"E il medico quando viene?" chiese, con la voce impaziente, Vittoria, la
figlia minore; che aveva una faccia di giovine bertuccia, tutta bianca
di cipria e su la fronte una larga frangia di capelli rossi.
L'infermo a tratti metteva una specie di gemito fioco aprendo li occhi e
volgendo in torno lo sguardo supplichevole, uno sguardo lento e dolce,
fatto più umano dall'increspamento nervoso delli angoli delle palpebre e
da due linee brune che li umori sgorganti avevano segnato sotto le
orbite. E come Donna Letizia tentava fargli prendere un cucchiaio di
zuppa ristoratrice, egli agitava fuor della bocca la lingua flessibile
in tutti i sensi per lo sforzo dell'inghiottire è non poteva chiudere le
mascelle irrigidite.
Allora si udì nell'anticamera la voce del dottore Zenzuino che era
finalmente salito. Ed entrò nella stanza un signore dalla bella faccia
lucida di giovialità e di sanità.
"Oh Don Giovanni, guarite Sancio! Sta per morire" esclamò una voce
flebile.
Il medico guardò in torno tutta quella dolente famiglia che egli aveva
nutrita d'arsenico, di ferro e d'olio ferruginoso e d'acqua di Levico
per tanti anni in vano; ed ebbe un lieve lampo di sorriso a traverso li
occhiali d'oro. Poi, osservando l'infermo con una curiosità d'uomo
ricercatore, disse molto lentamente:
"Credo sia un caso di paralisi della mandibola e delle glandole salivari
sotto-mascellari. La malattia che ha sede in un'alterazione nervosa
centrale probabilmente delle meningi e che per la sua eziologia può
dipendere da una causa ereditaria parassitaria, è d'indole progressiva.
Il processo che tende a diffondersi, andrà parzialmente e
progressivamente privando il corpo, organo per organo, della sua
funzionalità; finchè giunto in breve ad agire su 'l centro di una delle
funzioni vitali, sia della circolazione che della respirazione, produrrà
la morte...."
Le terribili parole barbare misero un'ambascia suprema nelli animi; e le
guance floride di Donna Letizia in un momento impallidirono.
"Io credo che abbia influito su lo sviluppo del morbo l'alimentazione,"
soggiunse Don Giovanni, senza pietà.
A quella specie di accusa, il rimorso cominciò a tormentare le fanciulle
che sempre per la golosità di Sancio erano state piene d'indulgenza
colpevole. E Vittoria, con un atto di sconforto ineffabile, chiese:
"Non c'è' dunque rimedio?"
"Tentiamo. Io consiglio l'applicazione di un cerotto vescicatorio alla
nuca," rispose il dottore licenziandosi in ultimo amabilmente.
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Sancio voleva discendere dalla poltrona. Esitava su l'orlo, non avendo
la forza di spiccare il salto, implorava l'aiuto con li occhi fievoli
che già si velavano come due acini d'uva nera suffusi dalla pruina
argentea della maturità. Ne' suoi tratti il dolore a poco a poco metteva
dei cavi e delle ombre senili; le tinte rosee del muso, dove i peli
erano lunghi e radi, pareva si corrompessero divenendo quasi giallastre;
le orecchie mozze avevano di tratto in tratto un tremolio leggerissimo;
e nello stesso tempo un brivido passava a traverso il pelame bianco
visibilmente.
Allora Isabella, la più eterea delle cinque fanciulle, che per crudeltà
della sorte ereditava dal padre il pio naso borbonico e la fronte
leprina, si accostò tutta commossa e prese l'infermo fra le mani
delicate per posarlo a terra.
Sancio prima rimase fermo un istante, senza poter muovere i passi, con
il dorso arcuato, e la testa in alto, oppresso dall'affanno del respiro;
poi cominciò a trascinarsi, barcollando, con lo stento doloroso di un
animale ferito alle due cosce. Forse aveva sete, perchè quando gli fu
accostata la scodella tentò di lambire con la lingua il liquido. Ma,
come la paralisi crescente già gl'impediva anche quell'atto, dopo sforzi
inutili ed irosi egli volse piegando su le gambe posteriori e con una
delle zampe davanti cominciò a battersi la mascella, quasi per rimuovere
alfine di là quell'ostacolo che gli faceva tanto dolore.
E l'attitudine era così vivamente umana e li occhi erano così pieni di
supplicazione e di disperazione umana, che d'un tratto Donna Letizia
scoppiò in un pianto:
"Oh, povero bibì! Chi te l'avesse mai detto, povero bibì mio!..."
In tutte le fanciulle la commozione raggiunse il supremo grado. Vittoria
raccolse il morituro, lo portò su 'l canapè, chiese le forbici; era
necessario un eroismo; bisognava infine esperimentare il rimedio, ad
ogni costo.
"Isabella, Maria, le forbici! Venite!"
Tutte trepide e pallide, si chinarono in torno a Sancio, che aveva di
nuovo socchiuse le palpebre e alitava il fiato ardente nelle mani della
soccorritrice. E questa, vinta la prima ripugnanza, cominciò a tagliare
il pelo sulla nuca dell'animale, pianamente, arrestandosi di tratto in
tratto, mettendo via via un soffio sulla parte rasa. Una specie di
cherica irregolare si veniva allargando nella grassezza della
collottola; e il tonsurato assumeva così un nuovo aspetto miserevolmente
buffonesco. Le tende del balcone, investite dalla brezza, s'inarcavano
come due vele. I clamori della strada salivano in confuso, vivi e
giulivi; una prospettiva di case plebee s'intravedeva al fondo in una
doratura pallida di tramonto; e un merlo fischiava.
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Allora discese dalle camere superiori Natalia, la bella nuora di Donna
Letizia, con un bimbo sulle braccia; ed entrò nella stanza. Ella aveva
la faccia ovale, la pelle fine e rosea, solcata di vene, li occhi
chiarissimi, le narici diafane, tutta in somma la dolcezza di sangue
d'una donna bionda, tra una nera ribellione di capelli; e aveva nella
persona, nelle vesti, nell'incedere, quella negligenza semplice, quella
felice placidità quasi direi bovina, quella specie di freschezza lattea
delle giovani madri che nutriscono con la propria mammella il figliuolo.
A pena ella vide il cane tonsurato, un impeto così spontaneo d'ilarità
la invase, che non potè ritenere le risa entro la chiostra dei denti:
"Ah, ah, ah, ah, ah!..."
Come? Natalia osava ridere, mentre quel povero Sancio moriva? -- Le
innupte sensibili volsero un acre sguardo d'indignazione alla cognata
irreverente e crudele. Ma questa, con una lieta incuranza, si appressò
per tendere il bimbo verso l'animale. E il bimbo seminudo agitava le
piccole mani irrequiete, cercando toccare, tutto vibrando di naturale
gioia e barbugliando suoni incomprensibili nella bocca rorida ancora
della bevanda materna. E l'animale, uso già a sottomettere la testa
mansueta a quei cercamenti, aveva ancora nelle membra inferme una
esitazione di festevolezza e nelli occhi un supremo barlume di bontà
conoscente.
"Povero Sancio Panza!" mormorò alfine Natalia ritraendo il figliuolo che
stava per bagnarsi di bava le dita. E, come il bimbo rincrespava le
labbra per piangere, ella fece due o tre giri nella stanza, cullandolo e
palleggiandolo; poi, fermatasi dinanzi all'automa, volse la chiave del
meccanismo.
Il macacco aprì la bocca, battè le palpebre, attorcigliò la coda, tutto
animandosi internamente al suono della gavotta _Louis XIII_, di Victor
Felix. Quel voluttuoso ondeggiamento di danza d'amore moveva l'aria e la
testa di Natalia, per ritmo. La luce nella stanza era dolce; il profumo
squisito dei pelargonii entrava dai vasi del balcone aperto.
Sancio non udiva forse più. Al bruciore caustico del vescicante su la
nuca, egli scoteva di tratto in tratto il dorso, e piegava la testa in
basso, con un lamentio fievole. La lingua, ritirata fra i denti,
violacea, quasi anzi nerastra, aveva già perduta ogni facoltà di moto.
Li occhi, ora, coperti da una specie di membrana turchiniccia e
umidiccia, non conservavano altra espressione di spasimo che quella
dell'apparir rapido d'un lembo bianco alli angoli delle orbite. La bava
si produceva più copiosa e più densa. L'asfissia pareva imminente.
"Oh, Natalia, cessa! Ma non vedi che Sancio muore?" proruppe, con la
voce piena d'acredine e di lagrime, Isabella.
La gavotta non si poteva interrompere prima che la forza data dalla
chiave alla macchina fosse esaurita. Le note continuavano, lente e
molli, a spandersi sull'agonia del cane. Le ombre del crepuscolo,
intanto, cominciavano a penetrare nell'interno e le tende sbattevano
nella frescura.
Allora, Donna Letizia, soffocata dai singhiozzi, non reggendo più allo
strazio, uscì. Tutte le figlie la seguirono, a una a una, piangendo, con
i teneri petti oppressi dal dolore. Soltanto Natalia per curiosità si
fece da presso al moribondo.
E, mentre la gavotta era su la ripresa, il buon Sancio spirò, _in
musica_, come l'eroe di un melodramma italiano.