La visione del paesaggio nomentano gli si apriva dinanzi ora in una luce
ideale, come uno di quei paesaggi sognati in cui le cose paiono essere
visibili di lontano per un irradiamento che si prolunga dalle loro
forme. La carrozza chiusa scorreva con un rumore eguale, al trotto: le
muraglie delle antiche ville patrizie passavano dinanzi alli sportelli,
biancastre, quasi oscillanti, con un movimento continuo e dolce. Di
tratto in tratto si presentava un gran cancello di ferro, a traverso il
quale si vedeva un viale fiancheggiato di alti bussi, un chiostro di
verdura abitato da statue latine, o un lungo portico vegetale dove qua e
là raggi di sole ridevano pallidamente.
Elena taceva, avvolta nell'ampio mantello di lontra, con un velo su la
faccia, con le mani chiuse nel camoscio. Egli aspirava con delizia il
sottile odore di eliotropio esalante dalla pelliccia preziosa, mentre
sentiva contro il suo braccio la forma del braccio di lei. Ambedue si
credevano lontani dalli altri, soli; ma d'improvviso passava la carrozza
nera di un prelato, o un buttero a cavallo una torma di chierici
violacei, o una mandra di bestiame.
A mezzo chilometro dal ponte ella disse:
"Scendiamo."
Nella campagna la luce fredda e chiara pareva un'acqua sorgiva; e, come
li alberi al vento ondeggiavano, pareva per un'illusione visuale che
l'ondeggiamento si comunicasse a tutte le cose.
Ella disse, stringendosi a lui e vacillando su 'l terreno ineguale:
"Io parto stasera. Questa è l'ultima volta...."
Poi tacque; poi di nuovo parlò, a intervalli, su la necessità della
partenza, su la necessità della rottura, con un accento pieno di
tristezza. Il vento furioso le rapiva le parole di su le labbra. Ella
seguitava. Egli interruppe, prendendole la mano e con le dita cercando
tra i bottoni la carne del polso:
"Non più! Non più!"
Si avanzavano lottando contro le folate incalzanti. Ed egli, presso alla
donna, in quella solitudine alta e grave, si sentì d'improvviso entrar
nell'anima come l'orgoglio d'una vita più libera, una sovrabbondanza di
forze.
"Non partire! Non partire! Io ti voglio ancora...."
Le nudò il polso e insinuò le dita nella manica tormentandole la pelle
con un moto inquieto in cui era il desiderio di possessi maggiori.
Ella gli volse uno di quelli sguardi che lo ubriacavano come calici di
vino. Il ponte era da presso, rossastro, nell'illuminazione del sole. Il
fiume pareva immobile e metallico in tutta la lunghezza della sua
sinuosità. De' giunchi s'incurvavano su la riva, e le acque urtavano
leggermente alcune pertiche infitte nella creta per reggere forse le
lenze.
Allora egli cominciò ad incitarla con i ricordi. Le parlava dei primi
giorni, del ballo al palazzo Farnese, della caccia nella campagna del
Divino Amore, delli incontri matutini nella piazza di Spagna lungo le
vetrine delli orefici o per la via Sistina tranquilla e signorile,
quando ella usciva dal palazzo Zuccheri seguita dalle ciociare che le
offerivano nei canestri le rose.
"Ti ricordi? Ti ricordi?..."
"Sì."
"E quella sera dei fiori, quando io venni con tanti fiori.... Tu eri
sola, a canto alla finestra: leggevi. Ti ricordi?"
"Sì, sì."
"Io entrai. Tu ti volgesti a pena, tu mi accogliesti duramente. Che
avevi? Io non so. Posai il mazzo sopra il tavolino e aspettai. Tu
incominciasti a parlare di cose inutili, senza volontà e senza piacere.
Ma il profumo era grande: tutta la stanza già n'era piena. Io ti veggo
ancora, quando afferrasti con le due mani il mazzo e dentro ci
affondasti tutta la faccia, aspirando. La faccia risollevata, pareva
esangue, e li occhi parevano alterati come da una specie di ebrietà...."
"Segui, segui!" disse Elena, con la voce fievole, china su 'l parapetto,
incantata dal fáscino delle acque correnti.
"Poi, su 'l divano: ti ricordi? Io ti ricoprivo il petto, le braccia, la
faccia, con i fiori, opprimendoti. Tu risorgevi continuamente, porgendo
la bocca, la gola, le palpebre socchiuse. Tra la tua pelle e le mie
labbra sentivo le foglie fredde e molli. Se io ti baciavo il collo, tu
rabbrividivi per tutto il corpo, e tendevi le mani per tenermi lontano.
Oh, allora.... Avevi la testa affondata nel gran cuscino del mostro
d'oro, il petto nascosto dalle rose, le braccia nude sino al gomito; e
nulla era più amoroso e più dolce che il piccolo tremito delle tue mani
pallide su le mie tempie.... Ti ricordi?"
"Sì. Segui!"
Egli seguiva, crescendo nella tenerezza. Inebriato delle sue parole,
egli giungeva a credere ciò che diceva. Elena, con le spalle volte alla
luce, andavasi chinando all'amante. Ambedue sentivano a traverso le
vesti il contatto indeciso dei corpi. Sotto di loro, le acque del fiume
passavano lente e fredde alla vista; i grandi giunchi sottili, come
capigliature, vi s'incurvavano entro ad ogni soffio e fluttuavano
largamente.
Poi non parlarono più; ma guardandosi, sentivano nelli orecchi un remore
continuo che si prolungava indefinitamente portando seco una parte
dell'essere loro, come se qualche cosa di sonoro sfuggisse dall'intimo
del loro cervello e si spandesse ad empire tutta la campagna
circostante.
Elena, sollevandosi, disse:
"Andiamo. Ho sete. Dove si può chiedere acqua?"
Si diressero allora verso l'osteria romanesca, passato il ponte. Alcuni
carrettieri staccavano i giumenti, imprecando ad alta voce. Il chiarore
dell'occaso feriva il gruppo umano ed equino, con viva forza.
Come i due entrarono, nella gente dell'osteria non avvenne alcun moto di
meraviglia. Tre o quattro uomini febbricitanti stavano in torno a un
braciere quadrato, taciturni e giallastri. Un bovaro, di pelo rosso,
sonnecchiava in un angolo, tenendo ancora fra i denti la pipa spenta.
Due giovinastri, scarni e biechi, giocavano a carte, fissandosi nelli
intervalli con uno sguardo pieno d'ardore bestiale. E l'ostessa, una
femmina pingue, teneva fra le braccia un bambino, cullandolo
pesantemente.
Mentre Elena beveva l'acqua nel bicchiere di vetro, la femmina le
mostrava il bambino, lamentandosi.
"Guardate, signora mia! Guardate, signora mia!"
Tutte le membra della povera creatura erano di una magrezza miserevole;
le labbra violacee erano coperte di punti bianchicci; l'interno della
bocca era coperto come di grumi lattosi. Pareva quasi che la vita fosse
di già fuggita da quel piccolo corpo, lasciando una materia su cui ora
le muffe vegetavano.
"Sentite, signora mia, le mani come sono fredde. Non può più bere: non
può più inghiottire; non può più dormire...."
La femmina singhiozzava. Li uomini febbricitanti guardavano con occhi
pieni di una immensa prostrazione. Ai singhiozzi i due giovinastri
fecero un atto d'impazienza.
"Venite, venite!" disse Andrea ad Elena, prendendole il braccio, dopo
aver lasciato su 'l tavolo una moneta. E la trasse fuori.
Insieme, tornarono verso il ponte. Il corso dell'Aniene ora andavasi
accendendo ai fuochi dell'occaso. Una linea scintillante attraversava
l'arco; e in lontananza le acque prendevano un color bruno ma pur
lucido, come se sopra vi galleggiassero chiazze d'olio o di bitume. La
campagna accidentata, simile ad una immensità di rovine, aveva una
general tinta violetta. Verso l'Urbe il cielo cresceva in rossore.
"Povera creatura!" mormorò Elena con suono profondo di misericordia,
stringendosi al braccio d'Andrea.
Il vento imperversava. Una torma di cornacchie passò nell'aria accesa,
in alto, schiamazzando.
Allora, d'improvviso, una specie di esaltazione sentimentale prese
l'anima di quei due, in conspetto della solitudine. Pareva che qualche
cosa di tragico e di eroico entrasse nella loro passione. I culmini del
sentimento fiammeggiarono sotto l'influenza del tramonto tumultuoso.
Elena si arrestò.
"Non posso più," ella disse, ansando.
La carrozza era ancora lontana, immobile, nel punto dove essi l'avevano
lasciata.
"Ancora un poco, Elena! Ancora un poco! Vuoi ch'io ti porti?"
Andrea, preso da un impeto lirico infrenabile, si abbandonò alle parole.
-- Perchè ella voleva partire? Perchè ella voleva ora spezzare
l'incanto? I loro _destini_ omai non erano legati per sempre? Egli aveva
bisogno di lei per vivere, delli occhi, della voce, del pensiero di
lei.... Egli era tutto penetrato da quell'amore; aveva tutto il sangue
alterato come da un veleno, senza rimedio. Perchè ella voleva fuggire?
Egli si sarebbe avviticchiato a lei, l'avrebbe prima soffocata sul suo
petto. No, non poteva essere. Mai! Mai! --
Elena ascoltava, a testa bassa, affaticata contro il vento, senza
rispondere. Dopo un poco, ella sollevò il braccio per far cenno al
cocchiere di avanzarsi. I cavalli scalpitarono.
"Fermatevi a Porta Pia," gridò la signora, salendo nella carrozza
insieme all'amante.
E con un movimento subitaneo si offerse al desiderio di lui che le baciò
la bocca, la fronte, i capelli, li occhi, la gola, avidamente,
rapidamente, senza più respirare.
"Elena! Elena!"
Un vivo bagliore rossastro entrò nella carrozza, riflesso dalle case
color di mattone. Si avvicinava nella strada il trotto sonante di molti
cavalli.
Elena, piegandosi sulla spalla dell'amante con una immensa dolcezza di
sommessione, disse:
"Addio, amore! Addio! Addio!"
Come ella si risollevò, a destra e a sinistra passarono a gran trotto
dieci o dodici cavalieri scarlatti tornanti dalla caccia della volpe. Il
duca Grazioli, passando rasente, si curvò in arcione per guardare nello
sportello.
Andrea non parlò più. Egli sentiva ora tutto il suo essere mancare in un
abbattimento infinito. La puerile debolezza della sua natura, sedata la
prima sollevazione, gli dava ora un bisogno di lacrime. Egli avrebbe
voluto piegarsi, umiliarsi, pregare, muovere la pietà della donna con le
lacrime. Aveva la sensazione confusa e ottusa d'una vertigine; e un
freddo sottile gli assaliva la nuca, gli penetrava la radice dei
capelli.
"Addio," ripetè Elena.
Sotto l'arco di Porta Pia la carrozza si fermava, perchè il signore
discendesse.