Quando venne in luce questo racconto storico, _Il sacro macello di
Valtellina,_ i clericali si levarono contro Cesare Cantù, perché mal
sapevano acquietarsi al pensiero che si risuscitasse, da uno scrittore
operoso, il ricordo di fatti crudeli, operati da fanatici cattolici,
che insanguinarono una terra ch'è asilo antico di libertà. Tanto
maggiore fu l'ira dei clericali, in quanto l'autore non era un
protestante, ma bensì un cattolico, che professò sempre la sua fede
anche se, il proclamarla, gli sia costata la popolarità.
Le monografie sulla _Lombardia del secolo XVII, la Storia di Como, la
Rivoluzione di Valtellina_, (riveduta ed ampliata nel _Sacro Macello_)
erano la preparazione all'opera colossale della _Storia Universale_
che con meravigliosa modestia l'autore imprese a correggere, a
ampliare, a rifondere. E lo fece spinto da quella "perseverante
ricerca della verità e deliberata franchezza nel dirla" che è il
merito di tutta la sua vita; perché altri autori, invece di ritornare
sull'opera propria, si sarebbero compiaciuti di riposare sulla gloria
ottenuta per aver scritto la storia più popolare nel mondo civile, che
ebbe dieci edizioni in Italia e fu tradotta in tante lingue. Di questa
_universalità_ della sua storia se ne deve cercar la ragione nella
limpida parola, nella forza dell'argomentazione, nella logica
inflessibile, nell'aver "scritto col cuore, dopo molto riflesso colla
testa" sicché le sue storie hanno tutte le attraenze della lettura
amena, ma lasciano vital nutrimento in chi leggendole si ferma a
considerare con lui il bello e melanconico spettacolo dell'umanità, la
cui destinazione "è di ingrandire soffrendo, e di camminare
all'acquisto del vero, all'attuazione del buono, ad una più equa
partizione dei godimenti della vita e dei vantaggi del sapere".
Un'altra ragione della fama antica e ognor verde delle opere storiche
di Cesare Cantù (come delle altre educative e di fantasia) è l'amore
che sempre ebbe per le classi deboli e perché deboli infelici. Nelle
sue pagine spira il soffio dei tempi nuovi, della rivendicazione del
diritto; uscito dal popolo, ricorda con compiacenza le dure prove
subite e vinte colla tenace volontà che gli fece scrivere in nome di
chi lavora: "Noi abbiamo per simbolo il progresso per guida di
battaglia _Avanti_". All'elenco dei re, che una volta costituiva la
storia, egli aggiunse lo studio delle condizioni degli oppressi, egli
ci fece partecipi dei dolori della massa disconosciuta, dimenticata
composta dì ignoti, alla quale si devono lo svolgersi delle
istituzioni e i progressi che gli scrittori d'un tempo solevano
attribuire, quale appannaggio di gloria, ai principi. E per questi
dimenticati del passato egli chiede per il presente e per l'avvenire
non privilegi, ma giustizia: e mentre ciò chiede ai potenti,
dall'altra parte lavora perché crescano quei deboli nel loro diritto,
educati, virtuosi e dignitosi. Noi non dividiamo in tutto le opinioni
dello scrittore; parecchie volte siamo indotti dalle nostre
convinzioni a proferire diverso giudizio dal suo; ma non per questo
vien meno in noi il rispetto per le opinioni, con sì schietta e sì
ferma fede, proclamate da Cesare Cantù. E mentre guardandoci intorno
si vede tanta trivialità d'ingegni e codardia di carattere, non si può
rifiutare l'ammirazione a quest'uomo contro il quale si sbizzarrirono
invidie e calunnie, ma che in questi tempi in cui i libri più lodati
vivono sei mesi, ha la compiacenza di veder sempre letti i suoi libri
di sessant'anni fa, e che opponendo la serenità della coscienza alla
trascuranza colla quale si cerca di opprimerlo, può dire d'essere
sempre lo stesso di quando giovinetto "combatteva solo, col suo
coraggio e colle sue speranze".