X.

Ottenuta la guerra da Ferdinando, mi restava da trattare un affare

ancora più grave. Era di ottenere ch’egli si mettesse alla testa della

sua armata e facesse questa guerra il re in persona.

Il re, come ho già detto, era lungi dall’essere valoroso, e se io fui

acciecata sul conto della regina, non lo fui però mai su quello del re,

che la regina procurò sempre di farmi vedere sotto la sua vera luce.

Le trattative furono lunghe, ma la regina e sir William fecero valere

presso il re che si trattava non soltanto di combattere i Francesi e di

sostenere la legittimità, due cose molto lodevoli, ma anche, una volta

occupato lo Stato romano, di vedere nella sua qualità di liberatore

quale sarebbe la sua parte nella divisione del Patrimonio di S. Pietro.

Alla fine il re acconsentì.

Siccome non si attendeva che il consenso del re, l’esercito fu diviso

in tre corpi: 22,000 uomini furono inviati a S. Germano, 16,000 negli

Abruzzi, 8,000 nella pianura di Sessa e 6,000 si chiusero nelle mura di

Gaeta, ed alcune navi onerarie si tennero pronte per trasportare 10,000

uomini in Toscana, accompagnate dalla squadra di Nelson.

Questi 10,000 uomini erano destinati a tagliare la ritirata dei

Francesi quando il generale Mack li avesse battuti.

Questi tre corpi d’armata, cosa curiosa, furon messi sotto il comando

di tre stranieri: Mack generale in capo, Micheroux e Damas generali di

divisione; il primo era austriaco, e gli altri due erano francesi.

Cinquantadue mila uomini erano pronti ad entrare negli Stati Romani.

Del resto, come lo aveva giudicato l’ammiraglio Nelson, il momento era

ben scelto per attaccare i Francesi.

Il Direttorio prevenuto dal cittadino Garat delle intenzioni ostili

della Corte di Napoli, aveva cercato, per quanto gli riuscì possibile,

tutti i mezzi per far fronte a questa aggressione; aveva distaccato

quanti uomini potè dall’esercito della Repubblica Cisalpina, li aveva

inviati a Roma e ne aveva dato il comando a Championnet.

Championnet non aveva fin allora sostenuto che comandi secondarii;

e per conseguenza poco conosciuto, il suo comando di Roma, la sua

conquista di Napoli lo resero celebre.

Vuolsi che al momento che lasciava la Francia, ove, in ricompensa

dei suoi antichi servigi, riceveva questo nuovo comando, il direttore

Barras gli avesse posto la mano sulla spada e gli avesse detto:

— Parti per l’Italia, generale, e ti do parola che sarai incaricato di

detronizzare il primo re che incorrerà nella collera della Repubblica.

Championnet partì da Parigi ed arrivò a Roma con questa speranza.

Ma a Roma trovò l’armata francese nello stato che dissi. Senza pane,

senza calzature, senza abiti, senza soldo, con cinque cannoni e 180,000

cartucce, col rinforzo avuto dalla Cisalpina, si compose di quattordici

a quindici mila uomini.

Al 22 novembre, il re pubblicò il famoso manifesto firmato dal principe

Pignatelli Belmonte, diretto al cavaliere Priora, ministro del re di

Piemonte Carlo Emanuele II.

Come tutti gli atti che emanavano dal re, anche questo era stato

redatto dalla regina, dal capitano generale e da sir William.

È dopo dieci anni d’intervallo, quando il velo è caduto, quando

sparvero le ire, che un tale documento vi apparirà sotto la sua vera

luce; vale a dire come un appello all’assassinio.

Eppure a Caserta il 20 novembre 1798, nel momento in cui questo

manifesto passò per le mie mani, io applaudii come gli altri.

Ecco questo manifesto, che fece un gran rumore quando apparve, e che

poi fu quasi dimenticato:

«Noi sappiamo, — diceva questo curioso documento, — che nel consiglio

del re vostro signore, molti ministri prudenti per non dire timidi

fremono alle parole di spergiuro e di assassinio; come se il nuovo

trattato d’alleanza fra la Francia e la Sardegna fosse un atto politico

degno di essere rispettato.

«Ma non dimenticatelo; quest’atto fu dettato dalla forza delle armi,

dalla violenza del vincitore; è stato accettato dalla necessità, e deve

durare fin quando lo esigerà la necessità. Trattati simili a quelli

che avete sottoscritto sono ingiurie del potente al debole, il quale

violandoli cede alla prima occasione che gli presenta la fortuna. E

infatti in presenza del vostro re, prigioniero nella sua capitale,

circondato da baionette nemiche, chiamerete voi spergiuro non mantenere

una promessa strappata colla forza e disapprovata dalla coscienza?

«Chiamereste voi assassinio, l’assassinare i vostri tiranni, e se tale

è la sorte, la debolezza degli oppressi non potrà mai sperare nessun

soccorso contro la forza che l’opprime?

«I battaglioni francesi tranquilli e dispersi dalla pace, sono sparsi

pieni di confidenza nel Piemonte. Eccitate il patriottismo dei popoli

fino all’entusiasmo ed al furore, che tutti i Piemontesi aspirino a

calpestare sotto i piedi un nemico della loro patria. Gli assassini

parziali saranno più proficui al Piemonte, che una vittoria in campo,

e mai la giusta posterità condannerà colla infame parola di tradimento

questi atti energici di tutto un popolo che va alla conquista della sua

libertà sui cadaveri dei suoi oppressori.

«I nostri generali napoletani sotto gli ordini del valoroso generale

Mack, suoneranno pei primi il segno di morte contro i nemici dei troni

e dei popoli. E forse saranno già all’opera quando avrete ricevuto

questo manifesto.»

Pubblicato questo manifesto non aveva più che a mettersi in campagna.

La regina aveva fatto fare per suo marito un magnifico uniforme di

generale, e visitammo successivamente i campi di Sessa e di S. Germano

per mostrare il re ai suoi soldati.

Queste passeggiate militari, le acclamazioni che sollevarono le grida

di — Viva il re, morte a’ Francesi — finirono di far girare la testa al

re Ferdinando, che ci lasciò facendo alla regina ogni sorta di promessa

guerriera.

Debbo però dire che, malgrado queste promesse, la regina ne fu poco

persuasa, e malgrado la cattiva opinione che aveva di suo marito, era

però lontana di aspettarsi la sorpresa che l’avvenire le serbava.

Ritornammo a Caserta, ed il re alla testa della sua armata mosse

verso il confine Romano al 24: quest’armata sboccò da tre punti sul

territorio pontificio.

L’ala destra che costeggiava l’Adriatico passò il Tronto, e cacciò

da Ascoli una debole vanguardia francese che vi si trovava e prese la

direzione di Ponte di Fermo.

Il centro scese dagli Appennini da Aquila e si avanzò sopra Rieti.

In fine l’ala sinistra, ove trovavansi Mack e il re, passò il

Garigliano su tre colonne, a Isola, a Ceprano, a sant’Agata, e marciò

direttamente su Roma per le paludi Pontine, Valmontone e Frascati.

Passando il confine, il generale Mack scrisse al generale francese

questa lettera che ci darà la misura della confidenza che aveva in sè

stesso.

«Signor Generale,

«Vi dichiaro che l’armata di S. M. siciliana, che ho l’onore di

comandare sotto gli ordini diretti del re, ha passato jeri il

confine degli stati romani, rivoluzionati ed usurpati dopo la

pace di Campo-Formio, rivoluzione ed occupazione non riconosciute

ed approvate nè da parte di S. M. Siciliana, nè dal suo Augusto

alleato Sua Maestà l’imperatore e re. Dimando adunque che, senza il

minimo ritardo, ordiniate alle truppe che si trovano nello stato

romano, di ritornare nella Repubblica Cisalpina e che facciate

evacuare tutte le piazze che occupano. I generali comandanti le

diverse colonne delle truppe di S. M. Siciliana, hanno l’ordine di

non incominciare le ostilità sui punti in cui le truppe francesi

si ritireranno al mio invito, ma d’impiegare la forza nel caso

che resistessero. Vi dichiaro inoltre, cittadino generale, che

se voi mettete il piede sul territorio del gran duca di Toscana,

considererò tale cosa come un atto di ostilità.

«Aspetto la vostra risposta senza il minimo ritardo, e vi prego di

rinviarmi il maggiore Reischach che vi spedisco, e ciò al più tardi

quattro ore dopo aver ricevuto la mia lettera. La vostra risposta

dovrà essere positiva e categorica, circa all’evacuazione degli

stati romani, ed al non metter piedi negli stati del gran duca di

Toscana; una risposta negativa da parte vostra sarà considerata

come una dichiarazione di guerra, e S. M. Siciliana saprà sostenere

colla spada in mano le giuste dimande che vi dirigo in suo nome.

«_barone_ C. MACK.»

Il generale Championnet rinviò il maggiore Reischach dopo avergli

offerto dei rinfreschi come ad un ospite; ma poichè costui gli chiedeva

quale risposta riporterebbe al generale:

— Ditegli ciò che avete veduto, gli disse Championnet, ed alzando le

spalle gli volse il tergo.

Lo stesso giorno il generale francese ricevette un ordine dal

Direttorio che gli toglieva tre mila uomini per rinforzare la

guarnigione di Corfù.

Forse, vista l’urgenza, poteva rifiutare di obbedire a quell’ordine.

Egli diede i tre mila uomini e restò con quasi dodici mila.

Ma nello stesso tempo fece tirare il cannone d’allarme in Castel S.

Angelo, fece battere la generale per tutta la città, e prese tutte le

misure suggerite dalle circostanze, per far fronte al pericolo che si

avvicinava su di lui colla rapidità di una valanga.

Ricevevamo tutti i giorni dei corrieri del re; questi corrieri ci

tenevano al corrente del suo cammino trionfale.

Al 30 novembre, di notte, ricevemmo la notizia che il re aveva

fatta fin dal giorno innanzi la sua entrata in mezzo ad acclamazioni

frenetiche; il popolo staccò i cavalli dalla sua carrozza, e la portò

fino al palazzo Farnese, che aveva ereditato dalla sua ava Elisabetta.

La lettera del re ci annunziava che il generale francese aveva lasciato

Roma, lasciando cinque cento uomini in Castel Sant’Angelo, ordinando

al comandante di non arrendersi senza alcun pretesto, e gli aveva dato,

dicevasi, parola di ritornare a Roma prima di venti giorni.

È inutile il dire che questa promessa faceva andare in giubilo il re e

specialmente il generale Mack.

Il re annunciava in una sua poscritta che il popolo scannava i

patriotti e saccheggiava le loro case; egli stesso aveva fatto fucilare

due napoletani, i fratelli Corona, di cui uno era stato ministro della

Repubblica Romana.

Al dire del re tutto andava coi fiocchi.

Di fatti il giorno seguente ricevemmo una copia di questa lettera che

il re scriveva al papa Pio VI.

«Vostra Santità conoscerà colla più viva soddisfazione che, grazie

all’aiuto del nostro Divin Salvatore, e per l’augusta protezione del

beato S. Gennaro, siamo entrati colla nostra armata, senza resistenza e

da trionfatori nella capitale del mondo cristiano; i Francesi fuggirono

spaventati alla vista della croce e delle mie armi; Vostra Santità può

dunque riprendere il supremo e paterno suo potere, che io difenderò

colla mia armata; Vostra Santità abbandoni dunque la sua dimora troppo

modesta della Certosa, e sulle ali dei Cherubini, come altra volta

la Nostra Santa Vergine di Loreto venga e discenda al Vaticano per

purificarlo colla sua presenza: tutto è pronto per riceverla; Vostra

Santità potrà celebrare i divini ufficj per la solennità di Natale.»

La regina ordinò che si cantasse un _Te Deum_ in tutte le chiese di

Napoli, che il cannone tuonasse in segno di trionfo e che la città

fosse illuminata.

Questi ordini, bisogna dirlo in lode dei Napoletani, furono ricevuti ed

eseguiti con entusiasmo.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 6/8 · 第 17 / 26 题