Quanto tempo avesse dormito, Anna non lo avrebbe saputo dire; quando
fu svegliata nel cuor della notte da un forte e pressante picchiare
all'uscio da basso.
Saltò su sollecita, mentre udiva la voce del servitore Gaspare che
gridava:
--Chi va là?
--Son io, sono la Menica: rispose una voce di donna.
--Vengo subito.
--Oh, non occorre. Io scappo tosto, chè qui c'è da agghiadare... È la
padrona che sta male, e non vuol più veder nessuno intorno a sè, e la
Teresa è la sola cui forse la soffrirà d'avere allato. E il padrone mi
manda a pregarla volesse un poco venire....
La Teresa medesima, che aveva udito il dialogo, qui entrò in mezzo.
--Ci andrò tosto che potrò: diss'ella aprendo una finestra; ma gli è
che anche il mi' uomo non istà bene, e mi levavo appunto per scendere
in cucina e fargli una scodellata di caffè.
--Fate più presto che potete: disse dal cortile la voce della serva
d'Orsacchio, che ne abbiamo gran bisogno di voi, e il padrone mi ha
proprio detto di pregarvene con tutta istanza.
La fante si partì, Teresa richiuse la finestra. Nel silenzio che
succedette, alle orecchie di Anna che si vestiva in fretta, senza pur
sapere che le toccasse di fare, giunsero alcune grida strazianti tra
d'orrore e di spavento. Non era, no, una illusione; quelle grida
venivano proprio da quella camera del palazzotto, la quale, già prima
d'andare a letto, aveva attirata l'attenzione della ragazza.
Costei frattanto, dovendo vestirsi allo scuro, perchè non aveva
fiammiferi da accendere il lume, aggirandosi a tentoni per la stanza a
trovar l'uscita e poi ad imboccar la scala, non potè scendere in
cucina prima che Teresa avesse già acceso il fuoco, e postovi sopra,
appiccato alta catena, un ramino, che in mancanza di cuccuma, le
serviva per fare il caffè.
--Voi qui, figliuola mia! disse Teresa meravigliata di vederla. Che
cosa siete venuta a fare?
--Ho udito che son venuti a chiamarvi per la signora del palazzo; udii
pure che compar Matteo non istà bene, e son qui per vedere se posso
essere utile in alcun modo.
--Vi ringrazio... Ma coll'aiuto qui di Gaspare...
--Oh, non mi rinviate, vi prego... In tre potremo far meglio che in
due.
--Ebbene, come volete: ecco qui l'acqua che sta per bollire; fateci il
caffè: la scatola del macinato è qui sulla tavola. Lo porterete caldo
caldo al mi' uomo... Ed io frattanto correrò a vedere la signora.
--Spero che il malessere di Matteo non sia nulla: disse Anna mentre la
Teresa già s'avviava per uscire.
--Ah! pur troppo il pover'uomo ha molto male: disse la donna
fermandosi. Egli ieri ha avuto un gran colpo... Soffre, poveretto!....
Siamo ben disgraziati, cara la mia fanciulla.
--Voi? esclamò Anna. Voi così buoni e pietosi verso gli altri!
--Dio ci ha dato una gran croce... Pazienza!... Non restiamo più che
noi due vecchi soli a volerci bene... Povero Matteo!... Ah! non fo
bene a lasciarlo adesso per quell'altra, che in fin dei conti non mi è
nulla di nulla.
Anna fu pronta a suggerire ciò che di certo passava per la mente della
donna e che non osava manifestare.
--Se provassi a recarmi io in vostra vece presso quella signora?
diss'ella. Di buona pazienza e di buona volontà per accudire ai malati
oso assicurare che non ne manco.
--Ecchè! esclamò Teresa: voi ci andreste?
--Certo che sì. Solo che Gaspare mi venisse a guidarci.
--Siate benedetta, la mia brava figliuola! Possiamo tentare. Se poi la
povera inferma non vi vuole nemmanco voi, allora vedremo... E può
anche darsi che frattanto Matteo migliori, ed io possa andarci senza
più scrupolo. Tu, Gaspare, va ed accompagna questa buona ragazza, e
menala innanzi al signor Nicolazzo, e contagli il fatto, e digli che
non ha da riguardarsi per niente a metterla intorno a sua moglie, che
glielo affermo io e che gli è come se ci fossi io stessa. Voi, poi,
mia cara figliuola, ci rendete un servizio proprio di quei famosi.
Anna e Gaspare uscirono. Nevicava tranquillamente: il vento aveva
smesso e i fiocchi cadevano larghi, lenti, con una specie di silenzio
solenne. La finestra della camera di Gina era aperta non ostante l'ora
e la stagione, e l'infelice stava là, al davanzale, disfatte e sparse
le chiome, nudo il collo, discinte al seno le vesti, alla fredda
temperatura di quella notte d'inverno. Parlava con una volubilità
straordinaria, ora sommesso, ora forte, ora lentamente, ora con una
rapidità convulsa. La sua voce a volta a volta era un mesto sospiro,
un grido di collera, un lamento, una imprecazione; ora la si sfogava
in pianto tranquillo, ora rompeva in urla disperate. Ma quello che
dicesse non poteva capirsi bene, cotanto erano affollate le parole,
tanto molteplici, varie, intralciate le idee.
I due giovani studiarono il passo per attraversare il cortile, e
furono in un attimo al palazzotto.
La Menica attendeva al pian terreno. Si stupì assai nel vedere una
giovane che non conosceva punto; ma Gaspare avendole spiegato la cosa
in poche parole, essa li lasciò montare ambidue al piano di sopra.
Appena ebbe udito i passi di due persone che si accostavano, il marito
di Gina, che vegliava nella stanza precedente a quella dell'inferma,
corse loro incontro ed aprì l'uscio.
Anna, all'aspetto di quell'uomo, fu per indietrare dalla paura. La
poca luce che mandava dall'interno della stanza la lampada accesa
faceva parere più infossate, più livide, più cadaveriche le guancie di
lui; l'occhio fosco, affondato, irrequieto, brillava d'una fiamma
sanguigna; il contrarsi delle mascelle e delle labbra aveva qualche
cosa di spaventato e di spaventoso, di feroce e di doloroso insieme.
Dalla stanza di Gina venivano più miserevoli, più strazianti i
lamenti.
--Che volete? chi siete? chiese bruscamente quell'uomo, vedendo la
faccia sconosciuta di Anna.
Gaspare entrò innanzi ed espose l'ambasciata. Orsacchio appena lo
lasciò finire.
--Che storia è questa? esclamò egli ruvidamente. Lo sapete ch'io non
voglio gente estranea per casa. La Teresa non vuol venire? E se ne
stia... Andatevene, non ho mestieri di nessuno.
Ma in quella la povera Gina gettò un grido più acuto d'ogni altro: la
si udì sclamare:
--Sangue! sangue alle mani! Ah, quel sangue!
Ed un tonfo che risuonò fece capire ch'ella aveva dato uno stramazzone
per terra.
Accorsero tutti nella stanza vicina senza più parole. La misera donna
si giaceva disanimata, bianca come un sudario, gli occhi chiusi
attorniati da un livido cerchio, uno de' smagriti e deboli bracci
sotto il capo abbandonato: nel suo deliquio doloroso, nell'eccesso del
suo male pur bella tuttavia.
Il marito le fu primo dattorno, e presala alla vita, la sollevò e la
trasse sopra un divano che era lì presso. Anna aveva visto per colà un
fazzoletto ed afferratolo tosto, l'aveva immerso nell'acqua e ne
veniva bagnando la fronte e le tempia della svenuta.
Dopo un poco, Gina aprì gli occhi e girò intorno uno sguardo smemorato
ancora, ma non più dissennato. Vide prima d'ogni altro il marito, e se
ne discostò ratta con immenso orrore. Avvisò accosto a sè dall'altra
parte una donna, e senza nemmeno guardarla in viso, le si gettò fra le
braccia, e nascondendole il volto in seno, esclamò in tono di
commovente supplicazione:
--Salvatemi! salvatemi!
Ma Orsacchio sapeva che la crisi, una di quelle a cui l'infelice
andava soggetta, era passata oramai, e quindi quel po' di ragione che
era sopravvissuta ai colpi crudelissimi di tanti dolori, tornava a
pigliare il governo della povera vittima. Le pose una mano sulla
spalla e con accento pieno d'intenzioni, e quasi direi di minaccia,
disse lentamente:
--Gina! ora la ti va meglio; tranquillati... Ora ben riconosci chi son
io.
La misera, al tocco di quella mano, al suono di quella voce, s'era
messa a tremare di tutte le sue membra. Quand'egli ebbe detto, ella
rimase un poco senza muoversi, quasi meditasse seco stessa sulle
parole di lui; poi rialzò lentamente la testa e guardò. Ma non si
volse dalla parte dov'era Orsacchio; fissò alquanto Gaspare, il quale
s'accorse in quel punto d'avere ancora piantato sulla nuca il suo
cappellaccio, e se lo tolse di fretta facendo uno stupido sorriso ed
un goffo inchino.
--Lasciatemi, diss'ella con fievol voce appena intelligibile.
Orsacchio commentò quella parola, mostrando la porta con un gesto che
non aveva mestieri d'ulteriore spiegazione.
Gaspare non se lo fece ripetere, e scomparve guizzando via fra i
battenti semichiusi dell'uscio.
Anna, a cui l'inferma si teneva ancora abbracciata senza badarci, capì
che quest'atto del marito era un comando anche per lei, e fece a
spiccarsi dalla poveretta. L'attenzione di costei da questo moto fu
tratta a quella donna che essa non aveva ancora neppure guardata.
Stupì nel vedere una persona che non conosceva; ma sulla faccia di
questa persona c'era tanta benevolenza, tanta generosa pietà, tanto
interessamento per lei, che la povera Gina ne fu tocca di botto. E
come la ragazza voleva dipartirsi, l'ammalata la ritenne dolcemente e
le disse con ineffabile tenerezza, guardandola fiso, e, per così dire,
bevendo cogli occhi la simpatia dal volto di lei:
--No voi, non mi abbandonate!
Anna diresse uno sguardo al signore, per interrogarlo sul come la
dovesse fare; Gina comprese, e volgendosi al marito, pur senza
levargli in viso gli occhi.
--Oh lasciatemela: disse vivamente.
Orsacchio si tacque.
--Lasciatemela.
Il marito le si accostò vieppiù, ed alzando un dito come a segno di
ammonimento, disse fissandola:
--Ma!...
Gina, sollecita soggiunse:
--Non parlerò; ve lo prometto.
L'uomo fece un cenno approvativo col capo, quindi si ritrasse
lentamente non cessando di tenere il suo fosco sguardo sulla moglie.
Anche costei guardava fiso lui, paurosa, seguitandolo in ogni suo
moto; quando egli fu fuori ed ebbe rabbattuto dietro sè l'imposta
dell'uscio, ella si drizzò un poco della persona e mandò un sospiro
come se sollevata dalla gravezza d'un peso che l'opprimesse; poscia si
volse ad Anna, le prese le mani, la trasse a sè, le fece un po' di
luogo sul divano al suo fianco e ve la fe' sedervi; allora,
guardandola ben bene con curiosità infantile e benevola, le disse:
--Vi ho già vista alcune volte io? Mi par di no... Se non vi riconosco
bisogna perdonarmelo... Ho tante cose nella mia povera testa... Non
domandatemi quali, perchè non ve le direi... Oh no certamente... l'ho
promesso... Siete forse la figliuola di Teresa? È una molto buona
donna Teresa, e le voglio bene... Vorrò bene anche a voi se ne vorrete
a me... I vostri occhi mi piacciono... Come vi chiamate?
--Anna.
--Anna: ripetè l'infelice chinando il capo in atto di meditazione: non
ho mai sentito questo nome... Dite, mi vorrete bene?
La giovane levò le mani pallide e macilenti di Gina all'altezza delle
sue labbra e le baciò con effusione.
--Oh sì, diss'ella, tanto, tanto!
Gina liberò le sue mani e le battè palma a palma con gioia
fanciullesca.
--Brava! staremo insieme, sempre insieme. Vi torna? Ne ho tanto
bisogno! Io sono sempre sola con.... Zitto! Non parliamo di ciò....
Saremo amiche... Ne avevo una di amiche.... Come la mi amava!... Mi
hanno detto che è morta.
E due lagrime silenziose le vennero agli occhi. Essa le lasciò
gonfiarsi, traboccar dalle ciglia, colar lentamente giù per le
guancie, senza badarci. Poi cambiando ad un tratto di tono, domandò
quasi brusco:
--Chi siete?
--Una povera orfanella che va cercando di guadagnarsi il pane col suo
lavoro.
--Un'orfanella! esclamò Gina, rifacendosi affettuosa. Ancor io sono
tale. Da giovine sono rimasta sola. Niun appoggio, niun consiglio,
niuna difesa... Povera Gina!
Appoggiò il mento al petto e stette assorta. Anna le si pose intorno
con mano delicata a rassettarle i panni, a ravviarle i capelli, ad
accarezzarne la fronte. La povera donna sentiva una destra amichevole
e gentile occuparsi di lei, ed una soave sensazione se ne diffondeva
per tutto l'esser suo; gli era come una graduata invasione d'un fluido
magnetico affettuosissimo. Riappoggiò la testa al petto della giovane,
adagiò mollemente sopra il divano le sue membra stanche, e con
carezzevole intonazione di voce:
--Contatemi la vostra vita, Anna, diss'ella; mi farete piacere.
Anna obbedì pronta. Narrò le poche vicende della sua semplice
esistenza. Quando ebbe finito si chinò verso il volto della signora.
Essa aveva gli occhi chiusi, l'aspetto tranquillo, calmo ed a cadenza
il rifiato. Stretta al seno della ragazza, la s'era dolcemente
addormentata.