma il Guicciardi lì fermo come i suoi monti, e bene avvisò:
più tardi informato meglio conobbe: le tre colonne salve e prossime alle
posizioni che dovevano occupare: gli austriaci respinti al Ponte del
Diavolo ritirarsi alla dirotta: il sospetto di rimanere circondati dal
nemico follìa. Scorti appena gli austriaci ai Bagni vecchi, corremmo ad
assalirli da quattro lati; gli austriaci disposti a schifare battaglia
davano indietro, e per noi era un vero crepacuore a vederceli guizzare
di mano così, però che veruna delle tre colonne fosse proprio giunta al
posto, ed anco lo Zambelli si trovava alquanto in ritardo. Il nemico per
salvarsi dalle molestie appicca il fuoco al ponte della galleria; noi ci
corriamo sopra, calpestandolo lo spengiamo, e sempre alle costole dei
nemici fino alla prima _cantoniera_: qui parecchi dei fuggenti voltano
faccia, ed avvantaggiati dai luoghi adatti per le difese, prendono a
menare le mani, mentre gli altri affrettano il passo. Ecco il capitano
Pedranzini con tanto di lingua fuori arriva sul Reit, si affaccia e mira
gli austriaci sbucare dalla prima cantoniera per ripararsi nella
seconda, e quindi ai gioghi dello Stelvio.
— Ah! mi scappano, urlò, e poi, senza dire nè uno nè due, sdraiato
supino si lasciò andare giù a corpo perso per la ghiacciaia soprastante
alla posizione del _Diroccamento_; noi con le mani chiudemmo gli occhi;
quando gli riaprimmo mirammo il capitano balzare in piedi, che era
giunto in fondo co' calzoni in brandelli, ma col corpo intero, e l'anima
ancor più: impugnato il _revolver_, si slancia dentro la grotta con gran
voce esclamando: Giù le armi, o siete morti tutti! — Era solo: una
cinquantina dei suoi compagni, vergognando di abbandonarlo, e tratti
fuori di sè dallo esempio eroico, giù anch'essi a mo' di muffli dalla
ghiacciaia per sovvenirlo. Come Dio volle giunsero prima che gli
austriaci, rinvenendo dallo sbalordimento, gli sparassero addosso. Dalla
parte opposta i nostri, espugnate le difese della imboccatura, penetrano
a volta loro nella cantoniera; il nemico, preso in mezzo a due fuochi,
chiede ed ottiene quartiere. Di più non potemmo fare; abbiamo combattuto
venti ore senza prendere fiato, e ci fu gloria avere conseguito in un
giorno solo quello che cinquemila uomini in due mesi di travaglio non
poterono ottenere; e gloria anco maggiore ci fu mostrare al mondo come
pochi cittadini sappiano difendere il proprio paese più e meglio delle
milizie stanziali, schianta famiglie, scudo di cartone in guerra,
grandine di manette di ferro in pace.
Filippo, udendo queste notizie, tutto esaltato proruppe, levato il
bicchiere colmo:
— Se queste fossero le guerre della repubblica francese del 1792, anco
per noi sarebbe nato un Hoche. — Piaccia alla fortuna non farlo
affunghire sotto la religione dei regi capitani.... ad ogni modo bevo
per questo animoso; pari in altezza di spiriti all'antico Curzio, ma più
avventurato di lui.
Quietatosi lo schiamazzo, Curio a sua volta interrogò:
— E al Tonale non fu combattuto?
— E donde vieni? Dalla China? Saresti a caso uno dei Sette dormienti?
Anzi lo sei addirittura.
— Beffatemi quanto vi piace, a patto che vogliate istruirmi: nè a voi,
nè a me giova raccontarvi le cagioni, ond'io ignoro tutto quello che fu
operato in questi ultimi giorni; vi basti che io lo ignoro, e che brucio
saperlo.
— Ebbene, favellò uno della brigata, tu hai da sapere, che ci era una
volta un re.... no un Cadolini ciurmato colonnello....
— Ho capito, interruppe Curio, ne abbiamo buscate?
— O che discorso è questo, disse un altro; o che forse il Cadolini è un
codardo?
— No davvero: per me sostengo, rispose Curio, che, rispetto a cuore,
egli può reggere il confronto con qualunque altro italiano; quanto a
cervello poi, sostengo del pari che a riporlo in un guscio di noce, ci
ciottolerebbe dentro; per giunta permaloso e testardo, che è uno
sfinimento.
— Dunque non vuoi saperne di più?
— Al contrario, parla.
— Ebbene, da' retta. Su le alture di Vezza gli austriaci si mostrano
numerosi e pronti alle offese; molti possono essere i loro fini; il più
prossimo percotere di fianco la colonna del Guicciardi; colà furono
mandati i maggiori Castellini e Caldesi, nel comando uguali, nei
concetti e nell'indole dissimili, per non dire contrari, però alieni da
soccorrersi a vicenda. Hai da sapere come il Castellini, lasciata solo
una compagnia di soldati a Vezza, sotto gli ordini del capitano
Malagrida, aveva dato indietro riparandosi nelle linee trincerate. Il
Caldesi, considerando come fosse peggio che pericoloso lasciare così
allo scoperto cotesta compagnia, comanda al Malagrida che anch'egli si
riduca dentro le trincere; il Malagrida ubbidisce: allora il maggiore
Castellini pieno di rovello, tal che pareva il diavolo lo portasse via,
tempesta il Malagrida affinchè rifaccia i passi e torni ad occupare
Vezza; il Malagrida ubbidisce; se non che nel frattempo era accaduto un
caso: gli austriaci avevano preso Vezza; però accolsero la compagnia del
Malagrida con un nugolo di moschettate a pennello aggiustate: la
compagnia rimase scema del tenente Prada ferito a morte. Il Castellini,
vista la mala parata, invia a rincalzarlo a destra una compagnia col
capitano Adamoli, a sinistra una mezza compagnia condotta dal Travelli;
gli austriaci non le aspettano, bensì sortono da Vezza a far giornata;
il Castellini piglia seco le tre compagnie e va a gloria contro il
nemico, respingendolo nel primo impeto fin sotto Vezza. Qui bisogna
confessarlo: se il Castellini fosse stato sovvenuto dal Caldesi,
vinceva; _lo lasciarono solo_. Ne fu cagione il maledetto screzio sorto
fra loro di tenere Vezza, ovvero abbandonarla: più sicuro il partito del
Caldesi, quello del Castellini più generoso; però il Caldesi con le sue
compagnie non si mosse. Per vincere uniti, il Castellini ed il Caldesi
non avevano mestieri operare miracoli, e ce ne fosse stato bisogno i
garibaldini erano usi a farne. Ed invero il colonnello Cadolini ed il
capitano Oliva non bandirono che, se le munizioni non avessero fatto
difetto, avrebbe vinto Castellini? dunque perchè il Caldesi non lo
aiutò? — I volontari fin lì non balenarono: occhio per occhio, dente per
dente; pure il Castellini, non per crescere l'ardore dei suoi, che
questo sarebbe stato impossibile, bensì per mantenerlo vivo, ecco,
brandita la sciabola si mette alla testa dei soldati, gridando: Avanti!
Una palla lo colpisce nel naso: ei se lo fascia alla meglio e continua a
gridare: Avanti! Ora una seconda palla gli fora da parte a parte il
braccio sinistro, ma non per questo gli viene meno l'ardimento, e
insiste a dire: Avanti! Una terza palla lo ferisce in mezzo al petto, ed
egli casca per non rilevarsi più, gorgogliando sangue dalla bocca; nel
punto stesso gli muore accanto il capitano Frigerio. Onore ai caduti!
Lombardi entrambi; il primo padre di quattro figliuoli; l'altro giovane
ricco di virtù e di censo: per ora no, che il fumo dei turiboli presi a
nolo leva la vista, più tardi il primato del valore sarà deferito alla
Lombardia, la quale non so se meriti maggior lode o per quello che ha
fatto, o per quello che non ha chiesto. Gli austriaci arrivavano bene a
quattromila, e noi non eravamo seicento, ma ci ritirammo; ci dissero per
consolarci che la nostra fu ritirata _solenne_, e aggiunsero altresì che
i nemici ci sbraciarono un sacco di lodi: senapismi ai piedi! rettorica
stantia! Peggio di tutto quel cavare vanto (come i nostri guidaioli
fecero) dallo avere noi ripreso le posizioni che avevamo prima. Bella
forza! le ripigliammo perchè gli austriaci se ne andarono via:
riacquistammo coi piedi quanto ci tolsero colle braccia...
— Parte il Pedranzini!
Appena fu udita questa voce, la taverna rimase deserta in un attimo:
taluni, per troppa fretta di uscire, cozzarono insieme riportandone
sconce ammaccature.
Curio e Filippo, presentendo vicino qualche fatto d'arme, tolto a nolo
un mulo ed un cavallo si affrettano verso il campo. Di fatti, mentre
eglino si trattenevano per via, erano successi scontri terribili con
danno ed uccisione dei nostri, dai quali uscimmo sempre vittoriosi mercè
la virtù del Garibaldi e degli eroici compagni suoi. Non è scopo nostro
raccontarli; dove più, dove meno, esattamente occorrono descritti in
parecchi libri; e piacesse a Dio che come molti furono a scriverli, così
molti pure fossero a leggerli; ma la più parte degli italiani incuriosa
gli ha dimenticati, nè le preme che altri glieli rammenti: bisogna avere
il coraggio di confessarlo addirittura: se gli italiani hanno levato una
gamba dall'avello, a levarci anco l'altra par loro fatica; morti non
sono più, ma neanco vivi.
Però a noi importa accennare come il Garibaldi, avendo giudicato
opportuno aprirsi il varco sopra Riva, gli bisognasse impadronirsi di
tutta la strada dal Caffaro ad Ampola: ora questa strada va munita di
quattro fortilizi, che giova in succinto descrivere. Lardaro, nella
valle delle Giudicarie a sinistra del fiume Chiese, armato di sedici
cannoni chiude la via di Brescia per a Trento. Tra Condino e Tiane,
risalendo il fiume Adana, s'incontra il gruppo di tre fortini chiamato
_Renegler_; il primo detto Vegler è munito di sei cannoni e di un muro
bucato di feritoie da cima in fondo, disposto ottimamente pel sicuro
trarre della moschetteria; procedere oltre il fortino nella strada
pubblica non si può, perchè ella passa appunto nel mezzo del fortino
mediante la sua porta maestra: appellano il secondo Dazzolino, il quale
presenta una torre con sei grossi cannoni, che guarda la valle delle
Giudicarie: il terzo finalmente, nominato Larino, è un ammasso di rocce
per altezza formidabile a ponente dell'Adana, donde vigilano la difesa
del ponte di Cimego. Fra i monti Fustac e Cecina il forte Ampola chiude
la valle; il forte Teodosio sorge nel mezzo della valle di Ledro, sulla
via postale che mena a Riva, anche egli munito di gallerie e feritoie,
scavate nella roccia, per bersagliare al coperto.
Il generale Garibaldi, nello intento di venire a capo della impresa,
inviava gente, la quale, riuscendo dalla parte del monte Nota e di
Lamone in val di Ledro, girasse la posizione; ma gli austriaci,
accortisi del concetto del Garibaldi, con molta mano di soldati condotti
dal generale Kaim assaltano con subite mosse i garibaldini su tutta la
linea. Nella notte dal 15 al 16 luglio i cacciatori tirolesi presero a
fulminare i nostri da Rocca Pagana e dalle alture di Storo, pur troppo
con jattura inestimabile a cagione dell'eccellenza delle armi, altre
volte avvertita. Un'altra colonna austriaca non meno gagliarda della
prima si industriava avviluppare la sinistra dei volontari fra Condino e
Cimego.
I garibaldini, sempre pari a sè stessi, si arrampicano su per le schegge
delle pendici a fine di sloggiarne il nemico che riparato, a man salva
dalla lontana li ammazza, e tanto sembra lo favorisca la fortuna, da
potere in breve rompere la comunicazione fra Storo e Condino. Non
volgevano poi sorti migliori alla vanguardia dei volontari venuta a
zuffa mortale colla colonna austriaca uscita da Daone sulla destra del
Chiese, e co' cacciatori tirolesi, i quali la straziavano con le
infallibili carabine dalla sponda sinistra di cotesto fiume.
Accadde qui che uno di quei condottieri piovuti sul capo a Garibaldi,
come talora piovono dal cielo ranocchi nel mese di luglio, ordinò a
parte dei mal capitati commessi alla sua guida, valicassero il Chiese
per combattere gli austriaci attelati sulla opposta sponda; non pochi,
prima di agguantare la riva, travolti dalla corrente rovinosa del fiume,
perirono; quei che passarono ebbero ad attaccarsi alle crepe delle rupi
a mo' di tarantole; per la qual cosa, come il nuovo capitano potesse
sperare che contrasterebbero a cui di sopra li bersagliava a piè fermo e
con le braccia libere, non si comprende.
Taluni, e non erano i più miserandi, uccisi capitombolavano in molto
orribile maniera; davano maggiore affanno i feriti, i quali non potendo
aggrapparsi, ruzzolando, rompevansi di scheggia in ischeggia, con
istridi da fendere il cuore. Rigagnoli di sangue correvano coteste
bricche: non fu possibile mantenersi lassù; costretti a salvarsi,
tracollarono giù a corpo perso: infuriava sopra la testa loro una
paurosa grandine di palle; alcune di queste, rimbalzando dalle pareti
del monte o dai massi del fiume, ferivano orizzontalmente, o di sotto in
su: come pesci guizzavano su le acque; come vipere sibilavano per
l'aria. Il fiume avaro esigeva pel ritorno maggiore pedaggio di affogati
che per l'andata: non ci fu penuria di casi pietosissimi: amici che non
vollero abbandonare amici, tuttochè spiranti o morti si fossero; e surti
appena alla opposta riva del fiume, percossi da una medesima palla,
sparivano nelle onde rovinose. Due fratelli, l'uno dell'altro
innamorati, non ebbero altro conforto che annegare abbracciati. Più
oltre il buon maggiore Lombardi, salito su di un argine, mentre con voce
e con cenni anima i suoi a tenere il piè fermo, rotto nel cuore da palla
tirolese, tombola annaspando con le mani e muore senza dire un fiato.
Tale il destino della guerra; ma perire così senza costrutto, per colpa
di un grullo, è amaro. Per funebre elogio al maggiore Lombardi basti
dire che fu di Brescia; ella madre degna di tanto figlio; egli di tale e
tanta madre degnissimo.
Trovando questi mal condotti chiusa allo scampo ogni via, tutti quelli
che non valsero a traghettare per la seconda volta il fiume si arresero
a quartiere. Pareva ormai battaglia perduta, e non fu così, in grazia
degli estremi sforzi operati dal Garibaldi e dal maggiore Dogliotti, il
quale così bene si valse dei suoi cannoni messi in batteria, che sgominò
e costrinse i nemici a ritirarsi oltre a Cologna. Cara vittoria fu
quella, ma fra le alpi tirolesi non si vince che a prezzo di sangue;
però che sia mestieri col petto scoperto farci contro a nemico riparato
da boschi, da rupi e da ogni maniera di difese naturali, ovvero
dall'arte di lunga mano allestite.
Intanto chiunque voglia sapere che cosa valgano i nostri artiglieri, e
ne tragga auspicî di avvenire meno inglorioso dei tempi passati, dove la
insolenza altrui ci chiamasse alle armi, io glielo dirò con le parole di
un giovane che fu parte di coteste avventure e le narrò, tacendo per
modestia il suo nome:
«Ci sdraiammo su l'erba e raccontammo noi pure le nostre peripezie. Il
sole volgeva al tramonto e andava adagio adagio a nascondersi dietro le
montagne, le quali si colorivano di una tinta rossastra, pigliando le
forme spiccate che vediamo anche noi ne' nostri monti al finire di una
serena giornata, e quando il cielo è tutto sgombro di nuvole. Su, su in
lontananza, al riflesso degli ultimi raggi del sole, brillavano di luce
abbagliante le carabine dei fuggitivi, e si distinguevano anco ad occhio
nudo le torme bianche ed azzurre della fanteria e dei tirolesi. Quando
ecco, mentre ce ne stiamo là chiacchierando e riposandoci, un frastuono
infernale ci fa saltare tutti in piedi, e sentiamo sulle nostre teste il
fischio rumoroso di una granata: «Non è nulla!» esclama un garibaldino:
«è un cannone puntato qui a venti passi che scarica sopra la nostra
testa.» Corremmo tutti nella strada, dove infatti tre o quattro cannoni
incominciarono uno dopo l'altro una musica stupenda.
«Fu spettacolo bellissimo. Gli artiglieri stavano impassibili,
silenziosi, attenti al comando. Un caporale pigliava la mira, ed ogni
volta che vedeva sui monti a 1600 o 2000 metri di distanza un brulichio
di tedeschi, si allontanava due passi e gridava: _fuoco!_ Il cannone
sparava e la botta era sempre sicura. Si vedeva cotesta massa
sbaragliarsi, e saltare in aria tronchi di albero e terra sommossa. Noi
maravigliati battevamo fragorosamente le mani.
«A un tratto si sente venire a corsa un cavallo: era un maggiore di
artiglieria, che aveva saputo come di là dal fiume, nella chiesina dove
stemmo la notte innanzi appiattati noi altri, ci stessero appiattati
moltissimi austriaci: per verificarlo ordinò caricassero le artiglierie
a palla; poi, voltosi al caporale, gli dice: «Cercate subito di mettere
una palla sul lato destro della chiesa: se ci sono hanno da venir
fuori.» La distanza era molta, e ci pareva impossibile che il colpo
avesse a riuscire per lo appunto come il maggiore voleva.
«Il caporale non pronunzia verbo; si china sul pezzo, lo muove nella
direzione indicatagli ed ordina all'artigliere di far fuoco. Lo
credereste? La palla andò a battere sul muro di destra della chiesa: per
altro non si vedeva uscire nessuno. «Ebbene, disse il maggiore,
piantatene un'altra a sinistra, e se vi riesce a cogliere vi prometto la
medaglia.»
«Vidi un sorriso di contentezza lampeggiare sul viso abbronzato del
caporale; si chinò un'altra volta e studiò più lungamente la mira
standosene immobile come il suo cannone. A un tratto si tira indietro e
grida all'artigliere: _fuoco!_ e la botta va via. Un applauso fragoroso
scoppiò nelle file, ma gli austriaci non si vedevano venir fuori. Allora
il caporale si appressa al maggiore, mette la destra al _kepì_ e gli
dice: «Signor maggiore, vuole permettere che io faccia un tiro a
volontà?» — «Ve lo permetto, rispose il maggiore; vediamo se vi riesce a
snidarli.» Allora il caporale infila colle sue mani una granata nel
cannone, ripiglia per la terza volta la mira e lascia andare la carica.
«L'effetto fu miracoloso. Il tetto della chiesa venne sollevato in aria
come il coperchio di una scatola, e intanto che un grido di approvazione
echeggiava fra i volontari, il caporale sorridendo accennava colla mano
che si guardasse la chiesa. Se vi siete mai provati a gettare un sasso
in un bugno, avrete veduto le api prorompere tutte in folla ronzando. Lo
stesso accadeva lassù. Si vedevano scaturire austriaci dalla chiesa,
fitti e serrati, voltare a destra e a mancina e correre su per la
montagna. Allora non più un solo, ma tutti i pezzi piantati sopra la
strada cominciarono a fulminare granate addosso ai fuggenti. Parevano
cannoncini di legno, tanta era la rapidità con la quale si voltavano ora
da una parte, ora da un'altra. Ogni colpo andava nel bel mezzo ai gruppi
dei nemici, come se un demonio raddrizzasse e guidasse per la strada le
granate e le palle. Io potrei giurare che non ci fu un tiro solo
sprecato.
«Intanto che facevamo le nostre congratulazioni al caporale, sentimmo a
qualche distanza un colpo di fuoco e il fischio di una palla. Di lì a
mezzo minuto un altro colpo e un altro fischio e poi un terzo ancora.
«Ah! Ah! (disse il caporale) io l'ho bell'e visto: ci è lassù un
tirolese, che ha una eccellente carabina; ma forse il mio cannone va più
lontano di lui.» E una quarta palla di carabina venne a percuotere nella
ruota dell'affusto. Il caporale con aria sbadata puntò il suo strumento,
e mentre noi ci scostavamo per iscoprire l'effetto, partì la botta e si
vide un gran rimescolìo di terra e sassi, appunto là dove il tedesco
tirava. Non si sentì più nulla; la medicina aveva operato.»
Fuori di Condino si agita un grande brulichio di gente, la quale di
grado in grado quetandosi si ordina in fila, giusta i comandi dei suoi
capitani: quanto meglio potevano s'industriavano a ricomporre le
compagnie, tanto crudelmente decimate al passo e al ripasso del Chiese.
Chi volesse sapere qual tributo di sangue la gioventù italiana pagasse
in questa infelice impresa, gli dirò, che di una compagnia di 187
soldati, 90 appena risposero all'appello; la 24ª poi, rimase con un
sergente, due caporali ed un tenente. Poco oltre si mirava il loro
colonnello a cavallo, tutto inorato che era un desìo; con la sciabola
irrequieta egli trinciava l'euro a fette, come il Conte di Culagna nella
_Secchia rapita_, o ci faceva crocioni da disgradarne il papa. Appena
Filippo l'ebbe scorto esclamò:
— Ecco il capitano famoso!
E siccome tanto non parlò basso, che altri degli accorsi costà non lo
udissero, taluno di loro soggiunse:
— E adesso, che abbaca egli?
— Ha ordinato la rassegna della sua colonna ricomposta, prima di
ricondurla alla mazza.
— Zitti:
Stiamo Marte a sentir la gloria nostra,
chè a quanto sembra egli è per mettere fuori un'arringa.
— Udiamo! Udiamo!
— Soldati, cominciò a squittire il capitano dei capitani, l'Europa, anzi
il mondo intero vi guarda. A voi spetta restaurare l'onore della milizia
italiana manomesso dalle truppe stanziali, che male ordinate e condotte
peggio, dal 48 in poi, altro non fanno che toccarne; ed è inutile
negarlo! Le lodi a tanto il rigo, che sbraciano loro i giornali
officiosi sono pannicelli caldi.... incenso ai morti. Vedete quei monti
là? Li vedete? Ebbene, noi li sfonderemo, come nei circhi equestri
miriamo un cavaliere sfondare con una capata quattro cerchi e sei
coperti di carta straccia. Quando saremo giunti a Trento, se gli
austriaci ci offriranno pace, io risponderò loro: non è tempo ancora. E
se arrivati a Innspruk, a Salisburgo, a Gratz, a _Buda_, si attentassero
di nuovo a proporcela, interprete degli animi vostri, io la ricuserò
daccapo dicendo: non è tempo ancora; gli è a _Vienna_; proprio nel
palazzo imperiale di Schoenbrunn, che io detterò la pace; a voi, che
manca per conquistare un tanto scopo? Nulla. In voi costanza, in voi
_slancio_ nello assalire ed _a piombo_ per resistere; non fame, non
sete, non geli vi abbattono, nè difetto di _ambulanze_, di vesti, di
calzature. Quando i cannoni tonano, i moschetti fischiano, le racchette
stridono, a voi pare che incominci la orchestra, ed a quei suoni menate
i vostri balli. — Ma ora che io ci penso su, onorevoli signori, devo
confessare che quando affermai che nulla vi manca di virtù soldatesca,
io dissi una solenne bugiarderia; quanto dichiarai voi possedete, e non
mi disdico, ma una cosa vi manca:
. . . . alla virtù latina
O nulla manca, o sol la disciplina.
Sì, signori soldati, vi manca la disciplina. La disciplina che rese
tanto illustre e potente il Vecchio della Montagna, il quale avendo
ordinato ai suoi assassini di sentinella sull'alto di una torre, che si
buttassero di sotto, uno ci si precipitò subito, e gli altri stavano per
seguitarlo, se Enrico di Sciampagna, che vi si trovava presente, non lo
avesse impedito. A questi patti, cittadini, si viene a capo del mondo;
nella milizia obbedienza, nella religione fede, cieche entrambe,
passive, aborrenti da qualunque osservazione, aliene da brontolìo, benda
agli occhi ed agli orecchi, e allora nella milizia e nella fede voi
vedrete rinnovare miracoli. Allora Manlio mozzerà il capo al figliuolo
per avere vinto il nemico trasgredendo i suoi ordini; allora con più
stupendo esempio lo spartano che aveva già ficcato due dita buone di
ferro in corpo ad un ateniese, udita di repente la tromba del richiamo,
estrasse _la baionetta_ dal corpo del nemico, la nettò, la rimise nel
fodero e fece per andarsene; della quale novità maravigliando l'ateniese
che stava per morire, domandò: o perchè non finisci di ammazzarmi? — Ti
finirò un'altra volta, rispose lo spartano, adesso mi bisogna andare al
quartiere a cucinare il _rancio_. Capite! Se cotesta perla di spartano
vivesse a questi tempi, la croce dei Santi Maurizio e Lazzaro, o quella
della Corona d'Italia, o l'altra del valore militare di Savoia non gli
poteva mancare. Ci fu una volta un re, e si chiamava Sancio, diverso
dallo scudiero di Don Chisciotte, il quale, stando nella sua tenda a
letto, udì parecchi soldati venire a lite col capitano loro per cagione
della disciplina, ond'egli, tuttochè si trovasse in camicia, uscì fuori
con una picca in mano, infilando in men che si dice _amen_ una mezza
dozzina dei riottosi; per me sono fantino di comparirvi innanzi anco
ignudo. Breve, stringendo le mie parole, io affermo che i soldati
possono fare a meno del pane per mesi e per anni, ma della disciplina nè
manco un'ora. Quando carichiamo un uomo soldato il suo _tic_ è il pane,
il suo _tac_ la disciplina. E adesso esaminiamo un po' come stiamo a
camicie ed a mutande.
Curio, il quale all'udire cotesta filastrocca fu sul punto di prorompere
in uno scoppio di riso, accostatosi all'orecchio di Filippo, bisbigliò:
— Impaglialo addirittura!
Filippo stringendosi nelle spalle soggiunse: — Ce n'è di peggio.
Intanto i soldati avendo estratto dal sacco le biancherie se le stesero
dinanzi ai piedi. Il colonnello, dopo averle con molta gravità
considerate, non senza arguzia notò che biancherie coteste si chiamavano
così per dire, ma con maggiore proprietà si avevano a chiamare
_negrerie_.
— E questa toppa perchè? dimandava severo ad un volontario.
— Questa toppa! Evidentemente per tappare un buco alla camicia.
— E perchè vi faceste un buco alla camicia?
— Lo domandi alla camicia, o meglio ai macigni del Chiese, dove V. S.
facendoci ruzzolare potemmo appena salvarci la pelle.
Il colonnello tacque e tirò di lungo fino alla fila estrema, dove di
botto osserva un volontario, il quale invece della borraccia da
munizione si portava allato certa fiasca di vetro; allora con mal piglio
domanda:
— Ch'è questo mai? Che cosa avete fatto della vostra borraccia?
— L'ho gettata via, perchè l'acqua dentro ci pigliava di cattivo.
Il colonnello allora dando un passo indietro, _le braccia al sen
conserte_, a tutto Napoleone, esclamò:
— E che cosa dirò io al reale Governo, quando mi domanderà conto della
vostra borraccia?
— Eh! signor colonnello, se il Governo avesse a chiedere conto di
qualche cosa a lei, vada franco che non sarebbe delle borracce!
— E di che dunque, temerario?
— Dei tanti poveri fratelli per colpa sua affogati nel Chiese.
— Agli arresti! Disarmatelo, portatelo subito agli arresti! urlava
arrovellato il colonnello, e ne successe un parapiglia da non potersi
con parole significare.
Intanto Curio e Filippo curiosamente osservarono un frequente dimenio
dei piedi, che i soldati di prima linea facevano gettandosi dietro in
fretta le biancherie, le quali i soldati di seconda linea a posta loro
co' piedi si stendevano davanti. Attutito il tumulto continuavasi dal
colonnello la rivista nella 2ª linea, dove egli, confuso per le
insolenze del volontario, procedè meno accurato di prima, non gli
parendo vero di condurla a termine senz'altri scappucci. Poco dopo Curio
e Filippo seppero dal dicace garibaldino, come egli avendo con la più
parte dei compagni suoi venduto, o in altro modo alienato camicie e
mutande da munizione, però che avendole provate ne rimanessero conci
peggio che se gli avessero strigliati co' pettini da lino, egli avvisò
cavarsela netta, facendo per giunta una burla al colonnello, e fu
distribuita tutta la biancheria in essere alla prima fila, perchè di
mano in mano che il colonnello passava, la spingesse alla seconda fila,
e così figurasse due volte. Il tafferuglio poi promosso ad arte, onde
l'attenzione del colonnello fosse distolta dagli ultimi soldati di fila,
che dove non fossero riusciti a farla liscia tutta di un pezzo, di una
pipita ne sarebbe nato un panereccio.
— Certo, aggiungeva il giovane bizzarro, io la pagherò con parecchi
giorni di prigione, e mi toccherà per soprassello chiedere scusa, ed io
fin d'ora me ne dichiaro contento per quattro precipue ragioni; le altre
non si contano. Prima, ed alzò il pollice, perchè se mi avesse trovato
senza le camicie, e le mutande da munizione, in carcere ad ogni modo mi
toccava ire. Seconda, e spiegò l'indice, perchè mi venne fatto
preservare dalla prigione tanti compagni amatissimi. Terza, e sollevò il
medio, per la berta che ho dato a codesto zuzzurullone di colonnello.
Quarta, e drizzò l'anulare, pel gusto matto che avrò quando, dovendo
chiedere scusa, mi fia concesso contemplare a mio agio cotesto.....
— Di grazia, disse Curio, si potrebbe sapere di che paese siete?
— Se foste stato allo inferno lo avreste riconosciuto senza domanda:
. . . . ma fiorentino
Mi sembri veramente quand'i' t'odo.
E Curio sorridendo: — Il proverbio non mente: chi l'ha a fare con tosco
non vuole esser losco.
L'altro, mesto, di rimando: — Se arguzia bastasse, beati noi! ma ora la
patria mia abbisognerebbe quanto di pane e di aria, di alti propositi,
di costanza e di uomini virtuosi; noi toscani forse un dì tutte queste
cose abbiamo posseduto; adesso noi le perdemmo...
— Coraggio, fratello, riprese Curio, ponendogli la destra sopra la
spalla, colui che si sente cuore per confessarle perdute, ha fatto più
che mezzo il cammino per ritrovarle.
*
— O Filippo, dove diavolo mi meni? Questi corridoi bui fra le rupi, di
cui non arrivo a scoprire la cima, mi danno immagine del laberinto di
Creta, e più del Minotauro, che si avrebbe a trovare nel mezzo; io temo
adesso che qualche macigno per acconto mi frani sul capo.
— Vieni oltre; potrebbe anco darsi, ma gli è di qui che bisogna passare.
— Oh! scopro gente..... per avventura sarebbero austriaci?
— No, sono dei nostri; cammina franco, che ad Ampola avremmo ad essere
vicini.
Di fatti dietro l'ultima svolta della strada, passato la quale si va
diritto ad Ampola, incontrano una compagnia di volontari condotta dal
tenente Alasia, il quale avendo seco un cannone si divertiva con esso in
pericoloso passatempo; però che dopo averlo fatto con diligenza
caricare, sovvenuto da qualche compagno, lo trainasse fuori della svolta
allo aperto, proprio nel mezzo della strada che mena diritta ad Ampola,
dove gli dava fuoco, e subito dopo lo respingeva dietro il canto per
ricominciare da capo.
Allo improvviso Curio ode chiamarsi a nome, e, posta mente, mira un
ufficiale corrergli incontro a braccia quadre, che giuntogli dappresso
lo abbraccia, lo bacia e co' più dolci appellativi lo careggia:
— O Curio, che miracolo che tu sii qua?
— Miracolo è che ti ci trovi tu, non io.
— E pure ci sono prima di te, e d'ora in poi dobbiamo stare sempre
insieme.
— Sarà più facile desiderarlo che poterlo, avendo assunto l'obbligo di
condurmi dal colonnello Chiassi, amico grande del padre mio.
— Tu hai ora, come sempre, un santo dalla tua, dacchè per lo appunto io
appartenga ad una compagnia del reggimento del Chiassi.
Il lettore avrà di certo notato come Curio non si sia messo in quattro
per far festa al tenente Fandibuoni, e ne aveva le sue buone ragioni:
innanzi tratto le sue spalle calavano giù a sgrondo da parere un
calvario; dinoccolato nella persona, le braccia fuori di misura lunghe,
con certe mestole in fondo da legarsi le scarpe senza quasi chinarsi:
costumava gli occhiali; se non fossero stati questi, nell'ultima cena
del Signore egli avrebbe potuto figurare meglio del Giuda di Lionardo;
ma se gli occhiali lo salvarono da rassomigliare Giuda per di fuori, non
così per di dentro, dove o senza occhiali o con gli occhiali Giuda ei
sempre fu, nato e sputato. Di più Curio si risovvenne come sovente
costui con diversi amminicoli gli levasse di sotto assai quattrinelli,
che non gli aveva mai reso; peggio poi, lo aizzasse a commettere qualche
gherminella di cui egli si pigliava il vantaggio, lasciandolo nelle
peste, se pure non comperava la propria impunità col fargli la spia;
breve, un di quei funghi che nascono spontanei nei cortili della galera
a vita. Ma la gioventù non cura o volentieri perdona; ed i compagni
della fanciullezza ritengono in sè qualche cosa della religione dei
primi anni, la quale fa sì che ci tornano cari spesso, disgradevoli mai.
— O come va che mi sei uscito ufficiale? disse Curio:
Marte per qual ventura od accidente
Gittò la rete e ti pescò tenente?
— Che accidente? Virtù di penna e valentia di spada.
— Spada! O se di petto a te un lepre si giudicava Achille in persona.
— Già lepre non fui mai, bensì pubblicista e deputato; e poi _non son
qual fui, morì di me gran parte_, della pera mondata è rimasto...
— Il torsolo. Ma dimmi, sapresti col tuo lume di lucciola farmi capire
qualche cosa in questo ginepraio?
— Magari! Ma prima ti bisogna affacciarti al canto, e arrivato sopra la
strada diritta, quindi considerare per bene quello che ti si presenterà
davanti.
— Vado e torno.
— Sei matto! esclamò il Fandibuoni, trattenendo Curio per un braccio,
non sai che svoltato il canto occorre la strada diritta un quattrocento
metri, che termina ad Ampola, dove i cannoni del forte tirano
d'infilata, spazzando via tutto quello che incontrano?
— O quel giovane tenente non ci va col suo cannone?
— E se egli è stufo di vivere, vuoi romperti il collo per fargli la
scimmia?
— No, entrò di mezzo Filippo, l'Alasia non è pazzo; egli si muove per
senso di dovere; forse un po' dodici once buon peso, ma poichè in tanti
la libbra riscontriamo scarsa, se in altri trabocca non guasta; in te
poi, o Curio, cimentarti a quel modo sarebbe temerità senza sugo.. ed
ora dove vai? Vien qua, per Dio santo!
— Aspettami, che torno in un batter di occhio, rispose quel cervello
strambo di Curio, ed intanto correndo aveva svoltato il cantone:
avvertito tutto a bell'agio, tornò ridendo e disse:
— Andai, vidi, non vinsi; però avvertii quanto è formidabile Ampola;
proprio il Minotauro nel laberinto di Creta, o la Sfinge sopra il
cammino di Tebe: in fondo a due rupi, di cui i fianchi paiono tirati
coll'archipenzolo, per virtù di scalpello, giace un fortilizio che
sbarra da un lato e dall'altro il cammino; per passarlo è mestieri
proprio entrare in mezzo al forte che comparisce chiuso da portone, e
forse dietro avrà la saracinesca con altri ripari. Passato il fortino,
la strada s'inerpica su su pel monte fino ad una spianata, la quale mi
sembrò da lontano munita di artiglierie; come possa espugnarsi Ampola,
per me in coscienza non saprei.
— Tu hai osservato bene, riprese il Fandibuoni, e se ora mi darai retta
ti chiarirò alla lesta; vedi (e levò l'indice) questo è Riva, cardine
della difesa in mezzo: questi altri (e stese il pollice e il medio) sono
a destra Lardaro, a sinistra Ampola, posti avanzati; nello stesso
intervallo di questo triangolo campeggia una brigata austriaca, pronta
al soccorso, secondo il bisogno, o di Ampola o di Lardaro; sconfitta a
Condino ed a Cimego, per ora non dà noia; ma tu fa' conto che presto
riordinata tornerà in ballo. Il nostro generale, per ridurre a partito
Ampola, deve innanzi tratto occupare le pendici delle due rupi, che tu
hai veduto sorgerle a destra ed a sinistra, e si chiamano Funstach e
Santa Croce.
— O come vuoi che si arrampichino lassù? Paiono più aguzze delle aguglie
del Duomo...
— E non solo occuparle, ma anco trasportarvi le artiglierie.
— Attaccando le carrucole al cielo per tirarle su....
— Nè le artiglierie minute solo, bensì le grosse da sedici.
— Il capitolo dedicato da Pietro Aretino a Cosimo I dei Medici
incomincia:
Nel tempo che volavano i pennati,
ma che volino i cannoni, questo non intesi dire in prosa mai, nè in
rima.
— Ebbene, tutto questo fu fatto con qualche cosa di giunta,
imperciocchè, dopo trainati i cannoni lassù sul Funstach e sul monte
Santa Croce, e' fosse mestieri tramutarli da un luogo all'altro, chè,
essendo di portata diversa, quelli piantati a Santa Croce non facevano
effetto...
— Allora vorrà dire che dall'altra parte dei monti si trova qualche
cammino mulattiero.
— Niente; all'opposto appaiono troppo più scoscesi che da questo lato.
— O dunque?
— Dunque, quando andavamo a scuola tu devi rammentarti avere udito che
Filippo...
— O adesso come ci entro io con la vostra scuola? Interruppe il sergente
Filippo.
— Non s'inquieti, signor sergente, che io non intendo punto parlare di
lei, bensì di Filippo Macedone, padre di Alessandro Magno, col quale
probabilmente ella non avrà parentela alcuna nè per linea retta, nè per
trasversale.
— Di fatti, non credo esser parente di cotesti signori.
— O lo vede? Filippo dunque, sentendo celebrare come inespugnabile la
rocca dell'Acrocorinto, domandò se ci fosse strada bastante per farci
entrare un asino, ed avutane risposta affermativa disse:
— Dove entra un asino, non dovrebbe entrare un re? — Invero ei lo prese,
perchè con le sue parole volle alludere alle sacchette di oro cavato
dalle miniere di Tracia, che egli ci fece portare da un asino per
corrompere il comandante. Il Garibaldi non domanda se nelle fortezze
dell'Austria ci entri un asino, bensì il sole, e se il sole ci entra,
intende entrarci anco _lui_. I volontari si arrampicano con le mani e
co' piedi; ficcano chiodi o pioli; con le ginocchia stringono una
scheggia, con le mani calano le corde, tirano su di un tratto a un segno
dato: per essi un metro di spianata è piazza di arme; basta ci capisca
il carretto, perchè si attentino a montarci la batteria. Il Generale dal
dizionario dei volontari ha cancellato la parola _impossibile_! Già essi
hanno occupato la spianata, che hai notato anche tu, munita di
artiglierie, di lì hanno rovesciato un acquazzone di piombo e di fuoco
sopra Ampola... Aspettati da un momento all'altro alla ripresa delle
armi.
Appena egli ebbe finito di favellare, che ecco ricomincia lo strepito
dei moschetti e dei cannoni, e continua incessante. L'Alasia, ricaricato
il suo pezzo, come tratto fuori di sè dalla ansietà, andava gridando:
— Qua, figliuoli, qua; datemi una mano a muovere il cannone; bisogna
cucire i nostri amici tedeschi a filo doppio, di sotto e di sopra.
Corsero cento; il cannone fu tratto con maravigliosa prestezza sopra la
strada; spara; ma al punto stesso una scarica di artiglieria scopa dalla
strada cotesti animosi; rimasero morti sull'atto l'Alasia e il sergente,
ed ahimè! come lacerati! Quaranta altri, qual più qual meno, feriti; la
terra diventò di un tratto vermiglia, come quando nella processione del
_Corpus Domini_ ci spargono sopra la fiorata di rosolacci.
Commossi dagli urli di dolore, Curio e Filippo, non si potendo reggere,
lanciaronsi al soccorso dei compagni. Il Fandibuoni non solo non si
mosse, ma vie più si rannicchiò dietro al cantone. Curio si curvò, prese
con ambe le sue la mano dell'Alasia e lo tirò a sè come per metterlo
seduto.... non lo avesse mai fatto! Che le ferite strizzate gittarono
tante fontanelle di sangue, e la faccia non anco priva di ogni
sensibilità si contorse tutta in orribile maniera; la mente stette
ferma, se non che Curio sentì mancargli sotto il terreno, ond'ebbe ad
appoggiarsi al cannone per non cadere.
Una nuova scarica per la parte degli austriaci avrebbe finito di
ammazzarli tutti; non venne: all'opposto fu visto levarsi sul forte una
bandiera bianca in segno di resa, mentre lo stendardo imperiale svolgeva
a stento il suo lembo per ricadere penzolone lungo la stacca; pareva che
appenasse nella agonia, e l'aquila grifagna per vergogna dentro le
pieghe di quello si nascondesse. Ai morti non si attese più, e nè manco
ai feriti; anzi questi stessi di sè non pigliano cura, smettono gli omei
per aggiungere la voce loro allo immenso grido, che percosse l'aria
dintorno: Viva Italia! Italia per sempre!
Il comandante del forte sortì per la capitolazione: i patti brevi: si
rendessero ad arbitrio del vincitore: lasciate agli ufficiali le armi e
le robe, per cortesia non per obbligo.
Avendo taluno avvertito il generale Haug perchè facesse al comandante
austriaco affermare con parola di onore che il forte non era minato:
— Lo farò, rispose il generale, quantunque per me lo consideri
perfettamente inutile.
— Inutile! E non vi trovaste a Roma con noi, generale, dove patimmo
tanti e sì strani tradimenti?
— Oh! allora _l'avevamo a fare co' francesi_.
Il comandante austriaco piangeva, e, recatasi in mano la spada, che
generoso l'Haug gli porgeva, si provò spezzarla; impeditone, sospirò:
— Poichè non mi valse per difendere il mio reale ed imperiale padrone,
che mi giova adesso?
— Signor comandante, gli rispose l'Haug con voce che si sforzò mantenere
benigna, come soldato ella adempì d'avanzo il suo dovere, e veruno può
appuntarla in nulla; si consoli e conservi la sua spada, ed accetti lo
augurio che Dio le conceda occasioni di adoperarla in cause più giuste.
La milizia non deve strozzarci la coscienza, la quale ci ammonisce che
la forza non dà diritto; la forza va e viene: siete voi italiani per
vivere alle spalle dell'Italia? O combattete per liberare la vostra
patria dalla oppressione italiana? Andiamo, andiamo, la milizia non deve
strozzarci la coscienza.
Lo austriaco stimò prudente non rispondere verbo; e per fare qualche
cosa ripose nel fodero la spada.
Curio e Filippo ottennero la facoltà di visitare Ampola prima di
partire, e con maraviglia conobbero il misero stato in cui questo forte
si trovava ridotto; egli era aperto come un melagrano; da ogni parte
sdrucito dalle palle e dalle granate: la casamatta crivellata dai colpi
di cannone non offriva più stazione sicura ed era micidiale l'uscirne.
La resa del forte fu deliberata regolarmente da un Consiglio di guerra.
Piccola impresa questa di Ampola, e tuttavia a veruna, comecchè
grandissima, seconda. Dove le camozze si peritano ad avventurarsi, i
volontari garibaldini portarono cannoni grossi e carretti e munizioni.
Il monte Giojello fu preso dai bersaglieri, i quali, secondo il solito,
si diruparono dalle ripe circostanti del Funstach, sicchè gli austriaci,
già sgomenti nel vedere che i loro cannoni puntati di sotto in su non
facevano effetto, scorrendo meno che mezzo lo spazio necessario per
colpire, sentendosi adesso piovere addosso cotesti demoni dal cielo, si
diedero per vinti.[25] Arrogi che altri volontari garibaldini, avendo
sbirciato dall'alto una maniera di cornicione di pietra, che ricorreva
intorno le alture soperchianti il forte a man dritta, ci si
rannicchiarono sopra, scopando a suono di moschettate la piazza del
castello e l'uscita dal lato della porta di Tiarno.
Intanto la bandiera imperiale, sciorinato che ebbe un ultimo svolazzo,
spirò; tre o quattro colpi di scure vibrati con tutta l'anima, a braccia
sciolte, fecero traballare antenna e bandiera, a cui subito con gazzarra
grande surrogarono la bandiera tricolore.
[25]
Scorse per le ossa ai terrazzani il gelo
Quando vider costui piover dal cielo.