UN GRAN GIORNO.

[Illustrazione]

La famiglia G*** era in villeggiatura, a poche miglia da Firenze,

quando l'esercito italiano si preparava ad andare a Roma. L'impresa

non era veduta di buon occhio. Il padre, la madre, le due figliuole

grandi, cattolici ardenti e patriotti tranquilli, volevano i _mezzi

morali_. — Noi — diceva la signora agli amici — di politica non ce ne

intendiamo, io poi meno di tutti; e se dovessi dirvi proprio chiaro e

netto perchè la penso come la penso, mi troverei imbarazzata. Ma, che

volete? Io ho un presentimento nel cuore, mi sento dentro una voce, un

tremito, un qualche cosa che mi dice: — A Roma in codesto modo non ci

s'ha da andare, non ci si deve andare, non ci si può andare. —

Io mi ricordo del quarant'otto, mi ricordo del cinquantanove, mi

ricordo del sessanta; ebbene, in quei giorni, non ho mai avuto paura,

non mi son mai sentita nel cuore quest'ansietà che mi ritrovo adesso,

pensavo sempre che la dovesse finir bene.... Ma questa volta, Signori

miei, avete un bel dire, io vedo del buio nell'aria, e di molto! Voi

ridete.... Pregate il cielo che un giorno o l'altro non s'abbia da

piangere. A me quel giorno non par molto lontano.

Il solo che non la pensasse così, di tutta la famiglia, era il

figliuolo: giovane di vent'anni, che appunto in que' giorni rileggeva

la storia romana, e bolliva. Per questo, in casa, proferire il nome di

Roma era attaccar battaglia, e ce n'era già stata una vivissima, dopo

la quale avevano convenuto di non toccare mai più quel tasto.

Una sera, ai primi di settembre, ricevettero un giornale _ufficioso_,

in cui si dava per certo che i soldati italiani avrebbero passato

il confine. Il giovane gongolò. Il padre lesse l'articolo, stette un

po' sopra pensiero e poi, crollando la testa, brontolò: — No! — e poi

daccapo: — no! — e una terza volta: — no, no, no!

— Ma scusi, babbo! — esclamò il figliuolo infiammandosi.

— Non ricominciamo! — interruppe amorevolmente la madre. E per quella

sera non ci furono altre parole. Ma il guaio serio seguì la sera

dopo, poco prima d'andare a letto, quando il giovane, con una faccia

franca, senza preamboli, come se fosse la cosa più naturale del mondo,

manifestò l'intenzione d'andar a Roma coll'esercito.

Fu un grido generale di sorpresa e d'indignazione. E poi una tempesta

di rimproveri e di minaccie: — Che non eran cose da poter onestamente

desiderar di vedere; che purtroppo già ne toccava a ciascuno,

come italiano, una parte di colpa, senza bisogno d'aggiungervi la

responsabilità di testimonio oculare, e che qui e che là, e che infine

tutto si poteva concedere e perdonare ad un giovane bennato, fuorchè

la smania (furon parole della madre) di andar a vedere _bombardare un

povero vecchio_. Bella guerra! bella gloria davvero! —

Quand'ebbero finito, il giovane strinse i denti, fece in pezzi un

giornale, s'alzò con impeto, accese un lume, e andò a chiudersi nella

sua camera, pestando i piedi come un attore italiano quando fa il re

furibondo.

Ma dopo una mezz'ora, cheto cheto, in punta di piedi, ritornò nella

stanza da pranzo. Non c'era più che il padre e la madre, silenziosi e

melanconici. Egli domandò scusa al padre, che si lasciò stringere la

mano brontolando; e poi ritornò verso la camera. La madre l'accompagnò.

— Dunque mai più di codeste idee, non è vero? — gli disse

amorevolmente, ponendogli le mani sulle spalle.

Il figliuolo le rispose con un bacio.

E il giorno dopo passava il confine degli Stati Pontificii.

In casa, appena se n'accorsero, furono lagrime, furori, invettive,

proponimenti di non volerlo più vedere, di non alzarsi nemmeno quando

ritornasse, di lasciar passare un mese senza dirigergli una parola,

di dar di frego al capitolo _minuti piaceri_ nel bilancio domestico, e

cento altre cose. Per parte della madre, parole; ma nel padre propositi

serii. Non era uomo da transigere; era buono, ma duro, e qualche volta,

nelle sue collere, tremendo; e il figliuolo lo sapeva e lo temeva.

Come dunque si fosse potuto risolvere a fargliene una così grossa,

non si poteva spiegare. Le notizie del venti settembre non fecero che

inviperire vie più padre e madre. — Ci sentirà, — dicevano a denti

stretti, — ha da venire! — Le parole, i gesti, il contegno da tenersi,

tutto era pensato e preparato: doveva essere una lezione solenne.

La mattina del ventidue, stavano tutti nella sala da pranzo, leggendo,

quando sentirono un gran picchio nella porta, e subito dopo videro il

figliuolo, rosso, ansante, abbronzato dal sole, dritto e immobile sulla

soglia.

Nessuno si mosse.

— Come! — esclamò il giovane, incrociando le braccia, con aria di gran

meraviglia. — Non sapete la novità? —

Nessuno rispose.

— Non v'hanno detto nulla? Non è venuto nessuno da Firenze? Siete

ancora al buio di tutto? —

Nessuno fiatò.

— La presa di Roma.... — s'arrischiò a dire di lì a un po' una delle

ragazze, dopo aver consultato il babbo con un'occhiata — .... la

sappiamo.

— Come! Nient'altro?

— .... Nient'altro.

— Ma che presa di Roma! — proruppe il giovane con un grido che fece

tremare tutti quanti; — che presa di Roma! Ve la porto io dunque la

notizia! —

Tutti si alzarono e gli corsero intorno.

— Ma com'è possibile, — continuò egli a gridare agitando le mani, —

com'è possibile che non sappiate nulla? Non s'è sparsa la voce per la

campagna? Non si son radunati i contadini? Che cosa fa il Municipio?

Oh! questa è inconcepibile davvero! Sentite dunque, mettetevi tutti

intorno a me, vi racconterò tutto; mi batte il cuore che non posso

quasi parlare....

— Ma che è stato?

— Niente! Non vi dico niente! Voglio raccontarvi le cose per filo e per

segno, mi voglio sfogare, voglio che sappiate il fatto a poco a poco

come l'ho visto io.

— Ma son le feste dei Romani?

— È il plebiscito?

— L'arrivo del Re?

— Ma no! ma no! È ben altra cosa!

— Ma parla!

— Ma sedete!

— O come non s'è saputo nulla qui?

— Ma che volete ch'io sappia? Quello ch'io so è che portarvi pel primo

questa notizia è il più gran piacere che abbia provato in vita mia....

Sono arrivato stamani a Firenze, si sapeva tutto, son partito subito; —

chi sa, — pensavo, — forse la nuova non sarà ancora arrivata a casa;...

mi manca quasi il fiato!

— Di' dunque tutto, subito — esclamarono la madre e le ragazze

mettendosi a sedere intorno a lui. Il padre era rimasto in disparte.

— Sentirai, mamma! — cominciò il giovane. — Cose da fare impazzire.

Venite più in qua, così. Della mattina del ventuno sapete ogni cosa,

non è vero? Entrarono gli altri reggimenti; folla, grida, musiche, come

il giorno prima, fino alle dodici. Alle dodici, come per accordo preso,

lo strepito cessò, prima nel Corso, poi nell'altre strade grandi, e a

poco a poco per tutto. I drappelli dei cittadini si fermavano, facevano

crocchio e parlavano sotto voce; poi si sparpagliavano in tutti i

versi, salutandosi l'un l'altro, col fare di chi deve rivedersi poco

dopo. Pareva che fosse corsa la voce di prepararsi a qualche gran cosa.

La gente, incontrandosi, si parlava in fretta, e poi via, ciascuno

per conto suo. Da un capo all'altro del Corso era un affaccendarsi

generale; chi entrava nelle case, chi usciva, chi chiamava dalla

strada, chi rispondeva dalle finestre; i soldati scappavano di qua e di

là come se avessero sentito una chiamata; passavano ufficiali a cavallo

di trotto; passavano uomini e ragazzi con fasci di bandiere sulle

spalle e tra le braccia; tutti frettolosi e affannati, che parevano

inseguiti. Io, che non sapevo nulla, e non conoscevo nessuno, guardavo

in viso ora l'uno ora l'altro, tanto per veder d'indovinare qualcosa.

Tutti parevano allegri, ma non dimostravano più l'allegrezza viva e

sfrenata di prima; tutti lasciavano trasparir un pensiero, un dubbio,

quasi un'ansietà; si capiva ch'era gente che macchinava qualcosa.

Infilai una delle strade secondarie, andai oltre, mi fermai su due o

tre crocicchi: in ogni parte lo stesso spettacolo; gran gente, gran

moto, gran fretta, e un non so che nel modo di parlare e nei gesti,

che avevo già notato nel Corso, come se tutto quell'armeggìo si volesse

fare di nascosto a qualcuno, benchè fosse visibile a tutti. Passavano

gruppi, drappelli, centinaia di uomini e di donne insieme, e non si

sentiva un grido; andavan tutti dalla stessa parte, come a un luogo

convenuto....

— Dove andavano? — domandarono il padre e la madre.

— Aspettate. Ritornai verso il Corso. Quanto più andavo innanzi,

sentivo crescere un rumor sordo e continuo, come d'una gran folla.

Arrivai: il Corso era pieno di gente, tutti fermi e rivolti verso

il Campidoglio, come se aspettassero qualche cosa di là. Da piazza

del Popolo a piazza di Venezia era tutt'una calca da non potervisi

muovere. Si bisbigliava qua e là: — Or ora vengono. — Vengono di

laggiù. — Chi viene di laggiù? — La colonna principale. — Viene la

colonna principale. — Eccola. — No. — Sì. — A un tratto la folla si

agitò con grande impeto, si gridò da tutte le parti: — Son là, — e in

men che non si dica la via rimase sgombra nel mezzo come al passare

di una processione. Tutte le teste si scoprirono. Io, che ero rimasto

indietro, mi feci strada a furia di gomiti, e guardai.... Mi par di

sentire il fremito che mi corse da capo a piedi in quel punto. Venivano

innanzi generali in grande uniforme, signori in abito nero con ciarpe

tricolori; in mezzo ai signori e ai generali, ragazzi, donne e uomini

laceri e scamiciati; dietro operai, contadini, donne coi bimbi in

collo, soldati di tutte le armi, signore eleganti, studenti, famiglie

intere strette in piccoli gruppi tenendosi per mano per non perdersi;

tutti affollati, pigiati in modo da poter appena camminare; e pure non

si sentiva che un bisbiglio monotono come un ronzìo; silenzio dalle due

parti della strada, silenzio alle finestre: era uno spettacolo solenne;

faceva tra meraviglia e spavento; io ero estatico.

— Ma dove andavano? — domandarono con più viva insistenza il padre, la

madre e le figliuole.

— Lasciatemi finire! — riprese il giovane. — Mi cacciai in mezzo. E

con me vi si cacciarono man mano tutti quelli che stavano addossati al

muro a destra e a sinistra. Figuratevi che serra serra! La folla pareva

proprio un torrente, occupava tutti gli spazii; e ondeggiando sbalzava

gente, come onde, nelle botteghe, nei portoni, da ogni parte dove vi

fosse un po' di posto. Man mano che si andava, altre turbe di popolo

si versavano nel Corso dalle vie laterali, affollate anche quelle da un

capo all'altro; e la processione continuava a scendere dal Campidoglio,

e correva voce che nel Campo Vaccino vi fossero ancora migliaia di

persone. Gran gente arrivava da piazza di Spagna, gente da via del

Babbuino, gente da piazza del Popolo. Avevano tutti qualcosa in mano,

chi ghirlande di fiori, chi rami d'ulivo e d'alloro, chi bandiere, chi

cenci legati in cima a bastoni; qualcuno portava persino immagini sacre

spiegate con due mani al di sopra della testa; iscrizioni, emblemi,

ritratti del Papa, del Re, dei Principi, di Garibadi; una varietà, una

mescolanza, una confusione di persone e di cose, come credo non si sia

mai vista sotto il sole; e sempre e per tutto quel bisbiglio sommesso,

quell'andar lento, quella serenità, quella dignità, così strana e

maravigliosa in tanta moltitudine, che mi pareva di sognare. —

Tutta la famiglia si strinse intorno al giovane senza far parola.

— .... A un certo punto mi accorgo che la folla ha svoltato a sinistra:

tutti dietro. Adagio adagio con gran fatica, pigiati, oppressi, urtati

da tutte lo parti, senza poter muovere le braccia, respirando a stento,

si arriva, di strada in strada, sulla piazzetta dinanzi al ponte

Sant'Angelo. Il ponte era stipato di gente; la folla si perdeva di là

dal fiume verso San Pietro; tutta la sponda destra era un formicolaio.

Il passaggio del ponte fu un affar serio; ci si mise più d'un quarto

d'ora; i disgraziati che erano ai lati, spinti dalla gente del mezzo,

dalla paura d'esser buttati giù, si attaccavano disperatamente alle

spallette, e mandavano grida di spavento; si dice che siano seguite

delle disgrazie. A poco a poco si arrivò di là. Tutte le strade che

menano alla piazza rigurgitavano. Quando si fu all'imboccatura d'una

delle due strade che vanno diritte alla Basilica, s'udì a un tratto

un gran fragore sordo, cupo, come quello d'un mare in burrasca, che

ora pareva lontano, ora vicino, e veniva verso di noi a ondate. Era

la moltitudine accalcata in piazza di San Pietro. La folla si spinse

innanzi con più impeto; gli uni sugli altri, portati, travolti, su su,

fin che s'arrivò sulla piazza.... Dio eterno! se aveste veduto! Uno

spettacolo da sbalordire. Tutta quell'immensa piazza piena zeppa, tutta

nera, tutta brulicante, non c'era più piazza, era un mare. Tutt'intorno

fra le quattro file delle colonne, sulla gradinata della chiesa, sotto

il portico, sul gran terrazzo della facciata, sulle gallerie della

cupola, sui capitelli, sui pilastri; e dietro, alle finestre delle

case, sui balconi, sui tetti, sopra, sotto, a destra, a sinistra, da

per tutto dove una creatura umana poteva posare il piede, o attaccarsi,

o sospendersi, da per tutto teste, braccia e gambe spenzoloni,

bandiere, gesti, voci. Tutta Roma era là.

— Oh Dio!... E il Vaticano? — domandarono le donne con grande

trepidazione.

— Era chiuso. Sapete che un braccio del Vaticano dà sulla piazza,

e lì c'è l'appartamento del Papa. Tutte le finestre eran chiuse,

pareva un palazzo abbandonato; pareva, in quel momento, che avesse

l'espressione d'una persona, fredda, rigida, impassibile, che guardasse

giù con l'occhio spalancato ed immobile. La moltitudine guardava in su

rumoreggiando. Si vedeva da una parte, verso la gradinata, un grande

armeggìo di ufficiali e di signori, che pareva dessero degli ordini,

ripetuti poi di bocca in bocca. L'agitazione andava crescendo. Eran

tutti a capo scoperto: teste bianche di vecchi, teste brune di soldati,

teste bionde di bambini; splendeva un bel sole; mille cose, mille

suoni, mille colori ondeggiavano e si confondevano su quella immensa

folla; le bandiere, i ramoscelli, i cenci sventolati, erano sbattuti

qua e là, come se galleggiassero sull'acqua; il rimescolamento era

tale, che pareva ardesse il foco sotto terra. Tutt'a un tratto s'udì e

si propagò un grido da tutte le parti: — I ragazzi! I bambini! Avanti

i bambini! — Pareva una cosa convenuta. In un punto solo, da ogni

Iato della piazza, si videro sollevare i bambini al di sopra della

teste, e le donne e gli uomini che li tenevan su, fendere la calca;

tutti diretti verso il Vaticano; i ragazzi più grandi farsi strada

da sè, scivolare fra le gambe della gente, a dieci, a venti insieme,

stretti per mano; in pochi minuti, parte colle proprie gambe, parte

spinti, parte portati, centinaia di bimbi, tutto un popolo di creature

sino allora nascoste, si trovò affollato in un angolo della piazza;

e intanto un gridìo assordante di donne: — Badate! — Largo! — Il mio

bimbo! — Di lì a poco un altro grido, più forte, più imperioso: — Le

donne! Le donne! — Un altro rimescolìo, un altro rompersi della folla

in tutti i versi. Poi un terzo grido più formidabile: — L'esercito!

I soldati! Avanti! — E di nuovo un sottosopra indicibile; ma in ogni

parte ad un tempo, risoluto, rapido; nessuna delle difficoltà e delle

lungaggini che si vedono in casi simili; tutti s'affaccendavano e

servivano allo scopo; era una foga, un impeto, e pure un accordo

meraviglioso; pareva che quella folla innumerevole fosse ordinata

e ammaestrata. A poco a poco si rallentò il movimento, il chiasso

si quetò, le braccia si abbassarono, tutti si guardarono intorno, e

si vide ch'erano spariti, come per incanto, i bambini, le donne, i

soldati. Stavan tutti da una parte della piazza, a destra, divisi

in tre grandi schiere, dalla porta di San Pietro fino a mezzo

il colonnato, rivolti verso il Vaticano, stretti ed immobili. La

moltitudine proruppe in un fragorissimo applauso.

— Ma il Vaticano! — domandò per la terza volta la famiglia, tutta a una

voce.

— Sempre chiuso e quieto come un convento; ma aspettate. All'improvviso

l'applauso cessò, e si videro tutte le teste voltarsi indietro, e

bisbigliare: — Silenzio! Silenzio! — La parola corse fino in fondo

alle due strade che sboccan nella piazza. Il bisbiglio, di lì a poco,

cessò affatto, e si fece una quiete, un silenzio, come io non avrei mai

creduto che fosse possibile fra tanta gente: era qualcosa di sovrumano.

In mezzo a quel silenzio, parve improvvisamente di sentire un vocìo

leggiero, che non si capiva cosa fosse; un suono vago, diffuso, come

se venisse dall'alto; a mano a mano, insensibilmente, crebbe; prima un

alzarsi di voci qui, poi là, poi più lontano, incerte, discordanti; di

lì a poco più unite, più risolute; infine, come per incanto, confuse; e

un solo canto tremolo, argentino, soave, si levò al cielo, echeggiando,

come la voce d'una legione d'angeli. Erano migliaia di fanciulli che

cantavano l'Inno a Pio IX del 1847.

— Oh! Dio buono! — esclamarono la madre e le figliole, giungendo le

mani.

— Quel canto si ripercosse nel cuore di tutti, scese proprio a toccare

in fondo all'anima quello che v'è di più tenero; si sentì correre un

fremito per la folla; si vedeva un gran moto di braccia e di mani,

come di chi vuol parlare e non può; non si udiva che un mormorìo

confuso. — Santo Padre, — pareva che si volesse dire da tutti, —

guardate, sentite, sono i nostri bambini, sono i vostri figliuoli,

che vi cercano, che v'invocano, che implorano la vostra benedizione;

sono anime innocenti; arrendetevi alla loro voce; benediteli; fate

che la patria e la fede siano un sentimento solo nei loro cuori; una

vostra parola, Santo Padre, un vostro cenno, un vostro sguardo solo

che annunzi il perdono e la pace, e saremo con voi, per voi, tutti,

ora, sempre, per sempre! Sono i nostri bambini, i vostri figliuoli!

— Migliaia di bandiere s'agitavano in aria, il canto tacque, seguì un

profondo silenzio....

— Ebbene? — domandarono tutti affannosi.

— Sempre chiuso, — continuò il giovane. — S'alzò il canto delle donne.

Si sentiva un tremito profondo in quella immensa voce; vi si sentiva

un qualche cosa che prorompe soltanto dal seno delle madri; pareva

piuttosto un grido che un canto; era soave e solenne. La gente, alle

prime note, rimase immobile; subito dopo cominciò ad agitarsi, come

mossa da un ardore irresistibile; le grida coprivano quasi il canto.

— Sono le nostre madri, — si diceva, — le nostre spose, le nostre

sorelle. Santo Padre, ascoltatele; esse non hanno mai avuto odio nè ira

nel cuore; esse hanno sempre amato e sperato; esse credono e pregano;

esse vi domandano di poter insegnare ai loro figliuoli il nome vostro

insieme con quella d'Italia. Santo Padre, una vostra parola risparmierà

loro molti dubbi dolorosi e molte lagrime amare; benedite le nostre

famiglie, Santo Padre! —

Gli ascoltatori interrogarono collo sguardo e col gesto.

— Chiuso, — rispose il giovane — sempre chiuso. Ma allora proruppe

un canto fragoroso e accelerato, a cui seguì un nuovo e più violento

rimescolìo; erano i soldati. — Sono i nostri soldati, — dicevano

tutti tra se, — saranno i vostri; sono i figliuoli delle campagne e

delle officine; essi, Santo Padre, veglieranno alle vostre porte e

scorteranno i vostri passi; essi, nati nella vostra terra, essi che

udirono da fanciulli il vostro grido sublime di libertà, e combatterono

contro lo straniero col vostro nome e con quello del loro Re sulle

labbra e nel cuore; benediteli; voi li troverete stretti intorno al

vostro trono nell'ora del pericolo, pronti a morire; una parola, Santo

Padre, e queste spade, questi petti, questo sangue, son vostri! Essi

vi domandano la benedizione della patria! Ricordatevi, Santo Padre,

il vostro grido sublime!... — Una finestra del Vaticano s'aperse.

— Allora il canto cessò, tacquero le grida, silenzio. Alla finestra

non v'era anima viva. Vi fu qualche istante, in cui il respiro della

moltitudine pareva sospeso. Si vide come un'ombra muoversi alla

finestra, ma dentro, in fondo, e sparire. Parve di veder passare della

gente, di sentir dallo strepito. Tutte le faccie, tutti gli occhi erano

fissi, immobili là. A un tratto tutta la moltitudine, come ispirata,

stese tutta insieme le braccia verso il palazzo, migliaia di donne

levarono in alto i bambini, i soldati alzarono i cappelli sulla punta

delle baionette, tutte le bandiere sventolarono, centomila voci si

sprigionarono in un solo tremendo grido: — Viva! Viva! Viva! — Alla

finestra del Vaticano si vide spuntare qualcosa, muoversi, luccicare,

sollevarsi in aria di colpo.... Dio eterno! — gridò il giovane

lanciandosi al collo di sua madre — era la bandiera italiana! —

Dire l'allegrezza, la gioia, l'entusiasmo di quella buona gente, è

impossibile. Il giovane aveva parlato con tanto calore, s'era tanto

innamorato del suo medesimo inganno che a poco a poco era arrivato

fino a non accorgersi più che inventava; e veramente gli si erano

inumiditi gli occhi e gli tremava la voce. Perciò nemmeno un'ombra

di sospetto passò per la mente ai suoi genitori e alle sue sorelle.

Si abbracciavano, ridevano, piangevano. Da quanti dubbi, da quanti

scrupoli, da quante battaglie dolorose fra il cuore d'Italiani e la

coscienza di Cattolici, si trovavano liberati! La conciliazione tra la

Chiesa e lo Stato! Il sogno di tanti anni! Che tranquillità d'animo a

allora in poi! Che bella vita d'amore e di accordo! Che respiro libero

e sicuro! — Sia benedetto il cielo! — esclamò la madre, lasciandosi

cader sur una seggiola, stanca dalla commozione. E poi daccapo tutti

insieme intorno al giovane, chi pigliandogli una mano, chi tirandolo

pei panni.

— È proprio vero?

— Non è un sogno?

— Continua, racconta tutto, il Papa, la gente, che cosa è stato....

— .... Quel che seguì allora, — riprese il giovane con voce stanca, —

a dirvela schietta io non lo so, non me ne ricordo; fu un tale scoppio

di grida, un sottosopra, una frenesia, un delirio tale, che solamente

a pensarci, anche adesso, mi si confonde la testa. Io non mi vidi più

altro intorno che braccia e bandiere alzate, che mi nascosero ogni

cosa. Una gomitata che ricevei nel petto in uno di quei terribili

rimescolamenti della folla, mi tolse quasi il respiro. Dopo qualche

momento mi parve di essere un po' più al largo e mi gettai in una delle

strade che menano al ponte, per uscir fuori da quella confusione. Da

tutte le strade di Borgo Pio il popolo si precipitava con altissime

grida sulla piazza. Si disse poi che la folla s'era slanciata alle

porte del Vaticano per irrompere dentro; i soldati l'avevan dovuta

contenere prima col petto, poi a forza di braccia, infine coll'armi;

si parlava di gente rimasta soffocata nel serra serra. Dentro, nel

Vaticano, che cosa sia seguìto per ora non si sa; si diceva che il Papa

aveva dato la benedizione dalla finestra. Io non lo vidi. Affranto,

sfinito, arrivai sul ponte e lo passai. Sempre accorreva gente da

ogni parte, chiamati dalla notizia del grande avvenimento, che s'era

propagata colla rapidità del lampo. Grossi drappelli di cavalleria

accorrevano di trotto serrato. Guide e aiutanti di campo, mandati a

portar ordini di qua e di là, correvano le strade gridando. La gente

rispondeva dalle finestre. Vecchi decrepiti, malati, donne coi bimbi

fra le braccia, s'affacciavano a' terrazzini, scendevan nella strada,

interrogavano, si meravigliavano, si baciavano.... Io arrivai al Corso.

All'improvviso s'udì un rimbombo terribile dalla parte del Pincio,

poi un altro dalla parte di Porta Pia, poi un terzo dalla parte Porta

San Pancrazio; erano tutte le batterie d'artiglieria dell'esercito

italiano che salutavano il Pontefice con una salva precipitosa. Dopo

poco s'udirono i rintocchi della campana del Campidoglio, poi man mano

le campane di cento chiese, che si confusero in un concerto grandioso.

La folla da Borgo Pio si riversò con impeto sfrenato sulla sinistra del

Tevere, invase in pochi momenti le strade, le piazze, le case; scoprì

gli stemmi papali ch'erano stati coperti; portò in trionfo busti di

Pio IX, ritratti, bandiere; migliaia di persone si fermarono davanti

ai palazzi dei patrizi romani più noti per devozione al Pontefice e

proruppero in applausi, e quelli si presentarono sui balconi e misero

fuori le bandiere nazionali.... Un momento, lasciatemi riprendar

fiato. —

Ripreso ch'ebbe fiato, subito l'incalzarono con nuove domande: — E poi?

E il Vaticano? E il Papa?

— .... Non so.... Non vi dico quello che era di bello, di grande,

di meraviglioso Roma la sera. La notte era serenissima, e ci fu una

illuminazione quale non s'è vista mai, credo, da che mondo è mondo:

il Corso pareva tutto di foco; le chiese piene di gente con preti

che predicavano; nelle strade musiche, canti, balli; cittadini che

parlavano al popolo nei caffè e nei teatri. Volli vedere un'altra

volta la piazza di San Pietro. S'era sparsa la voce che Sua Santità

aveva bisogno di riposare; Borgo Pio era quieto come in una delle

notti più quiete; la piazza era rischiarata dalla luna; una folla

silenziosa stava raccolta intorno alle due fontane e sulle gradinate;

molti seduti in terra, molti coricati; una gran parte, i più rifiniti

dalle fatiche e dalle commozioni della giornata, dormivano; donne,

soldati, bambini, alla rinfusa; centinaia di persone inginocchiate, e

qua e là sentinelle di tutti i Corpi, con bandierine e croci piantate

nella canna del fucile. Il terreno era sparso di bandiere, di foglie,

di fiori, di cappelli perduti nel trambusto; le finestre del Vaticano

erano illuminate; non si sentiva una voce; pareva che tutta quella

gente trattenesse il respiro. Partii di là commosso, esaltato, pensando

a tutto quello che avevo visto, all'effetto che avrebbe prodotto la

notizia in Italia, nel mondo, in voi altri, in te, specialmente, babbo;

mi trovai alla stazione quasi senza avvedermene, c'era una confusione,

un gridìo assordante; salii sul treno, si partì, ed eccomi qua. La

notizia è arrivata ieri sera a Firenze; mi dissero che fu un delirio;

il Re è partito per Roma; la notizia s'è già sparsa per tutta la

terra. —

A questo punto si lasciò cader sulla seggiola e tacque in atto di

chi non ha più fiato in corpo. Poi s'alzò improvvisamente e scappò a

intercettare i giornali che dovevano arrivare alla villa alle undici,

sicchè la famiglia serbò la sua cara illusione fino a sera. Il desinare

fu allegrissimo, il giovane continuò ad affastellare particolari su

particolari, e la madre e gli altri, contentezze su contentezze,

benedizioni su benedizioni. Quando tutto a un tratto si sentì un

passo accelerato su per le scale, e poi una rumorosa scampanellata.

Di lì a un minuto la porta s'aperse, e un prete lungo, asciutto, col

viso pallido e la bocca torta, comparì sulla soglia. Era un prete

arrabbiato, che la famiglia conosceva di fresco, e pel quale non aveva

gran simpatia; ma che pure rispettava ed accoglieva in casa, più per

ossequio all'abito che alla persona. Tutti, tranne il giovane, gli

corsero intorno, gridando: — Ebbene! Ha sentito la gran notizia! Tutto

è finito, grazie al cielo! È stata la mano di Dio! Che cosa ne pensa?

Parli, racconti!

— Ma che notizia? — dimandò il prete, guardandoli in viso uno per uno

con un par d'occhi stralunati.

Gli dissero tutti insieme, in fretta e in furia, delle feste, del

perdono, della conciliazione.

Il prete guardò tutti con l'aria di chi temesse d'esser capitato in

mezzo a un crocchio di matti; poi fulminò con un'occhiata il giovane,

ed esclamò con un sorriso maligno di trionfo:

— Non c'è ombra di vero, per fortuna!

— Non c'è ombra di vero! — gridarono tutti, voltandosi verso il

figliuolo.

Questi, senza scomporsi, fissò il prete, e con un accento misto

di tristezza e di sdegno gli disse: — Ma, reverendo, non dica: per

fortuna! Lei è italiano; dica: Peccato che non sia. —

Tutti gli altri rimasero per qualche momento come sbalorditi; ma poi,

voltandosi di nuovo verso il prete, e piccati, come sempre segue,

più contro chi aveva tolto che contro chi aveva dato l'illusione,

ripeterono quasi involontariamente: — Sicuro! dica piuttosto: Peccato!

— Io? — rispose il prete, torcendo verso il suo petto un lungo dito

nodoso; e poi con voce acre e vibrata: — Io non lo dirò mai!

A quelle parole il vecchio, ferito bruscamente nel dolce sentimento che

lo esaltava, perdette, com'era solito, i lumi, e stendendo il braccio

verso il prete, si lasciò sfuggire dalla bocca un: — Via! — che risonò

in tutta la casa come una pistolettata.

Il prete disparve chiudendo la porta con impeto. Il giovane gettò le

braccia al collo del padre; e questi, mettendo le due mani sulla testa

del figliuolo, esclamò con un accento triste e affettuoso: — .... Ti

perdono.

Novelle(#58341) · 第 66 / 95 题