V.

Quando nel 1851 Anna venne la prima volta al paese di Pescara, era

prossima la festa del Rosario, che si celebra nella prima domenica di

ottobre. La donna si mosse da Ortona a piedi, per sciogliere un voto; e

portando chiuso in un fazzoletto di seta un piccolo cuore d'argento,

camminò religiosamente lungo la riva del mare; poichè la strada

provinciale non ancora in quel tempo era praticata, e un bosco di pini

occupava molta estensione di terreno vergine. La giornata pareva dolce,

se non che nel mare le onde andavano crescendo, ed all'estremo limite

andavano crescendo in forma di trombe i vapori. Anna avanzava tutta

assorta in pensieri di santità. Nel far della sera, come ella fu su 'l

luogo delle Saline, cadde d'improvviso la pioggia, da prima pianamente e

dopo in grande abbondanza; così che, non essendovi in torno riparo

alcuno, ella n'ebbe le vesti tutte molli. Più in qua, la foce

dell'Alento portava acqua; ed ella si scalzò per guadare. In vicinanza

di Vallelonga la pioggia restò: ed il bosco dei pini rinasceva serenante

nell'aria con odor quasi d'incenso. Anna, rendendo grazie nell'animo al

Signore, seguì il cammino del litorale ma con più rapidi passi, poichè

sentiva penetrarsi nelle ossa l'umidità malsana, e cominciava a battere

i denti pe 'l ribrezzo.

A Pescara, ella fu subito presa dalla febbre palustre, e ricoverata per

misericordia nella casa di Donna Cristina Basile. Dal letto, udendo i

cantici della pompa sacra, e vedendo le cime delli stendardi ondeggiare

all'altezza della finestra, ella si mise a dire le preghiere e a

invocare la guarigione. Quando passò la Vergine, ella scorse soltanto la

corona gemmata, e fece atto di mettersi in ginocchio su i guanciali per

adorare.

Dopo tre settimane guarì; e, avendole Donna Cristina offerto di

rimanere, ella rimase in qualità di domestica. Ebbe allora una piccola

stanza guardante su 'l cortile. Le pareti erano imbiancate di calce; un

vecchio paravento coperto di figure profane chiudeva un angolo; e fra i

travicelli del soffitto molti ragni tendevano in pace le tele laboriose.

Sotto la finestra sporgeva un tetto breve, e più giù s'apriva il cortile

pieno di volatili mansueti. Su 'l tetto vegetava, da un mucchio di terra

chiuso fra cinque tegole, una pianta di tabacco. Il sole vi s'indugiava

dalle prime ore antimeridiane alle prime ore del pomeriggio. Ogni estate

la pianta dava fiori.

Anna, nella nuova vita, nella nuova casa, a poco a poco si sentì

sollevare e rivivere. La sua naturale inclinazione all'ordine si

dispiegò. Ella attendeva a tutti i suoi uffici tranquillamente, senza

far parole. Anche, in lei la credenza nelle cose sopranaturali

ingigantì. Due o tre leggende s'erano per antico formate su due o tre

luoghi della casa Basile e di generazione in generazione si

tramandavano. Nella _camera gialla_ del secondo piano abbandonato viveva

l'anima di Donna Isabella. In un ricettacolo ingombro, dove una scala

discendeva a gomito sino a una porta che non s'apriva da tempo, viveva

l'anima di Don Samuele. Quei due nomi esercitavano un singolar fascino

su i nuovi abitatori, e diffondevano per tutto il vecchio edificio una

specie di solennità conventuale. Come poi il cortile interno era

circondato di molti tetti, i gatti su la loggia si riunivano in

conciliaboli e miagolavano con una dolcezza inquietante, chiedendo ad

Anna li avanzi del pasto familiare.

Nel marzo del 1853 il marito di Donna Cristina morì d'una malattia

urinaria, dopo lunghe settimane di spasimi. Egli era un uomo timorato di

Dio, casalingo e caritatevole; era capo d'una congrega di possidenti

religiosi; leggeva le opere dei teologi, e sapeva sonare su 'l

gravicembalo alcune semplici arie di antichi maestri napolitani. Quando

venne il viatico, magnifico per numero di ministri e per ricchezza

d'arnesi, Anna s'inginocchiò su la porta, e si mise a pregare ad alta

voce. La stanza si empì d'un vapor d'incenso, in mezzo a cui il ciborio

raggiava e raggiavano i turiboli, oscillando come lampade accese. Si

udirono singhiozzi; poi le voci dei ministri, raccomandando l'anima

all'Altissimo, si sollevarono. Anna, rapita dalla solennità di quel

sacramento, perdè ogni orrore della morte, e da allora pensò che la

morte dei cristiani fosse un trapasso dolce e gaudioso.

Donna Cristina tenne chiuse tutte le finestre della casa, durante un

mese intero. Continuava a piangere il marito nell'ora del pranzo e

nell'ora della cena; faceva in nome di lui le elemosine ai mendicanti;

e, più volte nel giorno, con una coda di volpe levava la polvere dal

gravicembalo come da una reliquia, emettendo sospiri. Ella era una donna

di quarant'anni, tendente alla pinguedine, ancora fresca nelle sue forme

che la sterilità aveva conservate. E poichè ereditava dal defunto una

dovizia considerevole, i cinque più maturi celibi del paese cominciarono

a tenderle insidie e ad allettarla alle nuove nozze con arti

lusingatrici. I campioni furono: Don Ignazio Cespa, persona dolcigna, di

sesso ambiguo, con una faccia di vecchia pettegola butterata dal vaiuolo

e una capellatura impregnata di olii cosmetici, con le dita cariche di

anelli e li orecchi forati da due minuscoli cerchi d'oro; Don Paolo

Nervegna, dottor di legge, uomo parlatore e accorto, che aveva le labbra

sempre increspate come se masticasse l'erba sardonica e su la fronte una

specie di crescimento rossastro innascondibile; Don Fileno d'Amelio,

nuovo capo della congrega, uomo pieno d'unzione e di compunzione, un po'

calvo, con la fronte sfuggente indietro e l'occhio pecorinamente opaco;

Don Pompeo Pepe, uomo giocondo, amante del vino e delle donne e

dell'ozio, ubertoso in tutta la corporatura e più nella faccia, sonoro

nelle risa e nelle parole; Don Fiore Ussorio, uomo di spiriti pugnaci,

gran leggitore di opere politiche e citator trionfante di esempi storici

in ogni disputa, pallido d'un pallor terrigno, con una sottil corona di

barba intorno alli zigomi e una bocca singolarmente atteggiata in linea

obliqua. A costoro si aggiungeva, ausiliare della resistenza di Donna

Cristina, l'abate Egidio Cennamele che volendo trarre l'erede ai

benefizi della chiesa, osteggiava con ben coperta astuzia d'impedimenti

le lusinghe.

La gran contesa, che sarà un giorno narrata dal cronista per diffuso,

durò molto tempo ed ebbe molta varietà di vicende. E principal teatro

della prima azione fu il cenacolo, sala rettangolare dove su la carta

francese delle pareti erano francescamente rappresentati i fatti di

Ulisse naufragante all'isola di Calipso. Quasi tutte le sere i campioni

si riunivano, in torno all'inclita vedova; e facevano il giuoco della

briscola e il giuoco dell'amore alternativamente.

San Pantaleone · 第 15 / 64 题