Gialluca s'inginocchiò, per rinnovare il voto al santo. Tutti si fecero
il segno della croce.
"Oh sante Rocche, sálveme! Te 'mprumette 'na lampa d'argente e l'uoglie
pe' tutte l'anne e trenta libbre de ciere. Oh sante Rocche, sálveme tu!
Tenghe la mojie e li fijie.... Pietà! Misericordie, sante Rocche mi'!"
Gialluca teneva congiunte le mani; parlava con voce che pareva non fosse
più la sua. Poi si rimise a sedere, dicendo semplicemente a Massacese:
"Fa."
Massacese avvolse in torno ai pezzi di legno un po' di stoppa; e a mano
a mano ne tuffava uno nel catrame bollente e con quello strofinava la
piaga. Per rendere più efficace e profonda la bruciatura, versò anche il
liquido nelle ferite. Gialluca non mosse un lamento. Li altri
rabbrividivano, in conspetto di quello strazio.
Disse Ferrante La Selvi, dal suo posto, scotendo il capo:
"L'avet'accise!"
Li altri portarono sotto coperta Gialluca semivivo; e l'adagiarono sopra
una branda. Nazareno rimase a guardia, presso l'infermo. Si udivano di
là le voci gutturali di Ferrante che comandava la manovra e i passi
precipitati dei marinai. La _Trinità_ virava, scricchiolando. A un
tratto Nazareno si accorse d'una falla da cui entrava acqua; chiamò. I
marinai discesero, in tumulto. Gridavano tutti insieme, provvedendo in
furia a riparare. Pareva un naufragio.
Gialluca, benchè prostrato di forze e d'animo, si rizzò su la branda,
immaginando che la barca andasse a picco; e s'aggrappò disperatamente a
uno dei Talamonte. Supplicava, come una femmina:
"Nen me lasciate! Nen me lasciate!"
Lo calmarono; lo riadagiarono. Egli ora aveva paura; balbettava parole
insensate; piangeva; non voleva morire. Poichè l'infiammazione crescendo
gli occupava tutto tutto il collo e la cervice e si diffondeva anche pe
'l tronco a poco a poco, e la gonfiezza diveniva ancora più mostruosa,
egli si sentiva strozzare. Spalancava ogni tanto la bocca per bevere
l'aria.
"Portateme sopra! A qua me manghe l'arie; a qua me more...."
Ferrante richiamò li uomini sul ponte. Il trabaccolo ora bordeggiando
cercava di acquistare cammino. La manovra era complicata. Ferrante
spiava il vento e dava il comando utile, stando al timone. Come più il
vespro si avvicinava, le onde si placavano.
Dopo qualche tempo, Nazareno venne sopra, tutto sbigottito, gridando:
"Gialluca se more! Gialluca se more!"
I marinai corsero; e trovarono il compagno già morto su la branda, in
un'attitudine scomposta, con li occhi aperti, con la faccia tumida, come
un uomo strangolato.
Disse Talamonte maggiore:
"È mo'?"
Li altri tacquero, un po', smarriti, dinanzi al cadavere.
Risalirono su 'l ponte, in silenzio. Talamonte ripeteva:
"È mo'?"
Il giorno si ritirava lentamente dalle acque. Nell'aria veniva la calma.
Un'altra volta le vele si afflosciavano e il naviglio rimaneva senza
avanzare. Si scorgeva l'isola di Solta.
I marinai, riuniti a poppa, ragionavano del fatto. Un'inquietudine viva
occupava tutti li animi: Massacese era pallido e pensieroso. Egli
osservò:
"Avéssene da dice che l'avéme fatte murì nu áutre? Avasséme da passà
guai?"
Questo timore già tormentava lo spirito di quelli uomini superstiziosi e
diffidenti. Essi risposero:
"È lu vere."
Massacese incalzò:
"Mbè? Che facéme?"
Talamonte maggiore disse, semplicemente:
"È morte? Jettámele a lu mare. Facéme vedé ca l'avéme pirdute 'n mezz'a
lu furtunale.... Certe, n'arrièsce."
Li altri assentirono. Chiamarono Nazareno.
"Oh, tu.... mute come nu pesce."
E gli suggellarono il segreto nell'animo, con un segno minaccioso.
Poi discesero a prendere il cadavere. Già le carni del collo davano
odore malsano; le materie della suppurazione gocciolavano, ad ogni
scossa.
Massacese disse:
"Mettémele dentr'a nu sacche."
Presero un sacco; ma il cadavere ci entrava per metà. Legarono il sacco
alle ginocchia, e le gambe rimasero fuori. Si guardavano d'in torno,
istintivamente, facendo l'operazione mortuaria. Non si vedevano vele; il
mare aveva un ondeggiamento largo e piano, dopo la burrasca; l'isola di
Solta appariva tutt'azzurra, in fondo.
Massacese disse:
"Mettémece pure 'na preta."
Presero una pietra fra la zavorra, e la legarono ai piedi di Gialluca.
Massacese disse:
"Avande!"
Sollevarono il cadavere fuori del bordo e lo lasciarono scivolare nel
mare. L'acqua si richiuse gorgogliando; il corpo discese da prima con
una oscillazione lenta; poi si dileguò.
I marinai tornarono a poppa, ed aspettarono il vento. Fumavano, senza
parlare. Massacese ogni tanto faceva un gesto inconsciente, come fanno
talora li uomini cogitabondi.
Il vento si levò. Le vele si gonfiarono, dopo avere palpitato un
istante. La _Trinità_ si mosse nella direzione di Solta. Dopo due ore di
buona rotta, passò lo stretto.
La luna illuminava le rive. Il mare aveva quasi una tranquillità
lacustre. Dal porto di Spálatro uscivano due navigli, e venivano
incontro alla _Trinità_. Le due ciurme cantavano.
Udendo la canzone, Cirù disse:
"Toh! So' di Piscare."
Vedendo le figure e le cifre delle vele, Ferrante disse:
"So' li trabaccule di Raimonde Callare."
E gittò la voce.
I marinai paesani risposero con grandi clamori. Uno dei navigli era
carico di fichi secchi, e l'altro di asinelli.
Come il secondo dei navigli passò a dieci metri dalla _Trinità_, vari
saluti corsero. Una voce gridò:
"Oh Giallù! Addò sta Gialluche?"
Massacese rispose:
"L'avéme pirdute a mare, 'n mezz'a lu furtunale. Dicétele a la mamme."
Alcune esclamazioni allora sorsero dal trabaccolo delli asinelli; poi li
addii.
"Addio! Addio! A Piscare! A Piscare!"
E allontanandosi le ciurme ripresero la canzone, sotto la luna.