II.

Sperone Speroni, in una Orazione che compose contro le cortigiane e

le innumerevoli _loro opere irrazionali_, esce a un certo punto in

queste formali parole: «Dico adunque..... che la cortigiania delle

male femmine è una antica, ma vile e sozza professione, novellamente

di gentil nome adornata. Scorti altra volta latinamente e meretrici

per vero nome solea chiamarle la Italia; ma per più vero e più

proprio si nominavano peccatrici. Io veramente sendo fanciullo con

tal disprezzo sentia parlarne per le contrade, mentre passavano alla

sfuggita, che quelle istesse, che ogni vergogna parea che avessero

per niente, dalla natura sospinte, che razionali l’avea pur fatte, al

lor dispetto arrossavano; ed era tanto cotal rossor vergognoso, che

vincea l’altro, ond’elle il viso si ricopriano: or non so come, o per

qual cagione l’uso del mondo, che in fatto e in detto è corrotto, le

voglia chiamar cortigiane»[342]: egli, lo Speroni, le chiama invece

_monstri infelici_. Poniamo che in questa lamentazione ci sia parecchia

retorica, e che nel tempo in cui l’autore di essa era fanciullo, cioè

nei primi anni del secolo XVI, le _peccatrici_ non fossero così pronte

ad arrossire come egli pretende; di vero c’è ad ogni modo una cosa per

noi molto importante, anzi due: la prima, che l’uso del mondo voleva

allora si chiamassero cortigiane quelle che in passato si solevano

chiamar peccatrici (o altrimenti, chè lo Speroni non si cura, o

forse non si degna, di ricordare altri nomi); la seconda, che queste

cortigiane erano imbaldanzite molto, e non si vergognavano più tanto di

loro condizione come in passato se n’erano vergognate; il che non vuol

dir altro se non che quella condizione sembrava molto men vile agli

occhi lor proprii e agli occhi altrui.

Il mutamento del nome rivela in questo caso un mutamento profondo

avvenuto nelle idee e nella vita. Il nome di _peccatrice_ era suggerito

da certi concetti fondamentali della credenza religiosa e della morale

cristiana, e implicava biasimo assoluto, senza temperamento alcuno:

il nome di _cortigiana_ è suggerito da tutt’altri concetti, in massima

parte contrarii a quelli, e non solo, per sè, non implica biasimo, ma,

anzi, implica lode, e, starei per dire, glorificazione. Esso rimanda

senz’altro al Rinascimento, alla sua coltura, alle sue tendenze, al

nuovo intuito delle cose, e al nuovo sentimento della vita che quello

recò nel mondo. In fatti, dov’è che la coltura del Rinascimento, e la

vita informata a quella coltura, riescono più intense, più piene, e

raggiungono la perfezione loro? Nelle corti e intorno alle corti. E

qual è l’uomo in cui meglio si personifica quella coltura, e che più

pienamente sa vivere quella vita? Il cortigiano perfetto, quale l’ha

descritto nel famoso suo libro Baldassar Castiglione. Ora, per sè

stesso, il nome di cortigiana non diversifica da quello di cortigiano

se non pel genere; è, come quello, nome di tutto onore, e suggerisce,

al par di quello, l’idea (molte volte contraddetta dai fatti, nol

nego) che la persona designata per esso sia persona ornata d’ogni

pregio e virtù, persona compita, della cui conversazione nessuno s’ha a

vergognare, come essa non s’ha a vergognare della sua qualità.

Il Rinascimento fiorito chiama dunque con nome onorifico la donna

che l’età precedente chiamava con nome d’infamia; al qual proposito

non si vuol dimenticare che un altro nome onorifico viene a lei dato

nel Cinquecento, ed è quello di signora. Ma qui non si tratta di un

semplice mutamento di nome, come potrebbe a prima giunta sembrare,

e come, a torto, lo Speroni vorrebbe lasciar credere. Sotto il nome

mutato c’è la cosa anch’essa mutata; e se la cortigiana rimaneva pur

sempre una peccatrice, non era più la peccatrice di prima. Vero è

che, l’uso degenerando in abuso, il nome di cortigiana fu molto spesso

dato nel Cinquecento a tutte le donne di mala vita, indistintamente;

ma di quanti altri nomi, serbati in principio a un uso particolare,

non è avvenuto lo stesso?[343]. Tutti i nomi che hanno dell’onorevole

vanno soggetti a indebite appropriazioni, a illegittime estensioni di

significato. Da altra banda, se le donne tutte di mala vita furono

spesso nel Cinquecento chiamate cortigiane, non è men vero, che si

cercò, allora stesso, con qualificazioni e con aggiunti di più e men

felice invenzione, di ripristinare le distinzioni opportune, e toglier

di mezzo l’equivoco. Così è che in certo censimento della città di

Roma, fatto ai tempi di Leone X[344], si trovano le denominazioni di

_cortesana_, o di _curiale_, senz’altro, che dicono, l’una in volgare,

l’altra in latino, il medesimo; di _cortesana puttana_, di _cortesana

da lume_ o _da candela_, e di _cortesana onesta_. A noi quell’accozzo

di _cortesana_ e di _onesta_ sembra veramente una cosa assai strana;

ma ai contemporanei di Leone X non sembrava così. Giovanni Burchard,

maestro di cerimonie di Alessandro VI, e vescovo di Città di Castello,

narra una curiosa storia di certa Cursetta romana, da lui chiamata,

senza esitazione alcuna, _meretrix honesta_, e narra pure come l’ultima

domenica d’ottobre dell’anno 1501, vigilia d’Ognissanti, cenarono

col duca Valentino, nel Palazzo apostolico, cinquanta _meretrices

honestae, cortegianae nuncupatae_, le quali dopo cena danzarono ignude

e fecero altre prove di lor valentia e di lor arte in presenza di

esso duca, della sorella di lui Lucrezia, e del padre di entrambi, il

buon pontefice Alessandro VI[345]. Questo passo del famoso diarista

prova, tra l’altro, che il nome di cortigiana era venuto in uso,

secondo ogni probabilità, già qualche anno prima del 1500, e che lo

Speroni assegnava a quel nome un’origine troppo tarda[346]. In un

libro di memorie della famiglia Chigi, scritto da quel Fabio Chigi che

poi fu papa col nome di Alessandro VII, la famosa Imperia è chiamata

_nobilissimum Romae scortum_[347]. Il censimento testè citato fa anche

ricordo di _cortigiane piacevoli_ e di _cortesane della minor sorte_,

e usa altri nomi che non accade ripetere. Da canto suo Marin Sanudo

chiama in un luogo de’ suoi _Diarii_ le cortigiane di lusso _puttane

sontuose_, e _onorata e nominata meretrice_ chiama in un altro certa

signora Angiola. Una Lista fiorentina dell’anno 1569 classifica le

meretrici in ricche, mediocri e povere[348], e le ricche sono per lo

appunto le cortigiane oneste.

Vediamo dunque un po’ più da vicino qual fosse la condizione, quali

fossero i costumi e i portamenti di queste cortigiane oneste, o se

troppo dispiace l’associazione di quel sostantivo e di quell’aggettivo,

delle cortigiane senz’altro, avvertendo che noi non vogliamo badare

ora se non a quelle cui tal nome appartiene più ragionevolmente, a

quelle cioè che debbono in molta parte il carattere e l’esser loro alla

civiltà del Rinascimento. Delle altre, più numerose assai, cui quella

civiltà non educò, non trasformò, non vogliam tener conto.

Chiamata a vivere in mezzo ad una società in cui la coltura era

largamente diffusa, e che aveva la coltura in grandissimo pregio, la

cortigiana doveva esser colta, tanto più che le donne oneste erano, in

certe classi, spesso coltissime. Nella commedia del Guarini intitolata

_L’Idropica_, Loretta, che è una figura non molto viva, ma, se si

può dire, molto corretta di cortigiana compita, così parla di sè:

«vedendo mia madre (perchè già la sua macina faceva più crusca assai,

che farina) la buona piega della vita mia, pensò di rinverdire nella

mia giovinezza le sue passate prodezze: ed avendomi fatte imparare le

sette arti liberali, aperse casa a tutta Vicenza, cominciando a tener

trebbj d’ogni sorta»[349]. La famosa Imperia, fiorita nei primi anni

del secolo, aveva appreso a compor rime volgari da Niccolò Campano,

detto lo Strascino, ed era in grado di leggere, sembra, gli autori

latini. Lucrezia, soprannominata _Madrema non vuole_, sapeva riprendere

chiunque non parlasse secondo il buon uso, o quello che a lei sembrava

il buon uso, e un cotal Ludovico, il quale fa professione di praticar

cortigiane, dice di lei in uno dei _Ragionamenti_ di Pietro Aretino:

«ella mi pare un Tullio, e ha tutto il Petrarca e ’l Boccaccio a mente,

ed infiniti e bei versi latini di Virgilio e d’Orazio e d’Ovidio e di

mille altri autori»[350]. Lucrezia Squarcia, veneziana, ricordata in

certa _Tariffa_, si faceva vedere

Recando spesso il Petrarchetto in mano.

Di Virgilio le carte ed or d’Omero,

e spesso disputava del parlar toscano[351]. Una Nicolosa, ebrea,

ricordata ancor essa dall’Aretino, leggeva i salmi in ebraico[352].

Tullia d’Aragona e Veronica Franco hanno i nomi loro registrati

onorevolmente nelle storie letterarie. Camilla Pisana aveva composto

un libro e datolo a correggere a Francesco del Nero[353], e le lettere

di lei che si hanno a stampa sono scritte con un fare un po’ caricato,

ma non prive di eleganza, con latinismi frequenti e con intere frasi

latine. Ercole Bentivoglio indirizza a una signora Agnola, veneziana

(forse Angela Zaffetta) il suo capitolo _Della lingua tosca_, ed

esprimeva il desiderio d’imparare da lei il dolce e garbato dialetto

di Venezia. Se s’ha a credere ad Alfonso de’ Pazzi, Tullia d’Aragona,

non solo faceva correggere le sue scritture dal Varchi, ma col Varchi

insieme studiava e lavorava:

La Tullia, il Varchi ed Ugolino e lei

Han fatto lega e studian tutta notte,

E voglion pur che i ranocchi sian botte

E che gli etruschi non siano aramei[354].

Vero è che taluna, non riuscendoci da sè, si faceva comporre da qualche

letterato amico le lettere e i versi.

Ma la cortigiana di recapito non si contentava della sola coltura

letteraria; essa doveva ancora andare adorna di altre _virtù_, come

allora dicevasi; cantare, se la natura le aveva fatto dono di bella

voce[355], sonare uno o più strumenti, danzare con grazia, e usare

poi sempre soavità nel parlare, e garbatezza nei modi. Bisognava che,

stando almeno alle apparenze, si potesse dir sempre di lei ciò che il

Lasca diceva di Nannina Zinzera[356]:

D’atti è sì piena, e modi signorili,

Che come l’ombra dal sol fuggir suole,

Fuggon da lei le cose basse e vili;

e ciò che il Coppetta diceva a Ortensia Greca[357]:

E che voi non volete, a tutti è espresso

O meccanica cosa, o men ch’onesta

Far, nè lasciar che vi si faccia appresso.

Aveva dunque torto il pedante Cinzio di certa commedia del Domenichi a

dire: _Le cortigiane non sono cortigiane nè cortesi_[358].

La cortigiana non aveva obbligo d’essere letterata e scrittrice; ma

doveva avere lo spirito pronto e la lingua sciolta; doveva sapere

coi vezzi, col brio, con l’arguzia, coi modi affabili e accorti, col

vario uso delle sue varie virtù, invaghire i cortigiani, ammaliare i

letterati, imbertonire i prelati, intrattenere un crocchio, prender

parte a una disputa, dar anima a una festa. L’Aretino, scrivendo a una

Zufolina, amicissima sua, accenna allo scaltrito ingegno, alla arguta

festività, alla signorile creanza ch’ella ebbe dall’_aria del toscano

paese_, dalla _natura_ e dalla _pratica_, e dice tra l’altro: «i

Duchi e le Duchesse se intertengano con lo intertenimento delle vostre

chiacchiare molto insalate e molto appetitose; sentenzie che fumano

vi scappano di bocca e tra i denti. Di pinocchiato, di savonia, e di

marzapane sono le ciancie che voi date a qualunche si crede che voi

siate una baja»[359]. E il Calmo scriveva nel suo vispo dialetto a una

madonna Vienna Rizzi, che da Venezia s’era tramutata in Roma: «el me

par da vederve tutta aierosa, maistra de motizari, astuta de resposte,

cativeta de dar canate, lenguina piena de acenti toscani, e baldanzosa

con chi ha del mobele del re Mida»[360]. Della famosa Isabella de

Luna, spagnuola, che aveva viaggiato mezzo mondo, era stata a Tunisi

e alla Goletta, e aveva un tempo seguitata la corte dell’imperatore in

Germania e in Fiandra, dice il Bandello che in Roma era tenuta «per la

più avveduta e scaltrita femina che stata ci sia già mai». E soggiunge:

«Ella è di grandissimo intertenimento in una compagnia, siano gli

uomini di che grado si vogliano; perciocchè con tutti si sa accomodare

e dar la sua a ciascuno. È piacevolissima, affabile, arguta, e in dare

a’ tempi suoi le risposte a ciò che si ragiona, prontissima. Parla

molto bene italiano; e se è punta, non crediate che si sgomenti, e che

le manchino parole a punger chi la tocca; perchè è mordace di lingua,

e non guarda in viso a nessuno, ma dà con le sue pungenti parole

mazzate da orbo»[361]. Messer Matteo reca qui e altrove[362] le prove

di ciò che asserisce. Non meno arguta, nè meno _mordace di lingua_ era

la Giulia Ferrarese, madre di Tullia d’Aragona. Narra il Domenichi:

«Fu fatta la strada del popolo in Roma, lastricata da i tributi che

le puttane pagavano: nella quale scontrando la Giulia Ferrarese una

gentildonna, l’urtò un poco. Allora la gentildonna alterata cominciò

a dirle villania. Rispose la Giulia: Madonna, perdonatemi, che io so

bene, che voi avete più ragione in questa via che non ho io»[363]. Non

è dunque da stupire se la conversazione delle lor pari era desiderata

e cercata, e se esse s’ingegnavano di trar profitto anche di quella.

Il Montaigne, ch’ebbe a farne la prova, assicura che esse (almeno in

Venezia) facevansi pagare i semplici colloquii quanto la _négociation

entière_[364].

Che le cortigiane dovessero avere in tutto o in parte le _virtù_ testè

enumerate non parrà certo strano a chi ripensi i caratteri di quella

civiltà, le usanze e i gusti degli uomini di quel tempo; ma che quelle

stesse _virtù_ s’avessero a trovare in qualche misura anche negli

agenti di esse cortigiane, e procuratori d’amore in genere, ossia,

per parlar più chiaro, nei mezzani, parrà strano a più d’uno. E pure

era così. Quel bell’umore di Tommaso Garzoni narra della coltura del

mezzano cose veramente miracolose e incredibili. «Imita il grammatico

nel scriver le lettere amorose tanto ben messe, e tanto bene apuntate,

che rendono stupore, nel dettar politamente, nel spiegar galantemente,

nell’isprimer secretamente il suo pensiero..... Appare un poeta nel

descrivere i casi acerbi con pietà di parole, i fatti allegri con

giubilo di core..... Porta seco i sonetti del Petrarca, le rime del

Cieco d’Adria, l’_Arcadia_ del Sannazaro, i madrigali del Parabosco,

il _Furioso_, l’_Amadigi_, l’Anguillara, il Dolce, il Tasso, e sopra

tutto i strambotti d’Olimpo da Sassoferrato, come più facili, sono i

suoi divoti per ogni occasione..... Si reca dietro qualche sonetto in

seno, un madrigale in mano, una sestina galante, una canzone polita,

con un verso sonoro, con uno stil grave, con parlar facondo, con tropi

eleganti, con figure eloquenti, con parole terse, con un dir limato,

che par che il Bembo, o il Caro, o il Veniero, o il Gosellini l’abbiano

fatto allora allora; e si mostra alla diva con lettere d’oro, con

caratteri preziosi; si legge con dolcezza, si pronunzia con soavità, si

dichiara con modo, si scopre l’intenzione, si manifesta il senso, e si

palesa il fine del poeta..... Con la musica diletta sovente le orecchie

delle giovani, mollifica l’animo d’ogni lascivia, ruina i costumi,

disperde la onestà, infiamma l’alme di cocente amore, incende i spiriti

di concupiscenza carnale; mentre si cantan lamenti, disperazioni,

frottole, stanze e terzetti, canzoni, villanelle, barzellette, e si

tocca la cetra, o il lauto, a una battaglia amorosa, a una bergamasca

gentile, a una fiorentina garbata, a una gagliarda polita, a una

moresca graziosa, e pian piano s’invita ai balli ed alle danze, dove i

tatti vanno in volta, i baci si fanno avanti le parole secrete, _ecc.

ecc._»[365].

C’erano molti, gli è vero, ai quali queste ed altrettali virtù

riuscivano sospette nelle cortigiane medesime. Pietro Aretino, il

quale credeva che nelle donne, in generale, la coltura fosse stimolo

al mal costume[366], e diceva «i suoni, i canti e le lettre che sanno

le femmine» essere «le chiavi che aprono le porte della pudicizia

loro»[367]; Pietro Aretino, dottissimo in questa parte, affermava non

essere altro le virtù delle cortigiane, se non panie e lacciuoli tesi

agli amanti[368]; e di tali virtuose diceva il Garzoni: «Onde pensi

che nascano i canti, i suoni, i balli, i giuochi, le feste, le vegghie,

i conviti, i diporti loro, se non da quell’intento d’aver l’applauso,

il commercio, il concorso della turba infelice di questi amanti, che

rapiti da quelle voci angeliche e soprane, attratti da quei suoni

divini di arpicordi e lauti, impazziti in quei moti, e in quei giri

loro tanto attrattivi, consumati in quei giuochi spassevoli, dileguati

in quelle feste giulive, addormentati in quelle vegghie pellegrine,

immersi in quei conviti di Venere e di Bacco, morti nel mezzo di quei

soavi diporti, restino prigioni e servi del lor fallace ed insidioso

amore?»[369]. Ma poichè, contrariamente alla opinione dei pochi, la

opinione dei molti era che donna bella ed onesta non potesse avere,

oltre alla bellezza e all’onestà, più degno ornamento di quello che

viene dall’ingegno e dalla coltura, così non era possibile che i molti

biasimassero nelle cortigiane ciò che nelle donne oneste lodavano, e

temessero in quelle ciò che cercano in queste. Certo, vivendo in mezzo

a una società in cui tutti eran colti, e in cui l’ingegno e la coltura

erano tenuti sommamente in pregio, anche le cortigiane, se volevano

aver seguito, bisognava si ponessero in grado di soddisfare al gusto

comune, e perciò si può dire che l’esercizio e l’accorta ostentazione

di quelle varie virtù che abbiam vedute facevano parte del loro

mestiere, erano tra l’arti loro di richiamo più attrattive ed efficaci.

Ma ciò non vuol già dire che esse non potessero compiacersi in

quell’esercizio anche pel piacere che ci trovavano, indipendentemente

dal guadagno che ne poteva venir loro. Erano anch’esse figlie del

Rinascimento, e potevano, al pari di tante gentildonne onorate, i

cui nomi la storia ricorda, legger libri, compor versi, coltivare

la musica, per ragion di gusto naturale, e, ancora, per acquistar

fama. Una prova di ciò si ha nel fatto che le cortigiane cercavano la

compagnia e la famigliarità dei letterati assai più che l’utile loro

non sembrasse richiedere. I letterati potevano, è vero, aiutarle in

più di una occorrenza, potevano anche adoperarsi a metterle in vista;

ma avevano, ad ogni modo, un ben grave difetto, quello, cioè, d’essere

assai più ricchi di fama che di quattrini. Gli è che le cortigiane, se

non tutte, almen le migliori, si compiacevano anch’esse in quelle cose

in cui tutti si compiacevano; gli è che l’estro poetico poteva pungere

parecchie tra esse come pungeva altri infiniti, e che la gloria, la

quale assetava di sè tante anime, poteva destare un po’ d’ardore anche

nelle anime loro.

Come non trascuravano le doti e gli ornamenti dello spirito, così pure

non trascuravano le cortigiane, ed è naturale, le doti e gli ornamenti

del corpo, e, generalmente parlando, nessuno di quei sussidii onde

la loro professione poteva in qualche maniera avvantaggiarsi. Uno dei

primi accorgimenti loro, non dimenticato ai dì nostri, era di cambiare

il nome, spesso troppo umile e volgare, ricevuto col battesimo, in un

nome sonoro e peregrino, il quale era come un suggello poetico impresso

nella persona, chiamandosi Ginevra, Virginia, Isabella, Olimpia, Elena,

Diana, Lidia, Vittoria, Laura, Domizia, Lavinia, Lucrezia, Stella,

Delia, Flora[370]. A cotal nome, esse medesime, o altri, solevano

aggiungere quello della città natale, o della nazione, dicendo Camilla

da Pisa, Giulia Ferrarese, Beatrice Spagnuola, Angiola Greca e simili;

anche i soprannomi erano frequenti, e alle volte assai strani. Il

nome d’Imperia valeva quasi da sè solo un titolo di nobiltà[371]; ma

Lucrezia _Madrema non vuole_ si sottoscriveva Lucrezia Porzia, Patrizia

Romana[372]. Tullia d’Aragona gloriavasi, e sembra a buon diritto, di

aver nelle vene sangue, non pur cardinalizio, ma reale[373]. Angela

Zaffetta si vantava figliuola del Procuratore Grimani, e Lucrezia

Squarcia pretendeva a non so quale _antiqua e gran genealogia_. Il

Giraldi Cinzio narra di certa Linda, la quale essendo nata di sangue

assai gentile, si diede a fare la cortigiana, per inclinazione[374].

Altre, che non avevano le stesse ragioni della Tullia e della Linda,

cercavano egualmente di passar per nobili, della qual cosa molto si

lagna lo Zoppino nel già citato Ragionamento di messer Pietro[375].

Che le cortigiane attendessero con ogni studio a farsi belle

e piacenti, non fa bisogno dirlo. Rinfrescavano la carnagione,

imbianchivano e rassodavano le carni con varie maniere di belletti e

di lisci, votando, come dice il Garzoni, le spezierie di biacca, di

sublimato, di più maniere di allumi, di borrace, di adraganti, di acque

distillate, di aceti lambiccati, e non rifuggendo neanche dall’uso

di certe sudicerie stomacose, alcune delle quali sono ricordate dallo

Zoppino[376]. Tingevano in biondo i capelli con acque medicate di cui

son pervenute sino a noi le numerose ricette, e assoggettandosi a tal

uopo a pratiche lunghe e penose. Nei loro spogliatoi era un barbaglio e

un arruffio di specchi, di ampolle, di bossoli, di pettini, di forbici,

di giojelli[377], e l’aria affogava con l’alito acuto dell’acque rose,

dell’acque nanfe, dell’acque muschiate, dei zibetti, degli ambracani,

dei mirabolani, del bengiuì e di mille sorta di polveri, di pasticche,

di saponi. Anzi afferma il Garzoni che tutta la casa olezzava di

profumi. Nè si deve di ciò dar troppo biasimo alle cortigiane, le

quali non facevano veramente se non seguitare l’usanza comune. Ercole

Bentivoglio, parlando delle donne del tempo suo, dice _ben rare_ quelle

che non adoperassero il liscio[378], e quanto all’uso d’imbiondirsi i

capelli, era uso di tutte le donne italiane, ma più particolarmente

delle veneziane[379]. Il Tansillo comincia una terzina di certo suo

capitolo col verso

Donne che a farvi i capei d’or siete use;

e lodando le donne di Francia e di Germania, che non avevano, come le

italiane, quella fantasia, dice:

Nessuna se ne ammala o se n’ammazza

Per disio di portar le chiome gialle[380].

Vero è che quella fantasia l’avevano già avuta le donne romane[381].

Nel vestire, le cortigiane ostentavano somma eleganza e lusso

eccessivo. Usavano biancherie finissime e profumate, vesti di seta, di

velluto, di drappo d’oro ricchissime, acconciature pompose, pellicce

delle più rare, guanti preparati con la concia di gelsomini di Spagna,

o di garofani, trine e pizzi preziosi di Venezia, e abbagliavano con lo

scintillio delle anella, delle maniglie, delle collane, dei pendenti,

dei diademi. Erano sempre le prime a seguitare le nuove fogge, le quali

mutavano spesso[382]. Di tanto in tanto andava una legge, o un bando,

che tentava por misura a tali pompe, vietando i panni più ricchi, gli

ori e le gemme; ma leggi e bandi facevano poco pro, e coloro stessi che

li avevano mandati fuori li lasciavan cadere. Le cortigiane non ricche

toglievano, per comparir fuori di casa, vesti e ornamenti a nolo[383].

Se eccessivo era il lusso del vestire, non minore era quello delle

abitazioni, degne spesse di principesse, nonchè di cortigiane. Palazzi

sontuosi ospitarono sovente le Olimpie, le Diane, le Ortensie più

facoltose. Una Salterella pagava in Roma ottanta scudi d’oro di

pigione; Isabella di Luna ne pagava cento, somma più che cospicua

pel tempo. Angela Zaffetta avrebbe voluto in fitto il palazzo dei

Loredano, in Venezia[384]. Le stanze erano non di rado tappezzate

di arazzi preziosi, di broccati, di drappi d’oro, di cuoi dorati,

oppure mostravano le pareti e le volte dipinte da mano maestra.

In terra, su per le tavole, vedevansi tappeti turcheschi. I letti

avevano lenzuola di renza finissima, padiglioni di raso, coltri di

seta, cuscini ricamati, e ai letti facevano degna accompagnatura

seggioloni di cremisino, di velluto listato d’oro, scranne scolpite,

specchi riccamente incorniciati, spalliere pompose, cofani e stipi

leggiadramente intagliati e intarsiati. Nelle credenze scintillavano

le argenterie, le maioliche di Faenza, di Cafaggiolo, di Urbino, i

vetri di Venezia; e raccolti in artificioso assetto, o sparsi in vago

scompiglio, vedevansi per le stanze quadri, statue, vasi preziosi,

armi eleganti, liuti e mandòle, libri sfarzosamente legati, ninnoli

d’ogni sorta, e persino anticaglie, sebbene il Calmo raccomandasse

alla signora Vienna di non accettarne in dono, se non quando tenessero

poco luogo e valessero molti denari. Cagnuoli da tenere in grembo,

gattini lindi e coi fronzoli, pappagalli loquaci, scimie ghiribizzose,

e altri animali piacevoli o rari, empievano la casa dei giuochi e

delle voci loro, e facevano festa alla padrona[385]. Negli atrii,

nelle logge, nelle anticamere, era uno sfoggio ridente di fiori

e di piante peregrine. Ancelle garbate vestivano e servivano la

signora, accoglievano premurosamente le pratiche; un vario e numeroso

servidorame attendeva agli altri servigi di casa. Camilla da Pisa

aveva a’ suoi stipendi anche un cantiniere e un fattore. E la casa era

provveduta d’ogni ben di Dio. Nelle cantine invecchiavano i vini più

generosi, nelle dispense le più ghiotte leccornie s’accumulavano, così

che a ogni ora del giorno, al primo apparire di un ospite gradito, era

facile ammannire una colazion saporita, o una stuzzicante cenetta[386].

In tali case, in mezzo a così fatto lusso, accoglievano le cortigiane

gli amici e ammiratori loro, e com’erano esse di tutti i ritrovi

eleganti, così tenevano ritrovi elegantissimi, a’ quali non mancavano

ambasciatori e prelati, cavalieri e letterati, musici e ogni altra

maniera d’artisti. Tullia d’Aragona, dovunque andasse, si formava

intorno la sua piccola corte. Di certa Lucia Trevisan, morta in Venezia

nell’ottobre del 1514, diceva il Sanudo: «cantava per eccelenzia, era

dona di tempo, tutta cortesana, e molto nominata apresso musici, dove a

casa sua se reduceva tutte le virtù»[387].

Questo s’intende naturalmente delle cortigiane maggiori, le quali, se

erano così magnifiche in casa, possiam figurarci quali si mostrassero

fuori. Uscivano in pompa magna, molte in isplendidi cocchi[388], o

cavalcando ginnetti baliosi, e mule ingualdrappate e impennacchiate,

con seguito da duchesse. _Madrema non vuole_ si tirava dietro

ordinariamente dieci fantesche, altrettanti paggi e altrettante

ancelle[389]. Un’altra cortigiana, di cui non ci è detto il nome,

andava per Venezia _in lunga processione, col maggiordomo inanzi,

col paggio... e con quanti fanti e massare_ poteva _accattar per

tutta la vicinanza_[390]. Così si recavano a diporto, alle feste, ai

conviti, ai bagni pubblici, o stufe, come si chiamavano allora[391],

alle chiese, le quali erano diventate luogo di ritrovo per esse e per

quanti le praticavano, e la gente lasciava la messa per farsi loro

d’attorno[392]. Gli amici andavano a levarle in casa e le accompagnavan

per via, ingrossando la lor brigata di quanti nuovi ammiratori

incontravano cammin facendo, e nel numeroso seguito non mancavano

bravacci di professione, pronti a tirar l’arme in difesa delle

padrone[393]. Le quali, se andavano a piedi, procedevano a guisa di

tante duchesse, con passi misurati, con andatura maestosa, appoggiando

la mano famigliarmente sulla spalla di tale de’ loro accompagnatori,

agitando con l’altra, se di state, la ventola dorata e dipinta, fatta

a modo di banderuola, favellando con garbo, pompeggiandosi con grazia.

Perciò aveva ragione quel buon tedesco, che parlando delle cortigiane

di Roma, diceva che a vederle in istrada si sarebbero prese per donne

dabbene[394]; e non aveva torto l’Antonia, quando esortava la Nanna a

non dare altro stato alla figliuola, e le diceva: «facendola cortigiana

di subito la fai una signora, e con quello che tu hai, e con ciò che

ella si guadagnerà diventerà una reina»[395]. E i guadagni potevano

veramente essere assai lauti. Molte cortigiane, anche non bellissime,

arricchivano, comperavano case, e le appigionavano. Dice il Coppetta

nel capitolo che ho ricordato pur ora:

... ne sono molte (e ciascun lodi)

Che non son belle, e pur han fabbricato,

Ch’io non so immaginar le vie, nè i modi.

Figuriamoci dunque che cosa potessero fare le belle. La Imperia morì

ricca e in casa propria; la Ortensia si fabbricò in Roma una casa

da regina. Una Lombarda, ricordata nella _Tariffa_, s’era arricchita

_d’oro e di terreni_. Di certa Martinella, che figura nella commedia

del Contile _La Pescara_, dice il servo Marcello: «ella è nobile, ha

denari, gioje, vesti e possessioni a Viterbo»[396]. Non è a stupire

se le cortigiane insuperbivano e si vantavano de’ loro trionfi[397]. I

guadagni, come ben s’intende variavano assai, come variavano i prezzi.

Quel matto del Doni, descrivendo certa casa con grandissimo dispendio

costruita, arredata, ordinata da un _signore ricco e potente_, e

abitata dalle più belle donne che si potessero avere, indica quale

massimo il prezzo di venticinque scudi[398]; ma nel _Catalogo di

tutte le principal et più honorate Cortigiane di Venetia_[399] si

trova registrata una signora Paulina, _Fila canevo_, che ne prendeva

trenta, e nella _Tariffa_ è ricordata una Cornelia Griffa, che ne

chiedeva quaranta e più. Tullia d’Aragona riuscì ad avere in Roma,

da un tedesco, sino a cento scudi per notte[400]. Le pratiche, anche

se pari di fortuna e di grado, non largheggiavano tutte ad un modo,

e la liberalità loro ricevava misura non solo dall’umore proprio

di ciascuna, ma ancora dall’indole e dal costume nazionale. A tale

riguardo avevano pessimo nome nel mondo delle cortigiane gli spagnuoli,

molto migliore i tedeschi, ottimo i francesi. Fra gl’italiani erano

in fama di più generosi i veneziani, di più taccagni i napoletani,

troppo inclinati, dicevasi, a pagar di moine e di sospiri. Del resto

la liberalità dei signori non aveva limiti, quando era stimolata dal

capriccio o dalla passione, e in un curioso libro spagnuolo, rarissimo

anche dopo la ristampa fattane or son pochi anni, la _Lozana Andalusa_,

è detto che le cortigiane di Roma ereditavano talvolta dagli amanti

loro somme cospicue[401]. In qual modo Angelo Dal Bufalo, _uomo della

persona valente, umano gentile e ricchissimo_, tenesse per più anni

l’Imperia, dice il Bandello[402]; nè meno pomposamente di certo l’avrà

tenuta Agostino Chigi, il famoso e magnifico banchiere, del quale pure

fu amica[403]. Che, da altra banda, le cortigiane, anche se belle e

di gran recapito, potessero alle volte trovarsi a disagio, non parrà

strano a nessuno: a corto di quattrini, importunate dai creditori, esse

impegnavano le robe loro agli ebrei, o vendevano a furia arredi, vesti,

giojelli, quanto avevano lucrato e raccattato in molti anni[404].

Le cortigiane erano anzitutto cortigiane, il che vuol dire che ponevano

ogni studio in render proficuo, quanto più era possibile, il loro

tristo mestiere. Un così fatto esercizio, si sa, non comporta troppi

scrupoli, nè troppe delicature, e non è in chi v’attende che si

debbono ir cercando la nobiltà dell’animo, la sincerità delle parole, e

l’onestà delle azioni. Le cortigiane del Cinquecento non differiscon in

ciò da quelle di altri tempi. Troviamo in esse, generalmente parlando,

le solite arti e le consuete frodi del meretricio; nè si può dire che,

per questa parte, da allora a oggi, ci sia stato mutamento, se non

quanto le piccole e le grandi ribalderie del mestiere erano allora, più

che ora non sieno, condite di piacevolezza e azzimate di galanteria.

Finti ardori e finte lagrime, finti sdegni e finte paci, accorte

ritrosie e opportuni incitamenti, lettere artificiosamente tessute,

versi ingegnosamente composti, acconci e graziosi doni, blandizie soavi

alternate con misurati rigori, erano gli accorgimenti e l’arti di cui

esse giovavansi per invescare, trattenere, richiamare, piumare gli

amanti. Gli scrittori del tempo abbondano di racconti, di ammonizioni,

di avvisi, circa le beffe, le truffe, i tradimenti e l’altre infinite

poltronerie che esse usavan di fare. Le accuse e i biasimi vengono

da tutte le parti, prendono tutte le forme, ricordano quelle a cui in

antico erano andate soggette le etère famose. Degna d’andarne alla pari

con la greca Cirene e con la greca Elefantide ci si mostra Isabella

de Luna[405]. Di una che fu ladra, tace il nome, ma narra il furto il

Doni[406]. Di un’altra, invescata in laidissimo amore, fa menzione

Pietro Nelli in una delle sue _Satire alla Carlona_[407]. In un suo

capitolo il Coppetta copre di vituperi quella medesima Ortensia Greca

che in altro capitolo aveva levato a cielo, e chiama lei, e la madre di

lei e la fantesca

Arpie crudeli, infide, inique e ladre.

Lorenzo Veniero svergognava Elena Ballerina e Angela Zaffetta[408],

vituperate entrambe anche nella _Tariffa_; l’Aretino, il Franco e altri

svergognavano Tullia d’Aragona. Andrea Alciato, Fausto Andrelini,

Ludovico Bigi, scagliavano contro le cortigiane velenosi epigrammi

latini; Teofilo Folengo le sferzava a colpi di versi maccheronici;

Sperone Speroni componeva contro di esse una virulenta orazione. Le

malcapitate erano inoltre vituperate e derise in novelle, in commedie,

in epistole, in trattati, in sonetti, in ragionamenti, in tariffe, in

altri componimenti di vario genere, popolari e non popolari, per nulla

dir delle prediche. In Firenze, nelle feste del carnevale, brigate

d’uomini che si fingevano ridotti a povertà dalle cortigiane, andavano

in giro, cantando l’infamia delle spogliatrici. Agli 11 di febbraio

del 1525 un anonimo scriveva da Roma a Paolo Vettori in Civitavecchia:

«Jeri m.º Andrea dipintore fece un carro dove erano tutte le cortigiane

vecchie di Roma fatte di carta, ciascuna con il nome suo, e tutte

le buttò in fiume avanti al papa; mandò all’Orsolina il sonetto e

la canzona che si cantava. Domane le cortigiane, per vendicarsi,

frustano detto m.º Andrea per tutta Roma»[409]. In Roma poesie contro

le cortigiane si affiggevano alla statua di Pasquino, in Venezia alla

statua del Gobbo di Rialto[410].

Ma non tutte le cortigiane erano poi così ribalde, di così abietto

animo e di così sozzo costume com’eran le più. Francesco Maria Molza

credeva che ancor esse potessero amare davvero, e ferventemente, e il

Bandello, che prima era stato d’altra opinione, tenne poi la opinione

del Molza[411]. Camilla Pisana pare abbia amato sinceramente Filippo

Strozzi, e Tullia d’Aragona fu più d’una volta presa ai lacci d’amore,

e quando amava, così ella stessa assicura, la gelosia l’uccideva.

Innamorata del Brocardo pare sia stata veramente quella Manetta

Mirtilla, che della morte di lui, avvenuta nel 1531, consolavano

con sonetti Bernardo Tasso e l’Aretino. Il Giraldi Cinzio narra di

una cortigiana veneziana, la quale _riccamente e con riputazione a

lei convenevole esercitava la sua disonesta arte_, una storia assai

notabile, perchè documento, non solo dell’affetto che poteva alle

volte entrar nel cuore di tali creature, ma ancora del buon ricordo e

della gratitudine che ne serbavano gli amati[412]. Una signora Medea

si accorò tanto della morte di Ludovico Dall’Armi, suo amante, che

l’Aretino le scrisse una lettera, chiedendole scusa di avere detto e

scritto che amore di cortigiana non fu mai vero, e che le cortigiane

non cercavano se non il guadagno. Ella consumò la roba e sè stessa per

lui, e lui morto, faceva grandissime elemosine in suffragio dell’anima

sua[413]. Il Giraldi Cinzio narra la storia di una cortigiana di

Rimini, che innamorata di un siciliano, perdette con lui ogni suo

avere[414]. Del resto, se le sciagurate creature che vivono facendo

copia di sè si mostrarono, in ogni tempo, capaci d’amore, più dovevano

essere nel Cinquecento, quando sottili ed intricate dottrine amorose

velavano molti contrasti, mitigavano molte ripugnanze, e di molte

cose alteravano, quant’era d’uopo, il significato e il carattere.

Nè tutte le cortigiane erano d’umore di concedersi a tutti. La fine

coltura, e il frequente conversare con uomini gentili, dovevano pure

destare nelle migliori tra esse una delicatezza di giudizio, e una

schifiltà di sensi sufficienti a preservarle, quando il bisogno non

le premeva, da contatti o vili, o incresciosi. Parecchie affermano di

non si concedere se non a chi piaccia loro, e di ciò molto le lodano

gli amici più fortunati, mentre altri si lagnano d’ingiusti rigori

e di repulse spietate. Tullia d’Aragona, essendo in Ferrara, fece

talmente disperare, con gli ostinati rifiuti, un giovane gentiluomo,

ricco e dabbene, che il poveretto, nella stessa casa di lei, tentò

d’ammazzarsi[415]; nè mi pare ci sia buona ragione di credere fosse

tutta astuzia e commedia di cortigiana. L’Aretino, che vituperò

le cortigiane com’egli sapeva e usava vituperare, lodava per donna

schietta e dabbene, anzi per _la più bella, la più dolce e la più

costumata madonna che abbia Cupido in sua corte_, e per _divina

giovane_, la signora Angela Zaffetta[416]; la quale non per altro

provocò l’ira di Lorenzo Veniero, che le scrisse contro quel suo

obbrobrioso poemetto intitolato appunto _La Zaffetta_, se non perchè

rifiutò una volta di aprirgli la porta[417]. Lo stesso Aretino scriveva

alla signora Basciadonna: «Io che aveva preso la penna per farvi una

lunga istoria de i semplici andamenti della signora Marina vostra

figliuola, riduco la somma del tutto con dirvi che l’altre sue pari

ingannano ognuno con le tristizie, ed ella inganna solo sè stessa con

la bontà; onde saria stata meglio monaca che cortegiana»[418]. Lorenzo

Veniero che tanto male dice della Zaffetta e della Ballerina, loda per

bella, buona e cara una Giacoma Ferrarese. Di una cortigiana sontuosa,

magnifica, non illetterata, faceta ed arguta, liberale e modesta, la

qual fu un tempo in Perugia, fa ricordo Marc’Antonio Bonciario[419].

La Basciadonna fece della figliuola una cortigiana; ma l’Imperia una

ne lasciò che, quasi nuova Lucrezia, tentò di togliersi la vita per

sottrarsi alle disoneste voglie del cardinale Petrucci[420].

Se frequenti, come abbiam veduto, erano i biasimi che toccavano alle

cortigiane, non meno frequenti erano le lodi; e quanto quelli eran

crudi e violenti, tanto eran queste amorevoli e smaccate. Sperone

Speroni scrisse contro alle cortigiane una orazione; ma, prima di lui,

ne aveva scritta una in lode Antonio Brocardo, lo sfortunato avversario

del Bembo. E il Molza celebrava e consolava in eleganti versi latini la

Beatrice Spagnuola, altrimenti detta da Ferrara, quella Beatrice di cui

tante ragioni egli avrebbe avuto di dolersi, e in commendazion della

quale non isdegnò di scrivere un sonetto la stessa Vittoria Colonna; il

Muzio, Bernardo Tasso, il Varchi, altri, esaltavano Tullia d’Aragona;

Niccolò Martelli levava a cielo la sua _divina e onoratissima_ madonna

Maddalena Salterella[421]; Michelangelo Buonarroti lodava Faustina

Mancina[422]; mentre durava ancor viva e gloriosa la memoria di quella

Imperia che dieci poeti avevano glorificata nei loro versi, e di cui

uno dei più infervorati ebbe a dire in un epigramma latino, che due

numi avevano fatto a Roma due grandi doni, Marte l’impero, Venere la

Imperia[423]. E non è tra le cose meno strane di quel singolarissimo

secolo il veder celebrate le cortigiane coi medesimi concetti poetici e

le medesime forme d’arte con le quali il Petrarca aveva fatto immortale

il nome di Laura[424].

Il Calmo, che molte sue facetissime lettere indirizzò a cortigiane,

scriveva a una signora Fontana: «Non è maraveja si ’l se fa istoria

di fatti vostri, se i poeti sta vigilanti in far composizion in laude

vostra, se i musici ve mete intei so canti fegurai, e se i sonadori fa

saltareli su la vostra lezadria, e breviter infina i avocati a fagando

le so renghe, ve introduse a qualche so poposito segondo i passi. Se

vien forestieri i ve vuol gustar, si vien imbassadori i ve vuol sentir,

si ’l vien signori i ve vuol parlar, e breviter la più parte di corieri

ve vuol praticar»[425]. Nel dialogo di Scipione Ammirato, intitolato

_Il Maremonte_, uno degli interlocutori dice a chi l’ascolta: «Io credo

che voi abbiate udito nominar la Panta e l’Angela, amendue famosissime

meretrici, quella in Roma, e questa in Napoli, e le riverenze, e

gl’inchini, e i corteggiamenti che lor si fanno da cavalieri tutto dì,

e con quanta magnificenza e grandezza si stieno nelle lor case»[426].

Ad Angela Del Moro facevano pubblicamente di berretta i gentiluomini

anche quando aveva passata l’età sinodale, ed era divenuta _decana

delle cortigiane_ di Roma[427]. E delle famose cortigiane di Roma

appunto, ricordate dallo Zoppino e da Lodovico nel Ragionamento di

messer Pietro, ciascuna aveva il suo particolar seguito: la Lorenzina,

la Beatrice e la Greca di gentiluomini, la Beatricica di prelati, la

Tullia di giovinetti, la Nicolosa di Spagnuoli, la Laurona di mercanti,

l’Ortega di avvocati e procuratori, _Madrema non vuole_ di duchi, di

marchesi e di ambasciatori[428].

Nè si creda che esagerino i due buoni compari. Cardinali e

segretarii pontifici non si vergognavano di viaggiare in compagnia

di cortigiane[429], e di banchettare con esse. La sera del 10 agosto

1513, il marchesino Federico Gonzaga, in età di soli dodici anni,

cenò in casa del cardinal di Mantova, suo zio, avendo commensali

il cardinale d’Aragona, il cardinale Sauli, il cardinale Cornaro,

parecchi vescovi e gentiluomini e la cortigiana Albina; il giovedì

prima egli era stato in casa del cardinale d’Arborea, dove si era

recitata, in ispagnuolo, una commedia di Juan de la Enzina, e dove

erano capitate _più putane spagnuole che omini italiani_[430]. Un

Marco Bracci, descrivendo a Ugolino Grifoni, segretario di Cosimo I,

le grandezze in mezzo a cui viveva la _magnifica_ signora Salterella

(non la Maddalena, un’altra) dice che le facevano _afa i vescovi_, e

che una sera cenò con cinque cardinali[431]. Vincenzo Fedeli racconta

nelle sue _Memorie di Perugia_ che nel novembre del 1557 giunsero in

quella città il cardinale Caraffa, nipote di Paolo IV, e il cardinale

Vitello. Il cardinale Caraffa, «dopo cena, publicamente, fece andare

in palazzo tutte le putane, che a quelli tempi se trovaveno in Perugia,

quale furono in tutto 14; e presene per sè una, e una per el cardinale

Vitello; el resto acomodoli a la sua famiglia»[432]. Nella _Cortegiana_

dell’Aretino, l’Alvigia ricorda i suoi bei tempi, quando la

frequentavano _signori e monsignori ed ambasciadori a josa_, e accenna

a un vescovo, cui tolse un giorno la mitra per porla in capo a una sua

fantesca[433]. Di una gran cortigiana, non nominata, dice il Mauro che

la sera andava in casa di lei

qualche ambasciadore

E qualche conte e qualche chierca rasa[434].

Afferma il Calmo, in una lettera alla signora Ardelia, che le

cortigiane trovavano onorate e festevoli accoglienze anche nei conventi

di frati[435]. Il Bandello narra a tale proposito una edificante

novella[436], e Lorenzo Priuli, Oratore della Repubblica veneta,

scriveva da Roma alla Signoria il 30 di novembre del 1585: «Ho inteso

per buona strada, che il Pontefice è stato informato da diversi,

che molti delli monasterii di monache di Venezia e della diocesi

di Torcello sono in mal stato, e ridotti alcuni di loro a pubblici

postriboli»[437]. Se così pochi scrupoli avevano gli ecclesiastici e

i religiosi, i laici potevano averne anche meno. Non solo cavalieri

e letterati non celavano gli amori loro con le cortigiane più note,

ma li predicavano, se ne facevano belli, e ciascuno s’ingegnava di

soverchiare i rivali. Giovanni de’ Medici, il famoso capitano, faceva

togliere per forza, quasi fosse un’altra Elena, a Giovanni Della

Stufa Lucrezia _Madrema non vuole_, che costui menava seco alla fiera

di Recanati; nel 1531 si trovarono in Firenze sei cavalieri pronti

a sostenere con l’armi in mano, contro chi si fosse, che non era al

mondo donna di più gran pregio e virtù di Tullia d’Aragona. Quando le

Aspasie più illustri si movevano, gli era come se si movessero tante

regine. Ambasciatori davano notizia di loro partenze e di loro arrivi,

e il popolo dei cortigiani entrava in subbuglio. Marco Bracci, dando

conto al Grifoni della entrata in Roma della signora Salterella testè

ricordata, dice ch’ell’era entrata _magna comitante caterva_, con tanti

cavalli e servitori e armi e moltitudine di gente ch’era andata ad

incontrarla, da parere _l’entrata di Marfisa nel campo moresco_[438].

L’Aretino mandava sua ambasciatrice alla regina di Francia la Zufolina,

per chiedere non so che, e molto ripromettendosi de’ suoi buoni

offici; in Firenze Tullia d’Aragona, per la cui partenza da Roma s’era

commosso, anni innanzi, persino Pasquino[439], entrava nelle buone

grazie della duchessa, a cui dedicava il suo volume di rime. Abbiamo

veduto Veronica Franco felicitata dai favori di un re; così alta

ventura non toccò a lei solamente[440]. Qual meraviglia dunque se le

cortigiane di maggior conto stavano in contegno, e davansi aria di

principesse? Era usanza di quella Ortensia lodata prima e vituperata

poi dal Coppetta

Star sur un goffo puttanil decoro,

E far la donzelletta, e persuadersi

Di pisciar acqua nanfa e cacar oro.

Sopra l’uso mortal bella tenersi.

Quasi nuova dal ciel discesa luce,

Il che fa rider altri, altri dolersi[441].

Il Giraldi Cinzio racconta di una cortigiana napoletana, «la quale,

ancora che si fosse data alla disonesta arte..., se ne stava però

così in contegno, che pareva ch’ella fosse Lucrezia Romana, e prima

ch’uno le potesse parlare, stava almeno per lo spazio di due mesi, e

bisognavavi usare un centinajo di mezzi, ed aver poi di grazia ch’ella

volesse udire dieci parole, e se proverbiosamente rispondeva, bisognava

esserle tenuto, come se avesse dato cortesissima risposta»[442]. In uno

dei _Ragionamenti_ dell’Aretino la Nanna parla «d’alcuna, che recatasi

in suso i matarazzi di seta, faceva stare in ginocchioni chi le

favellava»[443]. Della cortigiana non nominata, di cui ho fatto cenno

pur ora, dice il Mauro:

Ella sta bene come una duchessa,

E ne comanda come una reina,

Ne dà tratti di corda e ne confessa.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Com’ella sia bizzarra e pazza e schiva,

E di strano cervello, e disdegnosa,

So che il sapete voi senza ch’io ’l scriva[444].

Ogni po’, gli è vero, quando in uno e quando in un altro luogo,

principi e magistrati si avvedevano che le cortigiane prosperavano

troppo, imbaldanzivano troppo, facevano troppa gazzarra, e allora,

in fretta e in furia, mandavano fuori, a reprimere gli abusi, nuove

leggi e nuovi regolamenti, o rinnovavano gli antichi e disusati; ma

cotali rigori duravano poco, e non colpivano, di solito, le cortigiane

d’alto paraggio, le cortigiane _oneste_, o se pur le colpivano,

non mancavano protettori possenti, e intercessori zelanti, che le

toglievan fuori di quelle pressure e guadagnavano loro immunità e

privilegi[445]. Un canto carnascialesco di Guglielmo detto il Giuggiola

ci mostra le minori cortigiane di Firenze assai indispettite, perchè

offese nelle persone e negli interessi da rigori e da vessazioni cui

non sottostavan le ricche[446]. Pio V, pontefice santo, dopo avere

afflitte le cortigiane di Roma con varii provvedimenti assai rigorosi,

volle da ultimo sfrattassero in tutto dalla città: le poverette

diedero principio all’esodo doloroso; ma allora, scrive l’Orator Paolo

Tiepolo, quelli «del governo della città dubitando, che ella in gran

parte non si disabitasse, chiamorno marti il conseglio del populo,

e dopo aver discorso sopra questa materia elessero forse quaranta di

loro, che andassero a parlarne a Sua Santità per rimoverla da questo

pensiero», come lo rimossero poi veramente, almeno in parte. Dice Paolo

Tiepolo che secondo il computo fatto, tra per le cortigiane, tra per

coloro che le avrebbero seguitate, la città sarebbesi votata di ben

25000 persone[447]. Molti anni dopo, nel 1614, quando le condizioni

della vita italiana erano già profondamente mutate, le monache delle

Convertite in Firenze non si facevan riguardo d’intercedere presso il

duca Cosimo II perchè lasciasse abitare in qual parte della città fosse

loro più a grado le cortigiane ricche, le quali pagavano al convento

una tassa cospicua[448].

Persino le leggi penali usavano talvolta alle cortigiane (intendasi

sempre le maggiori, le _onorate_) insolita clemenza. Bisognò che

Isabella de Luna passasse tutti i termini della tracotanza, e facesse

al maggior magistrato di Roma, cioè al Governatore, uno sfregio

sanguinoso, perchè questi si decidesse a punirla con cinquanta

staffilate, datele in pubblico, sulle carni nude. Tuttavia, pensando

egli, il Governatore, ch’era monsignor de’ Rossi, vescovo di Pavia,

«la delinquente essere femina e meretrice pubblica, non volle in

tutto usare quella rigidezza e severità che il caso ricercava»[449].

La onesta Cursetta, di cui, come ho detto, Giovanni Burchard narra la

istoria, fu, per una colpa che non istarò a ricordare, menata in giro

per la città, vestita di velluto nero, e con le membra interamente

libere, mentre il suo complice, un disgraziato moro in vesti femminili,

fu menato in processione coi panni alzati e con le braccia legate, fu

messo in carcere, fu strozzato, dopo alcun giorno in Campo di Fiore,

e finalmente arso, ma solo in parte, perchè di arderlo tutto non

permise una gran pioggia che sopravvenne[450]. E qui vuol anche essere

ricordato come vigesse l’uso per quasi tutta Italia di donar la vita a

quei condannati che fossero domandati per marito da meretrici.

Ciò nondimeno non era tutta rose la vita delle cortigiane. Lasciando

stare il tedio, la sazietà, il disgusto, che non si potevano scompagnar

dal mestiere, c’erano i soprusi degli amatori prepotenti, c’erano

gl’inganni dei truffatori, c’erano infermità vituperose[451], e mille

altri pericoli che in quella vita rimescolata potevano sorgere a

ogni ora. Quante non si videro improvvisamente spogliate d’ogni loro

ricchezza, come quella signora Aquilina Veneziana che il Lasca tentò

consolar co’ suoi versi![452]. Quante non furono percosse, ferite,

uccise! Le più, dopo avere sguazzato un tempo, cadevano in povertà,

e finivano miseramente la vita, all’ospedale, o tramutandosi di

cortigiane in mezzane[453], in locandiere, in lavandaie, o a dirittura

elemosinando alla porta delle chiese[454]. La Salterella, che pagava

ottanta scudi di pigione quand’era in voga, non ne pagava più che

sedici nel 1549. La gloriosa Tullia d’Aragona moriva, non povera

affatto, ma troppo scaduta dall’antica grandezza, in casa di Matteo

Moretti da Parma, oste in Trastevere[455]. La Giulia, che aveva in vita

guadagnato tesori, non ha, morta, un quattrino da pagar Caronte[456].

Tante miserie potevano porgere, e porsero in fatto, soggetto acconcio

a una specie di componimento che ebbe gran voga in quel secolo, il

Lamento[457]. Nel _Dialogo di Amore_ dello Speroni Tullia d’Aragona si

lagna forte dei mali ond’è afflitta la vita delle cortigiane, e lagni

simili ai suoi udremo dalla bocca di Veronica Franco. Molte, dopo aver

battagliato assai cercavano, come la Tullia appunto, rifugio e pace nel

matrimonio, e parecchie seguitavano, dopo maritate, a fare la vita di

prima[458].

Alcune, come la Imperia, la Fiammetta, la Sgarrettona e Camilla da

Fano, ricordate dall’Aretino[459], finirono bene, ricche, in casa

propria, lasciando di sè onorata memoria. La Imperia fu seppellita

con gran pompa nella cappella di Santa Gregoria in Roma, e sulla sua

tomba fu posto questo epitafio, strano un po’ per una chiesa: IMPERIA

CORTISANA ROMANA QUAE DIGNA TANTO NOMINE, RARAE INTER MORTALES FORMAE

SPECIMEN DEDIT. VIXIT A. XXVI. D. XII. OBIIT MDXI, DIE XV AUG.[460].

Nella chiesa di Sant’Agostino si ammirava la cappella della Fiammetta.

Nella biblioteca reale di Monaco si conserva un manoscritto dei tempi

di Alessandro VI, intitolato _Epitaphia clarissimarum mulierum quae

virtute, arte aliqua nota claruerunt_: insieme con parecchi epitafii

di sante, parecchi ce ne sono di cortigiane illustri[461]. Morta, in

età ancor giovane, Maddalena Salterella, Niccolò Martelli, scriveva a

messer Albizzo Del Bene: «Io non pensava già, Mag.º M. Albizzo, d’aver

così tosto a cangiare stile, avendovi pochi dì fa scritto per le mani

del nostro gentilissimo M. Lucantonio Ridolfi e con essa mandatovi

una parte delle lodi alla sfortunatissima Sig.ª Maddalena Salterella;

della quale nel mezzo di certi umor maligni e cattivi entrò morte nel

bel corpo e in pochi giorni ne trionfò allegramente senza una pietà al

mondo. L’anima benedetta della quale si gode ora in pace lieta l’eterno

bene; e nel vero è stata perdita non piccola, che ogni un dì non si

vede un albergo di sì onorati costumi, nè si gusta un trattenimento

sì reale accompagniato da mille onesti passatempi pieni di virtuosi

effetti, e a me ella è doluta assai, e così come la penna mia le

acquistò lodi vivendo, così ora ne ho fatto per memoria quattordici

versi, i quali in un sonetto li vi mando. Che ’l Signor Iddio le abbia

dato quel riposo che meritavan le sue ottime qualitadi e a noi presti

della sua infinita grazia»[462].

Abbiam veduto qual fosse la cortigiana del Cinquecento; è egli vero

che ricompare in lei l’etèra greca dei tempi di Pericle e di Alcibiade?

Molti dissero risolutamente che sì; taluno negò o dubitò[463]; il vero

si è che tra la cortigiana e l’etèra c’è molta conformità, ma c’è pure

qualche disformità. La cosa vuol essere esaminata con discrezione,

tenendo ben presente che nessun fatto storico, nessuna storica

apparizione può mai riprodursi in tutto simile a sè medesima. Se noi

paragoniamo la vita delle Imperie, delle Tullie, delle Lucrezie, delle

Isabelle, delle Camille del Cinquecento con quella delle Aspasie,

delle Frini, delle Mirrine, delle Taidi, delle Glicere antiche, ci

accorgiamo subito di molte e notabili somiglianze. Queste son colte,

e quelle son colte; queste sono corteggiate da politici, da filosofi,

da poeti, e quelle son corteggiate da ogni sorta di letterati e di

gentil uomini; parecchie etère furono scrittrici, e scrittrici furono

parecchie cortigiane. La somiglianza si stende più oltre e abbraccia

certi abiti mentali, certi sentimenti, i costumi, gli artifizii, le

azioni. Come le cortigiane, le etère furono glorificate e vituperate. E

l’ambiente sociale in cui sorgono e si educano le etère ha ancor esso

incontestabilmente molta somiglianza con l’ambiente sociale in cui

sorgono e si educano le cortigiane; anzi questo è, in certe parti, e

in più vorrebbe essere, la riproduzione di quello. Una matura civiltà è

la civiltà greca del quinto secolo avanti Cristo, e una matura civiltà

è la civiltà italiana del Cinquecento; ad entrambe tien dietro la

decadenza. Parecchie delle condizioni che favorirono l’apparir della

etèra si ritrovano nel Cinquecento in Italia, e portano i medesimi

effetti. I contemporanei di Pericle e di Alcibiade erano assetati

d’ogni bellezza. Ora, la bellezza muliebre, fra tutte la più cara agli

uomini, non può essere liberamente e interamente goduta, se non nella

etèra, ed è perciò che ad Aspasia incinta e minacciata nella scultoria

formosità del suo corpo, l’Areopago ingiunge o permette di scongiurare

con una provvida caduta il pericolo. Gli Italiani del Cinquecento sono

anch’essi assetati di bellezza, e ci rimangono di quel secolo libri

senza numero in cui la bellezza muliebre è descritta, analizzata,

ricercata amorosamente nelle sue ragioni e nelle sue leggi. Ai tempi

di Pericle e di Alcibiade il matrimonio in Grecia comincia a cadere

in discredito; nel Cinquecento in Italia moltissimi lo detestano,

moltissimi lo deridono, e i letterati son quasi tutti dell’avviso

dell’Aretino, il quale dice la moglie esser peso da lasciare alle

spalle d’Atlante. Ora, se il celibato, in genere, tende a suscitare

la prostituta, il celibato delle persone colte, dei letterati e degli

artisti, tende a suscitare l’etèra e la cortigiana[464].

Ma altre condizioni erano in tutto diverse, e favorivano o più l’etèra

o più la cortigiana. La preoccupazione del peccato di carnalità non

turbò mai la coscienza dei Greci, e le loro credenze religiose, non

solo non contrastavano al meretricio, ma tendevano anzi a promuoverlo,

a consacrarlo, come avvertirono molte volte biasimando acremente gli

apologeti cristiani dei primi secoli. Da tempo antico in Corinto le

prostitute erano in istretta relazione col culto, e una specie di sacra

prostituzione si praticava anche in molte altre città della Grecia e

dell’Asia Minore. Solone eresse in Atene un tempio a Venere Pandemia.

A Lamia e Leena, amiche entrambe di Demetrio Poliorcete, Atene e

Tebe consacravano templi sotto la invocazione di Afrodite Lamia e di

Afrodite Leena. La etèra, dunque, non offendeva la morale religiosa

del tempo suo; per contro la cortigiana offende nel modo più grave la

morale religiosa del proprio. Di qui una particolar ragione di biasimo

contro di lei, e in lei una particolar ragione d’indegnità. Alle

cortigiane era rigorosamente vietato l’esercizio del mestiere nelle

feste e nelle vigilie solenni dell’anno. Sapendo di vivere in peccato,

esse medesime cercavano, con pratiche religiose, di riscattar l’anima

dalle mani del demonio[465]. In Venezia, e certo anche altrove, le

cortigiane non si potevano in certa ora del giorno visitare, perchè

andavano a udir vespero[466]. Per tutto usavano di confessarsi a

Pasqua, e in quella occasione sempre qualcuna se ne convertiva, e ce

n’eran di quelle che rinunziavano al mondo e si facevan monache[467].

Fra le lettere dell’Aretino ve n’ha una a certa Angela di Danzica,

la quale si ritraeva dalla vita disonesta per maritarsi, disposta

piuttosto a servire che a riprendere il tristo mestiere. Paolo IV

e Pio V forzavano cortigiane e meretrici volgari ad andare alla

predica[468]. Per questo rispetto dunque le etère godevano, dirò così,

di una legittimità di cui non potevano godere le cortigiane; ma queste

si rifacevano del danno in altro modo, prendendo, cioè, la parte

loro di quel culto che il Cinquecento tributò così largamente alla

donna. Lodando il canto della Tullia dice il Muzio, in un sonetto, che

l’anima, al suono della voce di lei,

Ad ogni uman disio tutta si toglie

E con tutti i pensieri al cielo aspira;

ed Ercole Bentivoglio in un altro sonetto affermava che la presenza

della Tullia in Ferrara aveva spento ogni basso pensiero negli eleganti

frequentatori di quella corte. Di nessuna etèra dell’antichità fu mai

detto altrettanto.

Attraverso il Cinquecento · 第 24 / 46 题