CAPITOLO III.

»Fattisi trombe di scordanti chiese,

»I pergami rintronan di parole,

»Da chi le proferì talor nè intese,

»E di que' boschi trasformati in scole

»Ripete ogn'eco i colpi vigorosi

»Che mena il prete ai pulpiti petrosi.

_Hudibras._

In questo mezzo la cavalleria puritana tornava dall'avere inseguiti i

Reali, non poco spossata dagl'inutili sforzi fatti per raggiugnerne gli

sbandati avanzi. La fanteria intanto stava schierata sul campo, di cui i

Puritani erano rimasti padroni. Comunque estenuati per fame e sopportata

fatica, la gioia del trionfò li sosteneva, e faceva sovr'essi le veci di

riposo e di cibo. E per vero dire ottennero più di quanto mai avrebbero

osato sperare: senza sofferire una grave perdita eglino stessi, non fu

poco vanto l'aver messo in compiuta rotta un reggimento di scelti

uomini, comandato dal primo ufiziale della Scozia, il cui sol nome bastò

lungo tempo ad agghiacciarli di spavento. Oltrechè, la disperazione, non

la speranza di un buon successo suggerì loro il cimentarsi a giusta

battaglia; talchè questo buon successo medesimo facevagli attoniti.

Pressochè fortuita fu quella loro confederazione; niun de' capi che li

comandava era stato nominato o riconosciuto legalmente; e questo stato

medesimo di disordine li collegò, e fu cagione che tutto l'esercito

s'ergesse per così dire a consiglio di guerra onde risolvere sul partito

da abbracciarsi. Nè vi fu genere di stravagante opinione che non

trovasse sostenitori in quella congrega. Si volea nel tempo stesso

marciare alla volta di Glascow, d'Edimburgo, e persino di Londra. Chi

poneva il partito di mandare una deputazione a Carlo II per dettargli i

patti della pace, e chi meno caritatevole domandava che un nuovo re

fosse acclamato. Non mancarono altri che pretendevano instituire la

Scozia in repubblica. I più gridavano sulla penuria delle vettovaglie, e

nessuno pensava agli espedienti opportuni per procurarne. In una parola

il campo de' Puritani nel momento il più bel del trionfo stava in atto

di sciogliersi per mancanza d'unione fra gli elementi che il

componevano, ed era come i caratteri segnati nell'arena, che il primo

soffio di vento disperde.

In tale stato trovò i suoi Balfour di Burley quando tornava

dall'inseguire i Reali. Con quella maestria di uomo avvezzo a trarsi dai

difficili passi, incominciò ordinando che cento uomini fra' meno

stanchi, si assumessero la fazione di far la sentinella attorno del

campo; poi di coloro che sostennero le parti di capi nel durar del

conflitto compose una commissione direttrice, che dovea rimanere in tale

ministero sintantochè gli ufiziali fossero scelti regolarmente. Per

ultimo a coronare la vittoria volle che il reverendo Kettledrumle

improvvisasse un discorso di rendimento di grazie al cielo, provvisione,

su i vantaggi della quale molto fondavasi, nè a torto come stiamo per

vederlo. Ei ben sapea che con tale espediente avrebbe dato pascolo

all'attenzione della massa de' confederati, avidissimi delle dicerie de'

loro predicatori; e in questo mezzo divisava tenere vero consiglio di

guerra con due o tre capi, senza che dal risolvere il meglio lo

distornassero o insensati clamori o partiti ridicoli.

Kettledrumle corrispose magistralmente alla espettativa di Burley,

predicando senza prender fiato due lunghe ore, capaci d'ammazzare di

noia tutt'uomo non Puritano; ma egli forse in quel momento era il solo

che potesse sì a lungo cattivarsi l'attenzione di un tale uditorio. Ei

possedeva perfettamente quel genere d'eloquenza adatta al volgo, che era

il caratteristico de' predicatori di que' giorni, e comunque il cibo

spirituale che da costui dispensavasi sarebbe stato efficacissimo a

movere nausea in persona di un gusto alquanto dilicato; era il più

opportuno a vellicar gratamente que' palati pei quali manipolavasi.

Il testo del costui sermone era tolto dal capitolo XLIX del profeta

Isaia; »Anche gli schiavi de' potenti saran liberati: farò guerra a chi

ti fa guerra e i figli tuoi saran salvi.»

L'orazione pronunziata su tale argomento venne divisa in quindici punti,

ognun dei quali non andava privo di molte suddivisioni. Consacrò il

primo punto a favellare della liberazione propria e de' compagni,

additando il giovane di Milnwood come un campione inviato dallo stesso

Dio a trionfo della buona causa. Negli altri punti si passavano in

rassegna i moltiplici flagelli, che il cielo dovea far piovere sopra un

_governo persecutore_. Gonfio e familiare a vicenda, or si elevava a

quanto aveasi per sublime, or discendeva al di sotto dello scurrile.

Terminata che ebbe la predica, e dopo essere sceso da una punta di

roccia, suo pulpito, venne in luogo di lui un secondo predicatore, che

per nulla somigliavasi al precedente. Il reverendo Kettledrumle era già

pervenuto assai avanti negli anni, corpulento a dismisura, e i

lineamenti medesimi del suo volto, stupidi e privi d'espressione,

sembravano annunziare, come nella formazione del suo essere entrasse

molta più materia che spirito. Il successore di lui era un giovane che

certamente il quinto lustro non oltrepassava. Scarne guance e incavate

ne attestavano le vigilie e i digiuni, e le fatiche d'un apostolato, che

spesse fiate avventurò l'apostolo alle vendette de' Reali, e a quella

palma che i settarj della sua specie chiamarono del martirio. Egli era

uno de' più fanatici Puritani di tutta la Scozia, e grande fama gli avea

presso costoro acquistata il suo stile enfatico e figurato.

Primieramente volse in giro gli occhi attorno a quell'assemblea e al

campo della battaglia: e l'ilarità del trionfo gli si pinse tanto nel

volto, che il pallor d'esso sembrò parimente dar campo al fuoco del

contento e dell'entusiasmo. Giunte entrambe le mani, levò le pupille al

cielo, rimanendo alcuni istanti, come assorto in morale contemplazione.

All'atto di schiuder le labbra, una voce debole e un organo difettoso

per tramandarla pareano vietar persino che le parole ne fossero intese;

ma profondissimo silenzio regnava e quegli uditori stavano per ricevere

i costui detti con quella sollecitudine che narrossi degli Israeliti nel

raccorre la manna in mezzo al deserto. Scaldatosi a poco a poco, ne

divenne più chiaro il tuono, più espressivi i gesti, e parve che lo zelo

di religione trionfasse in lui de' difetti della natura; dipinse con

colori vivissimi lo squallore in cui giacea la Chiesa presbiteriana,

ch'ei paragonò ad Agar, studiosa di rianimare la vita del suo fanciullo

moriente fra le arsure delle vaste sabbie ove peregrinava.

Congratulatosi indi cogli ascoltanti della riportata vittoria, gli

esortò a non dimenticare giammai, come questa fosse il frutto della

protezione celeste, ed a continuare con passo franco e sicuro nella

carriera che Dio stesso aveva ad essi dischiusa.

Intantochè i due predicatori intertenevano di tal maniera l'esercito,

non si stava neghittoso Burley. Egli avea fatto accendere fuochi,

collocate scolte per ogni dove, ordinate scoperte, e s'era procacciato

vettovaglie dai villaggi i meno lontani. Spedì messi da diverse bande

affinchè divulgassero gli ottenuti buoni successi, e al fulgor di essi

inducessero tutti i partigiani di quella causa a chiarirsi; finalmente

inviò bande ne' dintorni, le quali o per amore o per forza

s'impadronissero di quanto poteva essere necessario al sostentamento

dell'esercito. La qual cosa gli tornò oltre ogni concetta speranza,

perchè la gente messa da lui s'appropriò nel più vicino villaggio d'un

magazzino ricco e di vittuaria e di foraggio e di munizioni da guerra

che posto vi aveano le truppe reali; nuovo incoraggiamento ai Puritani:

talchè mentre poche ore dianzi alcuni d'essi sentiano affievolire

l'ardore del loro zelo, non eravi ora un sol combattente che non

giurasse di non dimettere le armi prima d'avere riportato un compiuto

trionfo.

Enrico Morton seduto presso un dei fuochi accesi all'intorno, si nudriva

intanto della parte toccatagli nella distribuzione di cibo fatta

all'esercito, e pensava al partito cui avrebbe dovuto attenersi,

allorquando gli giunse a fianco Burley seguito dal giovine ministro, che

avea pronunziato il secondo sermone.

»Enrico Morton! con tuon risoluto il puritano duce gli disse, il

Consiglio di guerra, persuaso e convinto che il figlio di Silas Morton

non può mai essere o tepido o indifferente per riguardo alla buona

causa, vi ha nominato uno fra i capitani del suo esercito, e vi

conferisce il diritto di sedervi in consiglio, e quanta autorità è

addicevole ad un ufiziale scelto a comandare milizie cristiane.»

»Sig. Burley, Morton rispose, son grato, qual debbo esserlo, a questa

prova di fiducia che in me vien riposta. Niuno certamente potrebbe a

buon diritto maravigliare, se le ingiustizie cui soggiace il mio

sfortunato paese, quelle alle quali ho soggiaciuto io medesimo, mi

commovessero a prender l'armi in difesa della libertà civile e della

libertà religiosa, ma prima di accettare in mezzo a voi un comando,

desidero mi facciate conoscere alquanto meglio con quai dettami vi

comportiate.»

»Con quai dettami? E potete sol chiederlo? Non vi è noto che è nostra

mente rifabbricare il tempio, dar ricovero ai santi, annichilare gli

schiavi del peccato?»

»Permettetemi confessarlo francamente, sig. Burley: questo genere di

linguaggio, che può tanto sopra molte persone, è perduto affatto per me:

egli è bene lo sappiate, prima che segua fra noi una più stretta

alleanza.»

All'udir tal risposta il giovane ministro mandò un sospiro, che

s'accostava molto ad un gemito.

»Vedo, o signore, che non vi va a genio la mia risposta. Ma forse ancora

non l'avete bene intesa. Io rispetto la Santa Scrittura al pari di

chicchessia, ed è anzi per una conseguenza di tale rispetto, che mentre

son premuroso di conformare ad essa la mia condotta, non credo mi

aspetti il citarne i testi ad ogni momento, correndo anche rischio di

snaturarne il vero significato.»

Quel ministro di nome Efraim, parve scandalezzato grandemente della

protesta fatta da Morton, e s'apprestava a confutarla, allorchè Burley

gli tolse la parola.

»Chetatevi, Efraim, e pensate che questi è un fanciullo avvolto ancora

ne' suoi pannilini. — Ascoltami, o Morton. Ti parlerò il linguaggio

della saggezza umana, poichè non sei ancora forte abbastanza per

intendere linguaggio migliore. Quai sono i motivi, pei quali

t'indurresti a sguainar la spada? Non sarebber forse la brama d'ottenere

la libertà della Chiesa e de' tuoi concittadini, l'amore di assicurare

alla patria quelle savie leggi che impedissero ad un governo arbitrario

la facoltà di confiscare gli averi, e di mettere in carcere i possessori

degli averi, comunque veruna sentenza non li condanni?»

»Sì certamente, rispose Morton, tali motivi renderebbero agli occhi miei

legittima la mia condotta.»

»Siam fuor di strada, esclamò Macbriar, conviene andare a dirittura alla

meta. La mia coscienza non mi permette venire ad accomodamenti col

mondo.....»

»Chetatevi, torno a dirvi, Efraim Macbriar,» indi continuò Burley

traendo in disparte costui. »La penso anch'io come voi, ma non vi siete

accorto sin questa notte che v'è dissensione nel consiglio? Credete

forse che non abbisogniamo del soccorso de' Presbiteriani moderati? O

volete che si disgiungano da noi, quando possiamo affezionarli col

metterli sotto un capo della loro fazione?»

»Ti replico che questi riguardi non mi vanno a' versi. Dio può operare

la liberazione del suo popolo col ministero di pochi eletti come se

fossero molti.»

»Va' dunque a far le tue rimostranze al consiglio. Sai pure ch'egli

decise di manifestarsi in modo da contentare tutte le classi di

Presbiteriani. Non mi star dunque ad impedire di guadagnare a noi tal

giovinetto, il cui solo nome farà uscir di terra intere legioni a

sostegno della buona causa.»

»Opera come credi. So bene che sei divorato dallo zelo della causa del

Signore; ma non ti dimenticare che _chi non è per me è contro di me_.

Addio. Non assisterò più lungo tempo a conciliaboli, ove si fan

campeggiare principj mondani.»

Spacciatosi in tal guisa dall'indomabile predicatore, Burley venne a

raggiugnere il suo proselito; ma prima di procedere oltre, giudichiamo

prezzo dell'opera dar meglio a conoscere ai nostri leggitori il

personaggio di questa scena.

Iohn Balfour di Burley che apparteneva ad una buona famiglia della

contea di Fife, sortì coi natali agiatissimo patrimonio. Dandosi fin da'

primi anni alla professione dell'armi, passò la sua giovinezza fra ogni

genere di sregolamenti. Cresciuto negli anni, divenne per ambizione uno

de' Puritani più ardenti che noverasse la Scozia, ed era sola meta de'

suoi desideri il divenir capo supremo di tale setta. Per conseguir

questo fine fu continuo nel frequentarne le assemblee. Notissimo pel

paese, ovunque si faceano sentire sommosse, certamente egli vi si

trovava. Ardito nell'intraprendere, pronto nell'eseguire, propenso agli

espedienti suggeriti dalla violenza, ei riscaldava l'entusiasmo degli

altri, e finalmente ne fu compreso egli stesso, benchè non gli sia mai

mancata l'accortezza di assoggettare questo entusiasmo medesimo ai

consigli della politica.

Tutti riguardavano, come più di tutto, opera di lui, la vittoria testè

riportata; nondimeno trovavasi ancor lontano dal grado cui aspirava la

sua ambizione, ed erane motivo la diversità d'opinioni che tenean

discordanti fra loro i settarj. I più violenti fra i Puritani

approvavano l'assassinio del primate della Scozia, del quale assassinio

Burley era stato primario autore. I Presbiteriani moderati al contrario,

benchè s'accordassero in riconoscere nell'arcivescovo l'antesignano dei

loro persecutori, biasimavano altamente coloro che l'avevano ucciso, e

tale uccisione qualificavano misfatto meritevole di gastigo. I primi

condannavano come prevaricatori que' Presbiteriani e ministri che

acconsentirono sottomettersi alle leggi e alle regole del governo.

Innanzi gli occhi di costoro Carlo II era un Saul, un Ocozia, e

anelavano sottrarsi alla soggezione d'un tale sovrano. I secondi

riconoscevano l'autorità legittima del re, e si limitavano a chiedere la

libertà di coscienza, e il termine del governo militare da cui si

dicevano oppressi. Come ognun vede pertanto, gravi erano i germi di

dissensione in questa setta; cagione per cui Burley desiderava condurre

nelle file de' sommossi Enrico Morton, perchè non se ne sciogliessero i

Presbiteriani moderati, presso i quali durando tuttavia cara ed onorata

la rimembranza del colonnello Silas Morton, era da supporsi che

obbedirebbero di buon grado al figlio di questo ufiziale. Egli avea per

altra parte qualche speranza di condurre a proprio grado la mente del

giovinetto, e di procacciarsi per cotal via una preponderanza su i

moderati, quanta ne avea su i fanatici. A questo fine ei vantò dinanzi

al consiglio di guerra, del quale Burley era l'anima, l'ingegno e le

buone qualità di Morton, sicchè facilmente vinse il partito di farlo

nominare uno de' capitani di quell'esercito.

Gli argomenti poi, de' quali si valse onde Enrico accettasse una

commissione sì pericolosa, furono accorti non men che incalzanti.

Burley, senza negare di conformarsi in tutto alle massime

dell'energumeno predicatore da cui si era disgiunto, addusse che nello

stato di crisi in cui la bisogna pubblica era caduta, lievi diversità

d'opinione non doveano impedire ai veri zelatori della propria patria il

prendere di concerto l'armi per procurarle salvezza, nulla altro

rilevare in quell'istante fuorchè la necessità di sottrarre il paese al

giogo impostogli dal militar dispotismo, esser indispensabile cosa il

profittare del conchiudente vantaggio riportato allora nell'armi; appena

divulgatosi questo, sarebbersi sollevate in lor favore tutte le contee

occidentali della Scozia; divenire finalmente colpevole verso della

nazione chiunque, rattenuto da indifferenza o da tema; avesse ricusato

di cooperare al trionfo d'una causa sopra quante ve ne fossero giusta.

Morton, già per natura fornito d'indole altera e avidissima

d'independenza, non avea d'uopo di molta spinta per collegarsi ad

individui tratti a sommossa dal solo scopo, a quanto appariva, di

ricuperare alla natale contrada que' diritti e que' privilegi di cui

l'avea spogliata la prepotenza. Certamente ei temea e sulla pochezza

delle forze che impresa sì vasta dovevano sostenere, e sulla idoneità

de' capi creati a condurla, ne' quali non credea ravvisare nè grandezza

d'animo, nè generosità consentanee a tant'uopo; ma per altra parte,

caduto già in sospetto al governo, non vedea più sicurezza per se

medesimo ove tornato fosse presso lo zio, e gli mancavano i modi per

ritrarsi in terra straniera. Tutte le cose pertanto collimavano a

rendergli accette le proposte fattegli da Burley. Pure nell'atto di

annunziare ad esso che avrebbe assunto l'offertogli grado, pose a tale

accettazione una specie di clausola.

»Son pronto, diss'egli, ad unire i miei deboli sforzi a quelli de'

vostri compagni per liberare il mio sfortunato paese dalla tirannide che

l'opprime: ma badate a non prendere abbaglio sulle mie intenzioni. Io

condanno apertamente l'azione che ha dato origine a questa lega, e se

fra voi prevalesse l'avviso di continuare ancora in tai generi

d'atrocità, non v'immaginaste mai che io acconsentissi a farmene

compartecipe.»

Tutto il sangue rimontò sul volto a Burley. »Voi intendete parlare della

morte dell'arcivescovo!» gli rispose nascondendo, quanto il potè,

l'agitazione del proprio animo.

»Appunto.»

»E che cosa monta, se un persecutore della Chiesa, fattosi le mille

volte meritevole di morte, cade sotto la scure della legge, o sotto il

ferro dello strumento suscitato dalla giustizia divina per liberare da

uno scellerato la terra? Spetta forse agli uomini il pronunziare

giudizio su d'una azione che è frutto d'un'ispirazione superna?»

»Non m'arrogo io qui farmi giudice; e mi basta che le mie massime vi

sian note; e vi dico perciò che i vostri ragionamenti non mi vanno a

grado. Un delitto è sempre delitto ai miei occhi, nè crederò mai che il

cielo possa inspirarlo. Desidero adunque che ben comprendiate, com'io

intenda collegarmi ad uomini che facciano una guerra giusta e leale,

conforme alle leggi ammesse in casi simili da tutti i popoli venuti a

civiltà, e scevra di ladroneggi e di tradimenti.»

Si morse le labbra Burley, che durò grande fatica a rattenere il proprio

risentimento. Risoluto cionnullameno a trar Morton nella propria

fazione, celò ogni disgusto, e con tuono di calma rispose. »Non ho fatto

mistero della mia condotta più agli occhi degli uomini che a quelli di

Dio. Il mio labbro non negherà le cose operate dalla mia mano, e

sosterrò la mia innocenza, sia coll'armi, sia al cospetto de' tribunali,

sia sul patibolo, sia nel giorno del giudizio finale; non quindi perderò

l'opera a convincere un uomo che non ha per anco aperti gli occhi alla

luce. Senza protrarre pertanto una inutile discussione, esaminate

soltanto, o Morton, se volete divenire nostro fratello di armi, e quando

il vogliate, venite meco al consiglio di guerra, ch'or dee deliberare su

i modi di profittare della riportata vittoria.»

Morton seguì silenzioso Burley, poco soddisfatto del nuovo collega

acquistato, inquieto su i veri motivi che spronavano gli altri duci di

sì fatta impresa, e pien di paura che la volessero sostenere con

provvedimenti alieni affatto dalle massime d'un uom d'onore.

I Puritani di Scozia, vol. 2 · 第 4 / 19 题