Verso quel tempo ebbe in dono dal fattore di campagna una testuggine. Il
nuovo ospite tardo e taciturno fu diletto e cura della donna nelle ore
d'ozio. Camminava da un punto all'altro della stanza sollevando a stento
dal suolo il grave peso del corpo su le zampe simili a moncherini
olivastri, e, come era giovine, le piastre del suo scudo dorsale, gialle
maculate di nero, tralucevano talvolta al sole con un nitor d'ambra. La
testa coperta di scaglie, compressa nel muso, giallognola, sporgeva
tentennando con una mansuetudine timorosa; e pareva talvolta la testa di
un vecchio serpe estenuato che uscisse dal guscio di un crostaceo. Anna
prediligeva nell'animale i costumi: il silenzio, la frugalità, la
modestia, l'amor della casa. Gli dava per cibo foglie di verdura, radici
e vermi, restando estatica a osservare il moto delle piccole mandibole
cornee dentellate nel lor duplice margine. Ella, in quell'atto, provava
quasi un sentimento di maternità: eccitava pianamente l'animale con le
voci e sceglieva per lui le erbe più tenere e più dolci.
Fu la testuggine allora auspice d'un idillio. Il fattore, venendo più
volte al giorno nella casa, s'intratteneva su la loggia a ragionare con
Anna. Ed essendo egli uomo d'umili spiriti, divoto, prudente e giusto,
godeva veder riflesse le sue pie virtù nell'animo della donna. Per la
consuetudine sorse quindi tra i due a poco a poco una familiarità
amorevole. Ella aveva già qualche capello bianco su le tempie, ed in
tutta la faccia diffuso un placido candore. Egli, Zacchiele, superava di
alcuni anni l'età di lei; aveva una gran testa dalla fronte sporgente e
due miti e rotondi occhi di coniglio. Tutt'e due, nei colloqui, sedevano
per lo più su la loggia. Sopra di loro, fra i tetti, il cielo pareva una
cupola luminosa; e ad intervalli i voli dei colombi domestici, bianchi
come il Paraclito, traversavano la quiete celestiale. I colloqui
volgevano su le raccolte, su la bontà dei terreni, su le semplici norme
della coltivazione; ed erano pieni di esperienza e di rettitudine.
Poichè Zacchiele amava talvolta, per una ingenua vanità naturale, di far
pompa del suo sapere in conspetto della donna ignorante e credula,
questa concepì per lui una stima ed un'ammirazione senza limiti. Ella
imparò che la terra è divisa in cinque parti e che cinque sono le razze
delli uomini: la bianca, la gialla, la rossa, la nera e la bruna. Imparò
che la terra è di forma rotonda, che Romolo e Remo furono nutricati da
una lupa, e che le rondini su l'autunno vanno oltremare nell'Egitto dove
anticamente regnavano i Faraoni. -- Ma li uomini non avevano tutti un
colore, a imagine e somiglianza di Dio? Potevamo noi camminare sopra una
palla? Chi erano i re Faraoni? -- Ella non riusciva a comprendere, e
rimaneva così tutta smarrita. Però da allora ella considerò le rondini
con reverenza e le tenne per uccelli dotati di saggezza umana.
Un giorno Zacchiele le mostrò una Storia sacra dell'Antico Testamento,
illustrata di figure. Anna guardava con lentezza, ascoltando le
spiegazioni. Ed ella vide Adamo ed Eva tra le lepri ed i cervi, Noè
seminudo inginocchiato innanzi ad un altare, i tre angeli di Abramo,
Mosè salvato dalle acque; vide con gioia finalmente un Faraone nel
conspetto della verga di Mosè cangiata in serpe, e la regina di Saba, la
festa dei Tabernacoli, il martirio dei Maccabei. Il fatto dell'asina di
Balaam la empì di meraviglia e di tenerezza. Il fatto della coppa di
Giuseppe nel sacco di Beniamino la fece rompere in lacrime. Ed ella
imaginava li Israeliti camminanti per un deserto tutto coperto di
quaglie, sotto una rugiada che si chiamava la manna ed era bianca come
la neve e più dolce del pane.
Dopo la Storia sacra, preso da una singolare ambizione Zacchiele
cominciò a leggerle le imprese dei Reali di Francia da Costantino
imperatore sino ad Orlando conte d'Anglante. Un gran tumulto sconvolse
allora la mente della donna: le battaglie dei Filistei e dei Siriaci si
confusero con le battaglie dei Saraceni, Oloferne si confuse con
Rizieri, il re Saul col re Mambrino, Eleazaro con Balante, Noemi con
Galeana. Ed ella, affaticata, non seguiva più il filo delle narrazioni,
ma si riscoteva soltanto ad intervalli quando udiva passare nella voce
di Zacchiele i suoni di qualche nome prediletto. E predilesse Dusolina e
il duca Bovetto che prese tutta l'Inghilterra innamorandosi della
figliuola del re di Frisia.
Erano le calende di settembre. Nell'aria temperata dalla pioggia
recente, si andava diffondendo una placida chiarità autunnale. La stanza
di Anna divenne il luogo delle letture. Un giorno Zacchiele, seduto,
leggeva _come Galeana, figliuola del re Galafro, s'innamorò di Mainetto
e volle da lui la ghirlanda dell'erba_. Anna, poichè la favola pareva
semplice e campestre e poichè la voce del lettore pareva addolcirsi di
accenti novelli, ascoltava con visibile assiduità. La testuggine si
traeva in mezzo ad alcune foglie di lattuga, pianamente; il sole su la
finestra illuminava una gran tela di ragno, e li ultimi fiori rosei del
tabacco si vedevano a traverso la sottile opera di filo d'oro.
Quando il capitolo fu finito, Zacchiele depose il libro; e, guardando la
donna, sorrise d'uno di quei sorrisi fatui che solevano increspargli le
tempie e li angoli della bocca. Poi cominciò a parlarle vagamente, con
la peritanza di colui che non sa in qual modo giungere al punto
desiderato. Finalmente ardì. -- Ella non aveva pensato mai al
matrimonio? -- Anna alla domanda non rispose. Stettero ambedue in
silenzio ed ambedue sentivano nell'animo una dolcezza confusa, quasi un
risveglio inconsciente della giovinezza sepolta e un umano richiamo
dell'amore. E n'erano turbati come dal fumo d'un vino troppo forte che
montasse al loro cervello indebolito.