Sventuratamente gli avvenimenti politici esterni resero ben presto a
quell’anima energica, che non poteva rimanere senza passioni, e che
era divorata dal bisogno di amare o di odiare, quella specie di rabbia
calmata, per un istante, dai dolori privati.
La caduta e la morte di Robespierre, che aveva preso una parte così
attiva alle esecuzioni di Luigi XVI e della regina Maria Antonietta,
era stata per Maria Carolina un momentaneo sollievo alla doppia ferita
che quella duplice morte aveva fatto sul suo cuore. Ma questa morte era
stata come un segnale di aumento d’energia per l’esercito repubblicano.
Le mie note portano ancor oggi la data delle vittorie del generali
francesi, secondochè le notizie di queste vittorie ci pervenivano
e ci colpivano di stupore, perchè, circondata com’era da nemici,
consideravamo la Francia come conquistata.
Gli Austriaci che erano penetrati nell’interno della Francia si
lasciarono riprendere, il 16 agosto. Questnoy dal generale Scherer,
il 27, Valenciennes dal generale Pichegru, al 30 Condé era rientrato
in potere delle armi francesi e Landau era stato ripreso fin dal
30 aprile, cosicchè di quattro piazze forti conquistate dalle armi
dell’imperatore, non ne rimaneva più una.
In Ispagna le cose non andavano meglio. Fontarabia e S. Sebastiano
erano in potere del generale Moncey, ed il forte di Bellegarde fu
ripreso dal generale Dugommier.
Il generale Jourdan, che comandava l’armata di Sambre et Meuse, faceva
da parte sua de’ progressi, che ci davano grandi inquietudini; occupava
Aquisgrana, al 2 ottobre aveva guadagnato la battaglia Aldenhoven,
al 3 aveva preso Juliers, poi Audernach, Coblenza, Mastrick, Colonia,
mentre Pichegru prendeva Nimega, occupava Amsterdam, da cui era fuggito
lo Stadolder, e con una carica di usseri francesi s’impadroniva della
flotta olandese presa fra i ghiacci del Texel.
Infine un trattato di pace era intervenuto il 9 febbraio 1793 fra la
Francia e la Toscana, ed aveva introdotto la repubblica francese nel
sistema politico europeo.
La regina si fece fare dal generale Acton un quadro delle forze
militari della Francia al principio del 1795, e ne risultò da questo
specchietto che al 1 marzo aveva otto eserciti: quello del Nord
comandato da Moreau; quello di Sambre e Mause comandato da Jourban;
quello del Reno e Mosella comandato dal generale Pichegru; quello
delle Alpi e dell’Italia comandato dal generale Kellermann; quello dei
Pirenei orientali da Scherer; quello dei Pirenei occidentali comandato
da Moncey; quello delle coste occidentali comandato da Casselaux,
quello delle coste di Brest e Cherbourg comandato da Hoche.
Quest’aspetto formidabile di forze produsse un effetto ancora più
grande sulla corte di Spagna che su quella di Napoli, poichè il re
Carlo IV, fratello del re Ferdinando, si decise a trattare colla
Francia, e la pace fu segnata a Baste il 22 luglio 1795.
Sir William, prevenuto già anticipatamente da un mese dalla regina
intorno a questa defezione del re suo cognato, fu in grado di
prevenirne il suo governo, il quale potè prendere allora delle misure
ostili in previsione di quella futura ostilità.
Ad un tratto la notizia della giornata del 13 Vendemmiaio, — adotto
questa denominazione repubblicana perchè la storia l’ha registrata
sotto questo nome, — giunse anch’essa fino a Napoli portandovi per la
seconda volta il nome di Bonaparte.
Nel breve tempo che corse fra il 19 dicembre 1794 ed il 4 novembre
1795, il capo battaglione era diventato generale.
Bonaparte salvò la Convenzione, fulminando le sezioni sui gradini della
chiesa di S. Rocco.
Questa vittoria sulla guerra civile e la protezione del generale Barras
lo condussero in pochi mesi al comando dell’armata d’Italia.
La corte di Vienna credette pazza la Francia che confidava i suoi
destini ad un giovane di ventisei anni, conosciuto soltanto da due
vittorie riportate contro i Francesi.
La regina ricevette una lettera da suo nipote; tutti i vecchi generali
austriaci ridevano di compassione alla vista di quel fanciullo che si
opponeva a loro, agli strategici per eccellenza.
Di fatti qual era mai allora la reputazione del generale Bonaparte a
fronte di quella di Beaulieu, dei Wurmser, degli Alvinzi e del principe
Carlo?
Attendemmo con impazienza le notizie dell’apertura della campagna.
L’Austria aveva riunito cinque armate! cento e ottantamila uomini
all’incirca.
Bonaparte si avvicinava con trentamila uomini da Savina incontro a
Beaulieu che gli opponeva cinquantamila Austriaci.
Quasi nello stesso tempo ricevemmo le notizie della battaglia di
Montenotte e di quelle di Millesimo e di Diego.
Il nostro stupore fu grande: Beaulieu era stato battuto nei tre
scontri, avendo seimila morti, ottomila prigionieri, e perdendo da
dieci a dodici pezzi di cannone.
Ma fu ben peggio allora quando seppe che l’armata sarda, separata
dall’austriaca, era stata anch’essa battuta a Mondovì, che gli
Austriaci in numero di diecimila con diciotto pezzi d’artiglieria erano
stati forzati e messi in fuga al ponte di Lodi da duemila Francesi
comandati dallo stesso generale Bonaparte; che il generale Massena
era entrato in Milano, e che un trattato di pace era stato conchiuso a
Parigi fra la Repubblica francese ed il re di Sardegna, con cui cedeva
alla Repubblica la Savoja, Nizza e Tenda, accordava alle sue armate un
passaggio nei suoi Stati, cedeva le sue piazze forti, e cominciavasi a
dar mano alla demolizione della Brunetta e di Susa.
La mia intenzione, si comprenderà facilmente, non è di seguire questa
campagna nei suoi particolari; ma soltanto di constatare i fatti, e
di dare un’idea dell’impressione che produssero. Wurmser succeduto a
Beaulieu fu battuto a Castiglione, a Roveredo, a Bassano e obbligato
a chiudersi in Mantova; Alvinzi, inviato in suo soccorso, fu battuto
ad Arcole ed a Rivoli, e finalmente il principe Carlo che succedette a
loro fu battuto dovunque l’aveva incontrato.
Tutto ciò in un anno.
La Toscana e la Sardegna avevano fatto la pace colla Francia. Il duca
di Modena ed il papa trattavano. Venezia che vedeva i Francesi alle
sue porte, ordinò a Monsieur fratello del re, che dopo la morte del
Delfino prese il titolo di Luigi XVIII, di lasciar Verona e gli Stati
della Repubblica; da questo momento gli avvenimenti progredivano
con una rapidità spaventevole. Il generale Bernadotte prese Trieste,
Massena preso Klegenfurth capitale della Carinzia e Bernadotte Lubiana
capitale della Carniola. Infine il generale Augereau entrò in Venezia,
e rovesciò l’antico governo che rimpiazzò con un municipio democratico.
La situazione era molto più grave per noi, — dico noi, tanto mi era
identificata colla regina, — e mentre sir William Hamilton faceva
tutto col re, la situazione era tanto più grave per noi, perchè la
corte di Napoli non aveva cessato di provocare il vincitore, inviando
de’ soccorsi all’Austria; il che sarebbe stato nulla, ma col lanciare
manifesti terribili contro la Francia.
In questi manifesti il re non ci era entrato per nulla, fuorchè per
la firma, e spesso in luogo della firma vi metteva la cifra destinata
a supplirla. Si compilavano insieme dal generale Acton, dal principe
Castelcicala e dalla regina; e poichè la regina aveva una scrittura
assai cattiva, era quasi sempre io che scriveva.
Ho conservato uno o due di questi manifesti, e dalla loro virulenza si
potrà giudicare della situazione pericolosa in cui la corte delle Due
Sicilie si era posta rispetto al governo francese.
«Quei Francesi che uccisero i loro re; che disertarono i tempii
trucidando e disperdendo i sacerdoti; che spensero i migliori e i
maggiori cittadini; che spogliarono dei suoi beni la Chiesa; che tutte
le leggi, tutte le giustizie sovvertirono, quei Francesi, non sazii
di misfatti, abbandonando a torme le loro sedi, apportano gli stessi
flagelli alle nazioni vinte, e alle credule che li ricevono amici. Ma
già popoli e principi armati stanno intesi a distruggerli. Noi imitando
l’esempio de’ giusti e degli animosi, confideremo negli aiuti divini e
nelle armi proprie. Si facciano preci in tutte le chiese; e voi, devoti
popoli napolitani, andate alle orazioni per invocare da Dio la quiete
del regno; udite le voci de’ sacerdoti; seguitene i consigli, predicati
dal pergamo e suggeriti da’ confessionali.
»Ed essendosi aperta in ogni comunità l’ascrizione dei soldati,
voi adatti alle armi, correte a scrivere il nome su quelle tavole;
pensate che difenderemo la patria, il trono, la libertà, la sacrosanta
religione cristiana, e le donne, i figli, i beni, le dolcezze della
vita, i patrii costumi, le leggi. Io vi sarò compagno alle preghiere
ed ai cimenti; che vorrei morire quando per vivere bisognasse non esser
libero e cessare di essere giusto.»
Poi il re, o piuttosto quelli che scrivevano in suo nome, continuarono
rivolgendosi al vescovi, ai parrochi, ai confessori ed ai missionari.
«È nostra volontà che nelle chiese dei due regni si celebrino tridui di
orazioni e di penitenza; e ne sia scopo invocare da Dio la quiete de’
nostri stati. Perciò dagli altari e da’ confessionali voi ricorderete
ai popolani i debiti di cristiani e di sudditi, cioè cuor puro a Dio, e
braccio armato a difesa della religione e del trono.
«Mostrate gli errori della presente Francia, gl’inganni della tirannia
che appellano libertà, le licenze o peggio delle truppe francesi,
l’universale pericolo. Eccitate con processioni ed altre sacre
cerimonie lo zelo del popolo. Avvertite che l’impeto rivoluzionario,
comunque inteso a scuotere tutti gli ordini della società, segna a
morte i due primi, la Chiesa e il trono.»
Questo proclama fu pubblicato a suon di trombe su tutti gli angoli
della città, ed in tutti i crocivii di Napoli, affisso su tutti i muri,
commentato in tutte le chiese.
Le preghiere delle quarant’ore furono annunziate in tutto il regno, e
cominciarono immediatamente nella metropolitana di S. Gennaro.
I preti, bisogna dirlo, fosse convinzione o fanatismo, secondarono
quanto meglio poterono le intenzioni della regina, i sovrani ne diedero
l’esempio, andarono in gran pompa alla cattedrale, ed alle altre
chiese di Napoli ingombre di preti, di cortigiani, dalla magistratura
e da tutti quelli insomma che in un modo e nell’altro dipendevano
dal governo. Il popolo seguiva l’esempio che gli era stato dato, e
le chiese rigurgitavano talmente di gente, che era impossibile di
passare per le strade, non essendovene una a Napoli ove non sia una
chiesa, ed ove queste erano affollate si stava a pregare fuori della
porta. Fu in questi tempi che i Francesi figuravansi ai Napolitani
come ladri, assassini, briganti, eretici scomunicati, coi quali non
si era obbligati di conservare nè fede, nè parola, e che si potevano
impunemente colpire come outlaw,[1] pugnalati alle reni, avvelenati
nelle case, negli ospedali, assassinati nel sonno, uccisi infine come
cani arrabbiati.
Tale fu l’acciecamento delle passioni, che io stessa partecipava
all’odio contro una nazione, alla quale sono andata più tardi a
chiedere un asilo, e che mi fu accordato quando l’Inghilterra, per la
quale aveva fatto tanto, mi cacciava dal suo suolo.
Del resto si vedrà quali sentimenti professava in alcune mie lettere
che citerò, ed alle quali non muterò nemmeno una sillaba.
Ma vi era una classe della società che non ha mai parteggiato a Napoli
contro i Francesi, e perciò non univa le sue alle preghiere, che si
rivolgevano a Dio.
Era questa tutta la classe libera, intelligente, istruita del mezzo
ceto. Erano i giuristi, i medici, i filosofi, gli avvocati, i poeti,
cosicchè la regina dimenticando quella specie di pentimento che aveva
provato dopo la morte delle prime vittime, e specialmente di quella di
Caramanico, fu dessa la prima a riorganizzare la giunta di stato, ed a
spingere in una nuova curia i tre uomini che si chiamavano gli sbirri
della regina, vale a dire, Vanni, Guidobaldi e Castelcicala.
Le prigioni si riempirono, e questa volta i primi nomi di Napoli si
contavano nel numero dei prigionieri.
Ma in mezzo a tutti questi preparativi, non soltanto di guerra
difensiva, ma di guerra offensiva, ci venne a sorprendere l’armistizio
di Brescia, che precedette al trattato di Tolentino con Pio VI; e, come
abbiamo già detto, col trattato di Tolentino il Santo Padre cedeva alla
Francia Bologna, Ferrara e le Romagne, e le province cedute avevano
il diritto di costituirsi in repubblica, ciò che non mancarono di fare
appena fu compita la cessione.
In tal modo il pericolo che la regina aveva creduto di allontanare
si avvicinava sempre più. I Francesi si ritiravano; ma il principio
rivoluzionario faceva un passo innanzi; ma l’_idea_ più forte degli
uomini s’abbarbicava nel suolo che essi avevano lasciato.
Il general Acton e la regina compresero che non vi era tempo da
perdere. Sapevano che il Direttorio eccitato dall’ambasciatore, a
cagione dell’odio della regina pe’ Francesi, — odio che essa in verun
modo aveva saputo celare, — aveva spinto Bonaparte a vendicarsi del
governo delle Due Sicilie, e che costui avesse risposto:
«Oggi non siamo ancora potenti abbastanza per dare a questa vendetta
tutta la pubblicità di cui si ha d’uopo; ma verrà giorno in cui gli
faremo pagare tutti i suoi tradimenti passati, presenti e futuri, ed in
quel giorno il re Ferdinando e la regina Carolina non avranno perduto
nulla coll’aspettare.»
Questa risposta era stata riportata letteralmente alla corte di Napoli,
e benchè protratta la vendetta per qualche tempo ancora, il re ebbe
tanta paura di questa spada di Damocle sospesa sul suo capo, che
inviò il principe di Belmonte a Buonaparte con missione di ottenere a
qualunque prezzo un trattato di pace.
All’undici ottobre 1797, il seguente trattato fu firmato dai mandatari
delle due potenze.
Lo cito per intiero perchè si possa giudicare dello stato di
dipendenza, in cui la paura avea messo la corte di Napoli rispetto al
governo francese.
Del resto, nello stesso modo che più si abbassa il vaso più si riempie
d’acqua, quanto più si abbassava il cuore della regina tanto più si
riempiva d’odio.