Circa quindici giorni dopo, una domenica mattina, tutti i nostri
personaggi si trovarono riuniti alla Messa officiata dal prete Elias
che, dicevano quelli del paese, quando celebrava pareva avesse le ali.
Mancava solo Giovanna, e mancava per due ragioni: anzitutto perchè la
disgrazia accadutale imponeva un certo duolo, che la costringeva a non
mostrarsi fuori di casa, tranne che il bisogno di lavorar fuori non
glielo imponesse; e poi perchè ella era caduta in una specie di atonia
che le impediva di muoversi, di uscire, di lavorare, di pregare. Già,
buona cristiana ella non era stata mai: soltanto prima del dibattimento
di Costantino aveva fatto qualche voto, come quello di recarsi a piedi,
scalza, a capelli sciolti, fino ad una lontana chiesa di montagna, e se
Costantino veniva assolto, di trascinarsi sulle ginocchia dal punto ove
appena scorgevasi la chiesa, fino alla chiesa stessa, cioè per due
chilometri circa.
Ora non pregava, non parlava, non mangiava. Anche il bimbo le era
diventato quasi indifferente, e zia Bachisia doveva nutrirlo con latte e
pane masticato per tenerlo su. Qualcuno diceva che Giovanna stava per
impazzire, ed infatti, se ella usciva dalla sua atonia, durante la quale
stava ore ed ore accoccolata in un canto con gli occhi vitrei fissi nel
vuoto, era per dare in escandescenze, strapparsi i capelli, urlare
parole insensate. Dopo il suo ultimo colloquio con Costantino, al quale
aveva portato il bimbo, ella non pensava ad altro che alla scena
avvenuta, e la ripeteva ad intervalli, con l'accento incosciente dei
monomaniaci.
— Egli era là e rideva. Era livido e rideva. Dietro l'inferriata.
Malthineddu si attaccò all'inferriata e lui gli toccò le manine. E
rideva. Cuore mio! Cuore mio! Non ridere così, che mi fai male, tanto lo
so che il tuo riso è il riso dei morti. E i guardiani stavano lì come
arpie. Prima erano buoni questi guardiani di carne umana, ma dopo,
dacchè Costantino è condannato, son diventati cattivi. Cattivi come
cani. Malthinu nel vederli aveva paura e piangeva. E il padre rideva,
capite? Il bambino, la creatura innocente, piangeva: capiva che suo
padre era condannato e piangeva. Cuore mio! Cuore mio!
Zia Bachisia sbuffava, non ne poteva più, e diceva:
— In verità mia, tu sembri una creatura di due anni, Giovanna, anima
mia. Ha più giudizio tuo figlio di te, sciocca.
E minacciava persino di bastonarla; ma tutto, preghiere, conforti,
minaccie, tutto riusciva inutile.
Intanto da Nuoro giunse notizia che in attesa dell'appello Costantino
era stato trasportato alle giudiziarie di Cagliari; poi venne una sua
lettera breve e triste. Diceva d'aver fatto buon viaggio, ma che a
Cagliari si soffocava per il caldo, e che certi insetti rossi ed altri
di vario colore lo tormentavano notte e giorno. Mandava un bacio al
bambino, pregando Giovanna di allevare Martineddu nel santo timor di
Dio. E salutava anche il suo amico Isidoro.
Finita la Messa, zia Bachisia attese che il povero pescatore terminasse
di cantare con la sua voce sonora le laudi sacre, per passargli i saluti
di Costantino.
Prete Elias rimase inginocchiato sui gradini dell'altare, pregando, col
volto pallido estasiato; Isidoro continuava a cantare, ma la gente
cominciò ad andarsene.
Davanti a zia Bachisia passò zia Martina col suo passo fiero di cavalla
vecchia ma ancora indomita: passò Brontu, vestito di nuovo, coi capelli
lucidi di grasso (egli parlava male dei preti, ma la domenica andava
alla messa) e passò Giacobbe, con un paio di calzoni di tela nuova,
rude, non lavata, che puzzavano ancora di bottega.
Isidoro continuava a cantare.
La chiesa finì col restare quasi deserta ed egli cantava ancora. La sua
voce sonora risuonava fra le bianche pareti polverose, sotto il tetto
composto di travi e di canne, fra gli altari umili, coperti di rozze
tovaglie, adorni di fiori di carta, su cui guardavano melanconici santi
di legno colorato.
Quando zio Isidoro finì di cantare non c'era più nessuno tranne il
sacerdote e un ragazzo che finiva di smorzare i lumi, zia Bachisia e un
vecchio cieco.
Isidoro dovette ripetere da solo il ritornello delle laudi, poi si alzò,
depose il campanello del quale si serviva per segnare le poste del
rosario, e s'avviò. Zia Bachisia l'aspettava vicino alla porta; uscirono
assieme ed ella gli diede i saluti di Costantino, poi gli chiese un
favore; di pregare prete Elias perchè si degnasse d'andare a trovar
Giovanna e farle una predica onde distoglierla dalla sua disperazione.
Egli promise e zia Bachisia si allontanò; nello stradale fu raggiunta da
Giacobbe Dejas che era rimasto sull'alta spianata della chiesa guardando
il villaggio ed i campi gialli inondati di sole.
— Come state? — chiese il servo a zia Bachisia.
— Ah, Dio mio, stiamo male senza esser malate! E tu come ti trovi coi
nuovi padroni?
— Ah, ve l'ho già detto! Son caduto dalla padella nella brace. La
vecchia è avara come il diavolo; vorrebbe che mi cascassero le viscere a
furia di lavorare, e mi permette di tornare in paese, appena per
ascoltar la Messa, ogni quindici giorni.
— E il padrone?
— Ah, il piccolo padrone? È un animale, ecco tutto!
— Cosa dici tu, Giacobbe?
— Ecco, dico la verità, uccellino di primavera. Egli si arrabbia come un
cane per ogni piccola cosa, si ubriaca, ed è bugiardo come il tempo.
Ecco, anzi Isidoro Pane vi avrà detto...
Egli tacque, sospeso, e zia Bachisia lo fissò coi suoi occhietti verdi,
pensando che se egli parlava tanto male del padrone aveva uno scopo.
— Ecco, — egli riprese, — Isidoro Pane vi avrà detto... sì certo, ve lo
avrà detto... che Brontu era ubriaco quella sera. Qui, ecco, proprio
qui, egli s'è messo a gridare: «Dirai a Giovanna Era che se fa divorzio,
io la sposo!» Una bestia! Proprio una bestia! Egli beve l'acquavite a
barili.
Di tutto questo zia Bachisia capì soltanto che Brontu aveva detto: «Se
Giovanna Era fa divorzio la sposo». I suoi occhietti verdi
scintillarono. E disse con fierezza:
— E tu, Giacobbe, tu non vorresti?
— Io? Che importa a me, uccellino di primavera? Ma voi dovreste
vergognarvi di dire simili cose, zia nibbio, appena dopo due
settimane...
— Io non sono un nibbio... — strillò la vecchia, offesa.
E l'altro rise, ma la donna capì che egli schiantava di rabbia.
— Aspettate almeno che arrivi l'appello, — disse Giacobbe. — E poi
divorate Costantino come si divora l'agnello immacolato; divoratelo
pure, ma Giovanna sposerà una botte di acquavite e voi, finchè vivrà
Martina Dejas, morrete di fame peggio di prima...
— Ah, cocuzzolo spelato... — cominciò a gridare zia Bachisia; ma l'altro
si allontanò rapidamente, ed ella dovette contentarsi di borbottargli
dietro un mondo di vituperi.
Nonchè essa pensasse già di far divorziare la figlia, Dio ne liberi,
mentre il povero Costantino era ancora sotto appello, chiuso in una
fornace ardente, divorato da immondi insetti, no... ma perchè quel vile
servo parlava così? che importava a lui del padrone? Zia Bachisia si
fissò in mente che Giovanna piacesse a quel vecchio corvo spelato, e
facendo di questi maliziosi pensieri rientrò a casa.
Voleva raccontare ogni cosa a Giovanna, ma per la prima volta, dopo
quindici giorni, la vide a lavarsi e pettinarsi tranquillamente i lunghi
capelli scarmigliati, che le cadevano in gran quantità, e non osò dirle
niente.