XII.

Il domattina Selva s'affrettava verso la dimora di Vanardi a portargli

la novella, che il signor Biale aveva assunto di raccomandarlo, e la

sua lettera ch'egli doveva consegnare a Pannini.

Giunto all'uscio del pittore, Giovanni udì nell'interno la voce della

Rosina e quella d'un uomo che gli parve del signor Marone, cui egli

conosceva eziandio. Temendo che gli argomenti di discorso fra la

moglie d'Antonio e il padrone di casa fossero di tal fatta da tornar

poco graditi alla donna, Giovanni s'affrettò ad entrare, e si trovò

innanzi per prima la brutta faccia d'un uomo che non aveva visto mai.

Pareva aver sessant'anni all'incirca; era alto di statura, ma curvo di

petto, come se a stento si reggesse sulla macilenta persona;

calvissima aveva la fronte, e il cranio diventato di color giallognolo

pareva di avorio affumicato; alla nuca si rizzavano ribelli, e, per

dir così, tormentate delle superstiti ciocche di capelli, il cui color

fulvo era temperato dalla canutezza, folti baffi del tutto bianchi gli

coprivano il labbro superiore; foltissime sopracciglia s'aggrottavano

per moto abituale sopra i suoi occhi piccoli, di color bigio,

infossati ed irrequieti, che dal fondo delle occhiaie risplendevano

d'un luciore maligno; la faccia era incavata, e la pelle aderiva

all'osso sporgente dello zigomo, piegandovisi sotto, alle gote, in una

rete inestricabile di minutissime rughe; un pallore quasi livido gli

si stendeva sulle sembianze. Un dolore profondo, interno, antico,

appariva da quel tristissimo volto; ma non era che destasse in chi lo

mirava senso alcuno di pietà, sì piuttosto di paura e di ribrezzo,

perchè nello sguardo, nel cipiglio continuo di quell'uomo si leggeva

una vendetta implacabile, una ferocia da non saziarsi mai.

Giovanni indietreggiò innanzi a quell'orrida figura. Il signor Marone,

che parlava, troncò di subito il suo discorso; e tanto egli quanto il

suo compagno si mostrarono spiacenti del sopraggiungere d'un estraneo.

--Ci pensi madama: aggiunse in fretta il padrone di casa lisciando il

pelo del suo cappello colla manica del pastrano. Noi torneremo per una

risposta.... o tornerò io soltanto, uno di questi giorni.... Mi saluti

il signor Vanardi.... La riverisco.

E sgusciò fuor dell'uscio, come se nulla gli premesse di più che

l'andarsene; lo sconosciuto lo seguì senza disserrare le labbra, senza

fare neppure il menomo cenno di saluto.

--Che animale è egli codesto? disse Giovanni chiudendo la porta dietro

di loro.

--Neh! com'è brutto! esclamò Rosina giungendo le mani. Quando l'ho

veduto entrare, Gesummaria! mi ha fatto paura.

--E che cosa gli è venuto a far qui?

--Eh! lo so io bene? Chè qui mi ha tutta l'aria d'esserci un mistero.

Si figuri che il pretesto fu quello di vedere il nostro alloggio....

Bella cosa, veramente, da vedere!... E che? io dissi subito a quella

talpaccia del signor Marone; noi dunque non si conta più un cavolo e

vuole addirittura spazzarci via. Quell'impostorone faceva il

melato.... E l'altro, quella faccia di morto con que' suoi occhi di

basilisco.... Dio! che occhi!... ha notato signor Giovanni che

lanternini d'inferno sono quelli?... Quell'altro intanto, sa che cosa

faceva?... Guardava tutt'intorno, alle pareti, negli angoli, da questa

parte e da quella con avidità, come se ci avesse da cercare un tesoro.

Il signor Marone lo fece passare di là del paravento. Io veniva loro a

panni e seguitavo a tempestare a parole il padrone di casa. Quel

brutto muso, appena fu di là, vide il quadro colla cornice dorata, e

mandò una specie di grido, quasi un urlo soffocato, che mi fece

trasaltare...

--Oh bella! interruppe Giovanni, il quale fu assalito di botto da un

sospetto: e poi? e poi?

--Se avesse visto come gli occhi gli si misero a risplendere! Parevano

carboni accesi, su cui si fosse soffiato forte. Corse al quadro; lo

spiccò dal muro: lo guardò ben bene che pareva volesse mangiarlo. Un

rosso cupo glie ne era venuto su quelle guancie scialbe, e le sue mani

tremavano come se avesse il freddo della terzana. «Signore, io gli

dissi, che cos'ha, che cosa vuole?» Eh sì! non mi badò più che se

avessi parlato ad un ceppo. Si volse verso il padrone di casa e gli

disse con una voce che pareva venirgli su dal fondo della pancia, come

quella d'un raffreddato che parli in un imbuto: «Avete ragione, è

lei.»

Giovanni interruppe la Rosina, battendo insieme le mani.

--Corpo di bacco! non c'è più dubbio: è lui.

--Chi lui?.

--Quel birbone d'Orsacchio.

--Orsacchio! esclamava Rosina curiosamente. Vuol dire il marito della

donna del quadro?

--Quello appunto.

--Oh poveretta! Ora che ho visto il muso di codestui, comincio a

compiangerla anch'io daddovero.

--Ma vive essa ancora? E dove?... Ecco quanto si ha da scoprire...

Averlo avuto qui quel birbone ed esserselo lasciato scappare!... Ma

poichè pare che egli è in buona relazione col signor Marone, per mezzo

di costui, sorvegliando i suoi passi, potremo forse venire a capo di

qualche cosa... A lei, signora Rosina, che cosa dissero d'altro?

--Parlarono di comprare quel ritratto. Io risposi che mio marito non

lo voleva vendere... Noti che fu sempre il padrone di casa a parlare.

L'altro non disse che poche parole colla sua voce cavernosa...

N'eravamo a quel punto quando lei è venuto e loro sono scappati.

Selva non si mosse di là, finchè Vanardi non fosse tornato. Questi

rientrò a casa avendo placato i suoi creditori e fattili acconsentire

a sospendere l'intentata lite, ma avendo di bel nuovo le tasche

asciutte.

Giovanni gli narrò subito quant'era avvenuto, lui assente, in casa

sua; ed Antonio fu persuaso eziandio, e tosto, che quello sconosciuto

era proprio Orsacchio, cui la fortuna gli menava finalmente tra'

piedi.

I due amici furono d'accordo che conveniva profittarsi di quella

proposta di compera del quadro per iscoprire la sorte di Gina: che

perciò era necessario andarne dal signor Marone sotto colore di

riannodare le pratiche, e governarsi di guisa da venir a scovar fuori

la verità: e siccome Antonio protestava di non esser fornito della

voluta accortezza a quell'uopo, Selva si profferì egli stesso, e

promise ci sarebbe andato al più presto. Alla qual cosa Vanardi lo

sollecitò di molto; impaziente che egli era di aver pur finalmente fra

le unghie quello scellerato che gli aveva ammazzato l'amico Alfredo

Cioni e di recare, se pur fosse possibile, alcun sollievo al destino

certo sciaguratissimo della infelice Gina.

Esaurito questo discorso, Giovanni consegnò a Vanardi la lettera che

aveva scritto per lui a Gustavo Pannini, e lo stimolò a recargliela

sollecitamente, di quel giorno medesimo, s'ei potesse.

--Bisogna battere il ferro mentre è caldo, soggiunse. Questa mattina

il signor Carlo e sua figlia hanno parlato di te a Pannini, ed egli è

di certo disposto a far molto in tuo favore.... non bisogna lasciare

che si raffreddino queste buone disposizioni.

Antonio annuì a tutto quello che Selva gli disse: ed avess'egli fatto

a senno dell'amico, avrebbe risparmiati a lui ed a sua moglie alcuni

brutti momenti che, come vedremo, toccò loro di passare: ma quando

l'amico fu partito per le sue faccende, Antonio che, a cercare

quell'impiego per cui doveva rinunciare all'arte sua, ci andava di

mala gamba, si pose in tasca il biglietto introduttivo presso il

segretario di Bancone, e determinò essere miglior partito l'aspettare

ancora tutto quel giorno se lo zio padrino, commosso dalla lettera

mandatagli, non gli rispondesse favorevolmente come glie ne avevan

data speranza le parole di Giacomo, e quindi non gli rendesse inutile

quel passo che gli gravava assaissimo l'aver da fare.

Ma il poveretto ebbe un bell'aspettare tutto quel giorno ed anche

l'altro appresso: nessuna risposta gli giunse da quel barbaro di

padrino.

Come avvenne egli mai? Il cuore dello zio droghiere, che, dietro la

narrazione di Giacomo, pareva essersi aperto ad un poco di pietà,

erasi egli chiuso di nuovo più inesorabilmente di prima? Ecco in che

modo era andata la faccenda.

La verità era che il vecchio non aveva potuto leggere lo scritto del

nipote senza sentirsi commuovere. La sua collera aveva un bel dirgli

che doveva star saldo; la compassione e l'affetto che, malgrado tutto,

senza che egli volesse e sapesse, gli durava nell'animo per quel

cattivo soggetto d'un nipote, lo piegavano con molta forza a più miti

consigli. Antonio po' poi era l'unico parente che ancora gli

rimanesse: perdonargli le sue colpe, questo poi no; il fiero droghiere

non lo voleva, e dicevasi che non l'avrebbe fatto mai; ma lasciarlo

morire di fame poi, la gli pareva troppo dura anche al suo animo

irritato.

Ed ancora: se non si fosse trattato che di quell'ingrataccio d'un

figlioccio e di quella poco di buono ch'egli aveva sposato, passi: ma

c'eran di mezzo dei bambini.

--In codesto ha ragione, quello scellerato: disse fra sè lo zio. I

suoi ragazzi non ne possono nulla... I suoi ragazzi!.. E' son pur

sangue mio... Poveri bimbi!

Per uno strano gioco di fantasia, rivide col pensiero il suo

figlioccio quando ancora bambino egli stesso. Ricordò le mille piccole

vicende di quel caro fanciullo ch'egli aveva preso ad amare come suo,

e s'intenerì vieppiù. Tolse in un cassetto del suo scrittoio una buona

manciata di monete, cambiò il berretto di seta nera col suo cappello a

stajo, indossò il pastrano ed uscì di bottega, senza dire una parola

ai garzoni, per alla dimora del nipote.

Ma il guaio era che il droghiere sapeva bene qual fosse la strada in

cui Antonio abitava, e press'a poco a qual punto della medesima ne

fosse la casa, ma non aveva mai saputo o non si ricordava più il

numero della porta. Onde, giunto in quella via, rallentò il passo,

parve non andar più che di mala voglia, e si diede a guardare alla

scimunita di qua e di là, come se sulla facciata delle case dovesse

scorgere un indizio che gli mostrasse l'abitazione del nipote.

Già nel tempo che aveva dovuto impiegare a giunger fin lì, quel suo

primo impeto di pietà aveva dato giù un poco. S'era venuto via via

rammentando il suo giuramento, non solo di non perdonare, ma di non

voler nemmanco saper più nulla del colpevole, tutti i gran dispetti

che Antonio gli aveva fatto provare, s'era detto che un uomo di

carattere non deve lasciarsi avvolgere così facilmente da poche

parole, le quali, chi sa ancora se fossero veritiere!

Al sopravvenire di questo dubbio, e' s'era fermato sui due piedi.

--È capace di tutto quel senza fede: aveva pensato. Può esser

benissimo una lustra per bubbolarmi denari; ed io, sciocco, mi ci

lascerei accalappiare?... Oh no, no. Voglio prima conoscere

esattamente come stanno le cose. E se la è una trappola, mal per lui!

Così se ne veniva egli giù per la strada guardando da questa e da

quella. Se la fortuna avesse voluto cessare di esser nemica al povero

Antonio, l'avrebbe menato lì a quel punto, e messolo naso a naso collo

zio. Ma no, essa voleva proprio vederlo alla disperazione, e, per

giuocare all'infelice pittore il più brutto tiro Che potesse, trasse

fuor della bottega e postò lì sul passaggio del droghiere quella buona

lana di messer Agapito.

La giornata era bella, il tempo mite, la solita nebbia degl'inverni

torinesi si lasciava lodevolmente desiderare, e un sole giallognolo

mandava di sbieco un raggio fin sulla soglia della farmacia.

Figuratevi se con un tempo simile il nostro signor speziale poteva

starsene rinchiuso nella sua bottega! La graffiatura del suo naso era

accuratamente coperta da un pezzetto di taffetà inglese incerottato;

la voglia di ciarlare gli era tornata in corpo anche maggiore, e del

doppio gli si era accresciuto il maligno talento di tagliare i panni

altrui; venne fuori a respirare quelle aure tepidette e riscaldare il

suo naso a quel fugace raggio di sole.

Non tardò a vedere lo zio d'Antonio, a lui perfettamente sconosciuto,

il quale andava e veniva, come ho detto, col passo incerto di chi

cerca una qualche cosa e non trova. Pensatevi se la curiosità di

messer Agapito non doveva svegliarsi! Cominciò ad ammiccare a

quell'incognito passeggero, e fargli certi cenni d'interesse e certi

sorrisi di mezzo saluto, finchè vedendo che l'altro non gli badava

punto, non si tenne più dal rivolgergli addirittura la parola.

--Signore, gli disse scendendo dallo scalino, e toccando per saluto la

tesa del suo berretto; non vorrei essere indiscreto; ma mi pare che

lei vada cercando per queste parti di qualche cosa... Io, se posso

essere utile a qualcheduno, sono l'uomo più lieto del mondo... Che

vuole? Son fatto così, io... Non potrei vedere un gatto negl'impacci

senza andarlo a districare... Adunque, siccome questo quartiere io lo

conosco poco su poco giù come la mia bottega, e so a qual ripiano di

qual casa abiti questi o quegli, come so a qual ordine delle mie

scansie vi è il tale o il tal altro barattolo, così se lei ha bisogno

di qualcheduna di siffatte informazioni, io son qui a suo servizio, e

non le accade che domandare.

Lo zio d'Antonio, al primo affacciarglisi di costui che non conosceva,

fece una sosta e stette ascoltando stupito e incerto del come

rispondere. Poi pensò che questo tale poteva benissimo informarlo al

giusto delle condizioni del nipote; e che non sapendo affatto chi

fosse a interrogarlo, era disposto senza dubbio a non falsare la

verità. E come poteva mai immaginare che in quello speziale dalla

faccia sorridente ci fosse alcuna animosità contro il pittore?

--La ringrazio, rispose adunque il droghiere: cerco appunto d'un tale

che deve abitare qui presso, ma di cui non so il numero della porta.

--Ebbene, s'ella me ne dice il nome, io ci scommetto che so dargliene

il giusto indirizzo.

--Gli è un pittore...

Agapito diede in un leggier trasalto.

--Ah, ah! interruppe. Vanardi, forse?

--Giusto. Lei lo conosce?

Lo speziale alzò le spalle, insaccò il capo, allungò il labbro

inferiore e mandò una voce d'un'espressione poco lusinghiera pel

povero Antonio.

--Euh!... Lo conosco pur troppo. Sta qui, in questa casa medesima, su

fino al di sopra del tetto. Me lo vedo passare dinanzi ai vetri della

bottega una diecina almeno di volte al giorno.

--Esce di frequente?

--Non fa che andare a zonzo.

--Non trova dunque lavoro?

--Non ha voglia di lavorare... E poi, affè che per dargli alcun lavoro

bisogna proprio voler gettare via il denaro.

--Vuol dire che è poco abile nell'arte sua?

Lo speziale volle grattarsi, secondo il suo solito, la punta del naso;

ma il suo dito incontrò il cerotto che copriva la graffiatura. Ciò non

lo dispose ad essere benigno per Antonio, fece una smorfia e rispose:

--Poco abile!... Vorrebb'ella forse commettergli qualche lavoro?

--Precisamente.

--Ebbene, accetti un consiglio d'amico. Vada piuttosto a pigliare uno

di quegl'imbianchini che scialban le case.

--Ma dunque, e' non val niente?

--Dia retta: l'espressione sarà un po' forte, ma è giusta: gli è un

asino calzato e vestito.

--O diavolo! esclamò lo zio, un po' offeso contro lo speziale, ma

irritato molto più contro il nipote.

--E con ciò egli ha delle pretese che a chiamarle impertinenti è dir

poco.

--Davvero?

--Domanda dei prezzi impossibili... Guardi: io amo troppo il mio

prossimo per non avvertirnela... E parlo per esperienza, sa!... vede

questi due brutti figuri che fanno vergogna alla mia bottega e che un

giorno o l'altro caccerò sul fuoco? E' non valgono quattro soldi

l'uno, e quel birbone me li ha fatti pagare un occhio della testa.

--E lei, signore, ha pagato?

--Che cosa vuole?... È così insistente!... Un par mio non fa scandali,

non si cimenta con di quella gente... Ho pagato.

--Sarà forse la necessità che lo spinge a domandar più che non valga

il suo lavoro. Mi è stato detto ch'egli era nella massima miseria...

Lo speziale crollò le spalle e si mise a sogghignare.

--Miseria! miseria! La solita scusa di tutti codesti viziosi che amano

spassarsela e non far niente.

--Ma egli ha pure moglie e figliuoli.

--Ah, sì, la moglie.... Una buona lana, anche quella... Lei la

conosce?

--Io no.

--La è una pettegola che meriterebbe di stare colle rivendugliole in

piazza dell'erbe. Una chiassona, un'impertinente... una linguaccia

poi!... una matta, infine, senza ordine e senza giudizio: non so se mi

spiego.

--Corbezzoli! La si spiega benissimo. La ringrazio di queste

informazioni di cui farò mio pro.

Lasciò lo speziale e si avviò per tornarsene senz'altro a casa sua; ma

il desiderio glie ne venne ancora di edificarsi di meglio intorno alle

cose di suo nipote. Passando innanzi al portone, vide scritto al di

sopra del finestruolo le classiche parole: _parlate al portinaio_, ed

avvisò che niuno poteva dirgliene di più, e di più preciso, che il

portiere. Entrò adunque nel camerino in cui stava, come di solito, la

madre di Giacomo.

Ora, vedete accanimento della sorte contro il nostro Antonio; in

quell'istante appunto, la portinaia, che, per quella tal ragione

dell'assenza totale di mancie da parte del pittore, era già

d'ordinario assai poco propizia a costui, trovavasi infiammata da una

nuova e non piccola collera contro il nipote del droghiere.

Suo figlio, Giacomo, era tornato nella loggia dopo un troppo lungo

intervallo--prima colpa che la portinaia era poco disposta a perdonare

così agevolmente--ed inoltre era tornato col povero cervello offuscato

dai fumi del vino bevuto ad Antonio.

La madre gittò le grida le più indignate, come se le avessero corrotta

la virtù del figliuolo sino allora innocente; cominciò per isfogare il

suo sdegno e correggere il traviamento del giovane coll'applicazione

sonora di due schiaffi solenni, ed immediatamente relegò il colpevole

nel soppalco che doveva servirgli di carcere sino alla largizione

d'una generosa amnistia; ed aspettava la prima occasione per dire il

fatto suo al seduttore di Giacomo, quando il droghiere, già sì poco

ben disposto verso suo nipote dalle parole dello speziale, le venne

innanzi ad interrogarla sul conto del pittore medesimo, contro cui

essa l'aveva sì amara.

--Una poco buona razza di gente: rispose la portinaia incollerita. La

mi domanda se son nella miseria.... Eh! non si meritano altro. Per

pagare a cui devono, certo non si san trovare i denari, ma per far

delle orgie sì che son capaci di procurarseli.

--Per far dello orgie? sclamò il droghiere meravigliato e incredulo.

--Sì signore... delle vere orgie.

E la portinaia raccontò a suo modo, come quella stessa mattina, in

casa del pittore, vi fosse stato un pasto suntuosissimo, a cui suo

figlio medesimo avendo preso parte vi era venuto giù con una cotta

vergognosa.

Lo zio d'Antonio non volle più sentir altro. Come! Lo stesso dì, nello

stesso momento quasi che scriveva a lui quella lettera così raumiliata

e supplichevole nella quale narrava sì pietosamente l'infelicità de'

suoi casi; mentre egli, lo zio, si lasciava da quelle parole

commuovere e veniva con tanta premura verso il nipote per soccorrerlo,

il tristo si abbandonava--per chiamarla colla parola della

portinaia--ad un'orgia! Avevano dunque voluto beffarsi di lui: quel

soccorso che sarebbero riusciti a spillargli era dunque destinato a

procurare a que' viziosi nuovi piaceri di simil genere!... Ed egli,

bestione, s'era lasciato intenerire! egli aveva creduto ai loro

piagnistei!... L'irritazione che ne provò rese di botto il padrino

d'Antonio ancora più inasprito contro suo figlioccio; e troncando in

fretta il suo colloquio colla portinaia, egli se ne tornò al suo

fondaco, ripetendo a sè stesso il giuramento che più volte aveva fatto

e che ora pur tuttavia aveva violato, di non voler più a niun conto

interessarsi nè sentir parlare delle cose di suo nipote.

E così avvenne che Antonio non ricevesse alcuna risposta dallo zio.

Il terzo giorno dopo mandata la lettera, Vanardi cominciò a perdere

ogni speranza. Eppure gli pareva impossibile che il padrino, il quale

un dì lo amava cotanto, ora potesse rimanere affatto insensibile a

quel suo grido di soccorso. Uscito di casa, i suoi passi lo portarono

senza precisa sua volontà, verso il fondaco dello zio. Quando i suoi

occhi ebbero dinanzi i famosi quadrilateri colorati che il tempo aveva

fatti sbiadire, al di sopra della bottega, Antonio sentì saltargli il

cuore nel petto più ancora di quello che avrebbe immaginato. Da tanto

tempo egli non era più entrato là dentro: da tanto tempo egli usava

perfino evitar quella strada! Si fece animo tuttavia. Gli parve che

passando e ripassando innanzi a quel fondaco alcuna cosa dovesse

sopravvenire, ond'egli avrebbe avuto occasione d'apprendere qualche

cosa della sua lettera. Ed ecco il nipote girare nelle vicinanze

dell'alloggio di suo zio, come questi avea girato due giorni innanzi

per la strada abitata dal nipote. Ma finalmente a costui il freddo

dell'aria frizzante invernale e la necessità imperiosa diedero il

coraggio di abbrancare la gruccia della serratura, di volgerla, di

aprir l'uscio ed intromettersi timidamente nel tepore della bottega

del droghiere.

Nulla era mutato in essa. Al solito posto c'era il solito banco, a cui

con tanto suo fastidio Antonio stesso s'era provato, senza troppo

buona riuscita, ad avviluppare con grazia cartocci di pepe e di

cannella; dietro il suo paravento lo zio. Questi, come sempre all'udir

entrar gente, sporse in fuori la testa e guardò chi fosse; vedendo suo

nipote, egli arrossì di sdegno fino sulla fronte. S'alzò di scatto da

sedere, rigettò con forza il seggiolone, si slanciò dietro il banco

che era lì vicino, come un oratore nella tribuna, e battendo

violentemente su di esso col pugno chiuso, prima che Antonio avesse

tempo ad aprir bocca, gridò:

--Che cosa vuole, signorino? Che cosa viene a far qui? Questo non è

luogo per lei nè pei pari suoi. Mi pigli la porta subito...

Antonio, tutto confuso e sbalordito, provò a balbettare con aspetto ed

accento da supplichevole:

--Caro signor zio, caro signor padrino... E il droghiere più

invelenito:

--Che zio! che padrino! Qui per lei non c'è più nè l'uno nè l'altro.

Qui non c'è che un uomo il quale si vergogna di molto d'aver con lei

comune un nome ch'ella disonora...

A questo punto Antonio levò fieramente il capo.

--Mio zio! diss'egli, questo è troppo...

Ma l'altro senza lasciarlo parlare:

--Vada via, vada via. Non la voglio sentire, non la voglio vedere...

E come Antonio insisteva, il droghiere con più calore:

--Vada, o la faccio cacciar fuori dai miei garzoni.

--Vado, vado: gridò Antonio, pallido per ira; ma badi bene, signor

zio, che di questo indegno trattamento a mio riguardo avrà da pentirsi

un giorno.

Ed uscì ratto, chiudendo con violenza l'uscio dietro di sè. Corse a

casa sua in uno stato d'animo che è più facile immaginare che dire; e

trovò Giovanni che veniva a dirgli il risultato della sua visita al

signor Marone, ed a domandargli quello del colloquio di lui con

Pannini.

Ma Vanardi era sì commosso che non potè discorrere d'altro, finchè non

ebbe contato con ogni più minuta particolarità la scena avvenuta collo

zio, e non ebbe dato colle sue parole un po' di sfogo allo sdegno ed

al dolore che lo travagliavano per quella disgustosa vicenda.

Selva si adoperò colle migliori e più amichevoli ragioni che seppe

trovare a versare alcun conforto nel povero afflitto, e la Rosina

invece non si occupò che di staccar moccoli all'indirizzo di quel

birbone spietato d'uno zio.

Quando marito e moglie furono un po' più calmi, Giovanni allora prese

a dire:

--Tutto ciò rende più necessario che mai la tua ammissione all'impiego

ch'io ho pensato di procurarti per mezzo del signor Pannini. Ti sei tu

recato da lui per presentargliene la mia lettera?

Antonio confessò, non senza un po' di confusione, che non era stato

colà, e che quindi quella lettera giaceva tuttavia inoperosa nel fondo

della sua saccoccia.

Selva ne lo rimproverò amorevolmente: i medesimi rimbrotti, ma con

meno mitezza, ripetè la moglie: e il pittore col capo chino come un

ragazzo in fallo, promise che di quel giorno sarebbe andato dal signor

Pannini; e intanto, non malcontento di cambiar discorso, domandò

all'amico, s'egli da parte sua fosse andato, come aveva detto di voler

fare, dal signor Marone ed avesse potuto parlargli.

Giovanni Selva non aveva fallito alla sua promessa, ed espose il

risultamento della sua gita.

Marone non abitava mica nella casa di sua proprietà, ma prendeva a

pigione tre stanzuccie ad un quarto piano non molto lontano, dove

albergava i suoi miseri penati e la vecchia donna che lo serviva.

Selva n'era stato ricevuto come uno cui non si vuole fare sgarbi, ma

la cui presenza non ci va troppo a' versi, e l'amico d'Antonio,

mostrando di non accorgersi niente affatto di codesto, era entrato di

questa guisa nell'argomento che lo interessava:

--La non si stupisca se vede venir me ad entrarle in discorsi che non

mi riguardano e parlare in luogo e vece di altri: chè a dire il vero

dovrebb'essere il buon amico Vanardi a venirle a domandare le

spiegazioni che si desiderano; ma che cosa vuole, quel povero uomo

oggi trovasi così impedito....

--Vuol dire ch'ella viene per conto del pittore? interruppe il padrone

di casa coll'aria e l'accento d'un uomo che vuole sbrigarsela al più

presto.

--Signor sì.

Marone volse sul suo interlocutore uno sguardo che voleva essere

scrutativo ed era sospettoso:

--Non so che cosa possa esservi da trattare fra me e il signor Vanardi

fuori della pigione ch'egli mi deve ed è gran tempo mi paghi... Se gli

è di ciò che lei è incaricato, la cosa sarà presto fatta...

--Sì, parleremo anche della pigione, poichè lei signor Marone può

essere in caso di somministrare al mio amico i mezzi di pagarla.

--Di grazia si spieghi.

--Ecco! Jeri ella è andata colà in compagnia d'un signore che

manifestò il desiderio d'acquistare quel ritratto di donna che Vanardi

possiede. Come lei sa, o non sa, e allora glie lo dico io, quella tela

è di molto preziosa pel mio amico, tanto che non si deciderebbe a

venderla se l'inesorabile necessità non ve lo spingesse.....

--Egli dunque si è deciso a venderla? interruppe Marone con qualche

interesse.

--Sì, ma solamente quando da questa vendita che assai gli duole, egli

possa ricavare quel buon profitto onde abbisogna.

--Bene! Vanardi mi faccia sapere le sue intenzioni; me le dica lei

stesso signor Selva se le conosce, ed io guarderò d'aggiustar la

faccenda.

--Scusi: ma ci piacerebbe di meglio aggiustarla noi la faccenda

direttamente col compratore.

--Come sarebbe a dire? Si diffida di me?

--Niente affatto; ma siccome da una parte noi si tiene molto a quel

quadro, dall'altra quel cotale ha mostrato assai desiderio di averlo,

si desidererebbe trovarsi a fronte di quel signore per fargli capire

che non altrimenti ci acconcieremo a spossessarci di siffatto oggetto

se non ce ne viene offerto un prezzo che assesti i nostri affari,

cominciando da quella benedetta pigione che dobbiamo a lei. Gli è per

ciò che son venuto a domandarle, caro signor Marone, di volermi

indicare dove e come potrei trovare l'uomo in quistione.

--Che cosa importa parlare con uno piuttosto che con un altro? Le dico

che se comunicano a me le loro condizioni io guarderò d'ingegnarmi...

--No signore. A noi c'importa cotanto di trattar noi medesimi col

compratore che questa la è una condizione _sine qua non_.

--E se quel compratore fossi io stesso?

Selva fece un movimento di profonda incredulità.

--Lei? Finora la fu così poco amante di oggetti artistici che non

saprei proprio immaginare qual pregio potesse mettere a quel ritratto

d'una persona ch'ella non ha conosciuta. Quell'altro invece, quello

sconosciuto che con lei andò in casa il mio amico, può avere alcuna

sua ragione particolare per volere in sue mani quel quadro; e perciò

noi potremmo intenderci con esso a molto miglior vantaggio da nostra

parte. La mi faccia dunque questo piacere, signor Marone, di indicarmi

la dimora e il nome di colui.

Allora Marone, tergiversando, rispose che questo sconosciuto non era

altro che un perito estimatore di oggetti d'arte: voler egli essere

schietto del tutto, e quindi confessare al signor Selva, come al

vedere quella tela incorniciata fosse colpito dal pensiero che la

poteva essere di qualche valore, da assicurargli il pagamento del suo

credito verso il pittore; perciò essersene interessato, perciò

soltanto aver voluto esaminarla di meglio, perciò avervi condotto di

poi a vederla un intelligente di pittura per sapere s'egli non era in

inganno. Codesto intelligente, che non era da cercarsi se fosse Tizio,

Caio o Sempronio, avendo trovato che quella tela aveva un certo

valore, Marone si dichiarava pronto ad entrare in trattative per

comperarla, senza che altri più ci si avessero da tramezzare.

--Come tu vedi, conchiudeva Giovanni, da quel birbo, per ora, non c'è

da tirarne nulla. L'ho mandato a benedire e me ne andai pei fatti

miei. Sono convinto che gli è Orsacchio quell'uomo ch'egli ha menato

qui, ma che gli ha promesso di tacere ad ogni modo.

--E dunque, esclamò Vanardi con doloroso disappunto, non potremo venir

mai in chiaro di nulla?

--Quanto a ciò non ho ancora perduto ogni speranza. Orsacchio ha visto

quel quadro e sono persuaso che vorrà possederlo ad ogni costo. E per

mezzo di Marone di nuovo, o per altro modo, tornerà all'assalto senza

fallo, e noi potremo forse averne qualche bandolo da guidarci in

questo intrico allo scoprimento della verità. Frattanto, mio caro

Antonio, non dimentica i tuoi propri affari, che hanno pure così

bisogno tu ci provveda; vanne subito subito al palazzo Bancone in

cerca del signor Pannini.

Vanardi obbedì. Indossò quel certo soprabito color marrone di cui

aveva parlato la Rosina, si diede una buona spazzolata dal cappello

sino alle scarpe ed uscì avviandosi alla volta della casa del

milionario banchiere.

La carità del prossimo · 第 15 / 35 题