Verso le otto della sera dovevano arrivare insieme dalla città Candida,
suo padre e il fratello Carlo. A Iride, per procurarle il piacere
della sorpresa, non era stato detto nulla dell'arrivo del marito. Furio
non sapeva nulla nemmeno lui; alle sei era stato mandato dalla zia a
portare una lettera a una villa vicina, e ritornando doveva trovare a
casa, a sua insaputa, il fratello.
Riconovaldo, la sera, passeggiava pel giardino sconfortato e triste.
In vita sua non gli era mai toccata un'umiliazione pari a quella che
Candida gli aveva inflitto poco prima, su per la scala, e nei giorni
addietro, ad ogni ora, ad ogni minuto, senza remissione, duramente e
spietatamente. Non c'era più dubbio per lui; gli era parso uno stupido,
un tristo, un ragazzaccio presuntuoso e insolente, quello che era, in
una parola. Già egli se l'era sempre sentito; era nato coll'anima per
isbaglio, quella ragazza aveva detto giusto; gli amici, ridendo, gli
facevano intendere la verità; egli era l'ultimo degli uomini; un bello
schizzo d'uomo; un fantoccio. La vergogna, la stizza, il rodimento
gli erano cresciuti a segno da mutargli il viso che pareva quello d'un
altro, pareva brutto; si sentiva brutto; si sentiva di fuori com'era
dentro; era annientato. E tutto questo per Candida, per quel bel cesto
di ragazza senz'anima e senza forma di donna, insipida, sgarbata e
orgogliosa.... Egli l'odiava.
Mentre era su questi pensieri si sentì chiamare improvvisamente per
nome, e voltandosi, vide la donna di servizio; una buona vecchia che
serviva in quella casa da vent'anni.
— Sono due ore che la cerco, — disse la donna — e son parecchi giorni
che ho da domandarle una cosa: mi permette? —
Il giovine accennò di sì.
— Una cosa che più ci penso e meno la capisco, e c'è solamente lei che
me la possa spiegare. Ma bisogna che venga con me subito, perchè non
c'è tempo da perdere. —
Riconovaldo s'alzò; la vecchia, precedendolo, lo condusse alla villa,
gli fece salir la scala, apri la porta della camera di Candida e gli
disse: — Entri. —
Il giovane la guardò meravigliato.
— Entri, entri; se non entriamo qui, non mi posso far capire. —
Il giovane entrò e guardò intorno; era una camera semplicissima; le
pareti nude, un lettino bianco, poche seggiole, e un tavolino accanto
alla finestra con su qualche libro.
La vecchia chiuse la porta, si venne a piantare in mezzo alla camera,
in faccia a Riconovaldo, e cominciò con aria di mistero:
— La signora Candida è una ragazza tranquilla, non è vero?
— Così m'è sempre parsa, — rispose il giovane, senza capire a che
potesse condurre quella domanda.
— Non ha mica nessun dispiacere nella famiglia?
— No, ch'io sappia.
— È anche una giovane di.... giudizio, seria; voglio dire che non ha
uno di quei naturali, che hanno tante, a capricci; è sempre ad un modo
lei colla gente, non è vero?
— È verissimo.
— E qui in campagna non conosce altra gente che suo padre, sua zia, suo
fratello, lei e la cognata, non è vero?
— Nessun altri.
— Oh dunque, — esclamò la vecchia dopo un momento di riflessione, —
come mai è tanto cambiata da un tempo in qua?
— Ma se dicevate adesso che è sempre ad un modo.
— Colla gente sì; ma quand'è sola e anche quando ci son io, no.
— E cosa fa quand'è sola?
— Oh se sapesse! Senta. Ma.... prima di tutto; sa lei che ci siano dei
libri che fanno piangere come disperati?
— Dove sono questi libri?
— Eccone uno. —
La vecchia tirò il cassetto del tavolino, prese un libro e lo porse a
Riconovaldo.
— _Storia di Sibilla_, — lesse il giovane sul frontespizio; — è un
romanzo, e con questo?
— Fa molto piangere?
— Può far piangere.
— Da disperati?
— Oh Dio! da disperati no; qualche lacrima, così, come se ne versano
tante.
— Allora guardi; ci devono essere dei segni; legga qui. — E le indicò
una pagina piegata, dove ci eran tre righe segnate coll'unghie.
Riconovaldo lesse da sè: — “Miss o' Neil era una ragazza grande,
magra, angolosa, che camminava con una regolarità e una rigidezza
d'automa....„
— E ora qui.
— “.... Brutta fino quasi al ridicolo, la gente si capisce, non l'aveva
punto assuefatta male. Circondata sempre d'un'atmosfera glaciale,
sempre imbarazzata e nervosa come persona che cammini sotto sguardi
malevoli ed ironici....„
— E qui.
— “.... Voi non lo potete mica sapere tutto quello che io soffro,
povera bambina, voi non lo potete.... è impossibile! Immaginatevi
ch'io sono sola al mondo, più sola d'un'altra, perchè sono brutta e
spiacevole, e questo mi condanna a esser sempre sola, senza affetto,
senza marito, senza figliuoli! E io sarei stata una così buona madre,
sapete, Sibilla, una così tenera madre!„ —
Riconovaldo, leggendo, s'era turbato; quand'ebbe finito, chiuse il
libro e rimase pensieroso.
— Ma che diavolo dice quei libro? — domandò la donna.