— Ora lo vado a pigliar io, — borbottò montando la scala; —
malcreato! —
Ci fu qualche minuto di silenzio; si sentì sopra il passo affrettato
della zia, poi lo scoppio della sua voce, poi un altro rumor di passi
più fitto, e poi di nuovo giù per le scale una sfuriata di acerbe
parole:
— Vanitoso sciocco! — gridava la vecchia, fermandosi ad ogni scalino,
e ripigliando fiato a ogni parola; — guardate se par possibile! Un
ragazzaccio di quindici anni! Per sua cognata, poi! E mentre stanno giù
ad aspettarlo!
— Che cos'è stato? — domandò il padre sbadatamente.
— Figuratevi, — rispose la zia, ferma sulla porta, come per impedire
al ragazzo di entrare prima ch'essa avesse finito la sua invettiva;
— vado su, m'avvicino in punta di piedi alla sua camera, e me lo
vedo là, con uno specchio davanti e uno di dietro, che si lisciava i
capelli come un damerino, e aveva messo sossopra ogni cosa: biancheria,
panni, spazzole, saponi, boccette; pareva il cassettone di una
sposa.... —
La signora rideva.
— Ma questo non è nulla, — proseguì la zia, dando un'occhiata verso la
scala, dove la povera vittima stava aspettando; un puzzo indiavolato di
sigaro, da non poterci respirare: ha fumato!
— Oh! — interruppe il padre fingendo un atto di collera.
— Ma gli ho dato una lezione! — la vecchia riprese, e faceva l'atto di
dare uno schiaffo; e poi, rivoltandosi verso la scala: — Animo, avanti!
Il povero ragazzo, che aveva sentito tutto, veniva giù adagio adagio,
umiliato, confuso, coi capelli in disordine, con una vecchia cacciatora
indosso, chè la zia non gli aveva lasciato tempo di mutarsi, senza
solino, senza cravatta, come un povero. Arrivato sulla porta, la zia
lo cacciò dentro con uno spintone; egli si trovò davanti alla signora
che gli era venuta incontro; la guardò, la vide ridere, si fece color
del fuoco, si sentì mancar la parola, abbassò la testa e stette lì
immobile, col respiro sospeso, nell'atteggiamento d'un condannato.
— Saluta dunque la cognata! — disse la zia.
— Signora!... — mormorò egli con un fil di voce; ma non gli riuscì di
alzare la testa.
— Signora! — ripetè la vecchia spietata contraffacendolo; — e non hai
nient'altro da dire a tua cognata? alla sposa di tuo fratello, che non
hai mai veduta? Bell'accoglienza da fare a una parente! Compatitelo,
Iride, è un ragazzaccio zotico, è sempre stato in campagna, non ha mai
visto nessuno....
— Eh, già, — soggiunse il padre guardando fisso Furio, come avrebbe
guardato un gatto imbalsamato dentro una vetrina, — già, a quell'età
siamo stati tutti così, non si sa nè muoversi nè parlare; ma poi, col
tempo....
— Costui non cambierà, sai; — la zia soggiunse, — è impossibile; si
vede proprio che non c'è nato.
— O perchè? — disse la signora con un accento amorevole di difesa.
E tutti e tre continuarono a guardarlo. Oramai la vergogna del povero
Furio faceva pietà, il sangue gli era salito al viso tanto che gli
occhi ne parevano velati, la testa gli pesava come se fosse di piombo;
si vedeva che soffriva. La signora se n'accorse, si voltò da un'altra
parte ridendo, e mutò discorso. Furio scomparve.
Ma bravo! Era un mese che vi rallegravate al pensiero che una bella
signora sarebbe venuta a rompere la monotonia uggiosa delle vostre
ferie campestri; un mese che andavate fantasticando i discorsi che le
avreste fatti e le cose carine che v'avrebbe risposte; un mese che,
passando davanti allo specchio, vi fermavate, e non andavate più al
sole per non farvi più nero; un mese che vi logoravate i denti colle
polveri, la testa coi pettini e l'unghie colla limettina; un mese
che vi lamentavate colla sorella dei vostri vestiti, che vi parevan
grossolani e disadatti, e avreste voluto aver tutto bello e fine per
far onore all'ospite aspettata; un mese che contavate i giorni e le
ore che dovevan passare prima ch'ella arrivasse, e vi promettevate
che sareste stato con lei amabile e gentile, e le sareste riuscito
simpatico, e vi sareste fatto voler bene; ed ora, al momento di
cominciare, vi presentate in quel modo, colla impronta d'un ceffone
sul viso, colla testa irta come un'istrice, vergognoso, muto e cocciuto
come il più tanghero scolaretto del vostro Ginnasio!
Fu un momento molto amaro pel povero Furio. Uscito di casa, s'andò a
gettar sotto un albero, col cuore stretto e gli occhi pieni di lacrime,
sdegnato contro di sè, contro la cognata. contro tutti. — Non voglio
più comparire davanti a quella signora, — diceva tra sè; — soffro
troppo a far di quelle figure, mi sento venir male, non vado più,
piuttosto scappo, tanto non mi vuol bene nessuno. —
In quel punto una voce stridula in tono di comando si fece sentir dalla
villa: — Furio, a colazione!
Furio si sentì rimescolare il sangue, balzò in piedi, e così nel primo
impeto dello sdegno rispose con voce soffocata: — No! —
E si slanciò per fuggire: fu trattenuto. Era Candida.
— Candida, sei tu! — esclamò il ragazzo con voce commossa.
Candida gli aperse le braccia, e Furio vi si gettò trattenendo a stento
un singhiozzo.
Candida era buona e lo amava.