II.

Era l'estate dell'anno 1861, allorchè la fama delle imprese

brigantesche correva l'Europa; quei giorni memorabili, quando il

Pietropaolo portava in tasca il mento di un “liberale„ col pizzo

alla napoleonica; quando a Montemiletto si seppellivan vivi, sotto

un mucchio di cadaveri, coloro che aveano gridato: — Viva l'Italia;

— quando a Viesti si mangiavano le carni dei contadini renitenti

agli ordini dei loro spogliatori; quando il colonnello Negri, presso

Pontelandolfo, vedeva appese alle finestre, a modo di trofei, membra

sanguinose di soldati; quando il povero luogotenente Bacci, ferito

e preso in combattimento, veniva ucciso dopo otto ore di orrende

torture; quando turbe di plebaglia forsennata uscivan di notte dai

villaggi, colle torcie alla mano, a ricevere in trionfo le bande;

quando s'incendiavano mèssi, si atterravano case, si catturavan

famiglie, s'impiccava, si scorticava e si squartava; e a tener vivo e

ad accrescere l'eccidio miserando venivan dalla riva destra del Tevere

armi, scudi e benedizioni.

Uno degli ultimi giorni di luglio, poco dopo il levar del sole, per una

valle deserta della provincia di Capitanata, andava verso San Severo un

carabiniere a cavallo, il quale era partito la notte da quella città

per andar a recare al comandante d'una “colonna mobile„ un ordine del

colonnello. Egli portava sotto l'abbottonatura della tunica una lettera

di risposta a quell'ordine, nella quale il comandante diceva che si

sarebbe recato alle otto della mattina in un recesso d'un monte vicino,

dove aveva saputo essere solita a riparare una mano di briganti che da

qualche tempo infestava quelle terre. Il portator della lettera era un

uomo sui trent'anni, alto, asciutto, con due occhietti scintillanti e

due baffetti aguzzi, e quella ruga diritta in mezzo alle sopracciglia,

che rivela abitudine di riflessione; la sua fisonomia spirava una

gravità prematura, alla quale il grande cappello nero a due punte dava

quasi un riflesso di tristezza; e il suo rigido atteggiamento, e le

sue mosse franche e recise, attestavano un vigor d'animo rispondente

ai bisogni dei tempi e dei luoghi. Andava di trotto per un sentiero

serpeggiante, voltando il capo ora di qua, ora di là, a guardare i

pascoli abbandonati, i monti rocciosi, il cielo limpidissimo, senza

udire altro rumore che lo scalpitìo del suo cavallo e il tintinnìo

della sua sciabola.

A un tratto, passando in mezzo a due siepi alte e fitte, vide un

lampo e sentì un colpo di fucile. Mentre gira il cavallo e afferra

la pistola, il cavallo vacilla; nell'atto ch'egli abbassa il capo per

veder se è ferito, si sente afferrar di dietro; nel punto che si volta

indietro, un uomo balza fuor dal cespuglio dond'era partito il colpo,

e gli è sopra; dietro a lui, come un'ombra, un terzo; non ebbe tempo nè

di sparare, nè di saltar giù, nè di mettersi in guardia; fu scavalcato

e steso in terra. Qui provò a resistere, si divincolò, percosse, morse;

ma non potè alzarsi; spossato, si arrese, e si lasciò disarmare. Nella

furia, però, del dibattersi, avvolto da un nuvolo di polvere, avea

potuto con un movimento rapidissimo mettersi la lettera in bocca, senza

che se n'accorgessero i suoi assalitori. Gli legarono le mani dietro

al dorso; lo alzarono in piedi; gli appesero al collo in fretta e in

furia la sciabola, il mantello rotolato, la valigietta della sella;

trascinarono il cavallo dietro la siepe, e poi via a traverso i campi,

spingendo lui sbalordito e barcollante, con un frastuono infernale di

bestemmie, di minaccie, di percosse, di risa.

Dopo una corsa di mezz'ora, essendo omai lontani dalla via battuta

abbastanza da non aver più a temere sorpresa, rallentarono il passo.

Erano arrivati alle falde dei monti, in mezzo agli alberi, in un luogo

dove non si vedevan case, nè capanne, nè alcun segno d'abitazione. Il

carabiniere, curvo sotto il peso dei suoi arnesi, non dava segni nè di

terrore, nè d'ira; e il suo volto, pallido, ma non alterato, mostrava

l'animo consapevole della sorte che l'attendeva, e il cuore preparato

a riceverla. Egli non ignorava che cader nelle mani dei briganti, in

quei giorni di rappresaglie feroci, era la morte; perciò in lui c'era

già un po' della calma solenne della morte; e chi non l'avesse saputo,

al solo guardarlo negli occhi avrebbe detto. — Quell'uomo va a morire.

— Il brigante che gli andava innanzi, si voltava di tratto in tratto a

lanciargli un'occhiata tra la curiosità e il sospetto. Quello che gli

camminava al fianco, e che pareva il capobanda, guardava pure ora il

prigioniero, ora il compagno, e ricambiava con questo un sorriso di

trionfo.

— To', — disse poi tutt'ad un tratto, appendendo il suo fucile al collo

del carabiniere; — portamelo.

— Porta anche il mio, aggiunse quello che andava innanzi, e fece lo

stesso.

— E tu? — dimandò il capobanda, voltandosi verso il terzo brigante che

veniva dietro, e che pareva il più giovane.

— Io? — questi rispose; — io preferisco tenermelo... non si sa mai!

— Gaglioffo! — borbottò l'altro, lanciandogli un'occhiata sprezzante;

poi si voltò verso il carabiniere e gli disse: — Amico! — battendogli

una mano sulla spalla; — ora ci dirai dove andavi! —

Il carabiniere non rispose.

— Oh! oh! — esclamò il brigante, chinandosi a raccogliere una

verghetta. — Hai inteso? — e gli diede una vergata sulle mani.

Il carabiniere tirò innanzi senza rispondere.

— Parlerai, poveretto, — riprese il brigante, buttando via la verga;

— comincian tutti come te, e tu finirai come gli altri. Sei di carne

e d'ossa tu pure; quando sentirai pungere, griderai anche tu; va

tranquillo! —

Ciò dicendo, gli diede un urtone per fargli infilare un sentiero lungo

la sponda d'un rigagnolo; andarono diritti un pezzo, poi passarono

un piccolo ponte, girarono attorno a un poggio, e cominciarono a

salire per una viottola angusta su per un monte erto e roccioso. Il

carabiniere, stretto intorno al collo dalle bertelle dei fucili,

imbarazzato dall'aver le mani legate, soffocato dall'uniforme,

grondante di sudore, saliva a sbilancioni, inciampava nei sassi,

cadeva in ginocchio, e si rialzava a fatica, per tornare a cadere; e

i briganti lo picchiavano, lo malmenavano, lo spingevan su a pedate,

schernendolo, urlando: — Su, poltrone! Voialtri, quando ci cogliete, ci

legate ai vostri cavalli! Una volta per uno, piemontese! —

Su, a mezzo il fianco del monte, erano aspettati. In un punto dove

la roccia era tutta bricche, scoscendimenti e precipizi a filo, con

appena qualche striscia di cespi e d'arbusti aridi, sotto una rupe

cava e ricurva a guisa di volta, si stendeva un breve tratto di terra

piano, cinto intorno intorno di macigni, parte franati dall'alto, parte

— i più piccoli — spinti a forza di braccia tra i primi, in modo da

formare con quelli una specie di baluardo. La rupe serviva di tetto e

di parete a una capanna di legno, che occupava una quarta parte dello

spazio chiuso. Sulla faccia interna dei macigni erano state incavate

delle nicchiette, per riporvi roba, e degli scalini, dall'alto dei

quali si vedeva giù tutta la china. S'entrava là per un'apertura poco

più larga d'un uomo. Fuori, non appariva indizio di luogo abitato;

dentro, pareva insieme una tana, un ridotto e un corpo di guardia.

Nelle nicchie v'eran bicchieri, tazze di latta, tegami, pani, coltelli;

dalle punte sporgenti dei macigni pendevano sacche e fiaschette; in un

angolo c'era un mucchio di cenere e di tizzoni, e la roccia, di sopra,

affumicata; sotto la capanna, paglia e panni ammontati. A guardar su,

oltre la rupe, e dietro, e ai lati, non si vedevano che roccie, fessi

profondi, e massi enormi quasi sospesi in aria, con qualche raro albero

che appariva appena come un ciuffo d'erba. Sotto, i fianchi rotti del

monte; più in là, pianura, e lontano, altri monti.

Un uomo, ritto sull'ultimo gradino d'una scaletta, coi gomiti

appoggiati sul macigno, e il viso nascosto dietro due pietre, tra le

quali sogguardava come attraverso una feritoia, stava aspettando la

compagnia. Quando scorse il carabiniere, battè la mano, in segno di

contentezza, sur una delle due pietre; e prese a seguitare coll'occhio

intento ogni suo passo, accompagnando ogni percossa che gli vedeva

dare, con un gesto e una bestemmia, come per accrescere forza al

percussore e dolore al percosso.

Quando furono a pochi passi dal ridotto, scese e gli andò ad aspettare

alla porta. — Arrivarono. — Il carabiniere, cacciato dentro con uno

spintone, stramazzò in mezzo al recinto; entrarono in furia gli altri,

ansando, sbuffando, buttando qua e là borse, capelli, armi; sedettero

intorno, sui sassi, e stettero un po' di tempo silenziosi, per

riprender fiato ed asciugarsi il sudore.

— Eccone uno! — esclamò poi il capobanda, voltandosi verso il compagno

che era uscito a riceverlo.

— Bell'e vivo, — rispose questi. Poi, data un'occhiata al prigioniero e

visto che avea gli sproni, domandò al capo: — E il cavallo?

— Non me ne parlare! — rispose il capo indispettito; — bisognerà che

faccia in pezzi questa maledetta carabina: ho colto la bestia invece

dell'uomo. — E qui fece in poche parole il racconto dell'accaduto.

— Non importa, — disse l'altro; — è stato un colpo da maestro. —

S'avvicinò al carabiniere, lo aiutò ad alzarsi, e dopo averlo fissato

un po' in viso con un'aria di stupida curiosità, gli tolse di dosso i

fucili, il mantello, la sciabola; poi gli levò il cappello, lo guardò

di sopra e di sotto, sorrise e lo buttò in un canto. Il carabiniere,

rifinito, si appoggiò alla capanna, e cominciò a guardare i briganti,

ad uno ad uno, collo sguardo lento e grave d'un malato, il cui pensiero

spazii già di là dalla vita. I briganti si misero a frugare nella sua

valigietta.

Erano davvero ceffi degni del luogo e delle opere. Quello che pareva il

capo, era un uomo sulla quarantina, basso della persona; ma corpulento,

con una grossa testa, le spalle che toccavan le orecchie e le gambe

arcate con due polpacci enormi; e dalla fronte ai piedi tutto largo,

corto, tozzo, piatto, che pareva un gigante rientrato in sè stesso,

che si fosse gonfiato di tanto, di quanto s'era accorciato; e nero,

barbuto, baffuto e capelluto, in modo che non gli si vedeva che due

dita di fronte e il sommo delle guancie. Degli altri tre, due parevan

fratelli: avevano la stessa fronte angusta, lo stesso naso rincagnato,

gli stessi occhi volpini, la stessa bocca senza labbra, curva in forma

di semicerchio rivolto in giù, e lo stesso mento aguzzo e sbarbato; e

l'uno e l'altro piccoli e nervosi. Tutti e tre aveano negli occhi quel

non so che di cupo, di furbo, di lubrico, di spiritato, che esprime

la mostruosa stravaganza di cotali nature miste di superstizione e

di ferocia, di coraggio temerario e di abbietta vigliaccheria. Un po'

cascanti sulla vita, avevano nel gesto e nel passo, e anche nei loro

impeti d'ira, qualcosa della leggerezza molle delle tigri. Portavano un

cappello a pan di zucchero, due alte ghette, e una giacchetta ampia ed

aperta sul davanti, e tra la giacchetta e i calzoni usciva in giro, a

sgonfietti, un po' di camicia, stretta da una larga fascia azzurra. Il

quarto brigante, che pareva il più giovane, aveva un viso più umano;

ed era anch'egli piccolo e sbarbato come i due che avevan aria di

fratelli.

— Adesso — disse il capobanda, quando ebbe finito di visitar la valigia

— fategli metter giù gli stracci, poi mangeremo due bocconi, e poi...

la vedremo. —

I due fratelli s'avvicinarono al carabiniere, e uno gli slegò le

braccia, mentre l'altro gli teneva il pugnale dinanzi al petto. Le due

braccia slegate caddero penzoloni come le braccia d'un cadavere.

— Giù l'uniforme, — disse uno dei briganti.

Il carabiniere li guardò, e stette qualche momento perplesso, colla

fronte corrugata e un labbro stretto fra i denti.

Il brigante più giovane lo guardava con tristezza.

— Tu — disse a costui il capo, che stava seduto presso la porta — va al

tuo posto! —

Il giovane, come obbedendo ad un ordine abituale, salì la scaletta, da

cui uno dei briganti aveva veduto venire i compagni; appoggiò i gomiti

sul macigno, mise il viso fra le due pietre, e rimase immobile.

— Giù l'uniforme, — ripeterono i due briganti, alzando tutti e due

insieme la mano.

— Dategli una ceffata, che gli lasci il segno delle dita! — gridò il

capo.

Il carabiniere si scosse come se fosse stato punto in una piaga, poi

chinò la testa in atto di rassegnazione, e si tolse l'uniforme. I due

briganti la presero; frugaron nelle tasche, nelle maniche, da ogni

parte; poi la gettarono sotto la capanna. Uno di essi frugò ancora il

prigioniero nelle tasche dei calzoni, e disse al capobanda: — Nulla!

— Accidenti a lui! — questi rispose; — legatelo al ferro. —

I due manigoldi legarono il carabiniere colle mani intrecciate sul

dorso a un grosso uncino piantato in uno dei pali della capanna.

L'infelice era bianco come un morto e batteva i denti come pel ribrezzo

della febbre.

I tre briganti cavaron dalle nicchie un po' di provvigione da bocca,

sedettero sopra tre sassi, e cominciarono a mangiare, discorrendo

tranquillamente, a sbalzi e a proposizioni tronche, come si fa quando

si bada più a quello che si mangia che a quello che si dice.

— Hai sentito le notizie di Casalvecchio?

— L'affare di Don Alessio?

— Già; dugento ducati di taglione.

— Pagati?

— Pagati.

— Che chiappa!

— E trecento ducati al Sindaco.

— Furon discreti. Tra lui e suo fratello han di gran terre. Lungo il

Fortore, per due miglia, è suo.

— Ma la più bella è stata a Biccari: sei cavalli, cinque fucili, mille

ducati e otto sacchi di cacio-cavallo, d'un sol colpo. — Qui buttò una

buccia d'arancio addosso al carabiniere, dicendo: — To'.

— E sento — riprese un altro — che c'è stato dei guai a Cerignola.

— Tra la banda di Salvatore Codipietro e i Piemontesi. Furono

acciuffati all'impensata. È stato uno spionaggio del Sindaco. Sette

presi.

— Col capo?

— No.

— Fucilati? —

Il brigante fece cenno di si.

— Madonna! — esclamò l'altro, e si voltò verso il carabiniere: — Hai

inteso, eh? Ma vi renderemo la pariglia, non dubitare. Ha da venire

il giorno che a ogni albero della campagna penderanno le budella d'un

piemontese. Da' tempo. —

E tracannò un bicchier di vino.

— Guarda, — disse un altro, accennando il carabiniere ai compagni, —

sta pensando.

— A che pensi? — domandò il capo, forbendosi i baffi.

— A màmmata? — ridomandò il primo.

— Dove la lasciasti?

— Sentiamo. —

E si voltarono tutti e tre a guardarlo. Il povero giovane chiuse gli

occhi, stette un po' così, e poi li riaperse grandi ed umidi, e guardò

lontano, di là dai monti.

Novelle(#58341) · 第 86 / 95 题