_Dove il paese senza un eroe? — Vita e miracoli del capitano Guenza._
Io non v'ho ancora tessuta la vita ed i miracoli di qualche Formazzese:
nè voi avete dato segno d'accorgervene, quasi certi che sotto quelle
ruvide sargie non possano ripararsi che omaccioni di forza erculea e di
cervello tondo come l'O di Giotto. Niente affatto, signori miei. Non
avete mai sentito la fama buccinare il nome del formidabile capitano
Guenza? No? Tanto peggio per voi, obbligati a trangugiarne ora la
biografia, e tanto meglio per me che potrò acquistarmi fama, dopo
d'essere stato l'Amerigo Vespucci della valle Formazza e della cascata
della Frua, di essere il Colombo del capitano Guenza, il quale era,
come tanti altri eroi sconosciuti, nato fatto per conquistare mezzo
mondo, se auspice alla sua culla era la _buona occasione_ arbitra
suprema dei fati umani.
O se questa dea volesse favorire quanti la invocano, che nebbia d'eroi!
Andate in un caffè di provincia all'ora della chiacchera politica —
sentite quei Machiavelli in erba, e ditemi se con una _buona occasione_
non farebbero impallidire tutti gli astri diplomatici.
Antonio Guenza era il più scapato ragazzo della valle, da Crevola al
Gries; indole e persona senza paura, indomita, a tutta prova. Io,
colla vostra buona venia, avrei una smania da non dirsi d'imitare
i grandi maestri di biografie, i quali convengono tutti che i loro
uomini illustri, piccini (anche a loro tocca nascere, poppare e fare
tutte quelle altre cose che voi sapete), dimostravano una gran voglia
di studio, una precocità d'idee straordinarie nella loro testolina da
far prevedere qualcosa di grosso, sicchè tutto il resto della vita non
è che una rettorica amplificazione della prefazione. Antonio Guenza
invece era sempre al banco dell'asino della scuola: — se c'era la
scuola — e il primo a scaraventare pugni a iosa a chi non la pensava
come lui, malgrado la sferza dell'amoroso babbo a cui non veniva fatto
di tenere il figlio fra le domestiche pareti, nemmeno sprangando la
porta col catenaccio.
Antonio era come l'aria natia; passava da tutti i buchi, correva sulle
più perigliose cornici montane, e nell'inverno scivolava a precipizio
per le chine più repenti coll'impassibilità con cui altri scenderebbe
una comoda scala. Nutriva poi un disprezzo senza confini per le siepi,
principalmente dei frutteti. Alla sera l'appetito più che la stanchezza
lo menava a casa, ove lo attendeva la solita tirata d'orecchi e un po'
di cena, dopo la rammanzina del povero babbo ed il serio proponimento
che al domani senza fallo — avrebbe ricominciato da capo.
Pensate se con quell'indole poteva starsene a lungo fra i quattro monti
dell'Antigorio! Questa storia succedeva or sono più di due secoli — vi
fo grazia della data — quando la Lombardia era tutta vesciche gonfie di
Spagna.
Un bel dì — forse grandinava!... granchè quest'usanza di parole! — un
bel dì adunque quel Toniaccio scompare. Il babbo amoroso alla terribile
notizia si sentì proprio sollevare dal capo un gran peso; forse se
n'era ito a Roma a fare il fornaio, il famigliare di qualche prelato...
chi sa? forse il frate?
Zitto: ecco una missiva dell'Antonio al caro babbo.
— «Voi mi cercate... (che granchio a secco!)... invano. Sono già
abbastanza _grande_ per sapere che senza denari non si fa un icchese.
Se non diventerò papa Facchinetti, non importa; ma ritornerò a
casa ricco ancor io e potente. Non bevete tanta acquavite se volete
conservarvi alla mia fortuna.» —
Passa un mese, un anno, due, cinque, dieci, quindici e nessuno sente
favellare di Tonio.
Una triste giornata d'autunno, presso uno dei più remoti villaggi
dell'Antigorio, cinque o sei birri giungevano alla casa del vecchio
Guenza, debitore di non so quali gabelle alla Corte di Domodossola.
Essi stavano per compire la loro bisogna, ch'era di portare via il
meglio dell'abituro e di confiscare in nome dello Stato il peggio,
quando di buon trotto un cavaliere sui quarant'anni, dal viso di
bronzo, armato di spada e di pistole, giunse alla porta della casipola
mentre il vecchio litigava coi gabellieri.
Il nuovo arrivato chiese al vecchio di permettergli di mettere a
sosta la cavalcatura trafelata, e di potersi riposare all'ombra dei
castagni che stavano là intorno, e senz'altro, come a promessa di più
larga rimunerazione, fatto portare un capace fiasco di vino da una
osteriaccia vicina, offerse agli altri di dividere con lui il rezzo dei
castagni e la bevanda. Al generoso signore nessuno disse di no.
Tracannato il fiasco, lo sconosciuto disse essergli saltato il ticchio
di mangiare due castagne arroste, se era possibile; al che gli astanti
risposero che se ciò talentava alla sua signoria illustrissima essi ne
avrebbero sbatacchiate, e in poco d'ora fatte cuocere; e già uno d'essi
s'era levato per andare in cerca d'una pertica, quando lo sconosciuto
s'alzò d'un tratto, e disse:
— Fermate! Ora ci penso, la pertica è inutile: bastano le mie pistole.
Vedete lassù sulla punta di quel ramo cinque o sei grossi ricci?...
Imberciò un istante il ramo a cui pendevano i frutti, scaricò la
pistola, e in mezzo a cento foglie spezzate le castagne caddero a
terra.
Mentre gli astanti guardavano stralunati l'autore d'un colpo sì
meraviglioso, egli ricarica la pistola sparata, quindi indietreggiando
sino al castagno, con voce terribile, appuntandole tutte e due contro i
berrovieri di Domo, gridò:
— Partite: questa è la casa del padre del capitano Guenza che vi fa
sacramento di bruciare le cervella al primo che si volta indietro.
Questa fu la prefazione che Antonio Guenza, di ritorno dall'armata di
Spagna pieno l'animo d'intollerante audacia e le tasche di doppioni
d'oro, pose alle sue opere future.
Ad Arivasco, se non erro, havvi ancora una sua casa colle mura
perforate da fuciliere.
Salì poi in valle Formazza, ove regnò assoluto signore.
La tradizione popolare, che conserva memoria vivissima di quell'uomo
strano, lo raffigura piuttosto come superbiaccio che voleva imporre
ossequio e timore che non uomo d'animo perverso. Nessuna contrattazione
facevasi senza che il capitano avesse dato il suo beneplacito. Con
lui non si scherzava punto: armato di stocco e di pistole, quando gli
talentava uscire per le viuzzole dei casolari, i ragazzi correvano a
nascondersi sotto il grembiale della mamma, e gli uomini s'affrettavano
a cedergli il passo e ad inchinarlo.
Tuttavia non mancò l'animo ad un certo Anderlin di tenergli bordone
nella contesa di alcuni confini avvenuta fra lui e il capitano, il
quale non amava punto si discutesse sulle proprie pretese. L'Anderlin,
dopo d'avere recisamente negato al capitano la trasposizione del Dio
Termine a proprio danno, sapendo per fama che manesco e prepotente uomo
gli fosse, si teneva in guardia d'insidie, quantunque non apertamente
minacciato. Una volta, stanco ed assetato, egli entra in una bettola a
Foppiano... all'unico desco sedeva il Guenza! Tornare addietro sarebbe
stato vigliaccheria, restare peggio: egli osò! Il Guenza, appena vide
l'Anderlin avanzarsi verso di lui, levò di sotto certa pistola, e la
pose sul tavolo, come una minaccia. L'Anderlin, salutato l'ospite e il
capitano alla maniera paesana, sedè in faccia al Guenza pacatamente, e
gli disse:
— Sor capitano, quell'arnese lì mi pare inutile sul tavolo, tanto più
— aggiunse in tuono di celia — che non supplisce nè ad un fiasco, nè ad
un bicchiere.
— E se potesse servire a castigo di un impertinente?
— Allora, capitano, converrete che vi starà bene anche il castigo del
prepotente, non è vero?
L'alpigiano trasse di sotto una pistola a due bocche, luccicante, e
coi congegni della piastra sì forbiti da non lasciare dubbio sugli
effetti dell'acciarino, e la pose allato alla ciotola che aveva recato
ser l'oste, come una posata. Sulla cera del capitano lampeggiò un
istante ira mal repressa: ficcò negli occhi all'alpigiano uno sguardo
acutissimo, che questi sostenne senza batter palpebra.
Dopo cinque minuti in cui corse alla mente del capitano un mondo
di pensieri, fra cui il più insistente era quello di sparare con
destrezza l'arma sua a bruciapelo sull'Anderlin mentre quest'ultimo
badava, facendo tuttavia il Gianni, a non lasciarsi sorprendere
dall'avversario; dopo cinque minuti che parvero un secolo, il capitano
prende la pistola — Anderlin fa lo stesso — la disarma, la ripone nella
cinghia della durlindana, ed offre a trincare alla propria salute.
L'Anderlin respirò liberamente ed accettò.
Dopo qualche tempo l'Anderlin inerme incontrò nella salita delle casse
il capitano che scendeva. Il passo stretto, il precipizio lì sotto: se
l'Anderlin non cede la destra e non arresta i suoi muli, il capitano è
obbligato a ritornare indietro o ad aggavignarsi alla parete montana,
cosa poco dicevole all'orgoglio di un capitano di S. M. cattolica. Il
capitano anche senza fare uso delle armi poteva spingere a rifascio
le some nel burrone e ridurre l'Anderlin a mal partito. L'Anderlin
fermò le cavalcature, e salutò il Guenza senza timidezza, e questi,
passandogli allato, gli disse:
— Buon dì, Anderlin: sapete cosa penso io adesso di voi?
Rabbrividì l'onesto mulattiere a queste parole che potevano celare un
disegno mortale contro di lui senza difesa; tuttavia rispose:
— Che, se non bene?
— Penso che voi siete la più stimabile persona della valle. Buon
viaggio.
Dunque il Guenza, a cui sarebbe stato facile trarre a mal fine
l'avversario, non era d'animo feroce; bensì in mezzo a quelle timide
genti adoperava il prestigio della fama delle prime prove, e il timore
che incuteva l'erculea persona a tenere soggetta al proprio arbitrio
quella popolazione.
Dopo la sua morte nacque dal pensiero poco valoroso della libertà
acquistata dal caso, l'adagio: è passato il tempo del capitano Guenza.
Ultimi discendenti dal capitano vivono tuttora, io spero, due ottimi
vecchi, celibi pacifici, che mi ricordo d'aver talvolta veduto intenti
a faticosi lavori, uno e l'altro poco distanti d'età dal sedicesimo
lustro. Per ampiezza di pascoli e per le case capaci, essi sono i
meglio agiati abitanti del casolare di Wald.