IV.

L'indomani a sera, — un sabato, — Brontu Dejas rientrò di campagna, e

appena smontato da cavallo cominciò a brontolare. In famiglia egli

brontolava sempre, mentre con gli estranei mostravasi amabilissimo; del

resto era un buon diavolo, giovine e bello, molto nero e molto magro, di

media statura, con la barba rossa, corta e ricciuta. Aveva bellissimi

denti e quando conversava con donne sorrideva continuamente per

mostrarli.

Rientrando di campagna, il sabato sera, cominciò a brontolare perchè la

madre non aveva acceso il lume nè preparata la cena; e forse non aveva

torto, perchè infine egli era un lavoratore, e dopo una settimana di

fatica, quando il sabato egli rientrava in paese, trovava sempre la casa

buia e squallida come quella d'un pezzente.

— Eh! Eh! Sembra la casa di Isidoro Pane — diceva, scaricando il

cavallo. — Accendete dunque il lume, almeno, chè non ci si vede neppure

per imprecare. Che c'è da mangiare? — chiese poi.

— Ci son delle uova, ecco, e del lardo, figlio mio, abbi pazienza —

disse zia Martina. — Sai che Costantino Ledda è stato condannato a

trent'anni?

— A ventisette. Ebbene, queste uova? Quel lardo è rancido, mamma mia;

perchè non lo buttate alle galline? Alle galline! — ripetè, stringendo i

bei denti per la stizza.

Zia Martina rispose tranquillamente:

— Non ne mangiano. Sì, a ventisette anni. Ah, son lunghi ventisette

anni! Io sognai che lo avevano condannato ai lavori forzati.

— Ci siete stata voi da quelle donne? Ah! ora saranno contente del loro

matrimonio, quelle immonde pezzenti, — diss'egli con curiosità; ma

appena la madre ebbe detto che c'era stata, che Giovanna si disperava e

si strappava i capelli, e che zia Bachisia le aveva fatto capire

d'essersi pentita di non aver affogato la figliuola prima di permetterle

quel matrimonio, Brontu si arrabbiò.

— Perchè ci andate, voi? Che avete voi da fare nella tana di quei

pidocchi affamati?

— Ah, figlio mio, la carità cristiana tu non sai cosa sia! (Zia Martina,

pretendeva di essere caritatevole). C'era anche prete Elias, questa

mattina; sì, egli andò da loro per confortarle. Giovanna vuol portare il

bambino a Nuoro perchè Costantino lo veda prima di partire; io dicevo

che è una pazzia, con questo sole; ma prete Elias diceva di portarlo, e

quasi si metteva a piangere.

— Che ne sa lui di bambini? Come tutti i preti egli è un uomo sterile, —

disse Brontu, che odiava i preti, perchè un suo zio, parroco del paese

prima che da Nuoro venisse mandato prete Elias Portolu, aveva lasciato i

suoi beni ad un ospedale. Anche zia Martina conservava rancore per

questo fatto, ma sapeva fingere, la vecchia volpe, e ogni volta che

Brontu parlava male dei preti, ella si faceva il segno della croce.

— Cosa dici tu, scimunito? — disse, anche questa volta segnandosi. — Tu

non sai neppure dove porti i piedi. Prete Elias è un santo. Se egli ti

sente parlar male, guai! Egli ha i libri sacri e può maledire i nostri

campi e far venire le cavallette e far morire le api.

— Allora è un bel santo! — osservò Brontu, poi insistè per avere

particolari sulla disperazione delle Era. — Come gridava Giovanna? Cosa

diceva zia Bachisia, il vecchio nibbio?

Ebbene, Giovanna piangeva da schiantar le pietre, e zia Bachisia si

disperava perchè, oltre il resto, ora l'avvocato e le spese di giustizia

l'avrebbero cacciata nuda anche di casa.

Il giovine ascoltava con viso intento, beato, mostrando i bei denti di

fanciullo. Nella sua contentezza egli era semplicemente feroce.

— Ecco, — disse poi zia Martina, — Giacobbe Dejas verrà fra poco, per

parlare anche con te. Egli voleva cominciare il servizio da domani, ma

io gli dissi che aspettasse a lunedì. Ebbene, domani è festa: perchè

deve mangiar a ufo?

— San Costantino bello, siete ben _stretta_ (avara) mamma mia...

— Ah, tu sei ancora un bimbo! Perchè sprecare? La vita è lunga, e per

vivere ce ne vuole!

— E quelle due donne, come faranno? — chiese Brontu, dopo un po' di

silenzio, sedendosi davanti ad un canestro di asfodello, dove zia

Martina aveva deposto il pane e le uova.

— Ebbene, andranno a cercar chiocciole! — rispose zia Martina con

ironia. Ella aveva ripreso il fuso e filava vicino alla porta aperta. —

T'interessano assai, quelle donne, Brontu Dejas!

Silenzio. S'udiva il rotolìo del fuso e il suono dei forti denti di

Brontu che masticavano il pane duro: e al di fuori, al di là del

portico, lo zirlare dei grilli, e più in là, nella solitudine delle

macchie, nella calda oscurità della notte incipiente, il grido

melanconico dell'assiuolo.

Brontu si versò il vino, prese il bicchiere e aprì la bocca, ma non per

bere. Voleva dire una cosa a sua madre, ma non potè. Bevette: alcune

goccie rimasero sulla sua barbetta rossa, ed egli le forbì col dorso

della mano, abbassando gli occhi e aprendo ancora le labbra per dire

quella cosa. E neppure questa volta potè dirla.

Ed ecco un suono di scarponi nella spianata. Zia Martina, sempre

filando, s'avvicinò al figlio, disse che veniva Giacobbe Dejas, prese il

canestro ed il vino e li ripose nell'armadio.

Entrando, Giacobbe s'accorse dell'atto della vecchia e pensò che ella

nascondesse il vino per non offrirgliene un bicchiere; ma era troppo

uomo di mondo (così egli diceva) per offendersi, e si avanzò sorridente

e lieto.

— Scommetto, — disse, portandosi un dito al naso — scommetto che

parlavate di me.

— No. Parlavamo di quel povero Costantino Ledda.

— Ah, sì, povera creatura! — disse Giacobbe, facendosi serio. — E dire

che è innocente! Innocente come il sole! Nessuno meglio di me potrebbe

affermarlo.

Brontu si mise in posa, accavalcando le gambe, rovesciandosi un po'

indietro e mostrando i denti come faceva con le donne.

— Le opinioni sono varie! — disse con voce nasale. — Mia madre, per

esempio, ha sognato che lo avevano condannato alla morte.

— O no, Brontu, cosa dici! Ai lavori forzati!

— Bè, fa lo stesso. Parliamo di noi.

— Parliamo di noi, — disse Giacobbe, accavalcando anch'egli le gambe.

Parlarono e conclusero l'affare del servizio di Giacobbe, poi i due

uomini uscirono assieme, e Brontu condusse il nuovo servo alla bettola.

Giacchè egli non era avaro, e se qualcuno andava a trovarlo a casa non

gli dava un bicchiere di vino per non irritare la madre, ma poi lo

conduceva alla bettola, dove si mostrava splendido. Quella sera fece

bere tanto Giacobbe e tanto egli stesso bevette, che si ubbriacarono.

Usciti poi nello stradale buio e silenzioso, dove spandevasi il profumo

aspro dei campi inariditi, ripresero a parlare di Costantino, e Brontu

disse crudelmente che era contento della condanna.

— Va' al diavolo! — gridò Giacobbe. — Tu sei un uomo senza cuore.

— Ebbene, sì, sono un uomo senza cuore.

— Perchè Giovanna non ti ha voluto, tu ti contenti della morte di un tuo

simile, anzi di qualche cosa peggiore della morte?

— Egli non è morto, e non è mio simile, e Giovanna Era son io che non

l'ho voluta. Se l'avessi voluta, ella mi avrebbe leccato la suola delle

scarpe.

— Bum! Bada che cadi, uccellino di primavera. Tu sei bugiardo come una

serva.

— Io? Io... non... sono... una... serva! — gridò Brontu, staccando le

parole. — Se tu mi ripeti una cosa simile, ti prendo per il cocuzzolo e

ti ammazzo.

— Bum! Ti ho detto che cascavi per terra, uccellino di primavera! —

gridò anche Giacobbe.

Le loro voci risuonarono nella notte silente; ma poi tacquero e tutto fu

di nuovo silenzio. In lontananza, al brillare delle stelle, che

incoronavano di fiori d'oro i profili di sfinge delle montagne nere,

l'assiuolo batteva sempre il suo grido melanconico.

E ad un tratto Brontu si mise a piangere; uno strano pianto d'ubriaco,

senza lagrime nè singhiozzi.

— Ebbene, che hai? — chiese l'altro a voce bassa. — Sei ubriaco?

— Sì, sono ubriaco. Ubriaco di veleno, che tu possa morire affogato,

avanzo di galera!

L'altro si offese, perchè non era stato mai non solo in carcere, ma

neppure colpito da una contravvenzione, e fu preso da un vago timore.

Disse, sempre piano:

— Tu diventi matto; che hai, perchè parli così? che ti ho fatto io?

Allora l'altro si sfogò, lamentandosi come se gli facesse male qualche

membro, e disse che amava Giovanna come un pazzo, e che aveva sempre

pregato il diavolo perchè Costantino venisse condannato.

— Si pigli pure la mia anima il diavolo, non mi importa nulla, tanto io

non credo a lui! — disse poi; e rise, con un riso stridente e

fanciullesco, più desolante del pianto di poco prima. — Io sposerò

Giovanna.

Giacobbe si meravigliò, ma dimostrò una meraviglia ancor maggiore di

quella che realmente sentiva.

— Io sono come un uomo affogato! — disse. — Come, perchè, cosa vuol dire

tutto ciò? Come tu puoi sposare Giovanna?

— Farà divorzio, ecco tutto. Ebbene? C'è una legge che alle donne, il

cui marito è condannato a molti anni di reclusione, permette di

riprendere marito.

Giacobbe aveva già sentito parlar di ciò, ma nessun caso di divorzio

legale e tanto meno di nuovo matrimonio erasi ancora avverato in Orlei;

tuttavia per non mostrarsi stupido disse subito:

— Ah, sì, lo so. Ma è peccato mortale. Giovanna non vorrà.

— È questo che mi affligge, Giacobbe Dejas! Vuoi tu parlargliene? Sì,

parlagliene domani.

— Sì, proprio domani! Come sei stupido, Brontu Dejas. Sei ricco ma sei

stupido come una lucertola. Eppoi sei ancora più stupido. Tu che puoi

sposare una donna pura, ricca, una fanciulla simile ad una rosa

rugiadosa, tu vuoi sposare quella donna lì. In verità mia c'è da ridere

per sette mesi...

— Ebbene, che tu possa ridere fino a spaccarti come il frutto del

melograno! Io la sposerò! — disse Brontu, arrabbiandosi di nuovo. —

Nessuna donna è come lei. Io, vedi, io la sposerò!

— E sposala, uccellino di primavera! — rispose l'altro ridendo. Anche

Brontu si mise a ridere; e risero assieme per lungo tratto di via,

finchè videro un uomo alto, con un lungo bastone, venire loro incontro a

passi silenziosi.

— Zio Isidoro Pane, avete fatto buona pesca? — gli chiese Giacobbe. —

Sono ben punte le vostre gambe?

— Che tu possa diventare pescatore di sanguisughe, — disse l'altro,

avvicinandosi. — Che odore di acquavite! Ah, devono aver rotto qualche

barile, qui!

— Tu vuoi dire che noi siamo ubriachi? — chiese Brontu, minaccioso. — Tu

non ti ubriachi perchè non hai con che; allontanati o ti ammazzo. Ti

schiaccio come una rana...

Il vecchio fece una risatina soave e si allontanò.

— Stupido, — disse Giacobbe a bassa voce. — Egli può farti l'ambasciata;

è amico di Giovanna.

— Ebbene, — cominciò a gridare Brontu, volgendosi e scuotendo le

braccia, — vieni, vieni! Vieni qui, ti dico, Sidore Pane, che ti

morsichi il cane!

Rise della sua rima ben riuscita, ma Isidoro non si fermò.

— E dunque! — gridò ancora l'ubriaco, balbettando un po', — ti dico di

venire! Ah, tu non vuoi venire, piccolo rospo? Ti ho detto...

Ma Isidoro s'allontanava a passi silenziosi.

— Non dirgli così, che modo è questo? — mormorò Giacobbe.

Allora Brontu cambiò metodo.

— Fiorellino, vieni! Vieni chè ho da parlarti. Dirai a quella donna tua

amica... ebbene, sì, a Giovanna, che se fa divorzio io la sposo.

Allora il vecchio si fermò di botto, si volse, chiamò con voce sonora:

— Giacobbe Dejas!

— Che volete, anima mia? — chiese il servo con voce sarcastica.

— Fallo ta...ce...re! — disse Isidoro in tono di severo comando.

Non seppe perchè, Giacobbe provò un brivido nel sentire quella voce e

quelle due parole, e tosto prese il padrone per il braccio e lo trascinò

via, mormorandogli:

— Sì, sei uno stupido. Che modi sono questi? Ti comporti come un

montone, uccellino di primavera.....

— Non me l'hai detto tu?

— Io? Tu vacilli. Io non sono matto.

E andarono via uniti, barcollanti: nel portico dei Dejas trovarono zia

Martina che filava ancora, al buio. Ella s'accorse tosto che il figlio

era ubriaco, ma non gli disse niente, perchè sapeva che contrariandolo,

quando egli si trovava in quello stato, montava in furore: soltanto

quando Brontu le chiese del vino, ella rispose che non ce n'era.

— Ah, non c'è vino in casa Dejas, la più ricca del paese? Come siete

avara, mamma mia! — Egli cominciò a urlare. — Io non farò scandali, no,

ma sposerò Giovanna.

— Sì, sì, tu la sposerai, — disse zia Martina per calmarlo. — Intanto

coricati e non gridare, perchè se essa ti sente non ti vuole.

Egli tacque, ma volle che Giacobbe spiegasse e stendesse per terra due

stuoie di giunco, vi si coricò e volle che il servo gli si coricasse

vicino. Zia Martina lasciò fare per non irritarlo, e così Giacobbe

invece che al lunedì prese servizio il sabato sera.

Dopo il divorzio · 第 11 / 29 题