Oimè, ahimè, deh Dio, ahi cieli, oh sorte!
O martoro infernal, morbo francese,
Che impaurita fai fuggir la morte!
O gente più che ingrata e discortese,
Non conoscete voi me poverina,
Famosa cortigiana ferrarese?
O _Matrema non vole_, o Lorenzina,
O Angela, o Cecilia, o Beatrice[585],
Sia vostro essempio omai questa meschina.
Già fui [sì] favorita e sì felice!
Vestiva d’oro anch’io; mo un sacco grosso:
Le starne odiavo, or bramo una radice.
Già preziosi odor portavo addosso;
Or solfo, argento vivo, empiastro al male
Tal che appena sofferir nol posso.
Foglie di cavol son il bel trinzale[586],
Le perle son le bolle, gomme e doglie,
E vado mendicando a lo spedale.
Già me cavai anch’io tutte mie voglie,
Fe’ ammazzar tori e braveggiar corsieri;
Or sangue, marcia son mie pompe e spoglie.
Sempre era tra signori e cavalieri,
A pasti, a comedie, a suoni e canti;
Or staria in una stalla volontieri.
Beati eran per me tutti gli amanti,
Ognun servitor m’era ed io signora;
Or mi mostrano a dito tutti quanti.
Dormivo in seta, e ora al vento fuora,
Sotto a le panche, e son cacciata via,
E le camere d’or schifavo allora.
Corsi, grechi, trebbiani e malvasia
Non mi contentâr mai; ora m’avveggio
Che de l’acqua d’un fosso ho carestia.
Già de ciascuna fecemi motteggio;
Ognuna or beffan me con dir: tu stai
Male al possibil; tu starai ancor peggio.
Così invecchiando alquanto dechinai,
E die’ principio a camere locande,
E ben dua anni in quel me sustentai.
Oh Dio, ch’io moro! ahimè, che dolor grande!
Trista me, contarò tutti i miei danni
E le mie intollerabili vivande.
Dico che non passò da dui altri anni
Ch’io fallii alloggiando, e ritornai
Ruffianando altrui, lavando e’ panni.
Così mancando in van tormenti e guai,
Crescemmi sempre questo mal crudele;
Un tempo in le taverne cucinai.
Ah Dio, che quest’è ancor più amaro fele,
Che l’ultimo rimedio mi fu tolto,
Chè i frati e non più noi vendon candele.
Ma al dispetto di me non sarà molto
Che seguita sarò ne la carretta,
E al mio somigliarà qualche bel volto.
E se non imparate la recetta
Ch’io v’insegno, superbe cortigiane,
Ponte Sisto e il spedal presto v’aspetta.
Procacciatavi aver oggi, domane,
Un grosso, un giulio, quel che voi potete,
Altrimenti accattando andrete il pane.
Sempre i signor non s’hanno, e voi ’l sapete,
Che donino el tesor liberamente,
Sì come spesso fa chi dà in la rete.
Servite volentieri ad ogni gente,
Contentate chi viene a solo a solo,
Perchè meglio è qualcosa ch’aver niente.
El mio rimedio non vi ponga duolo,
Perchè ho provato che tal volta dona
Quanto un gran ricco un povero acquaruolo.
Sì che degnative d’ogni persona;
Non fate la signora in gloria e in gioco
Qual io, ch’or più per nulla non son bona.
Questo felice tempo dura poco;
Vien meno il carnevale e la stagione,
E spesso in casa non v’è pan nè fuoco.
Or parte la fantesca, ora il garzone;
Or s’impegna la vesta, or le catene,
Poi per tributo andar spesso in prigione.
Ma i sbirri a voi aggiongon maggior pene:
Del Populo la strada al sudor vostro[587]
Pagarvi è forza, e stavvi molto bene.
Io vi parlo el vangelo e ’l pater nostro:
Raffrenate la gola e gale tante,
Se non, qual io retornerete un mostro.
Non li tappeti a le finestre avante;
Lassate le gran case e gran palazzi,
Chè le pigion vi mangian tutte quante.
Ognun vol le fantesche, ognun ragazzi;
Non si può vivere e sempre si stenta;
Non son, come eran già, gli uomini pazzi.
Chi di quello che può non si contenta,
Gli è forza rovinar senza riparo,
E ladra al fine, o mendica diventa.
Il pelar cigli, el belletto sì caro,
Le ribalde judee comprar vi fanno;
Lasciatelo in malor, siavi discaro.
L’acque, i zibetti e le mesture danno;
Livida e grinza fan la bella faccia,
Ch’è ’l principio del vostro longo affanno.
Così non avesse io questa rognaccia
Come gli è vero, e tanta carne guasta,
Del che ognun dice: ch’el bon pro ti faccia.
Non vo’ dir più, per mo questo vi basta.
Ohimè le doglie, oh maledetta sorte!
Che piaghe ho io che va un linzol per tasta!
Può far il ciel che in tutta questa corte
Non sia un sì vago del mio seno
Che non m’ajuti a qualche strana morte?
De limosina alcun non venga meno,
Non già per sostentar più questa vita;
Ma per comprar un bicchier di veneno,
Acciò tanta miseria sia finita.
QUI JACE UN CORPO MOLTO DELICATO,
DI BELTÀ E DI POMPA UNICO IN VITA;
OR NE L’INFERNO PURGA IL SUO PECCATO.