Il tempo continuava a passare; il cielo e la natura mutavano secondo la
volontà delle stagioni, ma non mutavano aspetto le persone e le cose del
paesello. In inverno Giovanna diede alla luce una bambina rachitica,
livida, che piangeva sempre. Venne da Nuoro, appositamente per tener a
battesimo la povera creaturina, il dottor Porru, o dottor _Pededdu_ come
continuavano a chiamarlo.
Quando egli arrivò, in carrozza, tutto intabarrato che pareva un
fagotto, col visino roseo sorridente, molte persone corsero a vederlo.
Egli distribuì saluti e sorrisi quanti ne vollero; a varii amici di
Brontu, andati ad incontrarlo, disse di averli veduti a Nuoro, di che
essi si compiacquero assai: uno però disse di non esserci mai stato.
— Fa lo stesso, — rispose il piccolo avvocato, — ci verrai anche tu.
Era un brutto augurio, perchè per lo più quegli uomini andavano a Nuoro
per affari di giustizia; tuttavia l'amico di Brontu si compiacque.
Quando zia Bachisia vide l'avvocato, ritornò nella sua antica idea
ch'egli assomigliasse ad una _magìa_; e quando il giovane si tolse il
tabarro, lo scialle e le altre cose che lo involgevano, la vecchia
cliente gli disse che s'era ingrassato assai.
— Questo è niente! — egli disse: e tutti risero come matti.
Il battesimo fu fatto con gran pompa. Forse unica volta in vita sua, zia
Martina aveva slargato i cordoni della borsa, facendo venire da Nuoro
vini e dolci squisiti; ma la notte non dormiva, ed il giorno viveva in
ansiosa attenzione, per la paura che qualcuno toccasse la roba.
Il giorno del battesimo Giovanna si alzò ed aiutò la suocera a fare i
maccheroni per il pranzo d'uso: poi tornò a letto, ma vi rimase seduta,
appoggiata ai cuscini, con la coperta fino alla cintola, e dalla cintola
in su vestita della camicia e del corsetto da sposa. Aveva anche la
cuffia di broccato ed il fazzoletto da sposa; era un po' esangue, ma
bella, con gli occhi più grandi del solito.
Nella camera fu apparecchiata la mensa, per la quale zia Martina trasse
dall'arca le tovaglie di lino che non avevano più visto la luce dopo che
erano state acquistate.
Il battesimo si fece verso le undici, una mattina freddissima e
nebbiosa. Dal cielo candido cadeva, intorno intorno al paesello, un
fitto velo bianco; le straduccie erano deserte, sparse di pozzanghere
agghiacciate che sembravano frantumi di vetro sporco: un silenzio
indescrivibile regnava sullo spiazzo davanti la casa dei Dejas, dove il
mandorlo disegnava la venatura nera dei suoi rami nudi sul candore
vaporoso della nebbia.
Ma d'un colpo lo spiazzo si animò; una torma di monelli infagottati in
pelli e stracci, con certe cuffie rosse frangiate, con vecchie scarpe
più grosse dei corpicini dei personaggi che le calzavano, si sparse per
lo spiazzo; qua e là apparvero gruppi di persone, specialmente di
donnine freddolose che starnutivano, tossivano e puzzavano di fumo e di
fuliggine.
Apparve il corteo del battesimo.
Precedevano due bambini che sostenevano con grave importanza due ceri
intorno ai quali fiammeggiavano dei nastri rossi. Poi veniva una donna
che teneva fra le braccia la neonata, coperta da scialli e da un drappo
di broccato verdolino simile allo stendardo di San Costantino. E poi il
padrino, col suo pastrano e lo scialle bianco e nero dal quale emergeva
il visetto roseo, inalterabilmente beato. La madrina, una delle figlie
di zia Martina, giovine altissima dal viso lungo lungo, che pareva
un'ombra di persona nell'ora del tramonto, doveva curvarsi per parlare
col padrino. A fianco veniva Brontu, sbarbato, felice. Dietro seguiva un
gruppo di parenti ed amici, che camminavano a passo di marcia,
producendo uno scalpitìo da cavalli: ed in ultimo, freddolosa, con un
vassoio sotto il braccio e le mani entro le spaccature della gonna, di
tanto in tanto tirando fuori la lingua per leccarsi un umor acqueo che
le calava dal naso livido, veniva la servetta della madrina.
I monelli fecero ala al corteo, aspettando, guardando avidamente il
padrino. Anch'egli cominciò a guardarli, sorridendo, salutandoli
comicamente.
— Da bravi, da bravi! Che cercate, animalucci invernali?
— È zoppo! — disse un ragazzo.
— Sta zitto; altrimenti non dà nulla.
Il corteo passava; il viso dei ragazzetti s'allungava: alcuni
s'irritavano, altri stavano lì lì per piangere.
— Zop... — cominciò a gridare uno, ma non finì. Il padrino aveva
lanciato in aria un pugno di monetine di rame. Tutti i monelli si
gettarono sopra le monete, urlando, aggruppandosi, incalzandosi,
pestandosi, cadendo per terra, travolgendo la servetta che cominciò a
imprecare ed a distribuire calci e pugni più numerosi delle monete. La
pioggia di rame ed in conseguenza l'assalto dei monelli, che crescevano
sempre più di numero, proseguì fino all'arrivo del corteo alla
chiesetta, dove prete Elias aspettava, scambiando qualche parola col
sagrestano vestito di rosso.
Costui aveva paura che prete Elias, con la sua nota indulgenza,
accompagnasse a casa la neonata, mentre nel paesello usavasi far ciò
solo quando i genitori del battezzando erano uniti anche col vincolo
religioso; e lo incitava ad esser severo con Brontu Dejas, coi padrini,
con tutti.
— La vossignoria, — diceva, — non accompagnerà certo a casa la bambina.
No. È quasi una bastarda; non deve ricevere onori.
— Va a guardare se giungono, — disse il prete.
— Non si vedono, no. La vossignoria non andrà?
— E tu andrai? — chiese il prete con un fine sorriso.
— Il mio è un altro affare: io vado per avere i dolci, non per fare
onore a quella gentaglia.
Poco dopo arrivò il corteo, e la cerimonia cominciò: la bambina, appena
le fu denudata la testolina calva e rossa, cominciò a piangere con un
belato di capretto rauco: il padrino teneva il cero acceso e sorrideva,
cercando di rammentarsi bene il _Credo_, perchè Giovanna l'aveva
scongiurato di recitarlo coscienziosamente onde il battesimo riuscisse
valido.
Quasi tutti i monelli erano penetrati in chiesa, producendo un brusìo da
topi; scacciati silenziosamente dal sagrestano uscivano e rientravano.
La servetta col vassoio e la donna che aveva recato la bambina sedettero
sui gradini di un altare, aspettando ansiose la mancia del padrino.
Finita la cerimonia, data la mancia, rivestita la bambina, fuvvi un
momento di inquieta attesa per parte di Brontu e degli amici. Prete
Elias era andato in sagrestia a spogliarsi: sarebbe egli tornato?
avrebbe accompagnata a casa la bambina?
Egli non tornò. Ed il corteo se n'andò alquanto melanconico, seguìto dal
sagrestano trionfante, al quale Brontu aveva una pazza voglia di dare,
invece dei dolci, una buona dose di calci.
La gente s'affacciava per vedere il corteo, e molti visi, specialmente
di donne, sorridevano con malignità non vedendo il prete. Puh! pareva un
battesimo da bastardo.
Giovanna, sebbene non aspettasse il sacerdote, si fece ancor più esangue
quando il corteo invase la camera; e baciò tristemente la bambinuccia
violacea, sembrandole che funerei augurii gravassero sulla povera
creaturina.
— Ho ricordato il _Credo_ dalla prima all'ultima parola, — disse il
padrino. — Allegra, comare mia! La vostra bimba sarà un portento, alta
come la madrina, e allegra come il padrino!
— Purchè sia fortunata come il padrino! — mormorò Giovanna.
— Ed ora a tavola! — esclamò il giovine avvocato battendo le mani. — Un
bellissimo uso, questo, parola d'onore: bellissimo.
Battè ancora le mani, come si battono per richiamare i bambini; e subito
tutti si misero a tavola, davanti ai maccheroni, ai quali seguì un
magnifico porchetto arrostito che esalava aroma di rosmarino.
Pochi giorni dopo un avvenimento strano, però non insolito, succedeva ad
Orlei.
Vicino alla casa di Isidoro Pane c'era un antico concio che il tempo
aveva quasi pietrificato; strane erbe pallide, steli d'un verde quasi
bianco, gramigne melanconiche lo coprivano; sembrava un rialzo qualunque
e non esalava più odore.
Una sera sull'imbrunire, Isidoro Pane, mentre preparava la cena, udì del
chiasso dalla parte del rialzo, — chiamiamolo così — e s'affacciò alla
porticina per guardare.
Il crepuscolo era freddo, verdognolo e luminoso. Un gruppo di persone,
per lo più donne, nere sull'aria limpida, s'avanzava verso il rialzo,
suonando e cantando. Isidoro capì di che si trattava e andò incontro al
gruppo. Le donne, una ventina tra vecchie e giovani, cantavano a mezza
voce e con tono saltellante eppur melanconico, una bizzarra canzone, o
meglio uno scongiuro contro il morso della tarantola, accompagnate dal
suono monotono d'uno strumento primitivo, chiamato _serraia_, specie di
cetra con la cassa formata da una vescica di maiale secca.
Un giovinetto mendicante, pallido e cieco, stranamente vestito con abiti
da donna laceri e sporchi, suonava il bizzarro strumento.
Altri tre uomini si distinguevano nel gruppo, ed in uno di essi, dal
volto acceso e febbricitante, con una mano fasciata, Isidoro Pane
riconobbe Giacobbe Dejas.
Il pescatore si avanzò, si mischiò al gruppo, toccò con un dito la mano
fasciata del servo, mentre Giacobbe lo fissava con occhi pieni di
profondo terrore.
— Hai paura di morire? Per un morso di tarantola? che, che! — disse zio
Isidoro sorridendo.
Le donne cantavano sempre: erano sette vedove, sette maritate e sette
ragazze. Tra le vedove c'era la sorella di Giacobbe, che gli veniva a
fianco, rosea e fresca nonostante il grave dolore che la opprimeva; la
sua vocina sottile e stridente come il canto d'un grillo emergeva,
saltellante, fremente, al di sopra di tutte.
— Egli sta male, — disse piano ad Isidoro uno degli amici che
accompagnavano Giacobbe.
— Ah! — esclamò il pescatore, facendosi serio.
Le donne cantavano sempre questo strano scongiuro:
— Santu Pretu a mare andei,
Ses jaes nde li rughei;
E li rispondent Deu:
It' às, Pretu meu?
— A ssu pè m'at datu mossu,
A ssu coro, a ssu dossu.
— Lea s'ispina trista,
E ponebila pista,
E ponebila tres dies
Chi Petru sano sies.
Tarantula 'e panza pinta,
Chi fattesit fiza istrinta,
Fiza istrinta fattesit,
Una pro monte nde lassesit;
Una pro monte, una pro bbacu,
Mòlthu m'àsa e mòlthu t'àpo[9].
[9]
San Pietro al mare andò,
Le chiavi dentro gli caddero;
E gli risponde Dio:
— Che hai, Pietro mio?
— Al piè mi ha morsicato,
Al cuore, al dorso.
— Prendi la spina triste
(_ispina trista o santa_, della quale si fece
la corona di N. Signore: le foglie di questa pianta
in Sardegna sono dal popolo usate per medicamenti)
E mettitela pesta,
E mettitela tre giorni,
Talchè, Pietro, sii sano. —
Tarantola del ventre dipinto,
Che fece figlia stretta,
Figlia stretta fece,
Una per monte ne lasciò,
Una per monte, una per valle,
Ucciso m'hai e t'ho ucciso.
Intanto il gruppo s'era avvicinato al rialzo; i due uomini, che erano
armati di zappe, cominciarono a scavare un fosso, e Isidoro rimase
vicino a Giacobbe, fra le donne che cantavano e il cieco che suonava.
Giacobbe taceva e guardava l'opera dei due amici: Isidoro invece fissava
il malato; gli sembrava un altro, tanto era cambiato, col viso rosso,
infiammato, solcato da una espressione di sofferenza nervosa, e i
piccoli occhi, già così furbi, sotto le sopracciglia nude, velati da una
puerile paura della morte. Finito l'ultimo verso, le donne
ricominciavano dal primo, e il suono della strana cetra ripigliava il
motivo stridente e monotono, che assomigliava al ronzio di molte api
volanti.
Aliti di vento gelato venivano dal lucido occidente, passando come lame
taglienti sul volto delle persone radunate sul rialzo: il cielo era d'un
azzurro violaceo, ma calava e stendevasi verdognolo come un lago dove il
sole era scomparso. Una tristezza immensa riluceva nel freddo
crepuscolo, sull'altipiano già nero, sul paesello nero, su quel gruppo
di persone nere che compievano un rito superstizioso con fede da
selvaggi idolatri[10].
[10] C'è un principio scientifico in questa strana usanza di
sotterrare in un concio o di introdurre in un forno tiepido i
morsicati dalla tarantola, il cui veleno produce una specie di
intossicamento che si può scacciare facendo sudare abbondantemente
il malato. Il sotterramento, i cattivi odori provocanti la nausea,
il caldo del forno, fanno senza dubbio sudare il malato, ma il
popolino, dimenticato il principio scientifico per la
superstizione, converge in male ciò che forse un tempo riusciva in
bene. Il caso qui riprodotto mi fu narrato come realmente avvenuto
e pur troppo non unico.