IX.

_Ascensione del Retihorn — Il segreto della costanza in amore — Quando

ci rivedremo?_

=Lo monte che salendo altrui dismala.=

_Dante_.

Questi montanari vogliono che dopo il Gries, dal cui vertice apparisce

la meravigliosa scena delle più celebrate vette Elvetiche, nessuna

delle piramidi che accerchiano la loro pittoresca valle presenti dal

culmine aspetto più grandioso del Retihorn, o Monte Giove come lo

dicono gl'Italiani. Il quale, come parmi d'avervi già detto, s'aderge

alla destra della Toce, al dissopra del casolare di Wald.

Partito con alcuni compagni poco dopo il meriggio, m'avviai su per

l'erta, sul sentiero che vi conduce all'altipiano di Vannino. Questa

ascensione può fornirsi senza straordinaria fatica in una giornata:

preferii tuttavia di spendervi mezzo il dì precedente, onde poter a mio

bell'agio godere del giocondo spettacolo dell'aurora da quel supremo

cigliare.

In due ore giungemmo alla parte superiore dell'altipiano di Vannino, il

quale si adagia verso l'occidente ed il mezzodì fra le petrose muraglie

dello Stafelclogberg e le rapide chine del Reti. Il sentiero da Wald ai

pascoli si rigira, salendo, nella folta oscura boscaglia che copre le

falde inferiori di quest'ultimo monte, ed è fra i meno scoscesi della

vallata. Rifocillatici poco lungi dal laghetto da cui ha sorgente il

Lebenduner, ripigliammo l'erta che di qui in su è faticosa assai. I

compagni, arditi cacciatori di camosci, verso il calare della notte,

trovata una tana cavernosa fra i nudi macigni, decisero d'allogarvisi

alla meglio onde passarvi la notte.

La luce mancava di grado in grado: io mi assisi e mi guardai attorno.

La cortina dello Stafelclogberg, verso la valle, è formata di

roccie repentissime quasi inaccessibili, le quali colle loro

creste addentellate e fantastiche formano un cinto grandioso a

quell'altipiano, il cui rivo smeraldo contrasta singolarmente con

quelle triste mura.

Sulle cornici, fra le fessure nè i funerei pini, nè l'olezzante

rododendro che spesso rallegra l'orlo delle diacciaie: lo Stafel non

ha una zolla. Il vento che sprigionandosi dal Gries si precipita nella

convalle superiore fra Vannino e Morasck, viene a rompersi contro

queste pareti.

Una densa nube vaporosa s'era innalzata dal profondo della valle di

Formazza, avea coperte tutte le anfrattuosità, i valloni superiori; era

il levare della notte. Le creste superbe dello Stafel si disegnavano

tuttavia nell'orizzonte su cui svaniva via via il morente chiarore

degli ultimi crepuscoli riflessi dalle nevi eterne, e quelle due

statue giganti, uomo e donna, che da tanti secoli stanno ritte su

quei vertiginosi cocuzzoli, parevami si movessero. Un irresistibile

desiderio mi punse di sapere se quelle strane figure non fossero

animate; l'immobilità non è sempre la morte. Chi mi provò mai

con irrefragabili prove che animali, piante e pietre non avessero

coll'anima una propria passione? Perchè le loro variate nature non

possono costituire anche nelle qualità dell'anima, una concatenazione

non meno armonizzante della materia e più meravigliosa?...

Ditemelo voi, fantasmi del giorno e della notte! Non è forse vero

che voi siete due prototipi dell'amore coniugale? Voi felici! Se vi

sorprende il capogiro, se deve cessare questa comunanza di posizione

e di pericoli, se vi sfascerete, cadrete entrambi di lassù nelle

ciotolaie di Vannino... O costanza veramente... di pietra!

E come vi venne fatto di serbare per sempre il fuoco dell'amore? Deh!

vi prenda pietà dei mortali a cui spesso amore suona smanie e dolori,

lagrime e tradimenti. Eccomi ai vostri piedi: a me per la prima volta

genuflesso dinnanzi alla creatura di Dio, tu, donna beata, palesa

il divino segreto, ond'io possa tutta la mia vita rendere coll'amore

invidiata anche agli angeli. Tu mi guardi incerta: non temere ch'io lo

divulghi... io sono uomo e l'egoismo ti deve essere arra sufficiente

della mia discrezione. Via, dimmelo... io ti prometto di rinunziare

a tutte le brame del mio avvenire... anche a quella di far correre i

miei lettori per mari e monti sull'ali della fantasia. Come potrò io

eternamente amare eternamente amato? Dimmelo, ed in quell'inno di gioia

che sarà la mia vita io ti renderò grazie riconoscenti. Bella regina

d'amore, chi t'avvinse sì strettamente all'amante?

Le mie ginocchia su quelle scarne rupi s'erano indolenzite a modo che

io stava per rinunciare alla scoperta, quando la gentile impietosita

susurrò questa fatale parola: — il dolore!

. . . . . . .

La leggenda del paese susurra invece che quelle anime petrarchesche

conservarono intatto l'amore perchè non fecero sciupìo del tesoro

d'affetti nell'ebbrezza dei sensi.

. . . . . . .

Intanto essi nella sdegnosa loro solitudine, paiono ridersi del furore

degli uragani, delle volute che precipitano dai loro piedi, e dei

fulmini che solcano i loro granitici troni. La beatitudine della loro

unione non vale il pericolo?

Stanco della faticosa salita, dopo d'aver visto le tenebre sorgere

dagli abissi e coprire tutte le valli, sentendo che i miei compagni

russavano saporitamente, salutai i due fantasmi dello Stafel,

m'acconciai anch'io alla meglio e il sonno, come avviene a tutti,

mi sorprese senza che me ne avvedessi sul nudo macigno fatto meno

ingrato dalla spossatezza. Sennonchè a mezza la notte un vivo bagliore

attraversando le palpebre mi scote, uno scoppio tremendo che pare

faccia traballare i monti e sfasciare i picchi mi sveglia affatto.

Cupa, densissima oscurità rotta di minuto in minuto da sfolgorantissimi

lampi: funebre silenzio interrotto solo dal fragore del tuono.

Il temporale si abbassava e noi eravamo a mezzo le nubi. I lampi

spesseggiavano vivissimi; il tonare assordante minacciava il finimondo,

ed io m'aspettava ogni istante un fulmine spezzasse la roccia che

ne pendeva sul capo. M'era seduto sopra una pietra tutto intento al

guizzare delle saette, come quel pittore che nella tempesta s'era fatto

legare all'albero d'una nave per meglio avvisarne le fasi. L'uragano

nel massimo furore era disceso sotto ai miei piedi, mentre sopra il

capo scintillavano le stelle: scena unica!

Dopo la tempesta sul mare, la tempesta sulle alpi non ha spettacolo che

la pareggi. La grandezza del luogo, il rapido alternare dei lampi che

s'incrociano; gli echi che con mille diverse voci dalle caverne sonore

addoppiano lo strepito; la furia del vento che urta, ammonta, sperde

le nubi infiammate; il contrasto della scena infernale colla serena

luce del cielo stellato; la solennità della solitudine; gli abissi a

tratto a tratto rischiarati dal profondo all'imo; il pericolo d'essere

incenerito; tutto t'empie l'anima di novissimo terrore, poichè il tutto

ferma una satanica apologia della forza strapotente! Le sinistre voci

del tuono e dell'aquilone non mi dimostrano forse che nella natura

stessa la forza trionfa sopra il debole senza difesa? Chi difende il

pino dall'ira del fulmine che lo schianta in mille schegge? Mentre

imperversa la procella, chi difende dal lupo insidiatore le atterrite

pecore? E se l'avoltoio, l'aquila od il _lammergeier_ mostruoso si

precipitano sul piccolo agnello, potrà egli senza difesa respingere

l'assalto? Tutte le più utili e graziose creature sono deboli,

indifese, quasi affidate al soccorso dell'uomo. Lo schifoso ragno vive

molti giorni senza cibo: un rovescio di pioggia abbatte la farfalla

dall'ali curiose: la spina resiste al rovaio, alla grandine, al

sollione; il vento sfoglia, sfronda, sterpa ogni gentil fiore. Invece

con quale studio geloso la natura armò i prepotenti d'artigli di ferro,

di denti adamantini, di acutissima vista, di agilissimo passo, di

potentissime ali! Se fosse dato un giorno ai percossi vestire una volta

sola la corazza degli assalitori, non farebbero essi scempio dei loro

nemici in nome della giustizia?

Non sarei tuttavia sicuro che la pecora imbaldanzita dalle novelle

difese, non passasse armi e bagaglio nelle fila dei lupi.... è sì

innebbriante la voluttà del potere!

L'uragano spariva, e le nubi, come immense fantasime correnti per

l'aere caliginoso sui bianchi destrieri sferzati dal vento, spaziavano

per ogni parte del cielo senz'interrompere l'alto silenzio che col

sibilo dell'aria rotta dalla veloce corsa.

Passavano presso di me, guardavano meravigliate il loro osservatore

e s'involavano. Una di esse, isolata dalle legioni, quasi perduta in

mezzo a quella confusione, errava a minor passo attorno alla vetta. Oh

quanto bella malgrado il pallore della morte! Quanto amore da quegli

sguardi, da quella cera mestamente soave! E quelle folte, lunghissime

chiome conteste di fiori che scherzavano sulle spalle? A breve tratto

dalla vetta, il corsiero dagli occhi corruscanti rallentò il passo, sì

che io, fatto ardito dalla brama di sentire quella errante, alte levate

le braccia, pregai dalla bella una parola...

Oh! se mi fosse dato inforcare con te il velocissimo corsiero e

scorrere pei campi del cielo immensi come il desiderio sopra tutte le

plaghe terrene, dal deserto del polo ai giardini dell'oriente! Ma la

voragine che s'inabissa ai miei piedi m'avverte della vertigine che con

sguardo affascinante m'avrebbe attirato nelle sue braccia... Almeno,

diss'io, mi racconta quanto vedesti nella tua lunga pellegrinazione.

Dimmi, l'uomo, quest'essere che doma il fulmine e non sè stesso, è

ovunque il medesimo? Dove ha egli conquistato quella libertà che è

sì cara? Non hai tu visto in qualche ignorata tribù delle Indie o

delle Americhe avverati i sogni d'un anima generosa? Dove s'imparò ad

ubbidire e comandare col Vangelo? Una sola parola dimmi, di grazia;

qual è il motto che riassume quanto imparasti in tanto giro di zone

sull'uomo? —

La fantasima che aveva ascoltato benigna le curiose interrogazioni

dello zingaro, crollò il capo in atto di diniego, e spronato il cavallo

ratta s'innalzò da quel vertice... Se non che voltasi addietro e

vistomi tuttora colle mani supplichevoli, tracciò nell'oscurità incerta

della notte una parola colle dita scintillanti... Atterrito guardai

quelle parole di fuoco che fiammeggiarono un istante nella tenebrìa, e

lessi:

Peregrinazioni d'uno zingaro per laghi ed Alpi Il Lago Maggiore, l'Ossola, la Frua e il Gries · 第 51 / 54 题