Credo di aver detto che un distaccamento da otto a diecimila uomini
comandato dal generale Naselli, doveva partire per Livorno sopra
bastimenti di trasporto.
Partirono infatti, e al 22 novembre uscirono dal porto di Napoli.
Erano accompagnati da _Vanguard_, ove trovavasi l’ammiraglio Nelson,
dal _Culloden_, dal _Minotauro_, dall’_Alleanza_, dalla _Buona
Cittadina_, dal cutter _Flora_ e dalla squadra portoghese.
Vascelli di guerra e navi di trasporto giunsero a Livorno circa dopo il
mezzodì del 28 novembre: i ministri inglese e napoletano vennero a fare
la loro visita all’ammiraglio. Il generale Naselli intimò alla città di
arrendersi, il che avvenne verso le 8 di sera.
L’intimazione era stata fatta congiuntamente dal generale Naselli e dal
vice-ammiraglio Nelson.
Naselli prese possesso della città; ma Nelson restò sul suo vascello.
E poi, Nelson era così innamorato che non voleva restar molto tempo
lontano da me; e però lasciò Livorno al 30 novembre, alle 7 di mattina,
ed al 5 dicembre era a Napoli.
Alle sei del mattino giunse al capitano generale Acton una lettera in
cui trovavasi il periodo seguente che il ministro si affrettò di farci
leggere.
Nelson non vedeva le cose sotto un aspetto così ridente come il re di
Napoli.
«Ecco in poche parole lo stato del paese e la situazione delle cose
— diceva. — L’esercito del re è a Roma, Civitavecchia è presa; ma
rimasero 500 Francesi in Castel Sant’Angelo. I Francesi hanno 13,000
uomini ed aspettano i napoletani in una forte posizione a Civita
Castellana. Il generale Mack va contro di loro con 20,000 uomini.
L’avvenimento a mio avviso è dubbio, e può decidere immediatamente
della sorte di Napoli. Se Mack è disfatto, in venti giorni il paese
è perduto; l’imperatore non ha fatto muovere nemmeno un uomo della
sua armata, e senza il soccorso dell’imperatore questo paese non può
resistere ai Francesi. Certamente non è sua scelta ma la necessità
che ha obbligato il re di Napoli ad uscire dal suo regno, e di non
aspettare che i Francesi, radunate le loro forze, lo cacciassero in una
settimana da Napoli.»
Noi ricevemmo quasi le stesse notizie da Roma.
Però il re ci annunziava la marcia di Mack sopra Civita Castellana
non già con ventimila uomini ma con quarantamila. Era impossibile di
credere che con tale superiorità numerica, la vittoria fosse dubbia.
Inoltre il re era talmente sicuro del successo che la sua tranquillità
cl rassicurava. Le sue lettere erano piene di descrizioni delle feste
che gli avevano dato. Non usciva nelle vie di Roma che camminando sopra
tappeti e sotto una pioggia di fiori; nella stessa sera vi fu gran gala
al teatro Apollo.
La lettera che ci dava questi particolari era del 6 dicembre; la
mostrammo a lord Nelson, facendogli osservare che non era con ventimila
uomini che Mack andava incontro al nemico, ma con quarantamila.
Tutto ciò però non lo rassicurava, egli aveva preso già fin dal primo
incontro una cattiva opinione di Mack.
Ci lasciò verso le cinque di sera, e restammo la regina, io e alcune
dame di sua intimità che componevano la nostra società ordinaria.
Verso le sette di sera, quando prendevamo il thè, udimmo il rumore
d’una carrozza che passava sotto le volte del palazzo, poi un rumore di
servitori che si precipitavano dalle scale.
La regina impallidì.
Io la guardava interrogandola cogli occhi.
— Ah! mi disse, ho un presentimento.
— Quale, signora? le chiesi.
— Che il re sia arrivato.
— Il re! impossibile, signora; abbiamo ricevuto una sua lettera questa
mattina.
La porta si aperse, un usciere annunziò:
— Sua Eccellenza il duca d’Ascoli.
Il duca d’Ascoli entrò, la regina ed io mandammo un grido di stupore:
egli era vestito coll’uniforme del re, e siccome egli era della stessa
statura ed età e la camera era semi-oscura, la regina ed io lo credemmo
a prima vista il re.
La regina fu la prima ad accorgersi dello sbaglio, e il suo istinto
coniugale le fece indovinare che sotto questo travestimento si celava
qualche vergogna.
Si alzò e severamente:
— Che significa questa mascherata? dimandò essa.
— Ahimè! signora, nulla di allegro, rispose il duca, ma almeno è una
prova della mia devozione pel re.
— Pel re? e dov’è il re?
— Qui, signora.
— E dove dunque qui? chiese di nuovo.
— Nel suo appartamento.
— Ah! ah! egli non osa nemmeno di comparirmi davanti, a ciò che pare.
Poi dopo un momento silenzio:
— I Napoletani sono stati battuti, non è vero?
E siccome il duca esitava a rispondere:
— Vediamo, disse la regina, se il re è una donna, io sono un uomo, io;
ditemi tutto.
— Battuti completamente, signora.
— Bravo Nelson! disse, volgendosi dalla mia parte, lo vedi, il suo
istinto non lo ingannava; ma è dunque veramente un idiota, come già ce
ne accorgiamo, il generale Mack.
— Non posso dir nulla a Vostra Maestà se non che le truppe napoletane
sono state completamente battute.
— Siete sicuro della notizia?
— La sappiamo ambedue, io ed il re, dalla bocca stessa del generale
Mack.
— Dal generale Mack!
La regina mi prese la mano e me la serrò convulsivamente.
— È scritto che io dovrò trangugiare tutta la vergogna? mormorò essa.
— Ma infine, signore, dimandai al duca, mentre la regina sì lacerava i
manichini coi denti, non potete dare alcun particolare a Sua Maestà?
— Non posso dire a Sua Maestà che quello che so io stesso.
— Ditelo, dunque, esclamò la regina, e spicciatevi perchè ho premura,
ve lo confesso, di sapere per qual motivo avete indossato l’abito ed
avete al collo l’ordine del re.
— Vostra Maestà si degni di ascoltarmi con pazienza, disse il duca
d’Ascoli; altrimenti sarò obbligato di ritornare dal re, e dirgli che
non avete voluto ascoltarmi.
— Voi fate appello alla mia pazienza, ebbene, vi prometto d’averne,
parlate.
— Ebbene, signora, ieri eravamo nel palco di S. M. al teatro Apollo,
quando verso le nove ore della sera, la porta si aperse bruscamente e
vedemmo apparire il generale Marck coperto di fango come chi arriva
dopo una lunga corsa. Sire, diss’egli, voi vedete un uomo nella
disperazione che vi annunzia una tale notizia, siamo battuti su tutti
i punti, separati gli uni dagli altri, in piena ritirata, o piuttosto
in fuga. La nostra unica speranza di salvezza per Vostra Maestà è che
parta immediatamente per Napoli; — libero dalla cura che m’ispira il
vostro prezioso capo, cercherò di radunare l’armata e di prendere una
rivincita.
— Miserabile orgoglioso, mormorò la regina.
— Comprenderete facilmente, signora, continuò il duca, lo stupore del
re ad una simile notizia, nel momento in cui si credeva vittorioso;
stette guardando Mack senza rispondere e col viso alterato.
Poi ad un tratto Sua Maestà si alzò, ed uscì dal palco.
Per fortuna nessuno si era accorto e si credette che il re fosse andato
nella camera vicina alla loggia. Non bisognava far vedere di fuggire, i
giacobini romani che volevano vendicarsi delle esecuzioni comandate dal
re lo tenevano di vista, e dicevano che se Mack fosse battuto avevano
l’intenzione d’impossessarsi di lui: prima che si fossero accorti della
sua assenza, e che la notizia si fosse sparsa, eravamo già al palazzo
Farnese: colà il re montò a cavallo con una dozzina di uffiziali,
ed alcuni dei suoi più fedeli servitori, fra i quali si è degnato di
scegliere me; uscimmo dalla porta del Popolo, e girammo intorno alle
mura fino alla porta S. Giovanni. Giunti colà il re prese il galoppo,
con sette ad otto uomini di scorta e verso le undici di sera giungemmo
ad Albano.
Ad Albano il re s’informò dal mastro di posta se aveva una vettura.
Non aveva che una carrozzella.
Mentre attaccavano i cavalli, il re mi trasse in disparte, e pregò di
mutare di abito con lui, cosa che eseguii al momento.
— E perchè mutar di abito con lui? chiese la regina.
— L’ignoro, signora, rispose il duca; ma siccome una preghiera di Sua
Maestà è un ordine, obbedii.
— Un ordine, un ordine, ripetè la regina; ma infine quest’ordine aveva
uno scopo.
Il duca fece un inchino senza rispondere.
— Vorrei ben sapere, disse la regina, battendo con impazienza i piedi,
che cosa sperava il re con questa mascherata.
— Desiderate di sapere ciò che sperava io, disse il re entrando e
gettandosi su di una poltrona, come se arrivasse dalla caccia; sperava,
se fossimo stati presi dai giacobini, che avrebbero impiccato d’Ascoli
invece di me.
— Eh! fece la regina.
— Ebbene, intanto che lo appiccavano io mi sarei salvato in qualche
modo.
La regina alzò le mani al cielo e poi le portò al suo viso.
— Oh! oh! mormorava essa.
— Ma, disse il re che non comprendeva niente affatto delle esclamazioni
della regina, ma essi lo avrebbero fatto come lo hanno ben detto questi
f... di p... di giacobini.
— E voi avreste lasciato appiccare il vostro amico invece di voi!
esclamò la regina.
— Ma, lo credo bene, io, meglio due volte lui, che me.
— E voi, duca, vi sareste lasciato appiccare invece del re! esclamò la
regina, alzandosi ed andando incontro al duca.
— Il dovere di un suddito non è di sacrificare la vita pel suo padrone?
rispose semplicemente il duca.
— Ah! signore, esclamò la regina volgendosi a suo marito; siete
fortunato di avere un simile amico. Conservatevelo preziosamente; è
probabile che se voi lo perdete, non ne troverete un altro.
Poi volgendosi verso di me:
— Del resto, disse, anch’io non ho di che lagnarmi, perchè sono sicura,
Emma, che al bisogno faresti per me ciò che il duca era pronto a fare
pel re.
E mi gettò le braccia al collo.
— Vieni, Emma, vieni, mi disse. Gli è bello d’avere un tal cortigiano;
ma gli è triste di avere un tal re.