Verso gl'idi d'agosto (per tutte le campagne il grano lavato si
asciugava felicemente al sole), Antonio Mengarino, un vecchio
agricoltore pieno di probità e di saggezza, stando nel Consiglio del
Comune a giudicare sulle cose pubbliche, come udì taluni consiglieri
cittadini discorrere a voce bassa del _cholèra_ che in qualche provincia
d'Italia andavasi ampliando e udì altri proporre ordini a conservazion
della salute ed altri esporre timori, si fece innanzi con un'aria tra di
incredulità e di curiosità ad ascoltare.
Erano con lui nel Consiglio, agricoltori, Giulio Citrullo della pianura
e Achille di Russo dei colli; e il vecchio, mentre ascoltava, volgevasi
di tratto in tratto a quei due con cenni delle palpebre e delle labbra
come per avvertirli dell'inganno ch'egli credeva si celasse nelle parole
dei consiglieri signori e del sindaco.
Finalmente, non più potendo trattenersi, disse, con la sicurtà di un
uomo che sa e vede molto:
"'Mbè, levàme ssti chiacchiere in tra di nu áutre. Le vuleme fa' veni nu
poche de culere, u ne le vuleme fa' veni? Dicémecele 'n segrete, mo."
A queste inaspettate parole, tutti i consiglieri furono da prima presi
dalla meraviglia, e quindi dal riso.
"Vatténne, Mengarì! Che ti mitte a dice, sangue de Crimie!" esclamò don
Aiace, il grande assessore, spingendo con la mano una spalla del
vecchio. E li altri, scotendo il capo o battendo il pugno in su 'l
tavolo sindacale, commentavano la pertinace ignoranza dei cafoni.
"'Mbè, ma ve pare mo ca nu credeme a ssi chiacchiera quisse?" fece
Antonio Mengarino, con un gesto vivo, poichè sentivasi punto
dall'ilarità che le sue parole avevano suscitata. Nell'animo di lui e in
quello delli altri due agricoltori la diffidenza e la nativa ostilità
contro _la signoria_ insorgevano. -- Dunque essi erano esclusi dai
segreti del Consiglio? Dunque ancora erano considerati come cafoni? Ah,
brutte cose, per la Majella!... --
"Facéte vu, Nu ce ne jame," concluse il vecchio, acre, coprendosi il
capo. E i tre villici uscirono dalla sala, con un passo pieno di
dignità, in silenzio.
Come furono fuori del paese, nella campagna opulenta di vigne e di gran
ciciliano, Giulio Citrullo, soffermatosi per accender la pipa,
sentenziò:
"Ocche bádene a isse! Ca ssta vote sa coma va sgrizzenrie li cocce, pe'
la Majelle!... I nin vulesse esse lu sínnache."
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Intanto nel territorio contadino il timore del morbo imminente
sconvolgeva tutti li animi. In torno alli alberi fruttiferi, in torno
alle viti, in torno alle cisterne, in torno ai pozzi, li agricoltori
vigilavano, sospettosi e minacciosi, con una costanza instancabile.
Nella notte colpi di fucile frequenti turbavano il silenzio; i cani,
aizzati, latravano fino all'alba. Le imprecazioni contro i _Governanti_
scoppiavano di giorno in giorno con maggior violenza d'ira. Tutte le
pacifiche ed auguste fatiche agresti erano intraprese con una sorta
d'incuria e d'insofferenza. Sorgevano dai campi le canzoni di ribellione
rimate all'improvviso.
Poi, i vecchi rinnovavano i ricordi delle passate mortalità, confermando
la credenza nei veleni. Un giorno, nel 54, alcuni vendemmiatori di
Fontanella, avendo colto un uomo in cima a un albero di fico e avendolo
costretto a discendere, videro che questi nascondeva una fiala piena di
un unguento gialliccio. Con minacce essi gli fecero inghiottire tutto
l'unguento; e d'un tratto l'uomo (ch'era uno dei Paduani) stramazzò,
torcendo le membra su 'l terreno, livido, con li occhi fissi, con il
collo teso, con alla bocca una schiuma. A Spoltore, nel 37, Zinicche, un
fabbro, uccise in mezzo alla piazza il cancelliere Don Antonio Rapino; e
le morti cessarono subitamente, il paese fu salvo.
Poi, a poco a poco, le leggende si formavano e di bocca in bocca
variavano, e, se bene recenti, divenivano meravigliose. Una diceva che
al Palazzo del Comune erano giunte sette casse di veleno distribuito dai
_Governanti_ perchè fosse sparso nelle campagne e mescolato nel sale. Le
casse erano verdi, cerchiate di ferro, con tre serrature. Il sindaco
aveva dovuto pagare settemila ducati per sotterrar le casse e liberare
il paese. Un'altra voce recava che al sindaco i _Governanti_ davano
cinque ducati per ogni morto. La popolazione era troppo grande: toccava
ai poveri morire. Il sindaco stava facendo le liste. Ah, si arricchiva,
_il figlio di Sciore_, questa volta!
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Così il fermento cresceva. Li agricoltori al mercato di Pescara nulla
compravano, nè portavano mercanzia in traffico. I fichi dalli alberi,
giunti a maturità, cadevano e si corrompevano su 'l suolo. I grappoli
rimanevano intatti fra i pampini. I ladroneggi notturni più non
seguivano, poichè i ladri temevano di cogliere frutti attossicati. Il
sale, l'unica merce presa nelle botteghe della città, era prima offerto
ai cani e ai gatti, per esperimento.
Giunse quindi un giorno la novella che a Napoli i cristiani morivano in
gran numero. E al nome di Napoli, di quel gran reame lontano dove
_Ggiuanne senza pahure_ un dì trovò fortuna, le immaginazioni si
accendevano.
Sopravvennero le vendemmie. Ma, come i mercanti di Lombardia compravano
le uve nostrali e le portavano nei paesi del settentrione per trarne
vini artifiziosi, la letizia del rinato mosto fu scarsa e poco le gambe
dei vendemmiatori si esercitarono a danzare nel tino e poco si
esercitarono al canto la bocche femminili.
Ma, quando tutte le opere della raccolta furono terminate e tutti li
alberi furono spogliati dei loro frutti, cominciarono i timori e i
sospetti a dileguarsi; poichè oramai eran diminuite pe' i _Governanti_
le opportunità di spargere il veleno.
Grandi piogge beneficatrici caddero su le campagne. Il terreno ora,
nutrito d'acqua, andavasi temperando pe 'l lavoro dell'aratro e per la
seminazione, co 'l favore dei dolci soli autunnali; e la luna ne 'l
primo quarto influiva su la virtù dei semi.
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Una mattina, per tutto il territorio si sparse d'improvviso la voce che
a Villareale, presso le querci di Don Settimio, su la riva destra del
fiume, tre femmine erano morte dopo aver mangiato in comune una minestra
di pasta comprata; nella città. L'indignazione irruppe da tutti li
animi; e con maggior veemenza, poichè tutti oramai s'erano pacificati in
una securtà fiduciosa.
"Ah, va bbone; lu fije de Sciore nen ci ha vulute arnunzià a li
ducato.... Ma a nu nen ce po fa' niente mo, pecché frutte nen ce ne sta,
e a Pescare nen ci jeme."
"Lu fije de Sciore joca na mala carte."
"A nu ce vo fa' muri? 'Mbè, esse ha sbajate lu tombe, povere
Sciurione...."
"Addò le po mette la pruvelette? A la paste, a lu sale.... Ma la paste
nu ne la magneme; e lu sale le deme prime a pruvà a li hatte e a li
cane."
"Ah, Signure birbune! Ch'aveme fatte nu, puveritte? Mannajia Crimie, ha
da venì chilu journe...."
Così le mormorazioni si levavano da ogni parte, miste ai dileggi e alle
contumelie contro li uomini del Comune e contro i _Governanti_.
A Pescara, d'un tratto, tre, quattro, cinque persone del volgo furono
prese dal male. Cadeva la sera; e su tutte le case discendeva una grande
paura funerea, insieme con l'umidità del fiume. Per le vie la gente si
agitava correndo verso il Palazzo comunale; dove il sindaco e i
consiglieri e i gendarmi, avvolti in una confusion miserevole, salivano
e scendevano le scale parlando tutti insieme ad alta voce, dando
contrari ordini, non sapendo che risolvere, dove andare, come
provvedere. Per un naturai fenomeno, il commovimento dell'animo si
propagava al ventre.
Tutti, sentendo dentro le viscere romorii cupi, si mettevano a tremare e
a battere i denti; si guardavano in volto l'un l'altro; si allontanavano
a rapidi passi; si chiudevano nelle case. Le cene rimasero intatte.
Poi, a tarda ora, quando il primo tumulto del pánico fu sedato, le
guardie cominciarono ad accendere su i canti delle vie fuochi di zolfo e
di catrame. Il rossore delle fiamme illustrava i muri e le finestre; e
l'inutile odore del bitume spandevasi per la città sbigottita. Da
lontano, come la luna era serena, pareva che i calafati verso il mare
spalmassero carene allegramente.
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Tale fu in Pescara l'entrata dell'Asiatico.
E il male, serpeggiando lungo il fiume, s'insinuò nei borghi della
Marina, in quelli adunamenti di casupole basse dove vivono i marinai e
alcuni vecchi dediti a piccole industrie.
Li infermi morirono quasi tutti, poichè non volevano prendere i rimedi.
Nessuna ragione e nessuna esperienza valse a persuaderli. Anisafine, un
gobbo che vendeva ai soldati acqua mista a spirito di ánace, quando vide
il bicchiere del medicamento, strinse forte le labbra e cominciò a
scuotere il capo in segno di rifiuto. Il dottore prese ad eccitarlo con
parole di persuasione; bevve egli pe 'l primo la metà del liquido; e,
dopo, quasi tutti li assistenti accostarono la bocca all'orlo del
bicchiere. Anisafine seguitava a scuotere il capo.
"Ma vedi," esclamò il dottore, "abbiamo bevuto prima noi...."
Anisafine si mise a ridere per beffa:
"Ah, ah, ah! Ma vu, mo che arreuscite, ve pijate lu contravvelene,"
disse. E, poco dopo, morì.
Cianchine, un macellaio idiota, fece la stessa cosa. Il dottore, per
ultima prova, gli versò a forza tra i denti il medicinale. Cianchine
sputò tutto, con ira e con orrore. Poi si mise a scagliar vituperii
contro li astanti; tentò due o tre volte di levarsi per fuggire; e morì
rabbiosamente, dinanzi a due gendarmi esterrefatti.
Le cucine pubbliche, instituite per concorso spontaneo d'uomini
caritatevoli, furono in su 'l principio credute dal volgo un laboratorio
di tossici. I mendicanti pativano la fame più tosto che mangiare la
carne cotta in quelle pentole. Costantino di Corròpoli, il cinico,
andava spargendo i dubbi tra la sua tribù. Egli vagava in torno alle
cucine, dicendo a voce alta, con un gesto indescrivibile:
"A me nen mi ci acchiappo!"
La Catalana di Gissi fu la prima a vincere il timore. Ella, un poco
esitante, entrò; mangiò a piccoli bocconi, esaminando in sè stessa
l'effetto del cibo; bevve il vino a piccoli sorsi. Poi, sentendosi tutta
ristorata e fortificata, sorrise di meraviglia e di piacere. Tutti i
mendicanti attendevano ch'ella uscisse. Quando la rividero incolume, si
precipitarono per la porta; vollero anch'essi bere e mangiare.
Le cucine sono in un vecchio teatro scoperto, nelle vicinanze di
Portanova. Le caldaie bollono nel luogo dell'orchestra, il fumo invade
il palco scenico: tra il fumo si vedono al fondo le scene raffiguranti
un Castel feudale illuminato dal plenilunio. Quivi, su 'l mezzodì si
raccoglie in torno a una mensa rustica la tribù dei poveri. Prima che
l'ora scocchi, nella platea s'agita un brulichio multicolore di cenci e
si leva un mormorio di voci roche. Alcune figure nuove appaiono tra le
figure già cognite. Io amo una tal Liberata Lotta di Montenerodòmo, che
ha una mirabile testa di Minerva ottuagenaria, piena di regalità e di
austerità nella fronte, con i capelli tutti tesi in su 'l cranio come un
casco aderente. Ella tiene fra le mani un vaso di vetro verde; e resta
in disparte, taciturna, aspettando d'essere chiamata.
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Ma il grande episodio epico di questa cronaca del _cholèra_ è la Guerra
del Ponte.
Un'antica discordia dura tra Pescara e Castellammare Adriatico, tra i
due comuni che il bel fiume divide.
Le parti nemiche si esercitano assiduamente in offese e in rappresaglie,
l'una osteggiando con tutte le forze il fiorire dell'altra. E poichè
oggi è prima fonte di prosperità la mercatura, e poichè Pescara ha già
molta dovizia d'industrie, i Castellammaresi da tempo mirano a trarre i
mercanti su la loro riva con ogni sorta di astuzie e di allettamenti.
Ora, un vecchio ponte di legname cavalca il fiume su grossi battelli
tutti incatramati e incatenati e trattenuti da ormeggi. I canapi e le
gómene s'intrecciano nell'aria artifiziosamente, scendendo dalle antenne
alte dell'argine ai parapetti bassissimi; e dànno imagine di un qualche
barbarico attrezzo ossidionale. Le tavole mal connesse scricchiolano al
peso dei carri. Al passaggio delle schiere militari, tutta la mostruosa
macchina acquatica oscilla e balza da un capo all'altro e risuona come
un tamburo.
Sorse un dì da questo ponte la popolar leggenda di san Cetteo
liberatore; e il santo annualmente vi si ferma nel mezzo, con gran pompa
cattolica, a ricevere le salutazioni che dalle barche ancorate mandano i
marinai.
Così, tra la vista di Montecorno e la vista del mare, l'umile
costruzione sta quasi come un monumento della patria, ha quasi in sè la
santità delle cose antiche e dà alli estranei indizio di genti che
ancora vivano in una semplicità primordiale.
Li odii tra i Pescaresi e i Castellamaresi cozzano su quelle tavole che
si consumano sotto i laboriosi traffici cotidiani. E, come per di là le
industrie cittadine si riversano su la provincia teramana e vi si
spandono felicemente, oh con qual gioia la parte avversa taglierebbe i
canapi e respingerebbe i sette rei battelli a naufragare!
Sopraggiunta dunque la bella opportunità, il gonfaloniere nemico con
molto apparato di forze campestri impedì ai Pescaresi il passaggio
nell'ampia strada che dal ponte si dilunga per gran tratto congiungendo
innumerevoli paesi.
Era nell'intendimento di colui chiudere la città rivale in una specie
d'assedio, toglierle ogni modo di traffico ed interno ed esterno,
attrarne al suo mercato i venditori e i compratori che per consuetudine
praticavano su la destra riva; e, quindi, dopo avere ivi oppressa in una
forzosa inerzia ogni arte di lucro, sorgere trionfatore. Offerse egli ai
padroni delle paranze pescaresi venti carlini per ogni cento libbre di
pesce, mettendo come patto che tutte le paranze approdassero e
scaricassero alla sua riva e che la convenzion del prezzo durasse fino
al giorno della Natività di Cristo.
Ora, nella settimana precedente la Natività, il prezzo del pesce suol
salire a più che quindici ducati per ogni cento libbre. Manifesta
appariva dunque l'insidia.