IV.

Antonio fece forza per darsi un contegno tranquillo ed un fermo

aspetto, e si mosse per andare ad aprire. Ma egli era appena venuto

fuori dal paravento che spartiva la stanza, quando il signor Marone,

trovato l'uscio chiuso soltanto col saliscendi, aveva levata la

stanghetta, sospinto il battente ed entrava dicendo:

--È permesso? Si può? Scusino.

--Oh, signor Marone! esclamò Antonio inchinandosi con tutta la mostra

della civiltà. Sia il benvenuto; la riverisco.

Anche Rosina si levò da sedere, mosse incontro al nuovo arrivato e gli

fece una bella riverenza, dicendo con un bel sorriso:

--Serva sua.

Marone si avanzava con un risolino, che voleva essere grazioso, alle

labbra. Era grande e grosso come un facchino, e vestiva da sacristano:

sulla sua feccia da villan rifatto voleva mettervi a forza qualche

cosa di umile, di piacevole, di benigno, e non riusciva che ad una

smorfia; teneva gli occhi abitualmente rivolti a terra, ma li alzava

spesso verso il cielo. Le mani che ora tenevano, l'una il cappello

frusto e l'altra il bastone, soleva quasi sempre intrecciare insieme

come fa chi prega; aveva una voce rauca e grossolana, ch'egli si

provava a rendere mite e benevola; in poche parole portava l'aspetto

d'un impostore, e il suo aspetto era la cosa più franca e veritiera

che fosse in lui.

S'inoltrò nel camerone e oltrapassò la linea del paravento, mettendo

così il piede nella parte più intima della dimora di quella famiglia e

si fermò a pochi passi dalla tavola su cui Rosina alzandosi aveva

gettato alla rinfusa i panni intorno a cui stava lavorando; piantò in

terra la sua mazza, vi appoggiò su le due mani una accavallata

all'altra, e fatti scorrere que' suoi occhi di talpa, quasi di furto,

su Vanardi, su Rosina e sui tre ragazzi che si erano fermi in gruppo,

il tozzo di pane in mano e gli occhi larghi, a guardare il nuovo

venuto, disse con voce tutto dolciata:

--Buon giorno, miei cari. Lei sta bene, signora Rosina?

--Benone, grazie. Oh, quanto a salute non è quello che ci manca.

--E lei, signor Vanardi?

--Benonissimo; e se si potesse batter moneta coll'appetito vorrei

anch'io diventar proprietario di casa.

Marone fece una risatina falsa come una filza di perle di vetro.

--Ah, ah, ah! sempre di buon umore lei!.. Le auguro che continui....

Sì, le auguro che coll'aiuto della Provvidenza e della santa Vergine

(ed alzò gli occhi al lucernario) lei e la sua famiglia possano sempre

star nella grazia di Dio... Eh, eh! siamo presto al Natale ed alla

fine dell'anno.

--Ci abbiamo ancora quindici giorni... disse timidamente Antonio.

--Che cosa sono quindici giorni? La vede come passa il tempo!...

Sembra la settimana scorsa soltanto che l'anno è incominciato, ed

eccoci già invece all'anno nuovo.

--Questo è vero.

--Dunque, buone feste e buon fine e buon principio.

--Grazie mille: rispose Antonio. Ed altrettanto a lei, signor mio, che

il Cielo le mandi ogni sorta di bene.

E Rosina a soggiungere colla vivacità della sua parlantina:

--Sì, certo; quantunque lei non ne abbia bisogno, che lei è un

signorone che ne ha di ogni grazia di Dio a bizzeffe...

--Cioè, cioè: interruppe Marone sorridendo, scotendo il capo ed

agitando la mano; non bisogna credere tutto quello che dice il mondo

delle mie fortune. Anch'io, benedetta la pazienza! ho i miei

impicci... Non mi lamento già!! Curvo rassegnato il capo ai decreti

della Provvidenza; ma anche per me questi sono cattivi tempi. La

ricchezza vera e sola di cui posso vantarmi è una pura coscienza.

--Pura come l'acqua sporca: pensò Vanardi fra sè gettando un'occhiata

impaziente e quasi indispettita sulla faccia ipocrita del padrone di

casa.

--La coscienza è una bella cosa, ripigliava la Rosina, ma dei buoni

redditi sicuri, come sono i suoi, non guastano la vita... Anche noi

abbiamo la coscienza netta, come abbiamo ancora di tutt'oggi lo

stomaco che non ha fatto colazione, ma ciò non basta a farci bollire

la pignatta, noi che si manca di tutto e si stenta maledettamente la

vita, sa!

Marone si pose a tossir forte, trasse di tasca il moccichino e si

purgò il naso rumorosamente.

--Ehm! ehm! diss'egli poi ripiegando accuratamente il fazzoletto e

rimettendolo in saccoccia: questi loro cari ragazzi son vispi come

pesci nell'acqua. Gli è un piacere il vederli.

I fanciulli stavano sempre guardandolo curiosamente come una bestia

rara. La mamma prese il più grandicello per un braccio, e tirandolo

via di lì disse loro con accento proverbiante:

--Oh! volete levarvi dai piedi della gente, scioccherelli?

--Li lasci, li lasci, madama, la prego...

--Ma no, ma no... Venga avanti, signor Marone... La favorisca,

s'accomodi... Antonio, porgi una sedia al signor Marone... che

benedetto uomo! Tu stai lì interito come un piuolo. Vedi che l'è

ancora rovesciata per terra la sedia che que' mariuoli hanno finito di

rompere... Ah, che demonii, sa, signor Marone! Roba da diventar

matti... Mi fracassan tutto qui dentro... Bisogna sempre aver la voce

sugli acuti a gridare... E il loro padre che non sa farsene

ubbidire!... Ecco qui una seggiola buona... voglio dire che non è

sconquassata come le altre... Di grazia, la si accomodi un pochino.

Vanardi, su via, muoviti; piglia il cappello e la canna del signor

Marone.

--Grazie, grazie, non occorre: diceva il padrone di casa volendosene

schermire; ma la Rosina s'era già precipitata sul cappello e glie lo

levava a forza di mano, ed Antonio, seguendone l'esempio,

s'impadroniva della mazza.

Il signor Marone sedeva, intrecciava le dita delle mani sulle sue

ginocchia, si metteva a far girare i pollici, e con voce ancora più

mansueta, e con aspetto ancora più benigno, guardando ostinatamente la

punta dei suoi grossi scarponi, riprese a dire:

--Stamattina ho avuto il piacere d'incontrare la signora Rosina...

--Sì, signore, disse questa sollecita: andavo a fare una commissione,

e se la vuol sapere, andavo a cercar del lavoro. Mi avevano detto che

la sarta, la quale abita costaggiù alla seconda cantonata, cercava

delle cucitrici; e siccome io, non fo per dire, ma coll'ago e il refe

in mano sfido qualunque siasi ad avere un punto più sollecito e più

fino e più eguale, sono andata ad esibirmi... Eh sì! la mi ha detto

che ne aveva già due di troppo di operaie...

Marone trasse un sospiro e levò gli occhi al soffitto.

--Il lavoro manca per tutti, e non ci furono mai tante miserie come a

questo tempo. La Provvidenza ci vuol punire tutti quanti dei nostri

peccati, delle nostre empietà, della guerra sacrilega che facciamo

alla Chiesa ed al clero.

Chinò il capo in aria tutto compunta, appoggiò le mani incrociate al

petto curvo, e parve recitare una giaculatoria.

Antonio si morse i baffi per fermare sulle sue labbra le parole

insolenti che avevano una matta voglia di venirne fuori.

--Ah, sì, disse la Rosina, ci sono molte miserie nel mondo, e non vi

fu mai bisogno come ora che si eserciti la carità del prossimo.

Il padrone di casa fece un cenno affermativo col capo e colle mani,

per significare che approvava vivamente quel che diceva la Rosina.

E questa continuava:

--E per fortuna ce n'è ancora di carità nel mondo.

--Dica per grazia di Dio.

--Come vuole... Di parecchie persone misericordiose si trovano in

questa nostra città.

Marone strinse le spalle, allargò le braccia e mandò un'esclamazione,

come per dire:

--Eh via, qualche cosa c'è pure, ma dovrebbe esserci di meglio.

--E tra queste persone dobbiamo contare anche lei, signor Marone.

Questi fece colle mani il moto vivace di chi respinge un vistoso dono

che gli si offra, e con un calore di modestia ammirabile, esclamò:

--Oh, che cosa dice?... Io non sono nulla, e pur troppo non posso far

nulla... Certo tutte quelle buone opere che mi si presentano da fare

io non le trascuro. Posso dirmi con nobile orgoglio che qualche cosa

di bene si deve pure alla meschina opera mia... La congregazione di

Santa Filomena, se non fosse di me, non camminerebbe forse con tanta

prosperità... Ma che cosa dico? Oh buon Gesù! Ecco che io commetto un

peccato d'orgoglio.

--Eh! i suoi meriti sono conosciuti... Poc'anzi che l'ho trovato sulla

porta della marchesa di Campidoro, sono certa ch'ella andava da questa

brava signora per qualche opera buona.

--Sì, appunto: rispose Marone; per alcuni bisogni della nostra

congregazione, di cui la marchesa è una delle socie più benemerite e

generose.

--È dunque proprio vero che la vecchia marchesa è caritatevole come

non si può essere di meglio?

--Se è vero? esclamò il proprietario levando le mani in atto

d'ammirazione. Val quanto dire che quella donna è la carità in

persona.

Rosina lanciò un'occhiata d'intelligenza a suo marito, con cui voleva

dire:

--Vedi s'io t'ho parlato giusto!

Marone continuava con entusiasmo:

--È il miglior sostegno della nostra pia congregazione. Quando nasce

qualche bisogno straordinario, a cui non so come parare, io vado tosto

dalla marchesa; sono sicuro di uscirne sempre con quel che mi occorre.

--E quali sono le opere di carità che specialmente compie questa loro

pia congregazione? domandò Antonio.

Il padrone di casa levò su il capo con mossa imponente e rispose con

enfasi:

--Le migliori che si possano immaginare. Noi compriamo quanto più ci

viene fatto di figliuole di mori, le facciamo battezzare ed allevare

nella nostra santa religione... Noi non ci occupiamo che delle

ragazze; dei maschi si dà pensiero una società sorella, quella di S.

Primitivo; e così ogni anno sono delle belle dozzine di anime che noi

abbiamo la viva e pura soddisfazione d'aver rapito al demonio e

avviate per la strada del paradiso.

--Se non si perdono cammin facendo! disse Antonio, che fece una

smorfia la quale indicava come non provasse un soverchio entusiasmo

per questa bella impresa. La cosa è certamente degna d'encomio,

soggiunse egli diffatti, ma mi sembra che senza andarle a cercar tanto

lontano ci sarebbero delle opere di carità non meno e forse più

interessanti da eseguirsi qui in paese... Non diceva ella medesima

poco fa che mai non ci furono tante miserie come a questo tempo? Pare

a me che prima d'occuparsi dei figliuoli dei mori si potrebbe pensare

ai figliuoli dei cristiani che muoiono di fame.

Marone volse al pittore uno sguardo di freddo rimprovero e quasi di

sprezzo.

--Nulla è più meritevole e più degno che togliere un'anima dagli

artigli di Satanasso: la carità che vi concede qualche bene materiale,

passeggero, che cos'è appetto a quella che vi apre la felicità

sempiterna?

Il pittore avrebbe pure avuto ancora qualche piccola osservazioncella

da fare; ma la moglie che voleva ad ogni modo abbonire il padrone di

casa, disse ella per la prima:

--Questo è vero; lei ha perfettamente ragione.... Del resto si può

anche fare una cosa e l'altra.... Mi dicono per esempio, che la

signora marchesa di Campidoro non trascura di soccorrere anche le

miserie dei poverelli di qua.

--Sì, rispose Marone masticando: la è una brava signora piena di buone

intenzioni, e di denari la ne spende assai ed assai in elemosine....

Non sempre forse i frutti che ne ottiene corrispondono all'entità

delle somme.... Poveretta! La se ne lascia mangiare di belli dal terzo

e dal quarto.

--E forse più che da tutti, da quel bell'uomo del suo _cacciatore_;

disse Rosina che non poteva tener la lingua a segno.

--Lei vuol dire Grisostomo? rispose Marone, chinando gli occhi sulla

punta delle sue scarpe. Oh, quello è un brav'uomo che non c'è nulla da

dire.... Se non avesse altri intorno che lui!... Ma ha trovato modo di

ficcarlesi eziandio alle costole un certo tale, un sedicente filosofo,

un umanitario: quel signor Salicotto che abita costà davanti alla mia

casa, un empio che con bei discorsi e declamazioni d'una falsa

filosofia cerca staccar le anime dalla vera religione e tira l'acqua

al suo mulino; ma spero che coll'aiuto di quel sant'uomo del curato e

di Grisostomo stesso apriremo gli occhi a quella brava signora e la

libereremo da questo insidiatore.... Ma veniamo a noi. La cagione

della mia venuta, loro la possono indovinare. A queste stagioni, io

amo andare a vedere io stesso i miei inquilini. Passo da tutti, e

porto meco per ciascuno la sua quietanza di pigione bella e fatta.

Ecco qui la sua, signor Vanardi.

Trasse di tasca un portafogli, l'aprì, ne levò una carta, e,

spiegatala, la porse al pittore a fargliela vedere.

--Come! già la quitanza? disse Antonio arruffandosi i peli della

barba. Ma non è ancora scaduto il semestre.

--Non vi ha più che quindici giorni.... E loro d'altronde mi devono

ancora il precedente.

--Questo è vero.

--Poco fa mi ha promesso lei medesimo di pagarmi in questa settimana.

--Anche questo è vero.

--Ed ecco dunque la ricevuta.

--Sì, signore: disse Vanardi puntando le due braccia alla tavola:

tutto ciò va bene che non fa pure una grinza.

--Ella dunque mi fa il piacere di rimettermi la somma ed io lascio qui

la ricevuta già firmata.

Antonio chiamava alla riscossa tutto il suo coraggio. Rosina si pose

ad andare e venire con agitazione per la stanca, fingendo riporre

delle robe e dar sesto alla casa.

--Andrebbe tutto a meraviglia, saltò su dopo un poco il povero

pittore, s'io davvero le potessi pagare adesso adesso quella somma, ma

essendo che pel momento proprio non lo posso, non credo che lei voglia

lasciarmi lo stesso quella quitanza in sì buona regola.

Marone gettò di sbieco uno sguardo ratto sul suo interlocutore ed

atteggiò le labbra al suo solito falso sorriso.

--Ah, ah! la vuole scherzare, signor Vanardi.

--Scherzare! esclamò accostandosi vivamente Rosina, a cui pareva già

d'aver taciuto assai troppo.

Ma il marito le fe' cenno colla mano stesse cheta e lasciasse parlar

lui: ed essa, per quella volta, fece il miracolo d'obbedire.

--No, pregiatissimo signor Marone, rispose Antonio: non ischerzo

niente affatto. Quei denari non li ho, e non so donde andarli a

stampare.... là!

Il padrone di casa gettò intorno a sè degli sguardi irrequieti.

--La dice daddovero?

--Daddoverissimo.

--Non può procacciarseli in nessun modo?

--In nissunissimo.

--Corbezzoli!

Marone si alzò con una fisonomia severa come quella d'un giudice

convinto della colpa del reo e andò lentamente verso la tavola a

prendersi il cappello e il bastone.

--Allora, diss'egli trascinando le parole e ripetendole come per farle

penetrar più addentro nell'animo degli ascoltatori, allora... io sarò

costretto... sì sono costretto... valermi dei mezzi che mi dà la

legge... di tutti i mezzi che mi dà la legge.

Rosina, che non poteva più stare alle mosse, gli si piantò dinanzi

colle mani in sui fianchi:

--Vuol dire, proruppe, che ci farà l'_esecuzione_, e ci venderà tutte

queste poche robe che ci rimangono, e ci metterà in mezzo la strada...

--Queste robe, queste robe: disse sprezzosamente Marone, guardandosi

intorno. Forse che basteranno a pagarmi del mio avere?

E Rosina che incominciava a perdere il sangue freddo:

--Eh sì, valgon poco..., sì, sono povere masserizie, ma sono di onesta

gente, che non merita d'essere trattata come cani...

--Rosina! esclamò Vanardi, facendole gli occhi grossi.

--Eh, lasciami dire, chè la mi prude...

--Onesta gente: ripeteva il proprietario; certo che sì, va benissimo;

io ho per loro la maggiore stima, ma quando non si paga...

--Quando un povero diavolo ha la sfortuna che lo perseguita...

--Ah! mia cara madama Vanardi, la sfortuna è una scusa bella e buona

per tutti quelli che mancano ai loro impegni... Ma la si metta un poco

ne' miei panni anco lei... Un proprietario... vive della pigione della

sua casa; ora se il provento non gli entra in cassa, come avrà egli da

fare?

--Oh bella!... Per una sì poca somma!... La stia zitto, la mi faccia

piacere, signor Marone. Ricco com'è, che sì che gliene ha da far molto

di questo in più od in meno.

--Io non sono ricco, le ripeto: disse bruscamente Marone; e non voglio

perdere l'aver mio.

--Non si tratta di perderlo: soggiunse Vanardi con calore. Noi

pagheremo senza fallo. Ci dia solamente ancora un po' di respiro.

--Eh! ve ne ho già dato di troppo... Sono sei mesi che mi menate pel

naso.

--Ci mostri il suo buon cuore, disse la Rosina con un tono di

supplicazione che lasciava travedere al di sotto la bizza presso a

saltare.

Il proprietario si pose in testa il cappello e si mosse per uscire.

--Non lo posso: diss'egli asciutto asciutto. Provvedete ai fatti

vostri, io provvedo ai miei.

--Ma signore, gridò Rosina tutto accesa in volto: vuol ella essere

peggio che inesorabile! È questa la carità che ha per la povera gente?

Marone si fermò, battè in terra la ghiera della sua mazza e rispose

borbottando:

--La carità! la carità!... Certo che ne ho e di molta, verso chi se la

merita... Tutti lo sanno... ed anche il signor Parroco... Ma non mi

tocca rovinarmi per giovare a chi non sa bastare a' suoi impegni; ma

la vera carità non ha da favorire l'ozio, l'infingardaggine e la...

Basta, non dico altro, appunto per amor del prossimo.

Rosina scoppiò come un petardo.

--Come sarebbe a dire? gridò essa venendo incontro al padrone di casa,

con mossa quasi minacciante. Gli è a noi che fa di questi bei

complimenti lei, brutto muso da torcicollo?...

--Oh, là, là! esclamò Marone diventando rosso sino alla fronte.

Antonio che offeso dalle parole di Marone voleva pure rimbeccarlo di

proposito, antivenuto dall'uscita dalla moglie, pensò all'incontro suo

dovere di adoperarsi a calmarla.

--Via, via, Rosina, bada alle tue parole per amor di Dio!

Ma la donna allontanandolo da sè con uno spintone:

--Eh lasciami stare, pan bollito che tu sei. Non senti le belle

giuggiole che ci dà a succiare questo signor dabbene? E te le vuoi

pigliare come confetti, tutto rimminchionito, che il cielo ti dia il

limbo degl'innocenti!... Lasciami vuotare un po' il sacco, o schiatto.

E si rivolse di bel nuovo al padrone di casa.

Ma questi in quel punto medesimo apparve preso da una grande

meraviglia. Un suo sguardo era caduto sopra il quadro dalla cornice

dorata di cui s'è fatto cenno nel capitolo precedente; egli s'era

fermato di botto e stava esaminandolo attentamente; poi passo a passo,

come attirato da vivissima curiosità, non badando gran che alle parole

della Rosina, si venne raccostando al luogo dove il quadro era

appiccato alla parete.

E la Rosina colle mani in sui fianchi sbraitava inviperita:

--Ah, noi siamo infingardi, lei dice; noi siamo oziosi, noi siamo

birbanti da mazzate, al suo garbato avviso! E perchè lei ha avuto la

fortuna, chi sa come! di acciuffare, chi sa per che verso, la

ricchezza, ci ha da trattar noi come scalzagatti e mascalzoni, che

infatti in fatti poi, de' signori in giubba ne valiamo le dozzine!

Ma il padron di casa, senza darsi per inteso delle parole di Rosina,

non cessava dal rimirar fiso quel quadro, e borbottava a mezza voce:

--È strana, proprio strana!

Poi si volse di pieno ad Antonio, che stava osservando con interesse

queste mostre di stupore nel padron di casa.

--È lungo tempo che ella ha questo quadro?

--Sono tre anni.

--È fatto da lei?

--No: è l'opera di Adolfo Cioni... Ha lei conosciuto Adolfo?... o

qualcuno di quella famiglia?

--Niente affatto; e questo è un ritratto od una figura di fantasia?

--È un ritratto.

--Di qualche signora di sua conoscenza? Scusi queste domande, ma una

strana rassomiglianza...

--È il ritratto d'una giovine signora che ho conosciuto assai, e che

da più di tre anni è sparita, senza che se ne sapessero più notizie

nessune.

--Sparita!... Davvero.... Diavolo! diavolo!

Ma Rosina in quella con impazienza:

--Eh? che cosa mi viene, adesso a dare la volta alla frittata con

quello _spegazzo_?

Marone con vivo interesse di curiosità, non abbadando alla donna, si

rifaceva a domandare:

--E il nome? Potrebbe dirmene il nome?

--Certo che sì. La nasceva Balma e s'era sposata al capitano

Orsacchio... Un vecchio scellerato, quello lì, che se mai mi capitasse

nelle mani, io che non sono buono a far male ad una mosca, vorrei pur

tuttavia conciare per bene... E di nome di battesimo la si chiamava

Gina.

--Ah, Gina?... Cospetto... Ed è sparita da tre anni?... Oh, oh!

--Signor Marone: disse Antonio con una agitazione che non cercava

menomamente nascondere. Ella conosce quella donna? Ella ne sa qualche

cosa? Per carità, se così è, non mi nasconda nulla... Per la memoria

del mio buon Adolfo, per la pietà che quella povera infelice deve

ispirare a tutti che abbiano un cuore, in nome della carità la prego e

scongiuro a dirmi tutto, e facesse Iddio che le sue parole mi

potessero mettere sulle traccie di quella sventurata.

Ma qui ecco la Rosina risaltare in mezzo con una nuova inquietudine ed

una nuova collera.

--Te ne preme dunque molto di codesta non so che cosa, signorino mio

garbato?.. Ah! mi farai credere che gli è in memoria dell'amico, che

gli è per compassione di cuore che tu la cerchi con tanta

sollecitudine, allorquando gli asini voleranno... E lei signor Marone

la conosce questo mobile che mi ha tutta l'aria d'essere una di quelle

civettuole e peggio, per cui loro zucconi d'uomini fanno le mille

pazzie... Eh già! Questa tela sporca era di troppo preziosa a messere!

Avrebbe lasciato crepar di fame moglie e figliuoli piuttosto che

venderla... State zitto, signor Vanardi, che ve lo siete lasciato

scappar detto. Ed ora che vi nasce una speranza di saperne le novelle,

ve' come v'ingalluzzite!... Oh gli uomini! gli uomini!... E sopratutto

i mariti!...

--Rosina! vuoi tu sempre esserne allo solite?

--Signor Marone non gli dica niente, sa! Se ha la disgrazia di

apprendergli tanto così sul conto di quella donna... senza contare che

farebbe con ciò un bel mestiere... gliene cavo gli occhi.

--La non s'incomodi, signora Rosina, e non tema di nulla. Io non dirò

nulla, perchè non so nulla. La signora Orsacchio, come suo marito mi

dice che si chiama l'originale di questo quadro, io non l'ho mai

sentita a nominare, altro che conoscerla... Ho trovato in questa

figura una certa rassomiglianza con un'altra persona... una persona

che ho visto una volta sola...

--Dove? dove? non potè trattenersi dal domandare Antonio: e la moglie

ne lo punì con un'occhiata furibonda ed un pizzicotto.

--Non mi ricordo più nemmeno... Ma la è una donna che porta altro

nome...

--E dove la si trova?

--Non saprei dirglielo: l'ho perduta, come si suol dire, di vista.

Vanardi avrebbe voluto insistere, ma la presenza della moglie sempre

più sospettosa ne lo trattenne. Gli parve però che Marone mentisse per

isbrigarsene, e dovesse sapere qualche cosa di più di quanto diceva.

Un segreto presentimento, quasi un istinto, pareva ammonirlo che stava

per iscoprire finalmente una traccia da penetrare, sapendo

adoperarvisi, entro quel mistero che da tre anni gli pesava sul cuore.

Determinò fra sè di non trascurare a niun modo questo leggier filo di

cui pareva offrirgli finalmente un capo la sorte, e di consultare il

suo amico Giovanni Selva, uomo di molto acume, intorno al miglior

mezzo di procedere in proposito.

--Torniamo ai nostri affari, disse Marone cambiando però il precedente

in un tono più mite ed umano. Per provarle, signora Vanardi, ch'io non

manco di carità, anche a mio danno, consento ad aspettare altri

quindici giorni... ma non di più, sa!... Se dopo questo intervallo non

sarò pagato, allora... Intanto mi stieno bene e ricevano i miei più

cordiali auguri.

Uscì con mille inchini e salutazioni.

--Bella carità! esclamò Rosina facendo il pugno dietro il proprietario

partitosi; quindici giorni di tempo! Come faremo a mettere insieme i

denari dell'affitto?... ed a pagare gli altri debiti?... ed a mangiare

tutti i giorni?

--Mi farò pagare dallo speziale, disse Antonio.

--Sì che questo ci vorrà mantener grassi!

Vanardi prese una grande risoluzione.

--E... e scriverò anche una volta una lettera di supplicazioni a mio

zio padrino.

Il signor Marone scendendo le scale borbottava fra sè:

--È proprio strana! Una rassomiglianza cotanta non l'ho mai vista.

Dev'essere quella dessa... Eppure!... Orsacchio!... Non ho mai sentito

questo nome... Eh, sì! un nome si fa presto a cambiarlo. Ho sempre

pensato che nell'esistenza di quei due c'era un garbuglio... Sta a

vedere che adesso lo vengo a scovar fuori. Certo, agirò con molta

prudenza, ma ho in mente che quel quadro non mi lascierà perder nulla

della mia pigione, e che anzi vi può essere qualche buon affare da

trarne profitto... Giusto! Di quest'oggi stesso voglio andare a

Valnota a farne motto al signor Nicolazzi... Appunto con questa

occasione ne esigerò l'affitto. Vedremo! vedremo!

La carità del prossimo · 第 6 / 35 题