IL VANTO

Venite, o cortegiani e lieti amanti,

Ogni signore, principe e marchese,

Sentir mia gloria e fama tutti quanti.

Io son quella famosa Ferrarese,

Che porto el vanto, lo scettro e l’onore

Di beltà e pompa, gentile e cortese.

Io sento tanto gaudio nel mio core,

E ne la mente infinita dolcezza,

Tra l’altre essendo di bellezza il fiore.

Tanto in me regna amore e gentilezza,

Con dolce e lieta faccia ed atti fieri,

Ch’ogni signor per me ciascuna sprezza.

Io ho duo occhi più che corbo neri,

Che chi li guarda resta stupefatto,

E prigion fassi a me ben volentieri.

Il ciglio ho raro, ch’è sottile e tratto.

Le labra di corallo e ’l dolce riso,

D’onde resta ciascun preso e legato.

La bella fronte, il rilevato viso,

E ’l naso profilato infra due rose

Hanno a molti signori el cor reciso.

La lingua ho chiara in proferir le cose,

D’avolio i denti, e l’alito suave,

Che chi ne gusta fa mettersi in crose.

La mia bocchina dolce è una chiave

Ch’apre le borse e fa chiamar mercede,

E rallegra chi fussi in doglie prave.

La gola ho d’alabastro, a la qual cede

La neve, e ’l petto, e l’acerbe pomelle.

Che strugger fan ciascun che quelle vede.

Le parti ho poi secrete più che belle:

Come ognun pensa tal dolcezza hanno,

Che muor di voglia chi ben pensa quelle.

Le bianche mani que’ be’ lavor fanno;

Mia leggiadra persona e ’l picciol piede

Metton ciascun signor in doglia e affanno.

Di quindici anni son, come si vede,

Grassetta, morbidina e solazzosa,

E la prova ne faccia chi nol crede.

Benigna, saggia, accorta e graziosa,

Domestica, piacevole e galante,

Ch’ogn’altra presso a me par brutta cosa.

D’oro, velluto, seta ho veste tante,

Con fine pietre e perle lavorate;

Assai n’ho più de l’altre tutte quante.

D’oro e di seta camice increspate

Di finissima rensa ho più di cento,

Con calze e scarpe a più fogge tagliate.

E per mostrar mia pompa e valimento

Al collo una catena porto tale

Che val ducati d’oro almen dugento.

Un’altra non conosco a me eguale,

C’habbi la casa come me fornita

Di pane, legne, vino, olio e sale.

Una credenza ho d’argento forbita.

Le tavole, le mura, panche e casse

Di tappeti e d’arazzi ognun vestita.

Ho di panni di lino le gran masse,

Più che candida neve delicati,

Ch’ognun che quelle vede stupefasse;

Tutti di fin profumo profumati;

Zibetto e muschio in copia ho tuttavia,

Che da più gran signor mi son donati.

Non può dove son io esser moria,

Tanta suavità e tanti odori

Adosso porto per galanteria.

Sempre son con gran principi e signori

A feste, a comedie, a suoni e canti,

Con molte mie fantesche e servidori.

Beati son per me tutti gli amanti;

Ognun servitor m’è ed io signora,

Signora a dar la berta a tutti quanti.

Ognun per me si distrugge e divora,

Ciascun mi profferisce argento ed oro,

L’alma e la vita offerendomi ancora.

E per far noto a tutti il mio lavoro,

Un sacco di danari ho in mia balia,

Dove tengo per mio miglior ristoro.

Una mensa da re ho tuttavia,

Abbondante di quaglie e di capponi

Con pernici e fagiani in compagnia.

Pollastri, fegatei, torte e piccioni.

Con savor bianchi e neri, e con guazzetti,

Insieme con molti altri buon bocconi.

Vin bianchi e ner delicati e perfetti,

Trebbiani e malvagia e marzapani,

Con più sorte infinite di confetti.

Ogni vil ragazzin piene ha le mani.

Ogni fantesca ed ogni servitore;

Il dirò pur, ne mangian fino a’ cani.

Ed ho infra gli altri mia un corridore,

Che chi cercassi el mondo tutto quanto

Non potrebbe trovarne un più migliore.

Ed infra l’altre i’ mi glorio e vanto

Da letto una coverta sì sfoggiata

Che mai n’ebbe sì una el papa santo.

Una carretta ’i ho d’oro intagliata

Con arabici gruppi azzurri e bianchi,

Ne la qual vo a solazzo alcuna fiata.

Come Amore che tien saetta a’ fianchi,

Così mentre guidata ci son io

Da sei destrier via più che neve bianchi.

E per veder el vago corpo mio

Da usci e da balcon gente infinita

Corre a veder con gaudio e con disio.

Ed io con faccia angelica e gradita

Del bosco uscir farei e dir mercede

Ogni selvaggio ed antico eremita.

Tiensi felice ciascun che mi vede,

Beato è quel che tocca questo viso,

E santo chi servir mi può con fede.

Pensa poi chi con festa canto e riso

Del mio giardin la libertà gli è dato:

Esser non vorria già in paradiso,

Nè qua giù con nessun cambiare stato.

Attraverso il Cinquecento · 第 36 / 46 题