Matteo ed Anna arrivarono sull'imbrunire al paese a cui dovevano
discendere dal treno della ferrovia, affine di recarsi poi per una
strada comunale alla villetta in territorio di Valnota.
La giovine incominciava a riconoscere i luoghi della regione a cui
apparteneva il suo paesello e il cuore le palpitava dolcemente. Ella
poteva già scorgere le sue montagne, le sue valli, le dilette pendici;
e quei luoghi le richiamavano vivo vivo il passato alla mente, e la
ritornavano, come dire, nella tranquillità e nelle gioie d'una
esistenza ch'ella aveva affatto perduta da quel momento, in cui ella
aveva dato l'addio al suo villaggio. Gli occhi le si inumidivano di
lagrime, ed ella, stringendo il braccio del vecchio contadino che le
stava accosto, designava col dito ogni picco, ogni punta di collina
che le apparisse, dicendone il nome con vero affetto.
Commozione siffatta si comunicava al buon Matteo che amava pur esso di
pari amore quella contrada, e quasi pareva anche a lui di rivederla
con nuovo e maggior diletto, e un medesimo sentire attemperando quelle
due anime faceva nascere tra di loro una più spiccata simpatia. E poi,
al povero vecchio, cui tanto dolore aveva dato un figliuolo, la
confidente amorevolezza e la quasi figliale osservanza con cui quella
giovane lo trattava riusciva come un sollievo, leggero sì, ma pure non
inefficace. Ed alla giovane, avvezza ai mali trattamenti d'Agapito,
priva da tanto tempo di ogni mostra non che d'affezione, ma del menomo
interesse, il piglio buono, famigliare e schietto del vecchio era una
squisita e cara amorevolezza.
Uscirono dalla stazione il vecchio prima e la ragazza dietrogli.
Gaspare era fuori sulla spianata, ritto sulla carrettella, che faceva
chioccare la frusta a tutt'andare di braccio per annunciare la sua
presenza, e il cavallo bigio dell'ortolano, fra le stanghe del
veicolo, teneva giù la testa verso terra, senza commuoversi punto a
quello schioppettio.
In breve furono saliti nella carrettella, il vecchio e la giovine
ch'egli conduceva seco, a veder la quale Gaspare il garzone si era
stupito non poco, non sapendo chi ella potesse essere e per qual modo
avere col suo padrone attinenza.
Non ci volle molto tempo, benchè il cavallo non fosse de' più veloci
corridori, per giungere alla loro destinazione. Il bianchiccio del
palazzotto cominciava ad apparire nello scuro della notte, che era
discesa intieramente. Non un lume ci si vedeva, non una riga di luce
che filtrasse pel fesso d'una imposta di finestra. Gaspare fece
voltare il cavallo in una straduccia più angusta, peggio mantenuta,
sfondata e guasta, la quale menava alla porta per cui s'entrava
nell'abitazione rustica, e per cui passavano sempre i contadini.
Quella porta era chiusa, ma Teresa, avendo udito il rotolare della
carrettella sul suolo ineguale e ronchioso della stradicciuola, si
veniva affrettando ad aprirne i battenti. Gaspare fermò la _grigia_ e
saltò giù ad aiutare la padrona a spalancare le pesanti imposte del
portone.
--Buona sera, Teresa: disse l'ortolano dal suo posto.
--Buona sera, Matteo: rispose la donna. Hai fatto buon viaggio? La ti
va bene?
--Sì, grazie.... Eccoci qui sani per grazia di Dio.
Ma nella pronunzia di queste parole l'affetto della donna sentì
l'accento d'una profonda mestizia dell'animo, onde alzò ella il lumino
che teneva in mano per vedere in faccia il suo uomo, disposta, come
pareva, ad altre interrogazioni in proposito; ma i raggi della lucerna
caddero sulla giovane rincantucciata nel carrozzino.
--Oh, oh! disse Teresa, tu ci meni qualcheduno.
--La è un'antica nostra conoscenza, rispose Matteo; sai bene, la
piccola Anna del nostro vicino Gianantonio.
Teresa alzò di meglio il lume e fece sbatterne la luce nuovamente
sulla faccia della giovane.
--Che! diss'ella, proprio dessa?
Anna sportasi in fuori, accennava di sì, sorridendo mestamente.
--E come qui da noi? domandava la donna di cui s'era desta vivissima
la curiosità. Dove l'hai rintoppata Matteo? Eravate, se non la
sbaglio, allogata a Torino presso un vostro zio. Ve ne siete
dipartita? E dove siete diretta? forse al paese?
Mentre la Teresa faceva queste interrogazioni, Matteo era disceso
dalla carrettella ed aveva aiutato la giovane a venir giù essa pure.
--Per ora la è qui con noi: disse il vecchio ortolano, interrompendo
alquanto bruscamente le ciarle della moglie: dove l'abbia da andare e
quel che da fare ne discorreremo poi a miglior agio; frattanto
entriamo in casa, chè qui tira un maledetto venticello che ti figge i
fianchi.
Mentre Gaspare staccava la _grigia_, e la menava in istalla, e le
metteva innanzi l'abbondante profenda, Matteo, Teresa e la loro ospite
s'intromisero nella cucina a pian terreno, rallegrata dalla vampa d'un
bel fuoco fiammante nell'ampio camino, dove cuoceva in un capace
paiuolo la cena.
Fecero sedere la ragazza presso al focolare e Matteo le si pose in
faccia sul basso sgabello che gli serviva di solito. Teresa, per
riscaldar di meglio gli arrivati, riempì due scodelle di quel brodo
che bolliva nel paiuolo a cuocere la minestra, ne diede una prima ad
Anna, e l'altra poi al marito, dicendo:
--Bevete, che ciò vi vorrà far bene. E intanto la cena sarà presto
all'ordine. Avrai fame tu Matteo, non è vero?
Il vecchio scosse la testa e mandò un sospiro: allora la moglie notò
sul volto di lui le traccie d'un dolore profondo.
--O mio Dio! che cosa ci hai? dimandò essa con affannosa
sollecitudine. T'è capitato qualche cosa?
Matteo si sforzò ad abbozzare un calmo sorriso.
--Nulla, nulla: diss'egli.
Ma la donna guardandolo fiso:
--Sì che c'è qualche cosa... Ah! che indovino.... Tu hai saputo di
quell'altro... tu lo hai visto....
Il marito mostrò colla sua emozione come bene la Teresa si fosse
apposta, ma l'interruppe bruscamente.
--Per adesso lasciamo stare codesto; ne parleremo poi.
In quella entrò Gaspare.
--Sentite Matteo, diss'egli, c'è qui fuori il pigionante che v'aspetta
e vuol parlarvi.
--Ah! disse l'ortolano levandosi in fretta: ei viene a cercar la
risposta al suo biglietto; ed io bestia non mi ricordavo manco più di
lui.
Uscì sollecito; il pigionante andò vivamente incontro all'ortolano,
appena lo vide comparire.
--Ebbene? diss'egli: la lettera di Marone?
--Non ne ho di sorta: rispose Matteo.
Nicolazzo, o per meglio dire Orsacchio, perchè oramai per noi egli si
cela invano sotto quel finto nome, alzò impetuosamente la testa, come
cavallo che adombra e mandò un lampo dagli occhi.
--Come mai?
--Se vuol favorire un momento in mia casa... Qui fa un certo
freddolino...
--No, interruppe il burbero, dite su, e siate spiccio.
Matteo contò più breve che seppe ciò che era accaduto a Marone;
Orsacchio mozzicò una bestemmia fra i denti.
--Converrà dunque che ci vada io stesso, diss'egli parlando a sè
medesimo; poi volto a Matteo e facendogli un piccolo cenno del capo
come a congedarlo, soggiunse: va bene.
L'ortolano fece un rispettoso saluto e stava per rientrare; il
pigionante lo ritenne con una esclamazione:
--Ah! diss'egli: mia moglie sta peggio. Se lungo la notte avessi
bisogno d'alcuno di voi, come dovrei fare?
--Mandi senz'altro la fante a picchiare al nostro uscio; qualcheduno
di noi sentirà di sicuro, e ci affretteremo a' suoi cenni.
Ritornando nella cucina, Matteo disse di botto alla moglie:
--Madama Nicolazzo sta male, e il marito teme d'averci da chiamare sta
notte.
Teresa giunse le mani e scosse la testa.
--Poverina! esclamò: son due giorni che soffre più dell'usato. La è
proprio una compassione il vederla.
La cena era pronta. Anna fu posta a sedere tra Matteo e sua moglie, al
fondo della tavola sedette il garzone: la ragazza aveva bisogno
grandissimo di sostentamento, e la buona Teresa la sollecitò con ogni
amorevolezza a saziarsi. Matteo potè appena trangugiare qualche
boccone: e la moglie inquieta, che non ispiccava il suo sguardo dalla
faccia pallida del marito, non fece neppur essa molto onore alla
gustosissima minestra che spandeva un consolante odore per tutta la
cucina, ed a cui, per parte sua, Gaspare mostrò col fatto una stima
tutto particolare.
Teresa si levò la prima di tavola; la mestizia del suo uomo, di cui
ella pur troppo indovinava la cagione, si era riflessa nel volto e
nell'animo di lei. Ella accese un altro lume, e sulle mosse per uscir
dalla stanza, disse ad Anna:
--Vado a prepararvi un letto... Ah! non sarà, nè esso nè la camera, da
signori, sapete... Siamo povera gente noi...
Anna l'interruppe pigliandole amorevolmente la mano.
--Ah, Teresa, credete voi ch'io sia stata nella bambagia fin adesso?
Sapete anche voi se sin da piccina ho dovuto sì o no far conoscenza
colla povertà: e dacchè le buone anime dei miei si partirono di questo
mondo, se sapeste come ho vissuto!... Mi metteste anche sullo strame,
sotto la tettoia, ci starei meglio... Non è di ciò che mi vorrei
lamentare. Sono avvezza da tempo a cosiffatte cose. Per me, nessuna
sorta d'agi richiedo, ma solo un po' di pace e d'affetto...
E le lagrime le brillavano in pelle in pelle.
--Pover'anima! disse Teresa commossa; ne avete ingollate di amare.
Anna sentì che aveva quasi il dovere di spiegare alla buona massaia
com'ella fosse venuta colà e in tal modo, e che quello era per ciò il
momento opportuno.
--Oh non dirò ciò che ho sofferto: rispose. Voglio dimenticarlo, e
l'ho già perdonato. Forse il torto era mio più che d'altrui. Ma non
potendo più reggere mi sono risoluta, qualunque cosa dovesse avvenire,
di tornare a vivere nel mio paese. Colà almeno qualcheduno mi conosce,
qualcheduno forse mi vorrà un po' di bene. E me ne siete prova ed
augurio voi che mi avete accolta così generosamente.
--Eh! lasciate un po' stare, disse la donna: vedete mo' se gli è il
caso di simili discorsi.
Anna riprese narrando come la vista di Matteo in casa lo zio avesse di
botto reso più violento il suo desiderio di tornarne al villaggio,
come quella le fosse parsa un manifesto eccitamento ed un aiuto al suo
disegno mandatile dalla Provvidenza, e quindi ella si fosse
determinata a non lasciare sfuggire l'occasione.
--Non ho pur tentato, soggiuns'ella poscia, di continuare il mio
cammino per il villaggio, chè l'ora era troppo tarda e sapevo non me
l'avreste permesso; ma domani io torrò congedo da voi, dolente di non
potervi lasciare altro attestato della mia gratitudine che i miei
ringraziamenti.
--Zitto lì, saltò su di nuovo la Teresa; voi parlate come se foste in
città fra quella bella gente dalle frasi colle stampite. Eh! con noi è
un altro par di maniche; noi abbiamo il cuore alla mano, e quel che
facciamo non è per esserne ringraziati.
--Domani, disse a sua volta Matteo, lasciamolo stare il domani. Badate
a riposarvi adesso, e non ponetevi in pensiero del resto. Quando ci
saremo, a domani, ne discorreremo dell'altro.
La donna s'avviò: Anna rattamente le fu accosto e le tolse il lume di
mano.
--Vengo con voi, Teresa, diss'ella, se me lo concedete, vi ci aiuterò
per quanto valgo.
Scambiati gli auguri per la notte con Matteo, la ragazza uscì colla
Teresa.
Matteo si ridusse ancor egli nella stanza coniugale. Quando Teresa
entrò poscia colà, lo trovò abbandonatamente seduto sulla cassapanca
appiè del letto, la testa fra le mani e le lagrime agli occhi. Era
egli immerso in riflessioni che parevano altrettanto tristi quanto
erano profonde: teneva le braccia appoggiate alle sue ginocchia, il
corpo accasciato sulle reni, il capo chino e gli occhi, con quello
sguardo atono che nulla vede, fissi innanzi a sè.
Teresa gli si accostò pian piano, e lo toccò leggermente sur una
spalla; il vecchio si riscosse in sussulto e levò verso la moglie la
sua faccia melanconica e gli occhi inumiditi.
--Matteo, disse la donna, io ho indovinato... Tu colà a Torino hai
avuto novelle di Tommaso.
A questo nome l'ortolano sorse in piedi con impeto.
--Taci lì: gridò con accento che pareva sdegnato. Te l'ho pur detto, e
più d'una volta, che di colui non volevo più che mi si parlasse, che
non volevo più mai udire quel nome.
Teresa rimase un poco in silenzio quasi mortificata; poscia riprese a
parlare con tutta amorevolezza:
--Tu hai lì dentro una gran pena, lo vedo, e tacere non ti giova, ma
ti fa anzi maggior male ancora. Sono certa che tutto ciò proviene
da.... da colui che non vuoi che io nomini; e se non è così non
dovresti aver nessuna ripugnanza a dirmi la ragione di quella tua
melanconia che vorresti, ma non puoi nascondermi.
Matteo non era uomo da resistere inconcusso alle amorevoli
sollecitazioni della moglie; finì per narrarle tutto quanto gli era
occorso coll'ingrato figliuolo, e di belle lagrime ne versarono
insieme quegli infelici genitori.
Anna, da canto suo, benediceva e ringraziava intanto il Signore,
perchè il suo disegno fosse così felicemente riuscito, e quella sera
le si accordasse sì benevola e gradita ospitalità.
La stanza in cui l'avevan posta era modestissima, imbiancata a calce,
non d'altro fornita che d'un letto, di poche seggiole e d'un cassone,
ma pulitissima. A capoletto c'era il solito aquasantino, il ramoscello
d'ulivo benedetto e un quadro a cornice grossolana di legno non
inverniciato, in cui ci era la stampa orrendamente colorita di rosso,
di celeste e di giallo della Madonna dai sette dolori. La finestra
guardava nel cortile, precisamente in prospetto all'angolo del
palazzotto dalla parte del giardino. La nostra giovane guardando
traverso i vetri vide che una camera sola del palazzotto era
illuminata, quella appunto che si trovava l'ultima verso il giardino
e, posta in sulla cantonata, aveva un'apertura a ciascuno dei lati, un
verone sopra il giardino, una finestra verso il cortile.
Dietro i cristalli di quella finestra, Anna vide un'ombra, che conobbe
tosto per quella d'una donna, andare e venire irrequietamante, e le
parve smaniasse e si muovesse come persona assalita da turbamento
fortissimo. Talvolta la si fermava innanzi alla finestra e levava le
braccia agitandole, poi si cacciava le mani sul capo, come per
istracciarsi e sciuparsi i capelli, e ad un tratto le braccia le
ricadevano come svigorite subitamente. E sembrava ad Anna che questi
atti di maggior dissennatezza fossero accompagnati da certe voci, da
certi lai, che non ostante la distanza e l'esser chiuse le due
finestre, giungessero pur tuttavia fiochi e rotti sino a lei.
Anna aprì i vetri. S'era messo un tempo fosco, basso e d'un freddo
umidiccio che penetrava nelle ossa e gelava il sangue. Un nevischio
minuto minuto turbinava sotto le folate d'un vento del nord che
fischiava fra i rami secchi degli alberi e alle cantonate delle case.
La nostra giovane non udì voce umana, e facilmente si persuase che il
sibilo del vento l'aveva tratta in inganno.
La donna della camera in prospetto parve pure tranquillarsi in quella;
essa s'era ritratta e non compariva più che a maggiori intervalli
lenta e quieta come persona che passeggi sovrapensieri. Anna si tolse
alla finestra mezzo abbrividita, richiuse le imposte, e quando si
trovò poi ben coperta e ben riparata nel suo letto benedì anche una
volta il Signore che le avesse concessa una tanta fortuna.