_Intra non si trova che a Intra. — Perchè delle ommissioni. — Virgilio
a Feriolo. — Salute a chi resta._
Eccomi finalmente a Intra.
Gl'Intresi attendono quasi tutti al lavorìo del cotone.
Gli operai d'Intra non esistono che ad Intra. Nelle grandi città spesso
la sordida speculazione ammassa in oscure umide stanze centinaia di
operai, che con rachitica pazienza tessono la ricchezza del padrone,
muti, tristi, come in ragni da cantina. La sera appena il tardo
orologio segna la breve libertà, uno ad uno, silenziosi lungo i muri
sfilano alle loro topaie. Ad Intra in generale il fabbricante o per
studii o per buon senno, per cuore quasi sempre, considera l'operaio
qualche cosa più d'un istrumento da lavoro; lo considera come uomo e
come cittadino. Industria attiva, intelligenza, non speculazione. Da
ciò grandi opificii, ariosi, puliti, a cent'occhi; dappertutto acqua
viva ed aria viva; la natura del lago e del laghista fa il resto.
Entrate in una di queste fabbriche, ove migliaia di fusi dipannano,
attorcono il cotone. Il carbone avvampa sotto le caldaie; il vapore
sprigionandosi mette in moto mille ruote addentellate, attorno alle
quali cento operai lavorano dodici ore della giornata. Il silenzio del
capace opifizio non è rotto che dal cigolìo delle macchine e dalla voce
del capo operaio.
Tutto è ordine, moto, lavoro, instancabile lavoro. Ma in quelle lunghe
stanze se tu t'appressi agli uomini sentirai un sottile cinguettìo
rompere la noia delle ore, e dalle donne una cantilena a mezze labbra,
cinguettìo e cantilene, che appena tradotte alla libera aria la sera
scoppiano in allegri canti clamorosi. Nell'estiva stagione lungo le
case della _Sassonia_, sulla via a Pallanza, a Trobaso, quanti gruppi
di belle ragazze inneggianti! Alla domenica quante partite al Pizzo
Marone, ai paeselli del lago!
Non è raro trovare a varii deschi di albergo gli operai in baldoria, e
nella stessa camera il padrone fare una partita a tarocchi cogli amici.
Ma se gli operai d'Intra non si trovano che ad Intra, gli è che
fabbricanti come ad Intra non si trovano che raramente altrove.
Che cosa posso aggiungere sopra Intra? Del nuovo o del vecchio
campanile? Gl'Intresi non se ne curano. O del faro senza lucerna? Un
marinaio, per le nebbie, isserebbe lassù una campana.
*
* *
Il caldo m'è insopportabile. La bella Baveno, al rezzo della quale
io vagai richiamando l'ombra di Cavour invano — Cavour villeggiò
alcuni anni in questo paesello, — non seppe trattenermi. E neppure la
_bucolica_ di G. Prati in onore dell'oste. — Barcaiuolo, a Feriolo!
Ricorrendo sull'ali della memoria la bella valle del Verbano, e
sfogliazzando il libricciuolo su cui vo notando le sensazioni della
vista, del naso, del cuore e della fantasia, ad un tratto mi si fè
palese che io aveva saltato a piè pari nientemeno che il Santuario
di S. Caterina del Sasso, la salita al Pizzo Marone e qualche altra
rarità, su cui avrei potuto ammanire al lettore un succoso manicaretto,
Dio sa con quanta sua e mia soddisfazione. Per fortuna nostra che
in quel punto mi soccorse il pensare, che se mai qualche lettore
innamoratosi de' miei ritratti volesse un giorno fare conoscenza cogli
originali, s'io di tutto gli avessi favellato, nulla più gli sarebbe
tornato nuovo..... Se non tenete per buona questa ragione, con poco
dispendio e poca fatica potete accertarvi della verità.
Addio, o Verbanesi!
Credo che ci lasciamo amici per la pelle: io vi amerò sempre come un
popolo forte, allegro, alla buona e senza maschera, come spero che voi
ricordandovi — tutto può darsi — di me, non sdegnerete centellinarne
una ciotola di quel rubino alla vostra ed alla mia salute...
Mentre io scoccava sulle dita un sonoro bacio, e raccomandatolo ai
zeffiri, lo inviava alle belle Verbanesi, un tintinnìo di sonagli,
uno schioppiettìo di frusta e lo scalpitare di cinque cavalli, che
mi rammentò il _quadrupedante putrem_ di Virgilio, m'avvisarono che
s'avanzava entro un nugolo di polvere la corriera postale tra Arona e
Domodossola.
E salute a chi resta.