La Rosina, dopo la partenza del proprietario, aveva accennato di voler
continuare il suo repetio; ma Vanardi era allora ricorso ad un suo
mezzo estremo, di cui, appunto per non ispuntarne l'efficacia, non
usava che rarissimamente, nelle occasioni solenni.
Questo mezzo era il seguente.
Si piantò ritto innanzi alla moglie, arruffatesi colla destra convulsa
le chiome già arruffate, rotando paurosamente gli occhi come uomo che
ha smarrito il lume della ragione, ed urlò con voce di basso profondo:
--Oh, sai che tu mi hai fradicio, e ch'io sono non so se più stufo o
più disperato dei fatti miei? O la smetti od io, com'è vero il diavolo
che mi porti, vado via, mi getto ad affogarmi nel Po, e ti pianto te
coi bambini e l'amor tuo e la tua lingua, che son peggio della
versiera.
Questa minaccia, in rare dosi, faceva sempre il suo effetto sulla
buona moglie che in realtà voleva a suo marito il maggior bene del
mondo. Rosina s'acquetò, e tornò a' suoi panni da cucire presso il
desco, dove sedutasi, riprese a dondolar la culla dell'ultimo nato.
Vanardi, commosso da tanta virtù di sommessa rassegnazione, stette un
poco a guardarla, e poi le si fece presso ed abbracciatala alle
spalle, la baciò amorosamente sulla fronte.
La giovane donna arrossì tutta dal piacere.
--Ah! come saresti buona, disse Antonio, se tu non fossi così spesso
cattiva.
--Io sono cattiva! esclamò la moglie levando su vivamente il capo. Sei
tu che...
--Zitto, zitto; non rifacciamoci da capo. Voglio scrivere la lettera
allo zio; e conviene che mi ci metta con tutti i sentimenti del corpo
e dell'anima.
Il bambino nella culla ricominciò in quella a strillare più forte, e
Rosina dovette volgere ad esso tutta la sua attenzione.
Vanardi frugò tanto fra tutte le sue cose, che infine, per gran
fortuna, riuscì a scovar fuori un biglietto di carta, che con un po'
d'audacia d'espressione poteva dirsi bianco e polito; vi passo su due
o tre volte la manica del vestito, come per lisciarlo viemmeglio; lo
pose con una certa cura sopra la tavola; tolse d'in sulla scansia un
fondo di bicchiere rotto, entro cui stava un pezzetto di spugna
annerito da un inchiostro già asseccato; ci versò su alcune goccie
d'acqua, e con uno spuntone di penna d'oca a barbe riccie e
scarmigliate rimestò ben bene: poi sedette innanzi a quel foglio, il
bicchier rotto lì vicino, la sua mano sinistra sopra la carta, nella
destra quel simulacro di penna, ed aggrottò le sopracciglia in una
meditazione laboriosa e profonda.
Rosina, poichè s'era accorta che nè il dondolarlo nè il cantargli la
nenia valevano più a far dormire il piccino nella cuna, lo aveva
levato su e lo teneva sulle sue ginocchia, parlandogli di parole senza
senso e facendogli vezzi. Il bambino ora sorrideva, ora faceva greppo,
ora metteva sue voci infantili, ora dava qualche pianto, in mezzo alle
dolcezze, ai rimbrotti, ai parlari che gli faceva la mamma.
Gli altri fanciulli avevano ripreso della più bella il loro ruzzar per
la stanza e facevano un chiasso che Dio vel dica. Tantochè il nostro
Antonio, quand'ebbe scritto in alto del foglio: «Carissimo mio signor
zio e padrino» e si volle concentrare per mettere insieme idee, non ne
potè raccappezzare pur una in quel rumore di voci, di passi, di grida,
che gli si veniva facendo dintorno.
Allora gittò con impazienza la penna sulla tavola, e ruppe fuori in
queste parole:
--Eh! volete star cheti tutti quanti che il fistolo vi colga!
Tonietto, sodo, dico, e va a studiar l'abbicì; tu Pippo, là in
quell'angolo e fermo per mezz'ora; tu Gaetanino presso alla mamma e
guai se ti muovi!... E tu pure, Rosina, taci tu stessa, se gli è
possibile, e fa tacere il tuo fantolino un momento.
I bambini, alla subita sgridata paterna, stettero lì sorpresi, come e
dove si trovavano, e guardavano attoniti il padre in volto senza
muoversi più e senza accennar di ubbidire.
--Ebbene, avete capito o siete sordi? Corpo del diavolo! gridò
Antonio, battendo sulla tavola un forte pugno che fece ribalzare quel
frammento di bicchiere che faceva da calamaio.
Tonietto, il più grandicello dei bimbi, (gli aveva fatto dare a
battesimo il nome suo e dello zio) non attese altro e sgusciò via
lesto di là del paravento nell'altra parte della stanza; ma Pippo e
Gaetanino, atterriti, cominciarono per far grosso il rifiato, poi
diedero in qualche singhiozzo e finirono per iscoppiare in pianto
dirotto.
--Ed ecco delle tue solite: gridò allora la Rosina: li fai sempre
piangere ingiustamente tu!... Oh che uomo!... Venite qui carini,
venite colla mamma, che il babbo gli è cattivo.
Ma Vanardi già s'era levato ed era corso dai figliuoli.
--Là, là, piccini: disse loro tutto amorevole: non piangete... Pippo
sii buono... To' Gaetanino la chiave del papà e giuoca con essa... Da
bravi, smettetela; adesso ch'io esco di casa vi andrò a comperare i
confetti: che sì che vorranno esser buoni!
Ed il povero diavolo non aveva pure da comperar loro del pane!
Coll'accarezzarli, coll'abbracciarli, colle promesse, tanto ottenne
che alla fine s'acchetarono; un certo silenzio relativo si stabilì
nella stanza, ed egli potè dare tutta la sua attenzione alla
compilazione della lettera per lo zio droghiere.
La qual lettera riusci del tenore seguente:
«Carissimo mio signor zio e padrino.
«Vengo con questa mia ad adempiere al mio dovere di augurarle il buon
Natale ed il buon fine e il buon principio con tutte quelle felicità
che si merita: e che Iddio gli conceda una lunga e prospera vita e una
buona salute e una continua contentezza senza Dispiaceri di sorta.
«Questi augurii, oh glielo giuro, partono proprio dal cuore, e sono
sinceri come se ne fanno pochi al mondo. Che io lei, mio buon padrino,
non posso mai dimenticare di tutto l'anno; e ne vivessi ben cento di
anni che non lo potrei mai; ma in questa stagione, in cui da tutti si
pensa alle persone che ci sono più care, io ricordo anche maggiormente
tutte le bontà del mio caro zio, e sento più forte ancora la
riconoscenza per tanti generosi benefizi che ne ho ricevuti io
specialmente, e che ne ha ricevuto la mia famiglia, e provo una pena
grandissima d'aver offeso un sì buon parente e di non poterlo andare
ad abbracciare, come ne avrei tanto desiderio che me ne struggo.
«Ma il Cielo, e riconosco io primo che non è stato altro che giusto e
che io mi merito ogni peggio, il Cielo mi ha ben punito della mia
disubbidienza, della mia ribellione all'affettuoso padrino, al mio
secondo padre. E se lei sapesse tutto quello che mi è toccato soffrire
e che soffro, ed anche i miei poveri bimbi, che a quest'ora ne ho
quattro, e che sono innocenti, loro poverini, come agnelletti, ella ne
avrebbe di sicuro compassione.
«E gli è per questi piccini che io ardisco ancora venire a pregarla
una volta, assicurandola che sarà l'ultima, perchè abbia pietà di noi
disgraziati, che siamo pure suo sangue, e che siamo ridotti all'ultima
miseria, senza nemmeno aver pane da mangiare. E dobbiamo la pigione
dell'intera annata, e non possiamo pagarla; e il padrone che è un uomo
senza cuore (ella lo conosce, quell'impostore del signor Marone) ci
caccia in mezzo la strada, facendoci vendere tutte quelle poche robe
che ci restano, e siamo in debito verso tutti sulla strada, tanto
ch'io non oso più neppure uscire per andare ai fatti miei, vergognato
come ne sono.
«Insomma noi non abbiamo più nessuna speranza che in lei, e s'ella,
che è la nostra Provvidenza, ci manca, io non so a qual disperato
partito dovrò appigliarmi. Ma ella non ci abbandonerà, ed io
ringraziandola anticipatamente, e rinnovandole tutti gli augurii, con
profonda riconoscenza, mi dico
«Torino, 16 dicembre 185....
_Suo umiliss. servo e nipote_
«ANTONIO VANARDI.»
Rilesse attentamente il suo scritto, lo lesse alla moglie che lo trovò
un capolavoro d'eloquenza, e sentenziò che se lo zio non cedeva era
proprio con un ghiacciuolo per cuore. Non c'erano bustine da lettera
in casa, quindi convenne che Antonio ripiegasse il foglio su sè stesso
nella guisa più elegante che seppe: ma quando si trattò di suggellarlo
fu certificata l'assenza eziandio di un'ostia o d'un bastoncino di
cera lacca. Per fortuna Vanardi si sovvenne della crosta di pane che
stava sopra la stufa, ne ruppe un pezzetto coi denti, lo masticò ben
bene e se ne servì per chiudere il foglio. Poscia vi scrisse su
l'indirizzo: prese il suo cappellaccio senza falda, si gettò sulle
spalle un misero mantelluzzo di panno logoro, e disse alla moglie:
--Vado a ricapitar questa lettera.
--Che? interrogò Rosina, pensi forse tu di recarla tu stesso allo zio?
--Oibò! fo conto di darla a Giacomo il figliuolo della portinaia qui
sotto, pregandolo di recarla egli al fondaco di mio padrino.
--Giacomo è un buon diavolo....
--Un imbecille.
--Che lo farà volentieri, non ne dubito; ma sua madre è così poco
servizievole....
--Per noi che non le diamo alcuna mancia, già; lo zelo dei portinai si
misura agl'inquilini in ragione del denaro che ne mungono; ma questo è
poi un così piccolo servizio, che spero non mi vorrà rifiutare.
Intanto passerò eziandio dallo speziale per intendere un poco se mi
vuol pagare, e poi farò una trottatina sino a casa di Selva.
--Salutami sua moglie, quella buona Adelina...
--Va bene.
--Eccone lì una che fu fortunata. Era una operaia come me, ed ha
sposato un uomo di una ricca famiglia, un avvocato e che le fa fare
una buona figura nel mondo.
Antonio si mise per traverso il cappellaccio e si morse i baffi.
--Sai tu Rosina, diss'egli con accento in cui sentivasi una vera pena,
che non sei punto punto gentile? Le tue parole sono sassi tirati nel
mio giardino, che mi colpiscono proprio in pieno petto. Certo,
l'Adelina è da invidiare. Selva è uno dei migliori caratteri ch'io mi
conosca, ed un bel talento. Lui risoluzione, coraggio, iniziativa e
forza d'animo e di volontà come ne hanno pochi; io sono un
meschinello, un buono da nulla, un imbecille, va bene... Ma quanto ad
amore, Rosina, dovresti esser persuasa che ne hai da me tutto quel che
possa averne da uomo una donna, e ciò dovrebbe farti più generosa a
perdonarmi il resto.
Rosina, che in fondo aveva pure un cuore eccellente, fu tocca da
queste parole del marito e più dalla commozione con cui eran dette.
--Hai ragione: esclamò ella, alzandosi col suo bimbo da un braccio e
cingendo coll'altro che gli rimaneva libero il collo del marito: Hai
ragione e perdonami.
Ad Antonio questo fatto della moglie produsse tanto maggior effetto
quanto esso era più raro; abbracciò e baciò egli intenerito la moglie
e il bambino ch'ella teneva sul petto, e partissi.
La loggia della portinaia aveva sotto il portone l'uscio d'entrata ed
un finestruolo per cui si vedeva chiunque penetrasse nella casa.
Antonio sospinse l'uscio socchiuso ed entrò nel camerino. La portinaia
seduta presso un fornello portatile di terra cotta era intenta a farvi
cuocere su, dentro una pignatta, una minestra che mandava per
l'ambiente un odore succolento e confortevole. Le nari di Antonio
digiuno aspirarono con una voluttà tormentosa la tentazione di
quell'odore. Un giovane dall'aria melensa e dai capelli color della
stoppa stava grattandosi le ginocchia in un angolo: era Giacomo, il
figliuolo della portinaia.
Questa che aveva udito entrare qualcheduno senza veder chi fosse, per
avere le spalle rivolte all'uscio, aveva preparato il suo più bel
sorriso con cui già da una settimana soleva salutare gl'inquilini del
primo e del secondo piano in previsione e per esca delle strenne che
avevano da venire alla fin del mese; ma poi visto chi era, conobbe che
quel sorriso era perfettamente sciupato e decise tosto risparmiarsene
la spesa: tornò di botto in tutto l'ingrognamento della scontrosa
espressione di faccia che le era abituale.
Antonio, egli, salutò umilmente, e, con tutta la suggezione d'un
supplicante che domanda una grazia, pregò sor Agata mandasse il
figliuolo a recar quella lettera al suo indirizzo.
Sor Agata indugiò un momento a rispondere. Fu presso a dire a quel
noioso che andasse con Dio, come si fa ad un pezzente che vi secca
domandandovi l'elemosina; ma ebbe la generosità di non farlo; prese
con isgarbo la lettera che Vanardi le porgeva e ne lesse l'indirizzo.
--Ah, ah! la scrive ancora a suo zio il droghiere... diss'ella con
impertinente famigliarità: un altro foglio di carta sciupato... Bene;
quando mi sarà di comodo manderò colà Giacomo.
--Se volesse aver la compiacenza di mandarlo il più presto possibile:
osò balbettare il povero inquilino.
Ma la fiera portinaia lo fulminò con uno sguardo corrucciato che lo
indusse subitamente al silenzio.
--Lo manderò quando si potrà: disse sor Agata con accento imponente.
Spero bene che ella non vorrà che per gusto di lei si trascuri ciò che
abbiam da fare!
Antonio protestò con una mimica piena di umiltà, ed uscì colla
rassegnazione di chi non ha danari da pagare in altri lo zelo,
l'interesse, nè anco la cortesia--perchè tutto si paga in questo
mondo.
Entrò quindi nella farmacia.
Il farmacista leggeva il suo giornale seduto presso il braciere
coperto da una gran campana di latta gialla traforata intorno a
ghirigori, gli occhiali sulla punta acuminata del lungo naso, il
solito berretto a lunga visiera in capo. Due garzoni si annoiavano
colle mani in tasca ad aspettar gli avventori. Un uomo di servizio
pestava nella retrobottega in un mortaio d'ottone che mandava il più
assordante ed il più irritante rumore del mondo.
Al tintinnio che fece il campanello appiccato all'ascio d'entrata, lo
speziale alzò il naso dal foglio e guardò dal di sopra degli occhiali
chi fosse venuto.
--La riverisco signor Agapito: disse Antonio levandosi urbanamente il
cappello.
--Oh, oh, caro signor Vanardi; l'è lei! E che buon vento?
Si rizzò da sedere con più gentilezza che non usasse abitualmente, si
tolse di sopra il naso gli occhiali, ripose il giornale e toccò colla
mano destra la tesa del suo berretto.
Ad Antonio, avvezzo oramai dappertutto ad essere accolto con insolente
mancanza di riguardi, parve quello un fior di accoglimento pieno di
simpatia e di stima, e sentì venirsi in cuore un po' di coraggio.
--La disturbo forse? dimandò egli come mezzo di entrare in materia.
--Niente affatto. Si figuri!... Lei non mi disturba mai... Leggevo qui
il giornale... Ma gli è vuoto come una vescica... Non c'è mai nulla in
que' benedetti giornali!... Ci rubano i denari vendendoceli... Eppure,
che vuole? Non ne so star senza... Ah! c'è una cosa sola alquanto
interessante: la novella d'un suicidio. Un povero diavolo che l'altro
ieri s'è gettato in Po. Veda mò se a questa stagione può venire in
testa una cosa simile!... L'hanno pescato ieri; e pare che siasi
deciso a questo brutto passo per la miseria...
Antonio sentì scorrersi un brivido per tutto le membra.
--Per la miseria! diss'egli con accento profondamente commosso.
--Già! aveva una famiglia il disgraziato a cui non sapeva più come
provvedere... Era operaio e non trovava più lavoro da nessuna parte.
Il cervello gli è girato, e ponfate, egli andò ad affogarsi.
--Poveretto!... E la famiglia?
--Figuriamoci!... Senza pane, senza padre... Ah! ce ne sono di
disgraziati al mondo!... Ma il giornale annunzia che si sono fatte
parecchie collette, e che tutti si sono affrettati di venire in
soccorso degli orfani.
--Povera gente! Povera gente! esclamava Antonio al quale erano venute
le lagrime agli occhi.
Il pensiero di quei miseri orfani lo aveva condotto a quello dei suoi
figli, a cui egli eziandio non sapeva oramai come procurar pane. E che
sarebbe stato di essi, se il padre per un caso qualunque venisse lor
tolto?
Lo speziale che vide l'interessamento del pittore per quel racconto,
prese il giornale e glielo porse.
--Se lo vuol leggere, ecco qua il giornale. Veda lì, nella cronaca,
terza colonna, seconda pagina... Ma prenda pur seco il foglio; io già
l'ho letto... lo esaminerà con comodo, e lo farà leggere eziandio alla
signora Rosina: ciò forse la vorrà interessare...
--Ma...
--Niente, niente, lo metta in tasca... Me lo renderà poi a suo comodo:
io non ne ho punto bisogno.
Antonio prese il giornale, e si dispose a parlare di ciò per cui era
venuto; ma il chiacchierone dello speziale, per cui tacere era
impossibile, lo prevenne colle sue interrogazioni.
--Potrei servirla in qualche cosa, caro signor Vanardi?
--Ecco, son venuto precisamente...
--Ho capito. Le occorre qualche piccolo rimedio... Che sì che
indovino! Un'oncia di polpa di cassia o di tamarindi?
--No signore.
--Olio di ricino forse?
--Oibò.
--Le mie pillole digestive?... Sono pillole che ho inventate io, e per
le quali ho preso dal governo tanto di brevetto... Sono meravigliose.
I ministri ne pigliano, gli ambasciatori, i procuratori ed avvocati;
tutti quelli che hanno bisogno di digerir bene... E per citar gente
che sta qui vicino e di nostra conoscenza, il cavalier Salicotto...
Lei lo conosce bene il cavalier Salicotto?
--Di nome solamente.
--Oh! un omone... Un politico di ventiquattro carati.... Una testa
monumentale... Vale dieci Cavour e cento Pinelli. Fa il giornalista
umanitario; patrocina la causa dei poveri... a parole sonanti... E si
fa ricco. L'hanno fatto cavaliere, riuscirà a farsi nominare deputato:
un dì sarà ministro... Dev'essere nativo della mia provincia. Dei
Salicotto ce n'è al mio paese, ed anzi ne conoscevo moltissimo uno che
faceva l'ortolano... Ah! non voglio già dire che questo cavaliere sia
discendente o congiunto in alcun modo con quell'ortolano... Ciò non
gli farebbe mica torto; ma il cavaliere afferma di essere figliuolo
d'un avvocato: e se lo afferma lui!... D'altronde ci sono tanti nomi
somiglianti!... In ogni modo e' sa fare il signore. Bisogna vedere
com'è alloggiato!... Ci vado alcuna volta io a trovarlo... ed egli mi
fa l'onore di servirsi alla mia bottega: tappeti da ogni parte,
masserizie d'un'eleganza!... Ebbene, ciò che volevo dire si è che il
cavaliere Salicotto fa uso delle mie pillole... Ha lo stomaco debole
il pover'uomo. Lavora tanto pel vantaggio altrui! E ne rimane
soddisfatto--delle mie pillole--che non si può dir meglio.
--Ne sono persuasissimo; ma io non è di nulla di ciò che ho mestieri.
--No? Dica pur liberamente quella che le occorre. Son disposto a
servirla in tutto.... E l'ho detto appunto a sua moglie.... Oh! per
caso, non sarebbe già la signora Rosina che è ammalata?
--Ma no signore. Per grazia del cielo stiamo tutti bene.
--Tanto meglio, tanto meglio. Vedendo entrar qui lei, io m'era detto
tosto fra me e me: Forse sua moglie si trova di bel nuovo.... mi
capisce?
--No, per fortuna.
--Oppure uno de' suoi figli, quel demonietto di Tonietto.... Oh, oh!
Ha osservato? Ho fatto una rima.... o quel furbacchiotto di Pippo che
avrà mangiato troppo.
--Ama signore; s'io son venuto è appunto perchè que' poverini non
mangiano abbastanza.
--Oh, oh! inappetenza?.... A quell'età è strana.... Ma stia tranquillo
che le darò io qualche cosa....
--No, no, no! E' non han bisogno di nessuna delle sue droghe per aver
fame....
--Ma dunque?...
--Sono venuto per finire quel nostro piccolo affare....
Lo speziale si trasse indietro il berretto e si grattò la fronte.
--Affare!... Che affare?
Antonio stava per ispiegarsi, quando l'uscio della bottega s'aprì
vivamente con grande agitazione del campanello, ed una vispa ragazza
entrò di fretta, salutando lo speziale e i garzoni per nome.
Sulla faccia del padrone e dei due accoliti si schiuse tosto il più
grazioso sorriso di cui le loro fisonomie fossero capaci: e tutti tre
si affrettarono verso la giovane con premurosa galanteria.