Erano le sei della mattina. Furio spalancò le imposte della finestra,
ed entrarono ad un punto nella sua camera un raggio di sole ed
un'ondata d'aria odorosa, che gli diede un fremito di piacere
soavissimo. Guardò il cielo, i monti, il giardino della villa, battè il
pugno sul parapetto, dicendo: — Bello! — e pensò che aveva quattordici
anni, e sentì che amava immensamente la vita. Un insetto saliva su
per lo spigolo della persiana: egli allungò la mano per buttarlo giù;
— Ma no, — disse subito: — oggi è giorno di grazia; vivi! — Rise, si
appoggiò alla finestra a contemplar la campagna e canterellava.
In quel punto comparve sotto le sue finestre una carrozza vuota; una
donna di servizio uscì di casa e aprì lo sportello, e tre piedi lunghi
e asciutti si posarono l'un dopo l'altro sul montatoio, e tre persone
asciutte e lunghe salirono e sedettero in fretta, il padre, la zia e la
sorella di Furio.
Furio s'era ritirato un po' indietro.
— Tra due ore si torna, — disse il padre alla donna di servizio.
— Colla signora! — rispose questa con un'espressione di timida
allegrezza.
— Colla signora nuora, — soggiunse il primo con un sorriso dignitoso di
compiacenza; e fatto un cenno al cocchiere, il legno si mosse.
— Un momento! — gridò la zia con voce stridula.
Il cocchiere fermò, e dalla carrozza si alzò un lungo braccio secco
con un dito lungo e nodoso che, dopo aver tremolato un po' nello spazio
come la canna di uno spegnitoio di chiesa, si fissò verso la finestra
di Furio; e la voce di prima gridò:
— Vestiti e scendi immediatamente! —
Furio scomparve.
— Non importa — disse il padre in tono conciliativo, — lascialo a casa,
è un impiccio di meno.
— Voglio che venga!
— Via, non perdiamo tempo, è già tardi.... Avanti, cocchiere! —
Il legno ripartì. Furio si fece alla finestra, e vide ancora da lontano
quel lungo dito formidabile appuntato contro di lui a guisa di una
freccia, e una fila di dentoni digrignanti, che parevano la tastiera
d'un pianoforte. Il legno scomparve; il ragazzo rimase qualche minuto
immobile, cogli occhi a terra, mortificato. Ma ad un tratto sentì un
delizioso odor di fumo lasciato giù dal cocchiere; si scosse, corse in
un angolo della camera, tirò fuori un sigaro da un buco della parete,
l'accese, e si mise a passeggiare. Pensava che di lì a due ore sarebbe
arrivata sua cognata, la moglie del suo fratellastro, ch'egli non aveva
mai vista, e ch'era, a quel che dicevano in casa, una bella signora,
grande, bionda, ben vestita; e aveva piacere che venisse. Ma non un
piacere schietto e tranquillo; perchè egli era timido, e un poco orso,
come gli diceva sua sorella, o piuttosto zotico e sciocco addirittura,
come gli assicurava la zia; e il pensiero di aver da comparir dinanzi
a quella signora, in presenza di altri, di pieno giorno, e doverla
guardare in viso, e doverla salutare, e doverle rispondere, lui che,
in quelle occasioni, perdeva la bussola e non riusciva ad accozzar due
parole, questo pensiero lo turbava un po'. A fissarvisi, si sentiva
arrossire, solo com'era nella sua cameretta; figuriamoci là nel momento
solenne.