Era bello vedere il giardino della piazza d'Azeglio la sera d'una
giornata di primavera, due anni fa, quando Firenze era ancora
Capitale. Vi convenivano centinaia di fanciulli, molti di famiglie
fiorentine, la più parte di famiglie d'impiegati d'ogni provincia; era
il ritrovo delle Italiane e degl'Italiani più piccini e più belli che
avevano condotti in quella città il Parlamento, i Ministeri e l'altre
istituzioni dello Stato, il fiore dell'innocenza e della gaiezza
della Capitale. Le madri, le governanti, le bambinaie stavan sedute
sulle panche a destra e a sinistra dei viali; i bambini correvano in
mezzo; nel centro del giardino sonava la banda. Fino all'imbrunire era
un moto e un gridare continuo. Frotte di ragazzi uscivano di dietro
ai cespugli, si sparpagliavano ridendo, s'inseguivano e ridevano,
correvano a giri e rigiri come le rondini, e ridevano sempre, cadevano,
sempre ridendo, e si rialzavano, e ricominciavano a darsi dietro. Qua
una bimba perdeva il pettine, là un'altra la pezzuola, qualcuna si
fermava per farsi riabbottonare lo stivaletto. Da un lato all'altro dei
viali si chiamavano ad alta voce, e in un momento si sentivano cento
nomi di santi, di guerrieri, d'imperatori, di poeti: — Maria! Ettore!
Pompeo! — Non si capivan tutti fra loro. — Che hai detto? — domandava
una toscana, chinandosi verso una lombarda che le aveva diretto la
parola passando. Formavan dei cerchi a dieci insieme tenendosi per
mano, e si mettevano a girare, e andavano tutti a gambe levate, e alle
bambine più grandi si scioglievano i lunghi capelli, e le piccine
piangevano. Tratto tratto, due che s'erano bisticciati andavano a
chieder giustizia, seguiti da un piccolo drappello di curiosi, al
tribunale di qualche mamma seduta in disparte. Altri, spossati dalla
corsa, col viso infiammato, ansanti, riposavano sull'erba fin che
avessero ripreso nuova lena per ritornare ai giuochi. E lontano, tra le
siepi e gli alberi, si vedevano altre frotte di bambini biancheggiare
un momento, poi sparire, poi riapparire; e da ogni parte si alzavano
voci di gioia, di rimprovero, di meraviglia, di comando, e ad ogni
passo si udivano accenti diversi che, richiamando alla memoria le
diverse provincie, facevano passar dinanzi agli occhi una sequela
rapidissima di visioni: il Canal grande, il Vesuvio, San Pietro,
Superga. Il giardino Massimo d'Azeglio faceva esclamare, quasi con un
senso nuovo di maraviglia e di piacere: — Oh qui si vede che l'Italia è
fatta davvero! —
Una sera d'aprile del 1870, in una parte del giardino, dove il
formicolìo dei fanciulli era più fitto, stava seduto sur una panca,
solo, colle braccia incrociate sul petto, un giovane sui vent'anni,
decentemente vestito, d'aspetto malaticcio, che pareva che dormisse.
Stava appoggiato col capo all'indietro, come se guardasse il cielo. A
un tratto, essendosi mosso leggermente per prendere un atteggiamento
più comodo, gli cadde il cappello dietro la panca, e dal cappello saltò
fuori un non so che di forma quadrata e di color rosso, simile a quelle
buste, in cui si mettono le carte geografiche. Egli non se ne accorse
e continuò a dormire. Alcuni ragazzi, passando, urtarono coi piedi in
quell'oggetto e lo spinsero cinque o sei passi più in là.
Dopo alcuni minuti il giovane si svegliò, e accortosi di avere il capo
scoperto balzò in piedi e guardò intorno. Vide il cappello, lo prese,
vi guardò dentro, si turbò, e cominciò a cercare attentamente intorno
alla panca.
Poi si fermò, e voltando gli occhi in giro, dimandò con voce inquieta:
— C'è nessuno che abbia visto qui, accanto alla panca, un oggetto
rosso, grande così, di cartone? —
Due o tre donne si voltarono.
— Vorrebbero farmi la gentilezza, — soggiunse il giovane, — di
domandare ai loro bambini? —
Le donne rivolsero qualche domanda a mezza voce ai bambini che avevano
intorno, e poi fecero cenno di no.
— Perdonino, — ripigliò il giovane con voce commossa, avvicinandosi
alle donne, — è impossibile, l'oggetto m'è caduto di dosso un momento
fa; mi facciano il piacere, domandino ancora, cerchino....
— O che s'ha a cercare? — usci a dire in tono dispettoso una donna; —
quando s'è detto no, è no; è bell'e finita.
— Ma lei, — esclamò allora il giovane con accento più di dolore che
di stizza; — lei non sa che cosa io abbia perduto! Potrebb'essere un
oggetto prezioso! Potrebbe.... No, si fermino, — soggiunse con tono
supplichevole verso due altre donne che se n'andavano, — si fermino un
momento, le prego, mi aiutino,... non dimando che un momento! —
Si cominciava a radunar gente, le donne chiamarono i bambini e
s'allontanarono.
Il giovane gridò ancora una volta: — Un momento! Mi facciano questo
favore! — Poi riprese a cercare qua e là, quasi correndo, e parlando
tra sè a mezza voce.
— Ha perso dei denari? — gli domandò un tale.
— No! — rispose, continuando a girare sempre più in fretta.
— Ha perso un anello? — domandò un altro.
— No! —
La gente s'allontanò a poco a poco.
Stanco di cercare inutilmente, il giovane si rimise a sedere,
prendendosi il capo tra le mani e scuotendolo in atto sconsolato.
Era già quasi buio, il giardino deserto e silenzioso; non si udivano
che le voci lontane degli ultimi bambini che andavan via.
— Senti, — diceva al suo compagno un monello ch'era rimasto ad
osservare il giovane di dietro alla cancellata del giardino, —
piange. —
Sentì queste parole un signore che passava, guardò dentro il giardino,
entrò, e s'avvicinò alla panca.
— Che cos'ha? — domandò al giovane.
Questi non rispose.
— Posso far qualche cosa per lei? — ridimandò l'altro. — Mi dica che
cos'ha; non glielo domando mica per semplice curiosità....
— Grazie, — rispose il giovane coll'accento di chi vuol terminare un
discorso.
— Mi dispiace — ripigliò il signore — di non ispirarle fiducia. In ogni
caso, qui c'è il mio indirizzo. Si faccia coraggio. —
Ciò detto se n'andò. Il giovine guardò intorno a sè e vide un biglietto
da visita sulla panca; se lo mise in tasca, e riprese l'atteggiamento
di prima.
In quel punto si sentì l'orchestra fragorosa del teatro Principe
Umberto.