— Guarda, — mi diceva poche sere sono un amico accennandomi da una
finestra di casa sua, che guarda sur una piccola piazza, un terrazzino
al quarto piano della casa di fronte; — vedi quell'uomo? — Guardai,
e vidi un uomo seduto in un canto, con un braccio disteso sulla
ringhiera; ma non ne raccappezzai la fisonomia. — Quell'uomo, — riprese
l'amico, — m'è antipatico a tal punto, che mi venne più volte l'idea
di cambiar di casa non per altro che per procurarmi la consolazione
di non averlo più da vedere. Tu mi domanderai perchè, e io ti dirò che
non gli ho mai parlato, che non ho mai sentito la sua voce, che non so
chi sia, che non so che cosa faccia, che non so che viso abbia, perchè
la mia vista non arriva fin là, neppure col canocchiale. Quell'uomo
m'è antipatico, perchè ogni sera, a quest'ora, infallibilmente,
s'alza da tavola e si va a sedere in quel canto; e ogni sera, collo
stessissimo movimento d'automa, mette una gamba sull'altra e stende
un braccio sulla ringhiera. Non c'è caso che muova mai la gamba prima
che il braccio, Dio ne guardi! Prima il braccio e poi la gamba. È
già un uomo uggioso per questo, me lo concedi? Ma questo è il meno.
Ogni sera, una donna che par sua moglie, prima ch'egli si alzi, va a
metter la seggiola al posto, gli porta la pipa, gliela mette in mano,
gliel'accende ogni sera, — e ogni sera lui si lascia servire, impettito
e tronfio come un Sultano, senza fare il menomo atto per prevenirla,
senza dar nemmeno a vedere ch'egli s'accorga d'esser servito. Poi....
ogni momento ha un bisogno, e la donna s'alza, scappa, ritorna con
una bibita o qualcos'altro; e lui piglia e tracanna e si forbisce i
baffi, con un gusto di sibarita egoista, senza darsi nemmeno la noia
di restituire il bicchiere. Poi.... vengono amici a visitarlo, e lui
non fa mai l'atto d'alzarsi, e sì che sta saldo in piedi e passeggia
qualche volta sul terrazzino franco e sciolto come noi due. Non guarda
mai giù, nè sù, nè intorno; non saluta; insomma, lui par fatto e messo
lì, perchè il mondo gli giri intorno; lui fa l'idolo; lui è nato
per farsi guardare e servire. E tu ridi! Per me son cose che fanno
odiare un uomo; son fatto così; un altro non ci bada, io mi ci rodo.
Io credo di conoscer quello là come conosco te. Vuoi sapere chi è?
Io non lo so ma te lo dico come se lo sapessi. Quell'uomo là — e così
dicendo appuntava il dito verso quell'uomo, guardandolo fisso come per
cavargli dagli occhi il segreto — è un bottegaio bindolo, che comincia
ad ammassar quattrini, e cova già fin d'ora la boria di quando sarà
arricchito; e ha sposato quella donna per risparmiare la paga d'un
fattorino in bottega e d'una serva in casa, e la tratta un po' peggio
d'una serva e non molto meglio d'un fattorino; è spilorcio, fuorchè
per soddisfare la sua golosità; potrebbe stare al terzo piano, e sta
al quarto per economia, benchè non abbia figliuoli e non desideri
d'averne; disprezza tutto quello che non è bottega; dà del ladro
a tutti i ministri, del ciuco a tutti quelli che studiano e dello
straccione a tutti quelli che hanno meno quattrini di lui.... E tu
ridi! Tu non sai che l'antipatia è indovina! Io, vedi, sarei felice se
mi si presentasse l'occasione di fargli una sgarbatezza; m'è odioso;
sarò un visionario, un maligno, quello che tu vuoi; ma quando il cuore
mi dice: — Quello là è un figuro; — io l'ho in tasca; e bisogna che lo
dica e mi sfoghi. —
Bisogna conoscere questo giovanotto di vent'anni, buono, irrequieto
e stizzoso, ed essere assuefatti alle sue bizzarre sfuriate contro i
fantasmi ch'egli stesso si crea, per poter credere che abbia detto
d'un fiato, e senza ridere, quella filastrocca di parole vane. Io
guardavo intanto il supposto bottegaio, e la donna seduta dinanzi a
lui sur un panchettino, colle braccia incrociate sulle ginocchia, in
atto contemplativo; e come ho miglior vista del mio amico, mi parve di
scorgere che l'uomo avesse una quarantina d'anni, e la donna poco più,
benchè nè dell'uno nè dell'altra potessi ravvisare i lineamenti. Mi
feci dare il canocchiale e lo appuntai verso la donna. Prima mi ballò
dinanzi un faccione confuso; poi si fissò e lo vidi distintamente. Era
proprio un viso di donna rassegnata a una vita di sacrificio: aveva i
capelli grigi, la fronte rugosa, gli occhi grandi e melanconici; un
non so che di grave e di raccolto, che rivelava un'abitudine antica
di soffrire. — Par che l'amico abbia indovinato, — dissi in cuor
mio, e rivolsi il canocchiale verso l'uomo. In quel punto egli si
voltò, e mi presentò tutto il viso. — Chi vedo mai! — esclamai tra me
stesso; — ma è possibile? — Allungai il canocchiale, riguardai. — Ma
è lui! Non c'è dubbio! E quel viso visto cento volte nei ritratti! —
E allora mi rivenne in mente un fatto da lungo tempo dimenticato, e
quasi nello stesso punto, il principio e la fine del racconto che il
lettore troverà più innanzi. L'amico mi domandò: — Ebbene? È o non è
un viso di bindolo, di screanzato e d'orgoglioso? — Io non potei più
sorridere, come prima, alle sue parole; gli risposi che veramente non
era un uomo simpatico; ma che mi pareva d'averlo visto altre volte;
che volevo levarmi la curiosità di sapere chi fosse; che sarei andato
a chiedere informazioni di lui. Il giorno dopo, infatti, andai difilato
a fargli una visita, col pretesto di saper chiaramente il fatto che lo
riguardava, perchè, come gli dissi, avevo l'intenzione di scriverlo.
Abituato a ricevere siffatte visite, mi accolse cortesemente, mi
raccontò ogni cosa con grande indifferenza, come se parlasse d'un
altro, mi parlò della donna (non moglie) che aveva con sè, delle
abitudini della sua vita. — Stiamo insieme da dieci anni, — disse
concludendo; — io ho della pazienza, essa pure, e si vive.... come
Dio vuole. Le mie due grandi consolazioni sono la stima della gente
e la devozione di questa povera disgraziata. — Andai a casa, scrissi
tutta la sera e tutta la mattina seguente, e il giorno dopo mi recai
dall'amico col manoscritto. Era l'ora che il “bottegaio„ stava a
pigliar il fresco sul terrazzino. Dopo qualche altra chiacchiera,
si rivenne a parlare dell'antipatia. — Amico, — gli dissi, — hai
preso un granchio. — È impossibile! — egli rispose colla sua vivacità
abituale. — Lasciamo gli scherzi, — io ripresi; — ti prego di leggere
questi fogli: è un racconto storico, che ho scritto in questi giorni;
il personaggio principale è il tuo “bottegaio„ antipatico; ti do la
mia parola che, salvo i necessarii artifizii dell'esposizione, non ho
alterato d'una sillaba la verità. — L'amico prese i fogli e cominciò
a leggere. Dopo un po' alzò gli occhi, guardò l'uomo del terrazzino,
poi me; e riprese la lettura. Via via che andava innanzi, guardava
sempre più spesso me e l'uomo, l'uomo e me; e si faceva sempre più
serio. Giunto all'ultime righe, gettò un grido di meraviglia, balzò
in piedi, mi afferrò una mano e disse con voce commossa: — Mi dai la
tua parola d'onore che è vero? — Te la do, — gli risposi. — E che è
lui? — domandò ancora. — Che è lui, — ripetei. Senza dir altro, prese
il cappello e uscì a passi concitati. Io mi affacciai alla finestra e
lo vidi attraversar la piazza e infilar la porta della casa di fronte.
Dopo qualche minuto notai che l'uomo del terrazzino era sparito. Di lì
a poco ricomparve, e un momento appresso il mio amico riattraversò la
piazza. — Io ti conosco! — dissi tra me, correndo ad aprir la porta; io
lo so quello che sei andato a fare! — L'amico comparve sulla soglia.
— Tu, — continuai ad alta voce, — sei andato a baciare in fronte
quell'uomo! — Egli mi guardò, sorrise, e poi gettandomi le braccia al
collo mi rispose con un grido d'allegrezza: — No, perchè n'ero indegno;
sono andato a baciargli la mani.