Il cadavere del sindaco Biagio Mila, già tutto vestito e con la faccia
coperta d'una pezzuola umida d'acqua e d'aceto, stava disteso nel letto,
quasi in mezzo alla stanza. Vegliavano, nella stanza, la moglie e il
fratello del morto ai due lati.
Rosa Mila poteva avere circa venticinque anni. Era una donna fiorita, di
carnagione chiara, con la fronte un po' bassa, le sopracciglia
lungamente arcuate, li occhi grigi e larghi e nell'iride variegati come
agate. Possedendo in grande abbondanza capelli, ella quasi sempre aveva
la nuca e le tempie e li occhi nascosti da molte ciocche ribelli. In
tutta la persona le splendeva una certa nitidezza di sanità e quella
vivace freschezza che danno alla cute femminile le lavande d'acqua
ghiaccia abituali. Un profumo allettante le emanava dalle vesti.
Emidio Mila, il cherico, poteva avere circa la stessa età. Era magro,
con nel volto il colore bronzino di chi vive nella campagna al pieno
sole. Una molle lanugine rossiccia gli copriva le guance; i denti forti
e bianchi davano al suo sorriso una bellezza virile; e li occhi suoi
giallognoli lucevano talvolta come due zecchini nuovi.
Ambedue tacevano: l'una scorrendo con le dita un rosario di vetro,
l'altro guardando il rosario scorrere. Ambedue avevano l'indifferenza
che la nostra gente campestre suole avere dinanzi al mistero della
morte.
Emidio disse, con un lungo respiro:
"Fa caldo, stanotte."
Rosa sollevò li occhi, per assentire.
Nella stanza un poco bassa la luce oscillava secondo i moti della
fiammella che ardeva nell'olio d'una lampada di ottone. Le ombre si
raccoglievano ora in un angolo ora in una parete, variando di forme e di
intensità. Le vetrate della finestra erano aperte, ma le persiane
restavano chiuse. Di tratto in tratto le tende di mussolo bianco si
movevano come per un fiato. Su 'l candore del letto il corpo di Biagio
pareva dormire.
Le parole di Emidio caddero nel silenzio. La donna chinò di nuovo la
testa, e ricominciò a scorrere il rosario lentamente. Alcune stille di
sudore le imperlavano la fronte, e la respirazione le era faticosa.
Emidio, dopo un poco, domandò:
"A che ora verranno a prenderlo, domani?"
Ella rispose, nel natural suono della sua voce:
"Alle dieci, con la congregazione del Sacramento."
Quindi ancora tacquero. Dalla campagna giungeva il gracidare assiduo
delle rane, giungevano a quando a quando li odori delle erbe. Nella
tranquillità perfetta Rosa udì una specie di gorgoglio roco escir dal
cadavere, e con un atto di orrore si levò dalla sedia, e fece per
allontanarsi.
"Non abbiate paura, Rosa. Sono umori," disse il cognato, tendendole la
mano per rassicurarla.
Ella prese la mano, istintivamente; e la tenne, stando in piedi. Tendeva
li orecchi per ascoltare, ma guardava altrove. I gorgoglíi si
prolungavano dentro il ventre del morto, e parevano salire verso la
bocca.
"Non è nulla, Rosa. Quietatevi," soggiunse il cognato, accennandole di
sedere sopra un cassone da nozze coperto d'un lungo cuscino a fiorami.
Ella sedette, a canto a lui, tenendolo ancora per mano, nel turbamento.
Come il cassone non era molto grande, i gomiti dei seduti si toccavano.
Il silenzio tornò. Un canto di trebbiatori sorse di fuori in lontananza.
"Fanno le trebbie di notte, al lume della luna," disse la donna, volendo
parlare per ingannar la paura o la stanchezza.
Emidio non aprì bocca. E la donna ritrasse la mano, poichè quel contatto
ora cominciava a darle un senso vago d'inquietudine.
Ambedue ora erano occupati da uno stesso pensiero che li aveva colti
d'improvviso; ambedue ora erano tenuti da uno stesso ricordo, da un
ricordo di amori agresti nel tempo della pubertà.
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Essi, in quel tempo, vivevano nelle case di Caldore, su la collina
solatía, al quadrivio. Sul limite d'un campo di fromento sorgeva un muro
alto costruito di sassi e di terra argillosa. Dal lato di mezzodì, che i
parenti di Rosa possedevano, come ivi era più lento e dolce il calor del
sole, una famiglia di alberi fruttiferi prosperava e moltiplicavasi.
Alla primavera tutti li alberi fiorivano in comunione di letizia; e le
cupole argentee o rosee o violacee s'incurvavano sul cielo coronando il
muro e dondolavano come per inalzarsi nell'aria e facevano insieme un
ronzío sonnifero come d'api mellificanti.
Dietro il muro, dalla parte delli alberi Rosa in quel tempo soleva
cantare.
La voce limpida e fresca zampillava come una fontana, sotto le corone
dei fiori.
Per una lunga stagione di convalescenza Emidio aveva udito quel canto.
Egli era debole e famelico. Per sfuggire alla dieta, scendeva dalla casa
furtivamente, celando sotto li abiti un gran pezzo di pane, e camminava
lungo il muro, nell'ultimo solco del grano, fin che non giungeva al
luogo della beatitudine.
Allora si sedeva, con le spalle contro i sassi riscaldati, e cominciava
a mangiare. Mordeva il pane e sceglieva una spiga tenera: ogni granello
aveva in sè una minuta stilla di succo simile a latte e aveva un fresco
sapore di farina. Per un singolar fenomeno, la voluttà
dell'alimentazione e la voluttà dell'udito nel convalescente si
confondevano quasi in una sola sensazione infinitamente dilettosa.
Cosicchè in quell'ozio, tra quel calore, tra quelli odori che davano
all'aria quasi la cordial saporita del vino, anche la voce femminile
diveniva per lui un naturale alimento di rinascenza e come un nutrimento
fisico ch'egli assimilava.
Il canto di Rosa era dunque una causa di guarigione. E, quando la
guarigione fu compiuta, la voce di Rosa ebbe sempre sul beneficato una
virtù di fascinazione sensuale.
Dopo d'allora, poichè tra le due famiglie la dimestichezza divenne
grande, sorse in Emidio uno di quei taciturni e timidi e solitari amori
d'adolescenza.
Di settembre, prima che Emidio partisse pel seminario, le due famiglie
riunite andarono in un pomeriggio a merendare nel bosco, lungo il fiume.
La giornata era molle, e i tre carri tirati dai bovi avanzavano lungo i
canneti fioriti.
Nel bosco la merenda fu fatta sull'erba, in una radura circolare
limitata da fusti di pioppi giganteschi. L'erba corta era tutta piena di
certi piccoli fiori violacei che esalavano un profumo sottile; qua e là
nell'interno discendevano tra il fogliame larghe zone di sole; e la
riviera in basso pareva ferma, aveva una tranquillità lacustre, una pura
trasparenza ove le piante acquatiche dormivano.
Dopo la merenda, alcuni si sparpagliarono per la riva, altri rimasero
distesi supini.
Rosa ed Emidio si trovarono insieme; si presero a braccio e cominciarono
a camminare per un sentiero segnato tra i cespugli.
Ella si appoggiava tutta su lui; rideva, strappava le foglie ai virgulti
nel passaggio, morsicchiava li steli amari, rovesciava la testa in
dietro per guardar le ghiandaie fuggiasche. Nel moto il pettine di
tartaruga le scivolò dai capelli che d'un tratto le si diffusero su le
spalle con una stupenda ricchezza.
Emidio si chinò insieme a lei per raccogliere il pettine. Nel rialzarsi,
le due teste si urtarono un poco. Rosa, reggendosi la fronte tra le
mani, gridava tra le risa:
"Ahi! Ahi!"
Il giovinetto la guardava, sentendosi fremere sin nelle midolle e
sentendosi impallidire e temendo di tradirsi.
Ella distaccò con l'unghie da un tronco una lunga spirale d'edere, se
l'avvolse alle trecce con un attorcigliamento rapido e fermò la
ribellione su la nuca con i denti del pettine. Le foglie verdi, talune
rossastre, mal contenute rompevano fuori irregolarmente. Ella chiese:
"Così vi piaccio?"
Ma Emidio non aprì bocca; non seppe che rispondere.
"Ah, non va bene! Siete forse muto?"
Egli sentiva la voglia di cadere in ginocchio. E, come Rosa rideva d'un
riso scontento, egli si sentiva quasi salire il pianto alli occhi per
l'angoscia di non poter trovare una parola sola.
Seguitarono a camminare. In un punto una alberella abbattuta impediva il
passaggio. Emidio con ambo le mani sollevò il fusto, e Rosa passò di
sotto ai rami verdeggianti che un istante la incoronarono.
Più in là incontrarono un pozzo ai cui fianchi stavano due bacini di
pietra rettangolari. Li alberi densi formavano in torno e sopra il pozzo
una chiostra di verdura. Ivi l'ombra era profonda, quasi umida. La vôlta
vegetale si rispecchiava perfettamente nell'acqua che giungeva a metà
dei parapetti di mattone.
Rosa disse, distendendo le braccia:
"Come si sta bene qui!"
Poi raccolse l'acqua nel concavo della palma, con un'attitudine di
grazia, e sorseggiò. Le gocciole le cadevano di tra le dita, e le
imperlavano la veste.
Quando fu dissetata, con tutt'e due le palme raccolse altr'acqua, e
l'offerse al compagno lusinghevolmente:
"Bevete!"
"Non ho sete," balbettò Emidio istupidito.
Ella gli gettò l'acqua in viso, facendo con il labbro inferiore una
smorfia quasi di dispregio. Poi si distese dentro uno dei bacini
asciutti, come in una culla, tenendo i piedi fuori dell'orlo, e
scotendoli irrequietamente. A un tratto si rialzò, guardò Emidio con uno
sguardo singolare:
"Dunque? Andiamo."
Si rimisero in cammino, tornarono al luogo della riunione, sempre in
silenzio. I merli fischiavano su le loro teste; fasci orizzontali di
raggi attraversavano i loro passi; e il profumo del bosco cresceva in
torno a loro.
Alcuni giorni dopo, Emidio partiva.
Alcuni mesi dopo, il fratello d'Emidio prendeva in moglie Rosa.
Nei primi anni di seminario il cherico aveva pensato spesso alla nuova
cognata. Nella scuola, mentre i preti spiegavano l'_Epitome historiæ
sacræ_, egli aveva fantasticato di lei. Nello studio, mentre i suoi
vicini, nascosti dai leggíi aperti, si davano fra loro a pratiche
oscene, egli aveva chiusa la faccia tra le mani, e s'era abbandonato ad
immaginazioni impure. Nella chiesa, mentre le litanie alla Vergine
sonavano, egli dietro l'invocazione alla _Rosa mystica_ era fuggito
lontano.
E come aveva appreso dai condiscepoli la corruzione, la scena del bosco
gli era apparsa in una nuova luce. E il sospetto di non avere
indovinato, il rammarico di non aver saputo cogliere un frutto che gli
si offriva, allora lo tormentarono stranamente.
Dunque era così? Dunque Rosa un giorno lo aveva amato? Dunque egli era
passato inconsapevole a canto a una grande gioia?
E questo pensiero ogni giorno si faceva più acuto, più insistente, più
incalzante, più angustioso. E ogni giorno egli se ne pasceva con
maggiore intensità di sofferenza; finchè, nella lunga monotonia della
vita sacerdotale, questo pensiero divenne per lui una specie di morbo
immedicabile, e dinanzi alla irremediabilità della cosa egli fu preso da
uno scoramento immenso, da una melanconia senza fine.
-- Dunque egli non aveva saputo! --
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Nella stanza ora il lume oscillava con più lentezza. Di tra le stecche
delle persiane chiuse entravano soffi di vento meno lievi, e facevano un
poco inarcare le tende.
Rosa, invasa pianamente da un sopore, chiudeva di tanto in tanto le
palpebre; e come la testa le cadeva sul petto, le riapriva subitamente.
"Siete stanca?" chiese con molta dolcezza il cherico.
"Io, no," rispose la donna, riprendendo li spiriti, ed ergendosi su la
vita.
Ma nel silenzio di nuovo il sopore le occupò i sensi. Ella teneva la
testa appoggiata alla parete: i capelli le empivano tutto il collo,
dalla bocca semiaperta le usciva la respirazione lenta e regolare. Così
ella era bella; e nulla in lei era più voluttuoso che il ritmo del seno
e la visibile forma dei ginocchi sotto la gonna leggiera.
-- S'io la baciassi? -- pensò Emidio, per una suggestione improvvisa
della carne guardando l'assopita.
Ancora i canti umani si propagavano nella notte di giugno, con una certa
solennità di cadenze liturgiche; e sorgevano di lontananza in lontananza
le risposte in diversi toni, senza compagnia di stromenti. Poichè il
plenilunio doveva essere alto, il fioco lume interno non valeva a
vincere l'albore che pioveva copioso su le persiane, e si versava fra li
intervalli del legno.
Emidio si volse verso il letto mortuario. I suoi occhi, scorrendo la
linea rigida e nera del cadavere, si fermarono involontariamente su la
mano, su una mano gonfia e giallastra, un po' adunca, solcata di trame
livide nel dorso; e prestamente si ritrassero. Piano piano,
nell'incoscienza del sonno, la testa di Rosa, quasi segnando su la
parete un semicerchio, si chinò verso il cherico turbato. La
reclinazione della bella testa muliebre fu in atto dolcissima; e, poichè
il movimento alterò un poco il sonno, tra le palpebre a pena a pena
sollevate apparve un lembo d'iride e scomparve nel bianco, quasi come
una foglia di viola nel latte.
Emidio rimase immobile, tenendo contro l'omero il peso. Egli frenava il
respiro per tema di destare la dormiente, e un'angoscia enorme
l'opprimeva per il battito del cuore e dei polsi e delle terapie, che
pareva empire tutta la stanza. Ma, come il sonno di Rosa continuava, a
poco a poco egli si sentì illanguidire e mancare in una mollezza
invincibile, guardando quella gola femminea che le collane di Venere
segnavano di voluttà, aspirando quell'alito caldo e l'odor dei capelli.
Allora senza più pensare, senza più temere, abbandonandosi tutto alla
tentazione, egli baciò la donna in bocca.
Al contatto, ella si destò di soprassalto; aprì li occhi stupefatti in
faccia al cognato, divenne pallida pallida.
Poi, lentamente si raccolse i capelli su la nuca; e stette là, con il
busto eretto, tutta vigile, guardando dinanzi a sè nelle ombre varianti,
muta, quasi immobile.
Anche Emidio taceva. Ambedue rimanevano sul cassone da nozze, come
prima, seduti a canto, sfiorandosi con i gomiti, in un'incertezza
penosa, evitando con una specie di artificio mentale che la loro
coscienza giudicasse il fatto e lo condannasse. Spontaneamente ambedue
rivolsero l'attenzione alle cose esteriori, in quest'operazione dello
spirito mettendo un'intensità fittizia, concorrendovi pure con
l'attitudine della persona. E a poco a poco una specie di ebrietà li
conquistava.
I canti, nella notte, seguitavano e s'indugiavano per l'aria
lunghissimamente, e s'ammolivano lusinghevolmente di risposta in
risposta. Le voci maschili e le voci femminili facevano un componimento
amoroso. Talvolta una sola voce emergeva su le altre altissima, dando
una nota unica, in torno a cui li accordi concorrevano come onde in
torno al medio filo d'una corrente fluviatile. Ora, ad intervalli, sul
principio di ciascun canto, si udiva la vibrazione metallica di una
chitarra accordata in diapente; e tra una ripresa e l'altra si udivano
li urti misurati delle trebbio in sul terreno.