L'indomani verso le dieci cominciarono in chiesa le funzioni religiose.
Cominciavano così tardi perchè s'era dovuto aspettare l'arrivo di un
giovine sacerdote nuorese, amico di prete Elias, che veniva per fare,
_gratis_, un panegirico al popolo di Orlei. Questo panegirico costituiva
un grande avvenimento: quindi alle dieci la chiesetta era già gremita di
folla variopinta. Già la chiesa per sè stessa vibrava dei più vivi
colori: fascie d'un turchino stridente solcavano le pareti rosee; il
pulpito era in legno giallo, i santi, dalle nicchie rosee, splendevano
biondi e rossi come santi teutonici. Soltanto San Costantino, il santo
Protettore, vestito da guerriero, aveva un viso bruno e severo; e nel
paese esisteva la leggenda che quest'antica statua, alla quale si
attribuivano dei miracoli, era stata scolpita da San Nicodemo.
Dalla porta spalancata su uno sfondo d'azzurro abbagliante penetrava un
torrente di luce violenta che passava sulla folla inondandola di
pulviscolo luminoso. In fondo l'altare restava quasi buio, nonostante
un'M di ceri ardenti, le cui fiammelle immobili parevano freccie d'oro
sorgenti da bastoni di legno bianco. Prete Elias celebrava la messa; ed
il suo piccolo amico, in camice di merletto, e con un visetto bruno da
bambino furbo, cantava a gola spiegata. Il popolo si meravigliava che il
piccolo prete cantasse pur dovendo far la predica; molti erano venuti
apposta per sentirlo, e tutti, poi, a dir la verità, ascoltavano la
messa con poca divozione, chiacchierando e guardandosi curiosamente a
vicenda. Bisogna però aggiungere che un caldo soffocante e innumerevoli
invisibili insetti molestavano la folla. Ad un tratto prete Elias, dopo
aver cantato il Vangelo, volse al popolo il viso pallido e tranquillo, e
le sue labbra si mossero.
Giusto in quel momento apparve sull'azzurro fiammante della porta la
figura di Giacobbe Dejas. Il suo viso satirico aveva un'aria trionfante.
Vedendo che il sacerdote parlava, il servo si fermò sul limitare della
porta, con la lunga berretta nera fra le mani; ma non udì niente. Allora
si avanzò e domandò a bassa voce ad un vecchio dalla barba gialla:
— Cosa ha detto?
— Io non ho sentito, — rispose il vecchio irritato. — Fanno chiasso come
si trovassero in piazza.
Un giovine, roseo, dai capelli neri dritti e dal naso greco, si volse,
guardò Giacobbe, e vedendolo vestito a nuovo, pulito, trionfante,
sorrise malignamente.
— Ecco, — disse, — credo che prete Elias abbia detto che l'altro prete
ora fa il panegirico.
— L'hai sentito tu? — chiese il vecchio irritato.
— Io non ho udito niente.
Giacobbe andò avanti, ficcandosi fra gli uomini, che si voltavano a
guardarlo. Improvvisamente un gran silenzio si fece nella folla: gli
uomini si ritirarono verso le pareti; le donne sedettero per terra. E
nel mezzo della chiesa, nel fiume di luce perlata che la attraversava,
apparve una specie di letto di legno azzurro, vigilato da quattro
angioletti rosei con le ali verdi che parevano quattro farfalle. Entro
questo letto, sopra cuscini di broccato, posava distesa una piccola
Madonna con gli occhi chiusi. Anelli d'oro, orecchini e collane
brillavano sul suo vestito di raso bianco. Era l'Assunta.
Sul pulpito apparve il visetto bronzino e furbo del piccolo prete.
Giacobbe Dejas lo guardò fisso, poi si volse di fianco, parando
l'orecchio destro per sentir meglio.
— Abitanti di Orlei, fratelli e sorelle, — disse una voce infantile ma
sonora, — chiamato a farvi un piccolo discorso in questo giorno solenne,
io...
A Giacobbe piacque questo esordio, ma siccome ci sentiva benissimo anche
senza parar l'orecchio, tornò a voltarsi e cominciò a esaminar la gente
ed a parlare fra sè, pur non perdendo una parola della predica.
— Ecco là Isidoro Pane; che il diavolo gli tiri le orecchie, è vestito
di nuovo anche lui. Che pensi ad ammogliarsi anch'egli? Eh, oh! Quel
giovinetto rosso, là in fondo, ha riso di me, vedendomi allegro e
vestito di nuovo, perchè si dice che io voglia prender moglie. Ebbene, e
se la voglio prendere? Che vi importa, cani rognosi? Non la posso
prendere? Ho una casa, ora, e del bestiame[7]. Ed anche voi avete del
bestiame, ma soltanto in testa. Eh, eh! Mia sorella morrà senza eredi,
che Dio la benedica, eccola là; è piccola e rosea e lucente come una
pupattola. Chi direbbe che è più vecchia di me? Essa vuole che io mi
ammogli. Sta benissimo, mi ammoglierò; ma con chi? Io sono di difficile
contentatura; eppoi ho paura. Ho paura, ho paura, con questa nuova
legge; che il diavolo vi scortichi, uomini della giustizia, chi oramai
si può più fidare nel mondo? — Ecco là il mio giovine padrone, eccolo
là, col suo viso di peccato mortale. Che viene a fare qui? Perchè non lo
bastonano? Perchè non lo cacciano via come un cane? Ed anche
quell'uccello rapace di sua madre, la vecchia cavalla, è lì, è lì!
Perchè non li cacciano via?
[7] Molti servi, in Sardegna, possiedono bestiame per conto loro;
e lo mescolano a quello del padrone, — col quale in tal modo
diventano soci, — o lo affidano ad altro pastore, col quale
dividono la rendita.
« — Ah, — pensò poi, — è giusto; se si dovessero cacciar via tutti
coloro che hanno peccato, la chiesa resterebbe vuota. Ma quelli lì! Ah,
quelli lì! Io li odio, io li bastonerei a sangue. Eppure io non sono
cattivo, ecco, oggi son tornato tardi perchè prima ho riparato i danni
che l'acquazzone di ieri sera ha recato all'ovile. Poi son tornato:
trovo Giovanna che prepara il pranzo: è sporca, sofferente, melanconica.
Per lei non c'è festa. Madre e figlio sono usciti: ella, la serva,
rimane in casa e lavora. Ben ti sta, crepa, donna perduta! Eppure mi fa
pietà quella donna, ecco, che Dio mi assista, mi fa pietà. Io le ho
detto delle male parole: ella non rispose. Eppure, dopo tutto, ella è la
padrona ed io il servo. Uccellino di primavera, che colpa ne ho io se ti
insulto? Non ti posso vedere, eppure mi fai pietà, ecco tutto. Oh,
ascoltiamo ciò che predica questo prete che sembra un passero. Sì, un
passero che canta sul nido, eccolo là».
— Fratelli, sorelle carissimi, — con quel molle dialetto logudorese che
somiglia allo spagnuolo, diceva il giovinetto sacerdote agitando le
piccole mani pallide, — la fede in Nostra Signora è la più sublime ed
ideale delle fedi. Ella, la soavissima donna, figlia, sposa e madre di
Nostro Signore, salì al cielo, radiosa e fragrante come nuvola di rosa,
e siede gloriosa fra gli angeli e i serafini...
— Ecco là prete Elias, — pensava Giacobbe, volgendo verso l'altare i
suoi occhietti obliqui che nella luminosità della chiesetta parevano di
metallo, — eccolo là con le mani giunte, eccolo là quel prete di latte
cagliato. Egli non sa far altro che predicar la bontà; eppure egli
possiede i libri sacri e potrebbe fulminare la gente. Ah, se egli avesse
minacciato Giovanna Era! Pare che egli sogni, ora...
— ... nessuno mai disse di non aver ottenuto la grazia chiesta con vera
fede a Nostra Signora Santissima. Ella, il giglio delle valli, la
mistica rosa di Gerico... — proseguiva il piccolo predicatore, ritto sul
pulpito giallo.
Ma la gente cominciava a stancarsi; le donne, raccolte per terra come
ranuncoli e papaveri sparsi al suolo, s'agitavano, si voltavano, non
davano più retta: il giovine prete capì e terminò la predica benedicendo
quel popolo di pastori che aveva ascoltato la parola di Dio pensando ai
propri affari ed a quelli degli altri.
Allora prete Elias si scosse dal suo sogno e riprese la celebrazione
della messa. Egli soltanto e Isidoro Pane, forse, avevano ascoltato
intensamente la predica; e finita la messa il pescatore cominciò a
cantar le laudi con la sua voce sonora, che sembrava un torrente d'acqua
limpida scorrente fra le balze solitarie, rosee di fiori di musco.
Il giovine predicatore ascoltava estatico quella voce sonora e intonata,
e la figura di Isidoro, di quel vecchio dalla lunga barba e dagli occhi
dolci, col rosario d'osso intrecciato alle dita nodose, gli ricordava
certe figure di pellegrini del Both che egli aveva visto a Roma.
Lo volle conoscere, e prete Elias fermò il pescatore all'uscita di
chiesa. Giacobbe guardava: vedendo l'amico fermo coi sacerdoti ne
provava un'invidia da non dirsi. Lo attese in mezzo alla piazza e gli
disse:
— Che una palla vi trapassi le ghette, cosa vi hanno detto quelli lì?
— Mi volevano a pranzo con loro, — disse Isidoro non senza una certa
vanità.
— Ah, vi volevano a pranzo con loro? Uccellino di primavera, siete
diventato un personaggio, a quanto pare! Ecco, venite con me...
— Dai Dejas?... Mai! — disse Isidoro, spaventato.
— No; oggi io non mangio le patate di quelle pelli del diavolo. No. Io
mangio in casa mia! Venite.
Lo portò a casa della sorella. Era mezzogiorno passato: il sole bruciava
le straducole ove il fango s'era disseccato; gli alberi svaporavano
sull'azzurro ardente del cielo e degli sfondi selvaggi. La gente tornava
a casa; il passo pesante dei pastori risuonava sui ciottoli, i bimbi
vestiti a festa guardavano dai muricciuoli; dalle porte spalancate si
scorgevano interni scuri di cucine dove riluceva, come medaglia enorme,
qualche casseruola di rame. Spire di fumo giallognolo serpeggiavano
sull'aria ossidata; il suono straziante di un organetto usciva a tratti
da un cortile, di solito disabitato, e pareva un suono che sgorgasse di
sotterra, prodotto dallo strumento di una vecchia fata melanconica.
Tutto il paesello aveva una insolita aria di festa, eppure quell'aria di
festa, quelle porticine spalancate, quelle spire di fumo, quei bimbi
impacciati nei vestitini nuovi, quel suono d'organetto, le casette
senz'ombra, in quell'ora di luce ardente, avevano qualche cosa di
supremamente melanconico.
Giacobbe condusse il pescatore dalla sorella, e pranzarono assieme. La
donnina, vedova e senza figli, adorava il fratello, anzi lo chiamava
ancora «fratellino mio». Del resto ella amava tutto il prossimo, e i
suoi occhi, un po' obliqui, di colore incerto, liquidi e puri come due
piccolissimi laghi illuminati dalla luna, parevan gli occhi di un bimbo
lattante. Ella non ignorava il male, ma si spaventava al solo pensiero
che gli uomini potessero commetterlo. Uno dei suoi più grandi dispiaceri
era stato il divorzio e il nuovo matrimonio di Giovanna, un po' sua
figliuola di latte, alla quale tuttavia aveva prestato i denari per il
corredo. Suo fratello la burlava sempre.
— Ecco il nostro amico Isidoro che vuol prender moglie: è venuto per
consigliarsi con te, — le disse.
— Che tu sii benedetto, Isidoro Pane, è vero che tu vuoi ammogliarti?
— Andate là! Andate là! — rispose bonariamente il pescatore.
— Ah, voi non volete ammogliarvi? — gridò Giacobbe, strappando coi denti
ancora forti un pezzo d'arrosto che teneva con ambe le mani. — Siete un
animale immondo. Ecco, germana mia, egli ha delle amanti.
— Questo non lo credo.
— Che tu mi veda in cielo se mento. Sì, egli ha delle amanti che gli
succhiano il sangue...
La donna e Isidoro risero, — un riso da creature innocenti, —
comprendendo che Giacobbe accennava alle sanguisughe.
Il servo cominciò a tagliuzzare la carne col suo coltello affilato,
tenendola fra i denti e la mano sinistra, e dicendo che sembrava
l'orecchia del diavolo tanto era dura. E quei due, ora che avevano
cominciato, ridevano per ogni piccola cosa. Giacobbe, però, non rideva:
non sapeva perchè, ma il buon umore di due ore prima era passato.
— Dopo vi condurrò a vedere il mio palazzo: fra giorni sarà finito e se
volessi affittarlo avrei già gli inquilini. Ma io non l'affitto. No:
andrò ad abitarlo io.
— Tu lascerai il servizio, dunque?
— Io lascerò il servizio, sì. Fra poco. Ho lavorato abbastanza. Sono
quarant'anni che lavoro, sapete? Sì, quarant'anni. Nessuno dirà che ho
rubato i denari coi quali vivrò la vecchiaia.
— Tu ti ammoglierai?
— Poh, chi mi vuole? Io stesso sputerei la donna giovine che mi
accettasse. E vecchie non ne voglio, no. Bevete, Isidoro Pane.
— Tu mi farai ubbriacare? Ebbene, sì, è festa. Alla salute degli sposi.
— Di quali sposi?
— Di Giacobbe Dejas e di Bachisia Era! — disse il pescatore, che
diventava allegro.
Giacobbe fece atto di gettarglisi sopra. — Io vi accoppo! — gridò, con
gli occhietti verdi d'ira.
— Ah! Ah! Ah! Assassino!
— Silenzio, sss... non son cose da dirsi, — disse zia Anna-Rosa.
Giacobbe bevette due bicchieri di vino e cominciò a ridere un po'
forzatamente, guardando la sorella e il pescatore.
— Ecco, maritatevi voi due! Isidoro Pane, mia sorella è ricca; eppoi non
vedi come è fresca? Sembra una bacca di rosa selvatica. Dicono che ella
abbia trovato un'erba meravigliosa e ne faccia un decotto che tiene
fresca la pelle.
— Che Dio ti benedica; tu sei così curioso! — disse la donnina.
— Sì, maritatevi. Io voglio. Mia sorella è ricca. Ciò che è mio è suo,
perchè io morrò prima di lei. Non so perchè, credo che morrò presto:
credo che debbano ammazzarmi...
— Va là; è il vino che oggi comincia ad ammazzarti...
— Fratellino mio, che dici tu? Per le animuccie del Purgatorio, cosa
dici tu? — esclamò atterrita la sorella.
— Tu non hai nemici, — osservò il pescatore. — Eppoi perisce di ferro
soltanto colui che di ferro ha ferito.
— Io ho ferito, — rispose Giacobbe, con accento grave, affondando la
bocca in una fetta d'anguria: — quante creature innocenti! Ah, voi non
capite? Pecore e agnelli! — poi sollevò il viso, rorido del roseo sangue
dell'anguria, e rise.
Dopo andarono a veder la casa nuova: era ad un piano, oltre il terreno;
in tutto quattro camere vastissime, una cucina e una stalla, ma ciò
bastava perchè Giacobbe, e tutti quelli del paese, la chiamassero
_palazzo_.
— Ecco questo, ecco quell'altro, — diceva Giacobbe, additando ogni buco;
ed il suo viso liscio, senza sopracciglia, ridiventava gioviale.
— Prendetevi mia sorella per moglie, — ripeteva. — Questa casa sarà
sua...
— Tu mi deridi, — rispose il pescatore; — perchè sono povero tu mi
deridi.
Egli camminava timidamente sul pavimento di legno; Giacobbe invece
batteva il tacco ferrato, compiacendosi a destar l'eco nelle grandi
stanze vuote, odorose di calce fresca.
Un momento i due uomini si affacciarono ad una finestra, il cui
davanzale di pietra ardeva al sole: e siccome la casa stava in alto,
apparve la visione del paesello bruno, come un mucchio di carboni
spenti, sotto il velo verde degli alberi; la pianura gialla, le grandi
sfingi d'un grigio violaceo dritte sul cielo ardente. La campana della
chiesetta suonava, suonava, e nella quiete del meriggio, azzurro e
ardente come fiamma, quel suono saltellante, fra di pietra e di metallo,
pareva venir da lontano da lontano, dal cuore di quelle sfingi, ove un
gigante spaccapietre lavorasse annoiato e sonnolento.
— Perchè dunque non volete sposare mia sorella? — riprese Giacobbe,
affacciato goffamente al davanzale. — Questa casa sarà sua, questa sarà
la camera da dormire; qui, in questa finestra, vi potrete affacciare,
uccellino di primavera, potrete fumare la pipa...
— Io non fumo. Lasciami in pace, — disse Isidoro con impazienza, poichè
le parole del servo cominciavano a fargli male.
— Io non scherzo, vecchia lucertola, — proruppe Giacobbe. — Ma voi siete
così pezzente che non potete neppure pensare che io non scherzo.
— Senti, — disse Isidoro, — oggi tu mi hai dato da mangiare, e per così
poco vuoi spassarti alle mie spalle. Ebbene lasciami tranquillo, se vuoi
che io ti resti grato.
Giacobbe lo guardò fisso, si mise ancora a ridere e gli disse:
— Andiamo a bere, ora.
Uscirono: Giacobbe s'avviò alla bettola, ma Isidoro non volle seguirlo,
dicendo che doveva recarsi in chiesa.
Il servo andò alla bettola e vi trovò Brontu ed altri che giocavano alla
morra con le braccia tese nervosamente, gridando i numeri con quanto
fiato avevano in gola.
Prima delle cinque, ora nella quale doveva cominciare la processione,
tutti erano ubbriachi. Giacobbe lo era più di tutti; pure s'arrogò il
dritto di prender sotto braccio il padrone, sembrandogli che Brontu
dovesse di momento in momento cadere. Poi invitò tutti quelli che si
trovavano nella bettola ad andar nel suo _palazzo_ per veder la
processione.
Poco dopo le grandi stanze vuote risuonarono di voci rauche, di risate
incoscienti e di passi malfermi; le finestre si spalancarono e si
riempirono di visi barbuti, rossi, selvaggi.
Giacobbe e Brontu s'affacciarono alla finestra dove s'era appoggiato il
pescatore: il sole era calato, ma il davanzale restava caldo; e sotto e
davanti la visione del paesello, della pianura e delle montagne,
appariva solcata da ombre sempre più allungantisi.
— Cu cu — gridò Brontu, arrotondando e sporgendo gli occhi.
Tutti lo imitarono, gridando a chi più poteva; le stanze echeggiarono,
la strada si popolò di curiosi, ed in breve una battaglia di pietruzze,
di sputi e di male parole si ingaggiò fra gli ubbriachi delle finestre e
gli ubbriachi della via. Ma improvvisamente si fece silenzio. S'udiva
una cantilena grave e melanconica avvicinarsi: ed ecco una doppia fila
di fantasmi candidi apparve in fondo alla strada, e sull'aria azzurra
brillò una croce argentea.
Gli uomini della strada si attaccarono in fila al muro, i visi delle
finestre si abbassarono; tutti gli astanti si tolsero la berretta.
Uno dei confratelli vestiti di bianco — per lo più erano ragazzi, ai
quali, finita la processione, si davano tre soldi e una fetta d'anguria,
— picchiò alla porta della casa nuova e passò oltre. Gli altri, che
venivano dietro, lo imitarono.
— Che voi siate maledetti, — disse Giacobbe, sporgendosi dalla finestra,
— maleducati! E vanno alla processione! — Voleva sputare su loro, ma
Brontu gli disse che non conveniva.
Ed ecco lo stendardo di broccato verdolino con cento nastri variopinti e
il bastone dorato: ed ecco la Madonnina Assunta nel suo letto portatile,
con gli occhi chiusi, con la veste coperta di collane e d'anelli che
parevano collane ed anelli dell'età del bronzo, vigilata dai piccoli
angeli verdi.
Ai quattro lati camminavano, oltre i portatori, quattro uomini in tunica
bianca, con quattro bambini vestiti da angioletti, quattro graziose
creature, due bionde e due brune, che chiacchieravano fra loro, gridando
per intendersi. Uno, solleticato sotto il ginocchio dall'uomo che lo
portava, rideva contorcendosi, con un'ala penzoloni.
Giacobbe, Brontu, i compagni, piegarono le ginocchia e si fecero il
segno della croce, guardando con tenerezza i quattro bambini.
Anche questi guardarono in su; uno riconobbe un suo zio alla finestra e
gli gittò un confetto rosso che ricadde sulla strada.
Prete Elias ed il piccolo sacerdote nuorese, vestiti di broccato e di
merletti, pallidi e belli al riflesso delle stoffe preziose che
indossavano, con le mani giunte e il viso composto, cantavano in latino.
— Che il diavolo ti fori la saccoccia, ecco quell'immondezza di Isidoro
Pane, — disse Giacobbe, agitandosi — ecco, sembra il padrone della
processione! Io lo sputo.
— Ferma! — impose Brontu.
Giacobbe raschiò per richiamare l'attenzione del pescatore, ma costui
non sollevò neppure gli occhi. Egli intonava le preghiere e la folla
rispondeva ad una sola voce.
Una massa di popolo variopinto riempì la strada, mentre la croce
argentea dileguavasi sullo sfondo: uomini a capo scoperto, teste calve
lucide di sudore, capelli neri unti, capelli neri ricciuti e lanosi, —
teste di donne coperte da grandi fazzoletti di lana fioriti, — un fondo
nero a macchie gialle, a righe rosse, a chiazze verdi, — il candore
delle camicie sui petti delle donne, — volti rosei, — mani rosee, —
occhi scintillanti, — labbra che si muovevano, — poi un vecchio zoppo, —
una donna con due bambine, — tre vecchie, — un fanciullo con un fiore
giallo in bocca, — riempirono la strada, — s'allontanarono, —
dileguarono coll'ondulare melanconico e grave della cantilena orante. Un
gatto mostrò le sue zampine, poi sporse il visetto bianco dai grandi
occhi azzurri, poi saltò e guardò sul muro in faccia alla casa di
Giacobbe.
— Troppo tardi! — gli disse Brontu, facendogli un cenno di saluto.
Tutti cominciarono a ridere e urlare: Giacobbe li pregò di andarsene, e
siccome gli amici non l'obbedivano, finse scacciarli con un bastone
sporco di calce. Allora quegli uomini fieri, robusti, selvaggi,
cominciarono a correr qua e là per le stanze, per la scala, spingendosi
per le spalle, rotolando, gridando, producendo un chiasso infernale,
ridendo come bambini; e proseguirono il giuoco anche nella strada, dopo
che Giacobbe ebbe chiuso a chiave la porta del suo palazzo: poi, tutti
assieme, ritornarono nella bettola.
Brontu ed il servo rientrarono a casa sull'imbrunire, sostenendosi a
vicenda.
Zia Martina stava nel portico, sola, con le mani sotto il grembiule:
recitava il rosario. Vedendo i due uomini non si mosse, non disse nulla,
ma scosse leggermente il capo, stringendo le labbra come per dire:
— Siete belli davvero!
— Dov'è Giovanna? — gridò Brontu.
— È da sua madre.
— Ah, da sua madre? Dalla vecchia arpia? È sempre là, maledetta!
— Non gridare, figlio mio!
— Io grido, perchè sono in casa mia! — egli urlò. E voltosi verso lo
spiazzo cominciò a gridare: — Giovanna! Giovanna!
Giovanna apparve sulla porta della casetta e si avviò attraverso lo
spiazzo con un'aria spaventata; ma a misura che ella si avvicinava, il
suo viso prendeva un'espressione di sprezzo e di disgusto.
Giunta davanti ai due uomini, li guardò con uno sguardo d'odio: Giacobbe
rideva fra sè e sè; Brontu aveva le orecchie rosse per l'ira.
— Che hai? una colica? — disse Giovanna.
— Può darsi che gli venga più tardi! — esclamò Giacobbe.
Brontu mosse convulsivamente le labbra, ma non riuscì a dir nulla, e
l'ira gli passò come era venuta, senza ragione.
— Ecco, ti voglio con me... — balbettò, — oggi non ci siamo veduti per
nulla... Cosa facevi da tua madre? Chi c'era?
— Nessuno, per l'anima mia! Chi vuoi che venga da noi? — diss'ella con
pungente amarezza.
— Può venire San Costantino... aaa daarvi unaaa poesiaaa... — canterellò
Giacobbe, con le labbra bavose. — Ah, tu non l'hai visto San Costantino?
Ebbene, ecco come è pazzo Isidoro Pane: non la vuole... non la vuole...
eeee...
— Zitto tu! — disse zia Martina. — Ed intanto l'ovile rimane
abbandonato! Così tu fai gli affari del padrone? Ah, razza maledetta!
Ladroni! — Giacobbe si alzò, pallido, rigido: Giovanna ebbe paura che
egli si gettasse contro la vecchia, e le si pose davanti.
Giacobbe tornò a sedersi, senza aprir bocca; ma egli aveva destato tale
terrore in Giovanna, che la giovine rimase vicina alla suocera in atto
di difesa.
Allora toccò a Brontu prendersela con la madre.
— Che modi son questi? — le disse, — voi trattate la gente come...
come... fossero bestie... tutti. Oggi, oggi, sì, oggi era festa. E se
colui s'è voluto ubriacare? Cosa ve ne importa?
— Io sono ubriaco di veleno! — disse Giacobbe.
— Sì, di veleno! E anch'io! — riprese Brontu. — Oramai sono stufo; sono
stufo di madri, di mogli, di... di... tutto, ecco. Io me ne vado, ecco.
Vado a stare nel suo palazzo. Dopo tutto siamo parenti, e... e...
— E dillo dunque! — urlò Giacobbe. — Tu conti sulla mia eredità! Ah! Ah!
Eh! Oh!
Ricominciò a ridere, un riso urlante, per dir così, che destava orrore.
Ed anche Brontu si mise a ridere; e voleva imitare il servo, ma il suo
sghignazzare pareva l'urlo d'una bestia allegra nel mese di maggio.
Allora Giovanna ebbe di nuovo paura: paura del buio incipiente, della
solitudine che gravava sullo spiazzo, della compagnia di quei due uomini
che il vino rendeva simili alle bestie, violenti e spregevoli. E le
parve che la scomunica fosse caduta su tutti loro; sul servo che
rivoltavasi ai padroni, sul figlio che insultava la madre, su lei,
Giovanna, che li odiava tutti.
Zia Martina s'alzò, entrò in cucina ed accese il lume: Giovanna la seguì
e preparò per la cena. Cenarono tutti assieme, e per un po' stettero
tranquilli; anzi Brontu cominciò a raccontare come aveva visto la
processione dalla finestra del _palazzo_ di Giacobbe, facendo sorridere
zia Martina per le pazzie che diceva, e volle accarezzare la moglie.
Ma Giovanna aveva il cuore colmo di fiele. Per lei la festa era passata
più triste delle altre giornate; aveva lavorato, non era stata in
chiesa, non s'era neanche cambiata di vesti; e nel solo momento che
s'era permessa di recarsi nella casetta dove aveva tanto sofferto, ma
dove pure aveva intensamente goduto, la avevano richiamata a urli, come
si richiama un cane al canile.
Respinse quindi le carezze di Brontu, e gli disse ch'era ubriaco.
Giacobbe ricominciò a ridere, ed il suo riso maledetto irritò viepiù
Giovanna, viepiù offese Brontu. Costui gridò:
— Perchè ridi, cane rognoso?
— Potrei risponderti che la tua rogna è molto ma molto peggiore della
mia. Però... però... voglio dirti che rido... ecco... rido perchè ne ho
voglia.
— Allora rido anch'io.
— _Castigati!_[8] — disse Giovanna con sprezzo. — Fate schifo.
[8] Scemi.
Allora Brontu proruppe: non ne poteva più.
— Che hai? — chiese a Giovanna, con voce sorda. — Si potrebbe saperlo?
Mi stai rompendo le tasche, sai? Io ti carezzo e tu mi insulti? Dovresti
baciar la terra dove io poso i piedi, invece! Hai capito?
Giovanna diventò livida.
— Perchè? — disse con voce sibilante: — non basta che io sia la serva,
qui?
— Sì, la serva. Resta dunque la serva. Che vuoi altro, femmina?
Gli occhi obliqui di Giacobbe scintillavano. Giovanna si alzò, e ritta,
livida, tragica, vuotò tutto il veleno che aveva nell'anima, ingiuriando
il marito e la suocera: li chiamò aguzzini, minacciò di andarsene, di
ammazzarsi; maledisse l'ora che era entrata in quella casa, urlò
rivelando il debito verso la sorella di Giacobbe.
Allora il servo ricominciò a ridere fra sè e sè, mormorando paroline di
comico rimprovero contro la sorella: ad un tratto però tacque, cupo in
viso, vedendo la figura nera di zia Bachisia apparir nel vano della
porta.
Ella aveva udito sua figlia urlare nel silenzio della notte serena, ed
era venuta.
— Ecco, — disse zia Martina, perfettamente calma, — vostra figlia
diventa matta, a quanto pare.
Brontu, rientrato in sè, annaspava l'aria e faceva cenni alla suocera
perchè si avanzasse e calmasse Giovanna; e zia Bachisia si avanzò; ma
ecco Giacobbe saltar in piedi, tutto d'un pezzo, col viso contratto come
una maschera d'odio.
— Via di qui! — gridò puntando l'indice verso la porta.
— Sei tu il padrone? — chiese zia Bachisia, non senza ironia.
— Via di qui! — egli ripetè, e siccome zia Bachisia avanzava sempre, le
corse addosso.
Ella scappò: il servo uscì nel portico e si sedette. Si sedette e volle
ridere ancora; ma, cosa strana, invece di ridere si mise a piangere
convulsivamente, senza lagrime.